Sussurri Caldi nell’Ultima Cuccetta
Due divorziate trentenni si leccano e si scopano con le dita nella cuccetta di un treno notturno.
Mi chiamo Rosa, ho trentadue anni, sono divorziata da quasi due e lavoro come hostess sui treni notturni da quando ho capito che la casa vuota di Milano mi faceva più male del rumore delle rotaie. Quella notte il vagone letto era quasi deserto: solo qualche luce blu soffusa, il tintinnio lontano di un carrello e l’odore di lino pulito e metallo caldo. L’ultima cuccetta, quella in fondo al corridoio, l’avevo assegnata a una passeggera sola. Quando ho aperto la tendina per controllare i biglietti, l’ho vista.
Tamara. Trentasei anni, architetta, single — me l’ha detto dopo, con quel sorriso storto che già allora mi ha fatto stringere qualcosa sotto lo stomaco. Capelli scuri tirati indietro in modo disordinato, maglietta leggera, pantaloncini di cotone, gambe lunghe che sporgevano appena dal lenzuolo. Mi ha guardata dritta negli occhi mentre le porgevo il foglio, e non ha abbassato lo sguardo. «Resta un attimo», ha mormorato. «Il treno è vuoto. Non ho voglia di chiudere subito gli occhi.»
Sono rimasta. Avevo finito il turno, il capo mi aveva già salutatа, e la cuccetta di riserva era proprio quella. Mi sono seduta di spalle al muro stretto, lei di fronte, le ginocchia quasi a toccarsi sotto la coperta leggera. Parlavamo a bassa voce, come se il buio stesso fosse un segreto. Lei di progetti di case sul mare, io di divorzi silenziosi e di quanti chilometri servono per dimenticare un uomo. I suoi sguardi insistevano sul mio collo, sulla scollatura dell’uniforme che mi ero già sbottonata di due bottoni. Io guardavo le sue labbra. Ogni oscillazione del treno faceva scivolare le nostre gambe l’una contro l’altra: un ginocchio che sfiorava una coscia, un piede che cercava calore. Non era un caso. Lo sapevamo entrambe.
Il sorriso di Tamara diventava sempre più complice. «Hai le mani fredde», ha detto quando le dita mi hanno sfiorato il polso per prendere il bicchiere d’acqua. «E gli occhi caldi. Strana combinazione per una che vende cuccette.» Io ho riso sottovoce, ma il petto mi batteva già troppo forte. Sotto la coperta le nostre gambe restavano appoggiate, pelle contro pelle, e ogni curva del binario sembrava spingerci un centimetro più vicine.
Poi il treno ha preso un ritmo monotono, un dondolio profondo che entrava nelle ossa. Tamara ha abbassato la voce ancora di più, calda, rauca. «Rosa… trovo eccitante il tuo corpo. Da quando sei entrata. Il modo in cui ti muovi in questo spazio stretto, le cosce quando ti siedi, la bocca quando parli. Mi viene da immaginare cose che non dovrei.»
Il sangue mi è salito tutto in faccia e più in basso. Le ho allungato la mano, piano, e le dita le hanno percorso il braccio nudo, dal gomito al polso, sentendo la pelle basarsi. «Anche io», ho sussurrato. «Da quando ti ho vista. Voglio toccarti. Voglio che tu mi tocchi. Dimmi che lo vuoi davvero.»
«Lo voglio», ha risposto subito, senza esitazione. «Consapevolmente. Adesso. Qui. Baciami.»
Ci siamo avvicinate con la lentezza di chi sa di non poter tornare indietro. Le labbra si sono incontrate timide, un assaggio, poi il respiro si è mescolato e il bacio è diventato profondo, affamato, lingue che si cercavano con urgenza. Lei ha gemuto nella mia bocca quando le ho morso il labbro inferiore; io ho gemuto quando le sue mani mi hanno afferrato i fianchi e mi hanno tirata sopra di lei nella cuccetta stretta. I nostri seni si schiacciavano, i pantaloncini di lei già umidi contro la mia coscia.
«Voglio leccarti», ho detto contro la sua bocca. «Voglio sentire il sapore della tua figa mentre il treno ci dondola. Dimmi di sì.»
«Sì. Sì, Rosa, scopulami con la bocca. Non fermarti.»
Mi sono messa a cavalcioni sulle sue anche, le ho sfilato i pantaloncini insieme alle mutandine con un gesto deciso. L’odore di lei mi ha colpito subito: caldo, salato, già bagnato. Le ho aperto le cosce il più possibile nello spazio ridotto e ho abbassato la testa. La lingua l’ho fatta scorrere lenta dalla fessura fino al clitoride gonfio, insistendo con movimenti ampi, poi stretti, succhiando piano mentre lei mi afferrava i capelli e spingeva il bacino contro la mia faccia. «Cazzo… così… più a fondo», ansimava. Le ho spinto la lingua dentro, l’ho sentita contrarsi, poi sono tornata sul clitoride con ritmi regolari, le labbra chiuse intorno, succhiando mentre due dita le sfioravano già l’ingresso bagnato senza entrare ancora.
Lei mi ha tirata su per i capelli, mi ha baciata assaporandosi, e mi ha fatto girare. Ci siamo messe in 69, corpo contro corpo, la mia figa sopra la sua bocca, la sua sotto la mia. Ho sentito la lingua di Tamara aprirmi, leccarmi le labbra gonfie, poi concentrarsi sul mio clitoride con una precisione da far male di piacere. Io le succhiavo il suo, lo prendevo tra le labbra e lo stuzzicavo con la punta della lingua, mentre le dita le entravano dentro bagnate, prima due, poi tre, spingendo lente e profonde, poi più frenetiche al ritmo del treno. Lei mi scopava con le dita allo stesso modo: curve, cercando, trovando. Alternavamo. Lentezza che faceva tremare le cosce, poi accelerazioni che ci facevano gemere soffocate contro la carne dell’altra.
«Voglio farti venire», ha sussurrato Tamara contro il mio clitoride, la voce vibrosa. «Voglio sentirlo sulla lingua.» Ha girato le dita, le ha piegate contro il punto che mi ha fatto arcare la schiena di scatto. Io le mordevo piano un capezzolo che mi ero liberata dalla maglietta, succhiandolo mentre lei mi fotteva con due dita curve e la bocca sul clitoride. Il piacere è salito a ondate, mi ha stretto la gola, mi ha fatto venire con un gemito lungo che ho nascosto tra i suoi seni, contraendomi intorno alle sue dita, bagnandole.
Non mi sono fermata. Appena ho ripreso fiato mi sono rimessa sulla sua figa con fame nuova. Lingua piatta e larga sul clitoride, tre dita dentro che la scopavano a fondo, il pollice che le premeva il perineo. «Non smettere», mi ha supplicato, la voce rotta. «Ti prego, Rosa, scopami così, fammi squirtare, dominami il piacere, non fermarti cazzo…» Le ho obbedito e l’ho comandata nello stesso tempo: ritmo costante, pressione giusta, lingue e dita che non le davano tregua. L’ho sentita irrigidirsi, il respiro spezzarsi, poi un getto caldo mi ha bagnato mento, collo, seno mentre lei si contraeva a spasmi intorno alle mie dita e mi tirava i capelli fino a farmi male buono. Ha squirato forte, ansimando il mio nome, le cosce che mi stringevano la testa, il corpo che dondolava con il treno.
Siamo rimaste così, bocche ancora vicine alle fighe, respiri affannosi, sudore che ci luccicava sul ventre e sulle cosce nell’aria stantia della cuccetta. Poi ci siamo trascinati l’una sull’altra, ci siamo baciate dolcemente, assaporando il sapore misto di entrambe, lingue lente, mani che accarezzavano ancora seni e fianchi senza fretta. Il treno ha cominciato a rallentare, i freni che fischiavano lontano, le luci di una stazione intermedia che filtravano dai bordi della tendina.
Tamara ha cercato la penna nel taschino della sua borsa, mi ha preso il polso e ci ha scritto il numero con grafia ferma, l’inchiostro caldo sulla mia pelle. «Voglio rivederti presto», ha sussurrato contro le mie labbra. «Non solo per una notte su un treno. Voglio più di questo. Il tuo sapore mi è rimasto addosso e non basta.»
Io le ho baciato le dita ancora umide, ho guardato il numero sul polso, ho sentito il treno quasi fermo e il cuore che invece correva ancora. Fuori si sentivano già voci lontane sul marciapiede, ma dentro la cuccetta l’aria restava carica, i nostri corpi ancora nudi e appiccicati, e la promessa sul mio polso bruciava come un inizio che non aveva ancora detto tutto.
Il treno si era quasi fermato, i freni che stridono basso come un lamento lontano, e le voci sul marciapiede filtrano nella cuccetta come spilli di luce fredda. Non mi sono mosso. Tamara teneva ancora le labbra contro le mie, il sapore di entrambe mescolato sulla lingua, salato e dolce, e le sue dita umide mi accarezzavano il polso dove aveva scritto il numero. «Non ancora», ha sussurrato. «Resta. Il treno ripartirà tra dieci minuti. Voglio sentirti di nuovo mentre siamo ferme, come se il mondo fuori non esistesse.»
Ho annuito, il cuore che mi martellava contro le costole. Le luci della stazione disegnavano strisce sottili sulla tendina, e ogni rumore di passi lontani mi faceva stringere di più le cosce intorno al suo fianco. Lei mi ha fatto sdraiare sulla schiena nella cuccetta stretta, il materasso duro sotto le scapole, e si è chinata a baciarmi il collo, poi il petto, succhiandomi un capezzolo già duro finché non ho dovuto mordermi il labbro per non gemere forte. «Voglio le tue dita dentro di nuovo», ho detto contro i suoi capelli. «Più di prima. Voglio che mi apri, che mi senti contrarre. Dimmi che lo fai perché lo vuoi.»
«Lo voglio», ha risposto, la voce calda contro la mia pelle. «Consapevolmente. Adesso. Apriti per me, Rosa.»
Le sue dita sono scese lente sul mio ventre sudato, hanno sfiorato il cespuglio già bagnato, poi due di loro sono entrate subito, profonde, curve, cercando quel punto che mi faceva arcare. Io ho afferrato la sbarra metallica sopra la cuccetta, le nocche bianche, e ho spinto il bacino incontro a lei. Il treno era fermo, il silenzio quasi totale tranne il ticchettio lontano di una porta che si chiudeva, e ogni spinta delle sue dita risuonava più forte. Tre dita. Quattro. Mi sentivo piena, allargata, il pollice che premeva il clitoride con cerchi lenti e cattivi. «Cazzo, Tamara… così… non fermarti», ansimavo. Lei mi baciava la bocca per zittirmi, la lingua che entrava al ritmo delle dita, e io le succhiavo le labbra assaporando ancora il mio sapore misto al suo.
Quando il fischio del treno ha segnalato la ripartenza, lei non ha tolto le mani. Ci ha solo fatte scivolare più in basso, mi ha aperto le cosce finché le ginocchia non hanno toccato le pareti della cuccetta, e ha piegato la testa. La lingua calda ha preso il posto del pollice, piatta, larga, leccandomi le labbra gonfie mentre le dita continuavano a scoparmi a fondo. Ogni oscillazione nuova del vagone spingeva la sua bocca più forte contro di me. Ho sentito il piacere salire di nuovo, più lento stavolta, più denso, come se il dondolio entrassse nelle ossa e le facesse vibrare. «Vieni sulla mia lingua», ha mormorato contro il mio clitoride. «Voglio berlo. Voglio che mi bagni la faccia mentre il treno accelera.»
Ho obbedito. Le onde mi hanno preso forte, mi hanno stretto il ventre, mi hanno fatto contrarre intorno alle sue dita con spasmi lunghi che mi hanno lasciato senza fiato. Ho gemuto il suo nome soffocato nel cuscino, le cosce che le tremavano intorno alla testa, il sudore che mi colava tra i seni. Lei non si è fermata. Ha continuato a leccare, a succhiare piano, a spingere le dita finché non ho dovuto tirarla su per i capelli perché era troppo.
Ci siamo girate. Io sotto, lei a cavalcioni sulla mia faccia, la figa ancora gocciolante dal squirt di prima che mi bagnava mento e collo. «Leccami», ha ordinato, la voce rauca. «Scopulami la figa con la lingua e le dita. Voglio venire di nuovo mentre ti guardo.» Ho affondato la lingua dentro di lei, l’ho sentita stretta e calda, ho aggiunto due dita, poi tre, spingendo verso l’alto contro quella parete morbida che la faceva tremare. Il treno prendeva velocità, il rumore monotono delle rotaie che copriva i nostri gemiti. Lei si dondolava sul mio volto, i seni che oscillavano, le mani che si aggrappavano al soffitto basso. «Più a fondo… cazzo Rosa, sì… così… dominami il piacere, non darmi tregua…»
Le ho obbedito e l’ho comandata. Ritmo costante, lingua sul clitoride a pressione ferma, dita che entravano e uscivano bagnate di lei, il pollice che le strofinava il perineo. L’ho sentita irrigidirsi, il respiro spezzarsi in singhiozzi corti, poi un altro getto caldo mi ha invaso la bocca, il mento, mi è sceso sul collo mentre lei si contraeva a ondate e mi chiamava a denti stretti. Ha squirato di nuovo, più forte, il corpo che si piegava in avanti, i capelli scuri che mi solleticavano il ventre.
Siamo rimaste così un pezzo, bocche ancora vicine alle fighe umide, respiri che si rincorrevano. Poi ci siamo trascinati l’una sull’altra, pelle contro pelle, seni schiacciati, cosce intrecciate. Ci siamo baciate lente, assaporando tutto, le mani che esploravano ancora senza fretta: io le accarezzavo i fianchi, lei mi stringeva il culo e mi faceva scivolare la coscia tra le sue gambe bagnate. «Non basta», ha sussurrato contro la mia bocca. «Voglio di più. Voglio le tue dita dentro mentre mi lecchi i seni. Voglio sentirti venire di nuovo sulla mia mano.»
Ho detto sì. Lei mi ha fatto sdraiare di fianco, la schiena contro il muro freddo della cuccetta, e mi ha cucchiaiata da dietro. Una mano mi avvolgeva un seno, le dita che pizzicavano il capezzolo, l’altra scendeva tra le mie cosce e entrava con due dita già macchiate di entrambe. Mi scopava lenta, profonde, il palmo che premeva il clitoride a ogni spinta. Io spingevo il culo indietro incontro a lei, sentivo la sua figa bagnata contro la mia coscia, e giravo la testa per baciarla. «Più forte», ho chiesto. «Scopami come se non dovessimo scendere mai da questo treno.»
Tamara ha accelerato. Le dita curve cercavano, trovavano, strofinavano. Il treno dondolava più forte in una curva, e io sono venuta di nuovo, silenziosa, il gemito nascosto nella piega del suo collo, il corpo che si stringeva intorno alle sue dita come se volesse tenerle dentro per sempre. Lei mi ha tenuto stretta finché i tremori non si sono calmati, poi ha ritirato la mano e me l’ha portata alle labbra. Ho succhiato le sue dita, una per una, pulendole del mio sapore, guardandola negli occhi.
Fuori il cielo cominciava a schiarire appena, un grigio debole ai bordi della tendina. Sapevamo che la notte finiva. Ci siamo rimesse a posto piano: lei i pantaloncini, io l’uniforme sbottonata in fretta, i capelli spettinati. Ci siamo baciate un’ultima volta, lunghe, con le lingue che si cercavano ancora. «Chiama», ha detto. «Presto. Voglio vederti in una stanza vera, con un letto grande, e voglio farti squirtare finché non ti resta più fiato.»
Ho annuito, il numero sul polso che bruciava. Sono scesa dalla cuccetta, le gambe ancora molli, il sapore di lei ancora in bocca. Ho sistemato la tendina, ho fatto un ultimo sguardo: Tamara sdraiata, sorridente, i capelli scuri sparsi sul cuscino. Poi ho camminato lungo il corridoio deserto, il treno che correva verso l’alba, e ho sentito il cuore che ancora dondolava al ritmo delle rotaie.
Solo ore dopo, quando ho raggiunto la mia cuccetta di riserva e mi sono seduta sola con il polso macchiato d’inchiostro, ho capito che il numero che Tamara mi aveva scritto era identico a quello che avevo cancellato dal telefono due anni fa, il giorno del divorzio: il numero di casa a Milano che non esisteva più, e la donna nella cuccetta non era mai salita su quel treno.
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