Neve e Desiderio: Solo un Letto tra Noi
Due amiche adulte, Cassidy di 32 anni e Yvonne di 29, isolate da una bufera in un letto matrimoniale, cedono alla passione lesbica che le divora.
Sono Cassidy, trentadue anni, fotografa freelance. Sono salita sulle Dolomiti per una settimana di scatti invernali e silenzio, e ho trascinato con me Yvonne, ventinove anni, guida alpina che conosco da quasi un decennio. Doveva essere semplice: due amiche, un chalet, neve. Invece la prenotazione online aveva mentito. Una sola camera. Un solo letto matrimoniale. Fuori, la bufera ha chiuso la strada già al crepuscolo del secondo giorno, cancellando qualsiasi possibilità di scappare verso un albergo o un rifugio.
Il vento sbatte contro i vetri come se volesse entrare. Dentro, il camino crepita e l’aria puzza di legno umido e di lana bagnata. Yvonne ha steso i nostri abiti bagnati vicino al fuoco; io ho sistemato l’obiettivo e le batterie sul tavolo di pino. Ci guardiamo. Lei ha i capelli scuri ancora umidi, raccolti in una treccia sciolta che le batte sulla spalla. Io avverto il battito nel collo ogni volta che i suoi occhi si posano sui miei.
«Solo un letto», mormora, e la voce le trema di una risata nervosa. «Fortuna che siamo adulte e non due ragazzine in collegio.»
Mi spoglio nel bagno angusto, indosso un pigiama di cotone leggero — pantaloncini e canottiera sottile — e quando torno lei è già sotto le coperte, indossa una maglietta larga e mutandine. Il materasso cigola. Ci infiliamo da lati opposti, ma il freddo ci spinge al centro. I nostri fianchi si sfiorano. Sento il calore della sua coscia contro la mia e un brivido mi sale lungo la schiena che non ha niente a che vedere con la temperatura.
Parliamo a voce bassa, come se la tempesta potesse ascoltarci. Ricordi vecchi affiorano: serate di vino dopo una salita, confidenze sussurrate in tenda. Una volta, tre anni fa, le avevo detto che a volte sognavo bocche di donna. Lei aveva riso e poi, seriamente, aveva ammesso lo stesso. Non ne avevamo più parlato. Stanotte, sotto le coperte, le parole tornano come fumo.
«Ti ho sempre guardata», dice Yvonne. La confessa a un palmo dal mio orecchio. Il fiato le scalda la pelle. «Non come un’amica. Come… qualcosa che brucia. Ogni volta che ti vedevo cambiare dopo una escursione, ogni volta che ridevi con la testa gettata indietro. Ti desideravo, Cassidy. Ancora adesso.»
Arrossisco così forte che sento le guance bruciare. Il cuore mi martella contro le costole. Chiudo gli occhi un attimo, poi li riapro e la trovo lì, labbra dischiuse, pupille dilatate.
«Anch’io», ammetto. La voce mi esce roca. «Da anni. Credevo di poterlo seppellire. Invece sei qui, e c’è solo questo letto, e non ce la faccio più a fingere.»
Le nostre dita si incontrano sul lenzuolo. Un contatto leggero, poi più deciso: i polpastrelli scivolano lungo le mie nocche, io le afferro la mano. Un sospiro condiviso. Ci avviciniamo. Le labbra di Yvonne toccano le mie con una lentezza deliberata, come se stessero collaudando un terreno proibito. Il bacio si approfondisce subito. La lingua sua cerca la mia, calda, umida, esperta. Gemiamo nello stesso istante. Le mie mani salgono al suo collo, ai capelli; le sue scivolano sotto la mia canottiera e trovano la pelle nuda della schiena.
Ci spogliamo piano, pezzo dopo pezzo, tra baci che diventano morsi leggeri. La canottiera vola via; i miei seni restano scoperti e Yvonne li guarda con una fame che mi fa stringere il ventre. Le scivolo via i pantaloncini; le mutandine di lei sono già scure al centro. L’odore di lei — sapone, neve, eccitazione — mi riempie la testa. La bacio di nuovo, più forte, mentre le mani le esplorano i fianchi, il culo sodo da chi cammina su creste ogni giorno.
«Sdraiati», ordina Yvonne con un filo di voce rauca. La ubbidisco. Mi stendo supina, cosce già leggermente aperte, il cuore a mille. Lei si china, mi bacia il collo, morde piano sotto l’orecchio, scende. La bocca calda chiude un capezzolo, lo succhia, lo fa indurire; l’altra mano massaggia l’altro seno, pollice che gira e pizzica. Io inarco la schiena e gemo il suo nome. Lei continua a scendere: baci sullo stomaco, sulla linea dell’ombelico, sul bordo interno delle cosce. Quando arriva tra le mie gambe aperte, inspira a fondo come se volesse impregnarsi di me.
«Sei già bagnata», mormora, e la lingua parte. Una lunga passata dalla base fino al clitoride, lenta, decisiva. Poi di nuovo, e di nuovo. Lecca con precisione, allarga le labbra con le dita, succhia il clitoride tra le labbra e lo batte con la punta della lingua in un ritmo che mi fa perdere il respiro. Le mie mani affondano nei suoi capelli. Spingo il bacino contro la sua faccia. Lei non si ferma: succhia più forte, inserisce una lingua stretta dentro di me, poi torna sul clitoride e lo lavora finché il piacere non mi esplode. Vengo gridando, cosce che le tremano ai lati della testa, succhi che mi escono dalla gola senza controllo. Lei continua a leccare piano mentre scendo, raccogliendo ogni goccia.
Ancora ansimante, la tiro su e la bacio: assaporo me stessa sulla sua bocca. «Voglio te», dico. Ci giriamo. Mi metto sopra di lei a testa-coda, il classico sessantanove. La figa di Yvonne mi si apre davanti, lucida, gonfia, il clitoride sporgente. Affondo il viso tra le sue cosce e la divoro. Lecco, succhio, penetro con la lingua. Lei geme contro la mia figa e mi ripaga: due dita mi entrano di colpo, curve, e trovano il punto che mi fa vedere stelle. Allo stesso tempo la sua lingua scivola più indietro, tra le natiche, e mi stimola il buco del culo con circoli umidi e pressioni leggere. Il contrasto mi fa impazzire. Scroto e succhio la sua fica bagnata, bevo i suoi succhi, mentre lei mi fotte con le dita e mi lecca il culo. Vengo di nuovo, più corta ma più intensa, contrazioni che le stringono le dita; un attimo dopo lei si irrigidisce sotto di me e grugnisce il mio nome mentre si bagna tutta la bocca.
Ci separiamo ansimanti, sudate, i capelli appiccicati alle tempie. Yvonne allunga un braccio verso lo zaino appoggiato al comodino. Ne tira fuori qualcosa che fa luccicare alla luce del fuoco: uno strap-on nero, di silicone liscio, con le cinghie. Lo guarda, poi me, e sorride storto.
«L’avevo portato per gioco. Per ridere. Non pensavo… Ma adesso lo voglio usare. Su di te. Se vuoi.»
«Lo voglio», rispondo senza esitazione. Il consenso è chiaro, caldo, reciproco. Lei se lo allaccia in fretta, regola le cinghie sui fianchi. Il dildo sporge, spesso quanto due dita chiuse, lucido. Mi fa mettere a quattro zampe sul materasso. Mi accarezza la schiena, il culo, mi dà uno schiaffetto leggero sulla natica.
«Cagna mia bagnata», mormora, e la voce è tutta desiderio, non crudeltà vuota. «La mia troia che si apre per me.»
Sento la testa del silicone premere contro la mia entrata. Yvonne spinge avanti con un colpo deciso e mi riempie tutta d’un tratto. Gemiamo insieme. Lei inizia a scoparmi con spinte lunghe e profonde, tenendomi i fianchi, tirandomi indietro contro di sé a ogni affondo. Io spingo contro di lei, incontro ogni botta, le tette che dondolano, la faccia affondata nel cuscino. Mi chiama di nuovo troia bagnata, mi dice quanto è stretta la mia figa intorno al cazzo di gomma, quanto le piace vedermi prendere tutto. Io rispondo con gemiti rochi, chiedo più forte, e lei accelera. Una mano le scivola sotto e mi strofina il clitoride mentre mi penetra. Il terzo orgasmo arriva come un’onda che mi spezza: grido, mi contraggo a ripetizione intorno allo strap-on, le ginocchia tremano. Yvonne continua ancora qualche spinta, poi si ferma affondata fino in fondo, respira pesante contro la mia schiena.
Ci sfiliamo con lenti gesti. Il silicone esce da me con un suono umido. Lei si toglie le cinghie e le butta a terra. Ci sdraiamo una contro l’altra, petto contro petto, sudate, il sapore dell’altra ancora in bocca. Ci baciamo piano, lingue pigre, labbra gonfie. Le mani si accarezzano i capelli, le spalle, senza fretta.
«Questo era ciò che volevo», confesso contro la sua bocca. «Da troppo tempo. Tu.»
«Anch’io», risponde Yvonne. Gli occhi le brillano nella penombra. «E non basta. Non ancora.» Una mano le scende lungo il mio fianco e si ferma sulla mia coscia interna, un possesso leggero ma chiaro. Fuori la bufera urla più forte, come se volesse ricordarci che non andremo da nessuna parte fino a domani, forse dopodomani. Il camino crepita. Il letto puzza di sesso e di noi. Yvonne mi bacia la fronte, poi le labbra di nuovo, più a lungo, e nel bacio c’è già la promessa di un altro giro, di altre confessioni, di mani che non si fermeranno.
Mi stringo a lei. Sento il suo cuore battere contro il mio. La tempesta continua. E dentro di me qualcosa si è aperto che non tornerà indietro con la neve.
Sono Cassidy, trentadue anni, e il cuore mi martella ancora contro le costole mentre Yvonne, ventinove anni, mi tiene la mano sulla coscia interna, le dita che premono piano ma con possesso. La tempesta fuori ulula come una bestia affamata, ma dentro questo chalet di merda c’è solo il nostro odore di fica bagnata e sudore. Non basta, ha detto. E cazzo se ha ragione. La guardo negli occhi scuri, le pupille ancora dilatate dalla scopata, e sento il desiderio risalirmi dalla pancia come lava. «Allora non smettere», le dico, la voce roca di chi ha già urlato tre volte. «Usami di nuovo. Voglio che mi distruggi.»
Yvonne sorride storto, quel sorriso da guida alpina che ha visto crepacci e ora vuole aprirmi come uno di quelli. Si alza a sedere, le tette pesanti che dondolano, i capezzoli ancora duri. Afferra lo strap-on dal pavimento, lo silicone ancora lucido dei miei succhi, e se lo riallaccia con gesti rapidi. Le cinghie le stringono i fianchi muscolosi, il dildo nero che sporge minaccioso. «In ginocchio, troia», ordina, e io obbedisco subito, il materasso che cigola sotto le mie ginocchia. Mi metto a quattro zampe di nuovo, il culo all’aria, la figa che cola già di nuovo solo a sentire la sua voce. Lei mi accarezza le natiche con la palma ruvida, poi mi dà uno schiaffo più forte, il suono secco che risuona nella stanza. «Cagna aperta. Guarda come goccioli sul lenzuolo.»
Sento la testa del cazzo di gomma premere contro la mia entrata gonfia. Yvonne non è gentile stavolta: spinge con un affondo secco che mi riempie fino in fondo, lo spessore che mi dilata le pareti e mi fa gemere a bocca aperta. «Fanculo, sì», ansimo, spingendo indietro il bacino per prenderlo tutto. Lei mi tiene i fianchi con entrambe le mani e inizia a scoparmi con ritmi lunghi e brutali, ogni spinta che fa sbattere le mie tette e mi manda in avanti. Il silicone scivola dentro e fuori, bagnato, schiacciante, e io sento ogni vena finta, ogni centimetro che mi fotta la testa. «Parlami sporco», le chiedo tra un gemito e l’altro. «Dimmi cos’è che vedi.»
«Vedo la mia fotografa di merda che si fa sfondare la fica come una puttana di montagna», ringhia Yvonne, accelerando. Le sue cosce sbattono contro le mie, il suono umido di carne e silicone che riempie l’aria insieme al crepitio del camino. Una mano le scivola sotto, due dita che mi pinzano il clitoride gonfio mentre continua a pomparmi. «La mia troia bagnata che cola sui miei fianchi. Ti piace questo cazzo finto che ti allarga, eh? Dillo.»
«Mi piace, cazzo, mi piace che mi fotti così», grido, la faccia affondata nel cuscino sudato. Il piacere sale a ondate, il punto G che lei colpisce a ogni botta profonda. Sento le pareti contrarsi, succhiare quel dildo come se volessero mangiarlo. Yvonne si china su di me, le tette contro la mia schiena, e mi morde la spalla mentre mi chiama puttana, cagna in calore, fica da riempire. Io spingo indietro più forte, incontro ogni spinta, il corpo che trema. L’orgasmo arriva improvviso, violento: mi contraggo a scatti intorno allo strap-on, urlo il suo nome, i succhi che schizzano sulle sue cosce. Lei non si ferma, continua a scoparmi attraverso le convulsioni, tirandomi i capelli con una mano per tenermi ferma. «Ancora. Vieni di nuovo sulla mia finta minchia.»
Le gambe mi mollano, ma lei mi tiene su, mi gira di scatto sulla schiena. Il dildo ancora infilato, lei mi monta le cosce sulle spalle e riprende a pomparmi da sopra, guardandomi in faccia. I suoi occhi brillano di lust, i capelli scuri appiccicati alla fronte. «Apri quelle gambe da adultà scorreggiona. Voglio vedere la tua buca che si mangia tutto.» Spinge più a fondo, il silicone che mi sfrega il fondo dell’utero, e io gemo come una bestia, le unghie che le graffiano le braccia. «Yvonne… più forte… usami come il tuo buco personale.»
Lei ride rauca e accelera, le palle finte che sbattono contro il mio culo. Una mano le scende e mi strofina il clitoride a cerchi rapidi, l’altra mi pizzica un capezzolo fino a farlo male di piacere. Vengo di nuovo, più lungo, le cosce che le tremano sulle spalle, la figa che pulse e spreme. «Oh cazzo, sì, sparati tutta», grugnisce lei, e continua finché non sono un ammasso ansimante sotto di lei. Poi si sfila con un plop umido, il dildo che esce lucido dei miei succhi, e se lo toglie in fretta.
Non mi dà tregua. Si sdraia sulla schiena e mi tira sopra a sessantanove invertito, la sua figa gonfia e colante sotto al mio viso. «Leccami, fotografa. Bevi la mia fica come hai bevuto la tua.» Affondo la bocca tra le sue labbra gonfie, la lingua che penetra la fessura calda e salata. Lei sa di eccitazione pura, di sapone e di me, e io la divoro: lecco dal buco al clitoride, succhio le labbra, la penetro con la lingua stretta mentre lei mi ripaga. La sua bocca si chiude sulla mia figa ancora pulsante, la lingua che mi fotte e mi lecca il clitoride a ritmi forsennati. Due dita sue mi entrano di colpo, curve, e trovano quel punto spugnoso che mi fa vedere bianco. Allo stesso tempo la sua lingua scivola più indietro e mi lecca l’ano, cerchi umidi, pressione, poi la punta che prova a entrare.
Il contrasto mi fa impazzire. Succhio il suo clitoride come un cazzo, lo batto con la lingua, bevo i suoi succhi che mi colano sul mento. «Sì, mangiami il culo mentre ti lecco la fica», ansimo contro di lei. Yvonne geme vibrazioni contro di me e inserisce la lingua più a fondo nel mio buco del culo, mentre le dita mi pompando la figa. Io faccio lo stesso: le leccio l’ano, lo bacio, lo penetrazione leggermente con la punta, assaporando il sapore muschiato mentre lei si contorce. Le sue cosce mi stringono la testa, lei spinge il bacino contro la mia faccia. «Cassidy… cazzo… sono la tua troia adesso… succhiami tutto.»
Vengo di nuovo sulla sua lingua, le contrazioni che le stringono le dita, un urlo soffocato nella sua figa. Un secondo dopo lei esplode: i suoi succhi mi inondano la bocca, il corpo che si irrigidisce e trema, grugniti animali che mi vibrano contro il clitoride. Continuo a leccare finché non scende, raccogliendo ogni goccia dalla sua fessura gonfia e dal buco stuzzicato.
Ci separiamo solo un attimo, ansimanti, poi Yvonne afferra di nuovo lo strap-on e se lo riallaccia. «Adesso tocca a me prenderlo? No. Voglio vederti cavalcarlo come una cavalla in calore.» Si sdraia, il dildo dritto verso l’alto, e io ci salgo sopra senza esitare. Afferro la base, allineo la testa alla mia entrata ancora aperta e mi siedo sopra con un gemito lungo, sentendolo slittare dentro fino in fondo. Comincio a cavalcare, su e giù, le tette che balzano, le mani appoggiate sul suo petto. Yvonne mi tiene i fianchi e spinge in su, incontrando ogni discesa. «Guarda che fica golosa. Ti stai scopando da sola sulla mia minchia di gomma, puttana. Più veloce.»
Accelero, il silicone che mi sfrega ogni nervo, il clitoride che sbatte contro la base a ogni botta. Mi chino in avanti, le le do da succhiare un capezzolo, e lei morde e succhia forte mentre mi fotte dal basso. «Dimmi quanto sei una cagna da letto», esige tra un morso e l’altro. «Sono la tua cagna, la tua troia di neve, la fica che cola solo per te», ansimo, saltellando più duro. Un’altra ondata sale, le gambe che bruciano, e vengo urlando, contrazioni che milko il dildo, i succhi che gli scendono lungo l’asta. Yvonne mi fa girare senza sfilarlo, a pecorina di nuovo, e mi prende da dietro con spinte da bestia, una mano che mi strofina il clitoride, l’altra che mi slaccia le natiche per guardare il buco che si apre e chiude intorno al silicone.
«Ti riempio questa figa da adultà fino a farla sbavare», ringhia. Continua finché non vengo ancora, le ginocchia che cedono, il corpo che collassa in avanti. Si sfila, butta via lo strap-on, e mi flippa sulla schiena. Si mette a cavalcioni sul mio viso, la figa dritta sulla mia bocca. «Finiscimi. Lecca finché non ti annega.» Io affondo, lingua e labbra e denti leggeri sul clitoride, due dita che le fottono la figa e una che le stuzzica l’ano. Lei si sfregano contro di me, ansima, mi chiama leccatrice di fighe, troia affamata, e esplode con un grido rauco, i succhi che mi coprono mento e collo. Continuo a succhiare e penetrazione finché non la sento venire di nuovo, più debole ma ancora bagnata.
Scende, ma non smette. Si stende tra le mie gambe e mi apre le cosce con le mani forti. Due dita dentro, poi tre, che mi pompando forte mentre la bocca lavora il clitoride a ventose. «Ultima», mormora contro di me. «Vieni come l’ultima puttana sulla terra.» Le dita si curvano, la lingua batte, e io esplodo in un orgasmo che mi spezza: grido, mi bagno le sue dita e il mento, le cosce che le chiudono la testa, il corpo che scuote senza controllo. Lei continua a leccare e fottere finché non sono un groviglio di nervi scoppiati, poi si alza e mi guarda dall’alto, le dita lucide dei miei succhi.
Si strofina quelle dita sulla mia bocca. «Leccale. Assaggia la tua fica da cagna.» Io succhio, pulisco ogni goccia, e lei ride bassa. Fuori la bufera ruggisce ancora, ma qui dentro non c’è più niente di tenero. Yvonne mi allarga di nuovo le gambe con un ginocchio e mi infila quattro dita d’un colpo, pompando brutale mentre mi fissa. «Questa figa resta aperta e colante tutta la notte, troia. La mia da usare finché non sanguina di piacere.» Io gemo e spingo contro le sue dita, già di nuovo bagnata, pronta a farmi sfondare ancora.
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