Risveglio proibito tra gli sguardi dell’ex
Renata, 32 anni divorziata, si fa scopare alla finestra dal suo ex Rafael, 35 anni muratore, mentre tutto il cortile può vederla.
Sono Renata, trentadue anni, divorziata da poco e tornata nella vecchia casa di famiglia al secondo piano di un condominio chiassoso. La separazione mi ha lasciata a pezzi e, allo stesso tempo, stranamente libera. Quella mattina mi ero fatta una doccia lunga, l’acqua calda a sciogliere la tensione dalle spalle, e avevo indossato soltanto la vestaglia di seta leggera, quella che una volta a Rafael piaceva slacciarmi con i denti. Avevo ancora i capelli umidi sulle clavicole quando ho sentito il campanello.
Ho aperto senza pensarci. Rafael, trentacinque anni, muratore dalle mani grandi e screpolate, stava lì con una scatola di cartone sotto il braccio. Doveva ritirare le ultime cose: attrezzi, qualche maglietta, la vecchia radio da cantiere. I suoi occhi scuri mi hanno percorsa intera in un secondo, fermandosi sul punto in cui la vestaglia si apriva appena sul petto ancora gocciolante. Non mi sono coperta. Anzi, ho fatto un passo di lato e ho detto soltanto: «Entra pure, le scatole sono in soggiorno».
Lui è passato vicino a me e ho sentito l’odore di cemento e sole sulla sua pelle. Mentre lui si chinava a raccogliere, io ho camminato fino alla grande finestra del soggiorno e l’ho spalancata. Il cortile condominiale era già pieno: tapparelle alzate, voci di donne che stendevano, un ragazzo che riparava una bicicletta, il profumo di caffè che saliva dai piani di sotto. L’aria di maggio mi ha investita sulle cosce nude. Rafael si è raddrizzato e mi ha guardata di nuovo, questa volta senza nascondersi. Il suo sguardo era affamato, diretto, come ai tempi in cui mi spogliava sul balcone della nostra prima casa e mi diceva di restare ferma finché qualcuno non alzasse gli occhi.
«Sei ancora tutta bagnata», ha detto con voce rauca.
Io ho lasciato che la vestaglia scivolasse un centimetro più in basso su una spalla. Il seno sinistro era quasi scoperto, il capezzolo già duro per il vento e per lui. Dentro di me qualcosa si è acceso, quel brivido vecchio e proibito: non soltanto lui mi stava guardando, ma chiunque dal cortile avrebbe potuto alzare la testa e vedermi lì, mezza nuda, con l’ex marito a pochi passi. Invece di chiudere, ho allargato un poco di più le ante. «Prendi pure tutto», ho risposto, e la mia voce tremava di eccitazione. «Io resto qui».
Rafael ha posato la scatola e si è avvicinato al davanzale senza entrare del tutto. Le sue dita grosse si sono chiuse sul legno scrostato. Mi ha parlato basso, perché le finestre di fronte erano aperte e una radio faceva da sottofondo. «Mi manca il tuo corpo da troia esibizionista, Renata. Mi manca vederti arrossire quando sai che qualcuno potrebbe guardarti mentre ti tocco». Il sangue mi è sceso dritto tra le gambe. Ho sentito la figa bagnarsi sotto la vestaglia. Con entrambe le mani ho preso i miei seni, li ho sollevati, li ho strette, i pollici a girare sui capezzoli gonfi proprio sotto i suoi occhi. Lui ha tirato su con il naso, come se sentisse il mio odore di sapone e di voglia.
«Fallo», ha ordinato. «Aprila di più».
Ho slacciato la cintura. La seta è scivolata ai lati e il vento l’ha sollevata, scoprendo il ventre, il triangolo scuro del pube, le cosce. Un colpo d’aria mi ha sollevato il lembo dietro e ho saputo che, se qualcuno fosse salito le scale o si fosse affacciato dal terzo piano, avrebbe visto il mio culo nudo. Rafael ha abbassato lo sguardo e ha sganciato i bottoni dei pantaloni da lavoro. Ha tirato fuori il cazzo già duro, grosso, le vene in rilievo, e ha cominciato a massaggiarselo lento, il pugno che saliva e scendeva mentre mi guardava. «Girati», ha detto. «Mostra il culo al cortile. Voglio che lo vedano quanto sei bagnata per me».
Mi sono girata. Ho messo le mani sul davanzale, ho inarcato la schiena e ho spinto indietro il bacino. La vestaglia aperta svolazzava ai lati. Sapevo che dal basso si vedeva tutto: le chiappe bianche, la fessura lucida, forse anche il modo in cui mi contraevo per la voglia. Dietro di me ho sentito il suono umido della sua mano sul cazzo. «Brava puttana», ha mormorato. «Sempre stata così. Ti eccitava quando i vicini ti sentivano gemere, vero?». Io ho annuito e ho allargato di più le gambe. Due dita me le sono cacciate tra le labbra, le ho aperte, le ho fatte scivolare dentro. Il rumore è stato obsceno, bagnato. «Rafael… entraci», ho sussurrato. «Prima che qualcuno chiuda le tapparelle».
Lui ha varcato la soglia in un secondo. Mi ha presa per i fianchi, mi ha spinta in avanti finché il petto non ha toccato il tavolo di legno vicino alla finestra aperta. Le mie tette schiacciate sul piano freddo, il viso di lato, gli occhi sul cortile dove una signora stava ripiegando un lenzuolo. Rafael mi ha aperto le chiappe con le mani callose e ha spinto il cazzo dentro di me d’un colpo solo, fino in fondo. Ho gemuto forte, più forte di quanto servisse, perché volevo che qualcuno sentisse. Lui ha iniziato a scoparmi con colpi profondi e violenti, le palle che battevano contro la mia figa, le dita conficcate nella carne dei fianchi. Ogni spinta mi faceva avanzare sul tavolo, i seni che slittavano, i capezzoli strofinati sul legno.
«Cazzo, quanto sei stretta ancora», ha ringhiato. «La mia piccola esibizionista… gemendo con la finestra spalancata perché tutti sentano che ti sto fottenendo». Io ho alzato la voce di proposito. «Più forte… Rafael, scopami più forte, voglio che mi sentano». Lui ha obbedito. I colpi sono diventati più duri, il tavolo ha scricchiolato. Dal cortile è arrivata una risata lontana, forse di qualcuno che aveva capito o forse no; non mi importava. Il solo pensiero mi ha stretto il ventre.
Poi mi ha fatta girare di scatto. Mi ha sollevata, mi ha spinta contro il vetro della finestra. Una gamba mi l’ha alzata, il ginocchio piegato sul davanzale, e mi ha penetrazione di nuovo, in piedi, il cazzo che spingeva verso l’alto. Con la bocca mi ha preso un capezzolo, lo ha succhiato forte, i denti a graffiare mentre mi chiamava puttana esibizionista, troia del cortile, cagna che si fa guardare. Io tenevo la schiena arcuata, una mano sul vetro appannato dal mio respiro, e guardavo in basso. Un uomo stava uscendo dal portone con il cane; ha alzato gli occhi per un attimo. Non so se abbia visto le mie tette schiacciate contro il vetro o il movimento dei fianchi di Rafael dietro di me, ma il rischio mi ha fatta venire un brivido talmente forte che ho venuto la prima volta, a scatti, stringendolo dentro.
Non mi ha dato tregua. Mi ha fatta voltare completamente verso il cortile. Le tette le ho premute sul vetro freddo, i capezzoli induriti dal contrasto, le mani aperte ai lati del viso. Lui mi ha afferrata pei fianchi e ha ricominciato a fottermi da dietro con forza, spingendo così a fondo che mi sembrava di sentirlo in gola. Ogni affondo mi faceva sbattere le tette contro il vetro; sapevo che, se qualcuno avesse guardato su, avrebbe visto la mia faccia contorta di piacere, la bocca aperta, gli occhi socchiusi. «Urlami», ha ordinato. «Fai sentire a tutti come ti faccio venire». Io ho urlato. Ho gemuto il suo nome, ho detto sì, ho detto più forte, ho detto che ero la sua puttana della finestra. Il secondo orgasmo mi è arrivato come un’onda, le gambe che tremavano, la figa che pulsava intorno al suo cazzo, il grido che è uscito dalla gola senza freni mentre il cortile di sotto continuava la sua vita quotidiana, forse ascoltando, forse no.
Rafael ha affondato un’ultima volta, profondissimo, e ho sentito il caldo del suo sborro riempirmi, a getti, mentre mi teneva premuta contro il vetro ancora qualche secondo, il respiro pesante sulla mia nuca, il cazzo che pulsava dentro di me. Non si è sfilato. Le sue mani restavano salde sui miei fianchi, il corpo ancora conficcato nel mio, e fuori la luce del mattino batteva sul cortile pieno di possibilità.
Sono ancora schiacciata contro il vetro quando sento il suo cazzo pulsarci dentro, gonfio, caldo, il seme che mi cola già lungo l’interno delle cosce. Il respiro di Rafael mi graffia la nuca, pesante, e le sue dita restano conficcate nei miei fianchi come se non volesse lasciarmi andare. Fuori il cortile continua a vivere: una donna stende una camicia bianca, un ragazzo martella qualcosa sul sellino di una bici, qualcuno grida dal piano di sotto. Il vetro è appannato dal mio alito, le mie tette schiacciate lasciano due cerchi di calore, i capezzoli ancora duri contro la superficie fredda. Non mi muovo. Non voglio muovermi. Il rischio che qualcuno alzi lo sguardo e veda la mia faccia contorta, il corpo di lui ancora conficcato nel mio, mi fa battere il cuore così forte che ho paura lo sentano fino al portone.
«Non ancora», mormoro, e la mia voce esce roca. «Resta dentro. Voglio che mi sentano ancora».
Lui ride basso, un suono rauco che mi vibra contro la schiena. «Sei sempre la stessa puttana, Renata. Ti piace che ti guardino mentre ti riempio». Si sfila un poco, lento, e il suo cazzo esce bagnato di noi due, il sborro che gocciola giù e mi scorre fino al ginocchio. Poi rientra tutto d’un colpo, fino in fondo, e gemo forte, di proposito, perché la finestra è spalancata e l’eco mi sembra scendere nel cortile. Le sue mani callose mi aprono le chiappe, mi tengono divaricata, e ricomincia a scoparmi con colpi lenti e profondi, il bacino che batte contro il mio culo, le palle che schiaffeggiano la figa già gonfia e scivolosa.
Mi volta di nuovo verso di lui per un attimo, solo per guardarlo. Gli occhi scuri di Rafael sono neri di voglia, la fronte sudata, la maglietta da lavoro ancora indosso ma alzata sul petto peloso. Ha trentacinque anni e le mani di chi alza mattoni tutto il giorno; le sento sul mio culo, ruvide, e mi spingono indietro contro di lui. «Metti le mani più in alto», ordina. «Sul vetro. Voglio che dal basso vedano le tue tette e la tua faccia da troia mentre ti fotto».
Obbedisco. Le braccia tese, i palmi aperti contro il vetro ormai caldo del mio corpo, la schiena inarcata, il culo spinto indietro. Lui mi prende i fianchi e accelera. Ogni spinta mi fa sbattere le tette contro la superficie; sento il capezzolo sinistro strofinarsi, il destro che graffia il vetro. Guardo in basso. L’uomo con il cane è ancora lì, fermo, e stavolta non abbassa lo sguardo. I suoi occhi sono su di me, sulla mia bocca aperta, sul movimento dei fianchi di Rafael dietro di me. Un brivido mi scende lungo la schiena. So che mi vede. So che vede il cazzo di mio ex entrare e uscire dalla mia figa bagnata, che vede il sborro che cola. E mi piace. Mi piace da morire.
«Mi sta guardando», ansimo. «Quello con il cane… mi sta guardando mentre mi scopi».
Rafael ringhia e spinge più forte, più a fondo. «Brava. Mostragli com’è la figa della mia ex. Mostragli quanto sei bagnata per me». Una mano mi scivola davanti, le dita grosse mi trovano il clitoride gonfio e lo strofinano a cerchio mentre continua a fottermi. L’altra mano mi prende un seno, lo stringe, lo schiaccia contro il vetro. Io gemo il suo nome, lo urlo quasi, e dal cortile arriva un fischio basso, forse di qualcuno che ha capito, forse del ragazzo della bici. Non so. Non mi importa. Il solo pensiero che ci stiano ascoltando, che stiano vedendo la mia faccia da puttana esibizionista, mi fa contrarre la figa intorno al suo cazzo.
«Più forte», supplico. «Scopami più forte, Rafael. Voglio che tutti sentano che mi stai riempiendo di nuovo».
Lui mi tira indietro dal vetro solo abbastanza da farmi piegare in avanti sul davanzale. Le tette penzolano fuori, libere, e il vento di maggio me le accarezza i capezzoli. Mi apre le gambe più larghe, mi tiene i fianchi e mi incula con colpi violenti, il tavolo dietro di noi che scricchiola di nuovo. Sento il sborro precedente uscire a ogni ritirata, scivolare giù, e il nuovo sfregamento umido e osceno. Le sue palle battono contro di me. «Sì, così», ansima. «La mia cagna della finestra. Ti facevo così pure da sposati, ricordi? Con le tapparelle alzate perché i vicini ti sentissero gemere come una troia».
«Sì… cazzo sì…». Le dita mi conficco tra le labbra, le apro, le mostro al cortile mentre lui mi fotte. Sento due dita sue unirsi alle mie, spingere dentro insieme al cazzo, allargarmi, e gemo così forte che la signora del lenzuolo alza finalmente la testa. I suoi occhi si allargano. Non abbassa lo sguardo. Resta lì, con il lenzuolo tra le mani, e mi guarda mentre Rafael mi scopisce a fondo. Il brivido mi sale dalla figa allo stomaco. Sto per venire di nuovo.
«Guardala», dice lui contro il mio orecchio. «Ti sta guardando. Tutti vi stanno guardando. Sborra per loro, Renata. Sborra sulla mia miniola mentre ti vedono».
L’orgasmo mi arriva come un pugno. Le gambe tremano, la figa si chiude a scatti intorno al suo cazzo, e urlo senza trattenermi, un urlo lungo e rotto che esce dalla finestra e scende nel cortile. «Rafael… cazzo… mi fai venire… mi fanno vedere…». Continuo a contrarmi, a spingere indietro il culo, a prenderlo tutto mentre il piacere mi scuote a ondate. Lui non si ferma. Continua a scoparmi attraverso l’orgasmo, più duro, più cattivo, le mani che mi lasciano lividi sui fianchi.
Quando le scosse calano un poco, mi gira di scatto. Mi solleva quasi, mi spinge a sedere sul davanzale con le gambe divaricate, la schiena contro lo stipite, e mi penetra di nuovo in faccia al cortile. Le mie cosce aperte, la figa che lo ingoia, le tette che ballano a ogni colpo. Lui mi guarda negli occhi mentre mi fotte in piedi, il cazzo che spinge verso l’alto, e sussurra: «Tocca ti. Masturbati mentre ti guardano. Voglio che vedano le tue dita sulla tua figa mentre ti riempio».
Le dita me le caccio tra le labbra bagnate, strofino il clitoride gonfio, e lo guardo. Lui accelera. Il suono della nostra carne che sbatte è osceno, umido, e si mescola alle voci del cortile. Un altro uomo è uscito, fermo accanto a quello del cane. Entrambi guardano su. So che vedono tutto: il cazzo di Rafael che entra e esce lucido di sborro e di me, le mie dita che si muovono, la mia bocca aperta. E mi eccita da far male. «Sì, guardatemi», ansimo verso il basso, anche se forse non mi sentono. «Guardate come mi fa scopare il mio ex. Guardate questa figa da puttana».
Rafael ringhia e mi prende i polsi, me li tiene sopra la testa contro lo stipite, e mi fotte con tutta la forza che ha. I colpi sono profondi, violenti, il tavolo dietro di noi trema. «Sei la mia troia del cortile», ringhia. «Sempre lo sei stata. Ti eccitava quando sapevi che potevano vederti. Ti eccita ancora».
«Sì… cazzo sì… riempimi di nuovo… voglio sentirlo colare mentre mi guardano».
Sento il suo cazzo gonfiarsi ancora di più. Lui affonda fino in fondo, grugnisce contro la mia bocca, e sborra di nuovo. A getti caldi, potenti, che mi riempiono mentre mi tiene bloccata sul davanzale. Il caldo mi dilaga dentro, cola fuori intorno al suo cazzo ancora pulsante, scende lungo il culo e gocciola sul davanzale di legno. Continua a spingere a scatti mentre finisce, il respiro rotto, e io vengo una terza volta solo per il pensiero di quel seme che cola mentre gli uomini di sotto guardano.
Restiamo così un lungo momento. Lui ancora dentro, io aperta al cortile, il sborro che continua a scendere. Poi lentamente si sfila. Il cazzo esce lucido, gocciolante, e io resto seduta sul davanzale con le gambe divaricate, la figa aperta e rossa che cola bianco sul legno. La vestaglia di seta è tutta da una parte, il seno nudo, i capelli umidi appiccicati al collo. Rafael si sistema i pantaloni, allaccia la cintura con mani ancora un po’ tremanti. Mi guarda, e per un attimo c’è qualcosa di tenero nel suo sguardo, qualcosa di vecchio.
«Come ai vecchi tempi», dice a bassa voce. «Ti sei fatta vedere bene, eh».
Io scendo dal davanzale, le gambe molli, e mi rassetto un poco la vestaglia senza chiuderla del tutto. Il sborro mi cola ancora sulle cosce. Guardo fuori. Gli uomini hanno distolto lo sguardo, o forse no; uno parla all’altro, gesticola verso la nostra finestra. La signora del lenzuolo è sparita. Il cortile riprende i suoi rumori. Sento il cuore che rallenta, l’eccitazione che si ritira come una marea, e al suo posto arriva qualcosa di freddo.
Rafael raccoglie la scatola di cartone, la solleva. «Devo andare. Cantiere». Si ferma sulla porta, mi guarda ancora una volta, nuda e bagnata di lui alla finestra. «Ci rivediamo, Renata. Quando vuoi… la stessa cosa».
Annuisco, ma la voce non esce. Chiude la porta dietro di sé. Il clic della serratura è secco. Resto ferma, la schiena contro il vetro ancora caldo del nostro respiro, e guardo il cortile che adesso mi sembra troppo pieno di occhi. Il sborro mi cola fino al tallone. Le cosce mi tremano. L’orgasmo è finito, il brivido proibito si è spento, e al suo posto c’è solo un silenzio strano in casa e fuori.
Mi chiudo finalmente la vestaglia. Le dita mi tremano sui lacci. Mi siedo sul tavolo ancora scricchiolante, guardo le impronte delle mie tette sul vetro, le gocce bianche sul davanzale. Penso a come mi ha chiamata puttana, troia del cortile, e a come ho urlato di sì. Penso agli uomini che hanno alzato lo sguardo e forse hanno capito tutto. Una risata sale da sotto, lontana, e non so più se sia per me o per altro. Il vuoto dopo il sesso mi arriva addosso tutto insieme: la casa vuota, il divorzio ancora fresco, il fatto che l’ho fatto di nuovo con lui, esattamente come prima, esattamente dove tutti potevano vedere.
Mi alzo e chiudo le ante della finestra, piano. Il rumore del cortile si attenua. Resto lì, con la schiena al vetro chiuso, e mi passo una mano tra le cosce ancora appiccicose. Il piacere è andato. Resta solo un dubbio che mi rode lo stomaco: se l’ho fatto perché volevo davvero, o perché dopo la fine del matrimonio mi restava solo questo modo di sentirmi guardata, di sentirmi qualcosa. Rafael se n’è andato con la sua scatola e il suo odore di cemento. Io resto qui, trentadue anni, divorziata, con il suo sborro che mi cola ancora e la sensazione che qualcosa, sotto la pelle, non sia più al posto giusto.
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