Risveglio Sotto le Stelle con il Migliore Amico
Due amici ventottenni, Tamara e Andre, cedono alla passione vergine durante una notte in tenda sotto le stelle.
La notte avvolgeva le cime delle Dolomiti in un abbraccio freddo e silenzioso, rotto solo dal fruscio del vento tra gli abeti. Andre, un geometra di ventotto anni dal fisico scolpito dalle scalate e dalle ore passate in cantiere, piantò l’ultimo picchetto della tenda con un gesto deciso. Accanto a lui, Tamara, la sua migliore amica da dieci anni, ventottenne anche lei, con fianchi generosi, vita stretta e un seno pesante che tendeva la felpa tecnica, sistemava i materassini. Nessuno dei due aveva previsto di fermarsi proprio lì, in quel piccolo altopiano erboso aperto sul cielo, ma il tramonto li aveva colti più in alto del previsto e la stanchezza aveva deciso per loro.
«Meglio qui che rischiare di scendere al buio,» disse Andre, chiudendo la zip esterna della tenda. La sua voce suonava calma, ma dentro di lui qualcosa già vibrava. Tamara annuì, infilandosi nel sacco a pelo senza togliersi la felpa. Lo spazio era ridicolo: due corpi adulti, ventotto anni ciascuno, costretti a stare spalla contro spalla in una tenda da due posti. Il calore di lei arrivò subito, dolce, femminile, pericoloso.
Si sdraiarono. La lampada frontale, appesa in alto, proiettava una luce calda e intima. Per un po’ parlarono del sentiero, delle vesciche ai piedi, delle battute stupide che si erano scambiati durante la giornata. Ridevano piano, ma ogni risata moriva troppo in fretta. Il silenzio tra una frase e l’altra si riempiva di respiri.
Tamara si girò su un fianco, il viso a pochi centimetri da quello di lui. I capelli castani le ricadevano sulla guancia. «Sai una cosa che non ti ho mai detto?» La voce le tremava appena. Andre sentì il cuore accelerare. «Sono ancora vergine. A ventotto anni. Ho baciato qualche ragazzo, toccato qualcuno… ma non ho mai voluto andare fino in fondo. Non con loro.»
Andre deglutì. Il suo cazzo, già mezzo duro per la vicinanza, diede un guizzo violento dentro i pantaloni termici. «Cazzo, Tamara… anch’io.» La confessione gli uscì rauca. «Sono vergine. Ho scopato con la mano pensando a te più volte di quante riesca a contare. Ma eri la mia migliore amica. Non volevo rovinare tutto.»
L’aria dentro la tenda diventò densa. Nessuno dei due finse più di guardare le stelle attraverso la retina della tenda. Si guardavano. Solo quello. Gli occhi di Tamara erano lucidi, le pupille dilatate. Andre vedeva il suo petto alzarsi e abbassarsi più veloce sotto il sacco a pelo.
«Ti desidero da anni,» sussurrò lei alla fine, la voce rotta. «Ogni volta che mi abbracciavi per salutarmi, sentivo il tuo odore e mi bagnavo. Tornavo a casa, mi chiudevo in camera e mi toccavo pensando al tuo cazzo dentro di me. Mi vergognavo da morire dopo… ma lo rifacevo sempre.»
Andre sentì un calore feroce salire dallo stomaco fino alla gola. Allungò una mano fuori dal sacco e le sfiorò il braccio, lentamente, dal gomito fino alla spalla. La pelle di Tamara era bollente. «Anch’io, piccola. Ti ho immaginata mille volte in ginocchio, con la bocca aperta per prendermelo. Ti ho immaginata aperta sotto di me mentre ti riempivo per la prima volta.»
Le dita di lei risalirono sul petto di Andre, artigliando leggermente la maglia. I loro sguardi non si staccavano. Il respiro di Tamara era corto, quasi ansante. «Baciami, Andre. Ti prego. Non ce la faccio più a fingere.»
Non ci fu un secondo bacio dolce. Il primo fu già fame. Le bocche si schiantarono, lingue che si cercavano aggressive, umide, sporche. Tamara gemette nella bocca di lui, un suono basso e disperato che fece pulsare il cazzo di Andre fino a fargli male. Le mani di lui si infilarono sotto il sacco a pelo di lei, trovarono la curva del fianco, poi risalirono fino a stringere un seno pieno, pesante. Il capezzolo era già durissimo contro il palmo.
«Cazzo, che tette,» ringhiò Andre contro le sue labbra, stringendo, massaggiando, tirando il capezzolo tra pollice e indice. Tamara inarcò la schiena, premendo il seno contro la mano di lui.
«Toccami,» ansimò lei. «Toccami ovunque. Ho la figa bagnata da quando abbiamo montato la tenda.»
Andre abbassò la zip del sacco a pelo di Tamara con uno strattone. L’aria fredda della notte entrò, ma nessuno dei due la sentì. La mano di lui scese sul ventre di lei, poi sotto l’elastico dei pantaloni termici. Le dita trovarono subito la carne calda, rasata, fradicia. Tamara era fradicia. Due dita scivolarono tra le grandi labbra gonfie, raccogliendo il suo umore denso.
«Sei zuppa,» grugnì lui, infilando un dito dentro di lei fino alla nocca. Tamara spalancò la bocca in un gemito silenzioso, gli occhi rovesciati. «La tua figa vergine mi sta stringendo il dito… cazzo, Tamara.»
Lei non rimase ferma. La sua mano cercò e trovò il rigonfiamento duro nei pantaloni di Andre. Lo strinse attraverso il tessuto, sentendo la grossezza, il calore, la pulsazione rabbiosa. «È enorme,» sussurrò con voce stupita e vogliosa. «Voglio vederlo. Voglio toccare il cazzo che mi sfonderà.»
Andre spinse i fianchi contro la mano di lei mentre continuava a muovere il dito dentro e fuori dalla sua fica stretta, aggiungendone un secondo. Il rumore osceno di quel movimento bagnato riempiva la tenda. Tamara lo masturbava con gesti goffi ma avidi, stringendo la cappella attraverso i vestiti, sentendo la macchia umida di prespermio che si allargava.
I baci si erano fatti sporchi: morsi sul labbro inferiore, lingue che leccavano il mento, il collo. Andre le succhiò la gola, lasciando un segno rosso mentre le sue dita la scopavano più veloci, il pollice che girava sul clitoride gonfio.
«Andre… cazzo… sto per venire,» ansimò Tamara, la voce spezzata. Le sue cosce tremavano. Le dita stringevano il cazzo di lui con forza quasi dolorosa.
«Vieni sulla mia mano, Tamara. Voglio sentire la tua figa vergine che mi strizza mentre godi per la prima volta con un uomo.»
Lei esplose con un grido soffocato contro la spalla di lui, il corpo che si arcuava, la fica che pulsava violentemente attorno alle dita di Andre. Un fiotto caldo gli bagnò il palmo. Tamara tremava, gemeva, ripeteva il suo nome come una preghiera oscena.
Quando riaprì gli occhi, erano neri di desiderio. Non aveva finito. La mano di lei entrò decisa nei pantaloni di Andre, trovò la pelle nuda del cazzo duro come marmo e lo strinse alla base.
«Adesso tocca a te,» sussurrò, la voce ancora rotta dal piacere. «Voglio guardarti mentre ti faccio venire. E poi… voglio che mi prendi. Voglio sentirti dentro. Tutto.»
Andre la baciò di nuovo, feroce, mentre le dita di Tamara cominciavano a muovere la pelle sul suo cazzo spesso, raccogliendo il liquido che colava copioso dalla cappella. La tensione tra loro non era calata. Era diventata un incendio. I loro corpi, sudati e mezzi nudi dentro i sacchi aperti, si strusciavano con urgenza animale. Le stelle continuavano a brillare sopra di loro, indifferenti, mentre dentro la tenda due migliori amici stavano per superare il confine che li aveva tenuti separati per anni.
E nessuno dei due aveva intenzione di fermarsi.
Tamara non resistette un secondo di più. Con il respiro spezzato e gli occhi neri di pura fame, spinse Andre all’indietro sul materassino e gli calò i pantaloni termici fino alle caviglie. Il cazzo di lui schizzò fuori, duro come marmo, spesso almeno cinque centimetri, venoso, con la cappella violacea e lucida di quel liquido denso che colava copioso lungo l’asta. A ventotto anni, dopo anni di seghe mentali, Tamara lo vedeva finalmente dal vivo: il cazzo del suo migliore amico, quello che aveva immaginato dentro di sé mille volte.
«Cazzo, Andre… è mostruoso,» mormorò con voce tremante di eccitazione. «Voglio succhiartelo. Adesso.»
Si mise carponi tra le sue gambe aperte, i seni pesanti che penzolavano e sfregavano contro le cosce di lui. La mano destra gli strinse la base, sentendo il calore pulsante, le vene che battevano sotto le dita. La lingua uscì timida solo per un istante, poi l’istinto animale prese il sopravvento. Leccò dalla base fino alla cappella con lunghe passate bagnate, assaporando il gusto forte, salato, virile. Poi aprì la bocca e lo ingoiò.
Era inesperta, goffa, la mascella le faceva già male dopo tre pompate, eppure succhiava con una voracità disperata. La testa andava su e giù velocemente, le guance incavate, la saliva che colava abbondante lungo l’asta e sulle palle pelose. Ogni tanto il cazzo le toccava la gola e lei soffocava, gli occhi che lacrimavano, ma invece di tirarsi indietro spingeva ancora più a fondo, come se volesse ingoiarlo tutto.
Andre la guardava dal basso, una mano tra i capelli castani di lei. «Porca troia, Tamara… la mia migliore amica che mi fa un pompino da puttana affamata. La tua bocca è un forno.» Dentro di sé pensava che stava per esplodere: la lingua di lei era maldestra ma insaziabile, succhiava la cappella come un lecca-lecca, poi tornava giù fino a farsi venire i conati, solo per ricominciare più aggressiva di prima.
Tamara sentiva la figa colarle tra le cosce, bagnando il sacco a pelo. Il clitoride le pulsava senza essere toccato. Succhiava più forte, ruotando la lingua intorno alla cappella, masturbandolo con la mano stretta mentre con l’altra gli stringeva le palle. Voleva il suo sapore, voleva sentirlo tremare, voleva essere la causa del suo piacere per la prima volta.
Andre la fermò con un ringhio, tirandola su per i capelli. «Basta. Sdraiati, cazzo. Ora ti divoro quella figa zuppa.»
La girò sulla schiena, le aprì le gambe con forza e le tolse del tutto i pantaloni e le mutande. La figa di Tamara era uno spettacolo osceno: completamente rasata, le grandi labbra gonfie e rosse, il buchetto che si contraeva sputando umori densi e trasparenti che le colavano fino al culo. L’odore dolce e selvatico riempiva la tenda.
Andre si buttò a faccia in giù come un animale. La lingua larga partì dal buco del culo e risalì lentamente tutta la fessura, raccogliendo ogni goccia. Poi succhiò le labbra, una dopo l’altra, infilando la lingua dentro di lei come se la stesse scopando. Quando arrivò al clitoride lo chiuse tra le labbra e lo succhiò forte, mentre due dita grosse le entravano fino in fondo, curvandosi e massaggiando quel punto ruvido dentro di lei.
Tamara urlò. Le mani afferrarono la testa di Andre, spingendolo più forte contro la sua fica. «Leccami, Andre! Leccami tutta! Cazzo, sì, così… mi stai facendo impazzire!» Il suo corpo si contorceva, i fianchi si alzavano da soli per sfregarsi contro la faccia di lui. Il rumore era osceno: succhi, leccate bagnate, dita che entravano e uscivano veloci dal suo buco fradicio.
Andre non respirava quasi, il naso premuto contro il clitoride mentre la lingua lo frustava senza pietà. Pensava solo a farla esplodere, a bere tutto il suo primo orgasmo con un uomo. Aumentò il ritmo, tre dita adesso, la bocca che faceva rumore di risucchio sul clitoride gonfio.
Tamara esplose con un urlo selvaggio che dovette sentirsi fino alle cime degli abeti. «Sto venendo! Cazzo, Andre, sto venendo sulla tua linguaaa!» La fica le si contrasse violentemente, schizzando umori caldi sulla faccia di lui, le cosce che tremavano incontrollabili, il corpo arcuato come un arco mentre l’orgasmo la squassava da capo a piedi.
Non le diede respiro. Andre si alzò, il mento lucido dei suoi succhi, il cazzo che sembrava di ferro. La aprì con le mani sotto le ginocchia e posizionò la cappella contro quella figa ancora pulsante.
«Dimmi che lo vuoi,» ringhiò.
«Scopami. Prendimi. Rompimi,» rispose lei con voce rotta.
Spinse. La cappella entrò con fatica, poi l’asta spessa la aprì centimetro dopo centimetro. Tamara sentì un bruciore acuto quando la verginità cedette, ma il dolore si trasformò subito in un piacere brutale. «È dentro… tutto… mi stai sfondando, Andre!»
Lui cominciò a fotterla in missionario, spinte profonde e ritmiche, i testicoli che sbattevano contro il culo di lei. I seni pesanti di Tamara rimbalzavano a ogni colpo. Lui li afferrò, li strizzò, le pizzicò i capezzoli mentre il cazzo entrava e usciva lucido dei suoi umori.
Dopo minuti di quel martellamento, Andre la girò con forza. «A quattro zampe. Voglio guardarti il culo mentre ti sfondo.»
Tamara obbedì, il culo alto, la schiena inarcata, la faccia premuta sul sacco a pelo. Andre le entrò da dietro con un unico colpo brutale, arrivando molto più in fondo. Le mani forti le afferrarono i fianchi e iniziò a pompare come un toro, colpi secchi, profondi, veloci. Il rumore di carne contro carne era assordante.
Tamara graffiava il materassino, poi allungò una mano indietro e gli artigliò la coscia, lasciando segni rossi. «Più forte! Scopami più forte, Andre! Sfonda questa figa vergine, usala, distruggila!» urlava, la voce spezzata dal piacere animale.
Lui le diede uno schiaffo sul culo, poi un altro, continuando a martellarla senza pietà. «Prendi tutto, troia. Questo cazzo è tuo da stanotte. La tua figa mi sta strangolando, cazzo.»
I loro corpi sudati scivolavano uno contro l’altro. Il ritmo divenne feroce, selvaggio. Tamara spingeva indietro con il culo per prenderlo più a fondo possibile. L’orgasmo arrivò insieme, inevitabile.
«Vengo! Riempimi!» gridò lei.
Andre ruggì, spingendo fino in fondo. Il cazzo gli pulsò violentemente dentro di lei, scaricando getti spessi e caldi di sperma direttamente contro la cervice. Tamara venne nello stesso istante, la fica che mungeva ogni goccia, contrazioni fortissime che lo strizzavano mentre urlava il suo nome come una pazza.
Crollarono abbracciati, respiri pesanti, corpi ancora uniti. Risero, complici, sudati e sporchi. «Da questa notte non siamo più solo amici,» ansimò Andre tra un bacio e l’altro mentre il cielo fuori cominciava a schiarire. «Sei mia, Tamara.»
Lei lo baciò a sua volta, poi gli morse il labbro e gli sussurrò con voce ancora roca di piacere: «E da oggi mi sborri dentro questa figa ogni cazzo di notte, amico mio.»
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