Risveglio Rovente tra Coinquilini sul Mare
Marco, muratore di 26 anni, e Bianca, barista di 24, si scoprono vergini, si confessano e si fanno una gran scopata bollente sul divano in
L’aria del piccolo appartamento sul mare di Puglia era ferma, densa, quasi masticabile. Senza corrente da ore, il ventilatore sul soffitto del soggiorno restava muto e le finestre spalancate non portavano altro che il lontano fruscio delle onde e l’odore salmastro. Marco, muratore di ventisei anni dal torace largo e le spalle scolpite dal lavoro sotto il sole, era seduto sul divanoletto logoro in mutande bianche appiccicategli alla pelle sudata. La luce della luna filtrava tra le tende leggere e gli disegnava i muscoli dell’addome, i peli scuri sul petto, la linea della coscia tesa.
Bianca, barista di ventiquattro anni, emersa dalla cucina con una bottiglia d’acqua tiepida, indossava soltanto una canottiera chiara che le aderiva ai seni pieni e morbidi e un paio di mutandine nere. Il corpo aveva curve morbide, fianchi larghi, cosce carnose già lucide di sudore. Si fermò sulla soglia del soggiorno e lo guardò. Lui alzò lo sguardo. Da mesi si lanciavano occhiate di nascosto: lei mentre preparava il caffè al mattino e lui usciva a torso nudo per le murature; lui mentre tornava sporco di cemento e la trovava a spogliarsi dietro la porta socchiusa del bagno. Entrambi vergini, entrambi troppo orgogliosi o troppo spaventati per dirlo.
«Non si riesce a dormire», mormorò Bianca, la voce rauca per il caldo.
«Nemmeno io», rispose Marco. Si spostò un poco sul divano. «Vieni. Almeno c’è un po’ di corrente d’aria qui.»
Si sedette accanto a lui. Le cosce si sfiorarono. Il contatto fu una scossa. Lei bevve un sorso d’acqua e gli porse la bottiglia; le dita si toccarono e rimasero un secondo di troppo. Il silenzio si fece denso di respiri.
«Marco…», cominciò lei, arrossendo fino al collo. «Da mesi… sogno cose. Su di te. E non ho mai… cioè, non ho mai fatto sesso con nessuno. Sono ancora…»
«Vergine», completò lui a bassa voce. Il cuore gli batteva contro le costole. «Anch’io. Cazzo, Bianca, anch’io. Ti guardo da quando sei arrivata e mi si indurisce il cazzo solo a pensarti. Non sapevo come dirtelo.»
Lei rise piano, nervosa e sollevata insieme. La mano di Marco scese lentamente sulla sua coscia nuda, carezzando la pelle calda, salendo verso l’interno senza fretta. Bianca gli appoggiò le dita sul braccio, poi sul petto sudato, sentendo i peli sotto i polpastrelli. I respiri si fecero pesanti, bocche aperte. Lei si sporse e lo baciò.
Il bacio fu goffo all’inizio, poi affamato. Lingue che si cercavano, denti che sfioravano labbra, gemiti soffocati. Bianca strinse le cosce e sentì il proprio umido già scorrerle tra le pieghe; Marco aveva il cazzo duro che tendeva il cotone delle mutande, un gonfiore evidente che lei sfiorò con il dorso della mano. «Voglio provare», sussurrò contro la sua bocca. «Tutto. Adesso.»
Si inginocchiò tra le sue gambe aperte. Con dita tremebonde gli calò le mutande. Il cazzo di Marco scattò fuori, grosso, venato, la testa lucida di liquido preorgasmico. Bianca lo osservò un secondo, curiosa, poi lo prese in mano: caldo, pulsante. Lo leccò sulla punta, assaggiando il sapore salato, e lo prese in bocca. Succhió con goffaggine e desiderio, scendendo quanto poteva, la lingua che girava intorno al glande mentre saliva le scorreva dal mento. Marco gemette basso, una mano nei suoi capelli scuri, accarezzandoli senza spingere. «Cazzo, Bianca… così… succhiami il cazzo, brava…»
Lei bagnò tutta l’asta con la saliva, lo prese più a fondo finché le lacrime le pungevano gli occhi, poi lo lasciò scivolare fuori con un filo di bava. Marco la sollevò, la fece sdraiare sul divano. Le sfilò le mutandine bagnate e le aprì le cosce. La figa di Bianca era gonfia, lucida, le labbra carnose già aperte. Lui si chinò e la leccò in lungo, dalla fessura al clitoride, assaggiandola per la prima volta. Il sapore acido e dolce lo fece gemere contro di lei. Spinse la lingua dentro, poi la succhiò il clitoride con ritmi lenti e pressanti. Bianca si inarcò, una mano nei suoi capelli, l’altra che si stringeva il seno sotto la canottiera. «Marco… lì… continua… sto venendo…»
Venne con un grido strozzato, le cosce che gli stringevano la testa, il corpo che tremava a ondate mentre lui continuava a leccare ogni goccia. Ancora scossa, lo guardò mentre lui si spogliava del tutto e si metteva tra le sue gambe. Il cazzo duro premeva contro l’ingresso bagnato.
«Guardami», disse lui. Entrò piano, centimetro dopo centimetro, sentendo la strettezza virginale che lo stringeva. Bianca sussultò per la pressione, un pizzico di dolore mescolato al piacere, poi espirò quando lui fu tutto dentro. Rimasero immobili un momento, occhi negli occhi, sudore che gocciolava dal mento di lui sui seni di lei.
Poi cominciò a muoversi. Spinte lunghe e profonde in missionario, il pube che le sfregava il clitoride a ogni affondo. «Che figa stretta… cazzo che caldo che sei», borbottò lui. Lei rispose con gemiti crudi: «Scopami… più forte… riempimi il cazzo». Lui accelerò, le mani che le tenevano i fianchi, finché lei non gemette di nuovo sull’orlo.
Si sfilò, la girò a quattro zampe sul divano. Bianca piegò la schiena, il culo alto, la figa che gocciolava. Marco la prese di nuovo, afferrandole i fianchi con forza, le dita che lasciavano segni rosati sulla carne morbida. Doggy style, spinte secche e profonde che facevano sbattere la sua pelle contro di lei con schiocchi umidi. «Prendi tutto… brava puttana della mia figa», ansimò lui, e lei rise tra un gemito e l’altro: «Sì… scopami da dietro… così…».
Quando le gambe di lei tremarono, Marco si lasciò cadere sulla schiena e la tirò sopra di sé. Bianca gli montò a cavalcioni, guidò il cazzo dentro di sé e cominciò a saltellare, prima lenta, poi più veloce, i seni che ballavano sotto la canottiera alzata. Lui le tenne i fianchi, spingendo dal basso mentre lei si strusciava in avanti per far strofinare il clitoride. I gemiti si fecero sincronizzati, parolacce spezzate: «Vieni dentro… riempimi…», «Cazzo sì… vengo… vengo con te…».
L’orgasmo li colpì insieme. Bianca si contrasse intorno a lui a ondate violente, gettando la testa indietro; Marco sparò sbocchi caldi in profondità, il corpo rigido, un ruggito basso contro il suo collo. Continuarono a muoversi a scatti finché l’ultimo brivido non li lasciò molli, sudati, appiccicati.
Rimasero abbracciati sul divano stretto, il cazzo di lui ancora dentro mentre si rammolliva, i respiri che si calmavano a fatica. Fuori, il cielo cominciava a schiarirsi di rosa sopra il mare. Bianca gli accarezzò il petto bagnato e gli sussurrò all’orecchio, la voce roca di piacere: «Voglio rifarlo ogni notte da adesso in poi. Ogni cazzo di notte.»
Marco rise basso, la baciò sulle labbra gonfie, le mani ancora salde sui suoi fianchi. «Allora lo facciamo. Trasformiamo questa casa in…»
Continuò senza smettere di tenerla infilata: «…in un bordello privato, cazzo. Solo per noi due. Ogni notte ti apro le cosce e ti riempio finché non cammini storta.»
Bianca non rispose con tenerezza. Si strinse sul cazzo ancora semi-duro, lo strinse con i muscoli della figa e spirò caldo contro l’orecchio di lui: «Allora ricomincia adesso. Non ho finito di usarti.»
Marco la sentì pulsare attorno a sé. Il sangue gli tornò giù in un solo colpo; l’asta si gonfiò di nuovo dentro quella strettezza calda e scivolosa, spingendo i suoi stessi sperma e i succhi di lei. Bianca gemette basso, le cosce che gli premevano i fianchi, e iniziò a muoversi a cerchio, lenta, maschiando il glande contro il fondo. «Senti? Sei ancora duro. Bravo coglione. Tienilo così.»
Lui le afferrò le chiappe con entrambe le mani, le dita che sprofondavano nella carne morbida e sudata, e la sollevò di qualche centimetro solo per farla ricadere. Lo schiaffo umido risuonò nel soggiorno. Bianca tirò su la canottiera e se la sfilò del tutto, i seni pesanti che caddero liberi, capezzoli scuri e duri. Marco si alzò a mezzo busto e li prese in bocca a turno, succhiando forte, i denti che graffiavano mentre lei saltellava più rapida. «Mordili… sì… cazzo, così…»
Si staccò un secondo, la bava che gli scorreva dal mento al petto di lei. «Girati. Voglio vedere quel culo mentre ti scopi.»
Bianca scese, si mise a carponi sul divano logoro, schiena inarcata, ginocchia larghe. La figa gliene mostrò tutto: labbra gonfie, rosse, aperte, lo sperma di lui che già le colava lungo l’interno coscia insieme al suo umido. Marco si mise in ginocchio dietro, le spalmò le chiappe e le aprì con i pollici. «Guarda che buco. Ancora stretto dopo che ti ho sfondato.»
Spinse dentro d’un colpo solo, fino in fondo. Bianca urlò un «ah!» rauco e spinse indietro il bacino per prenderlo tutto. Lui iniziò a martellare, spinte secche, il bacino che sbatteva contro il suo culo con schiocchi bagnati e monotoni. Ogni affondo faceva ondeggiare i seni di lei; lei teneva la faccia premuta contro il cuscino e gemava a bocca aperta. «Più forte… usami… spaccami quella figa…»
Marco le affondò una mano nei capelli scuri, le tirò la testa all’indietro finché il collo non si tese. Con l’altra le diede uno schiaffo sulla chiappa, rosso subito, poi un altro. «Dillo meglio. Di’ che sei la mia puttana di casa.»
«Sono la tua puttana… la tua troia di barista… scopami il buco finché non riesco più a stare in piedi…» La voce le usciva spezzata dai colpi. Dentro di sé pensava solo a quanto era grosso, a come le sfregava ogni centimetro, al bruciore dolce del primo giorno che si mescolava al piacere grezzo. Voleva di più. Voleva sporcarsi.
Lui rallentò solo il tempo di raccogliere lo sperma e l’umido che le scorreva e spalmarselo sul cazzo, poi rientrò più scivoloso. «Tira fuori la lingua.»
Bianca obbedì. Marco le spinse due dita in bocca, le fece succhiare il sapore misto di entrambi mentre continuava a scoparla da dietro. Lei le leccò, le morse piano, le occhi lucidi di lacrime di sforzo e di caldo. Quando le dita uscirono, lui le passò sul clitoride e lo strofinò a cerchi scomposti. Bianca iniziò a tremare di nuovo. «Vengo… cazzo vengo di nuovo… non fermarti…»
Venire le spaccò le cosce. Si contrasse a ondate, il culo che gli batteva contro l’addome, un filo di bava che le pendeva dal labbro inferiore. Marco non si fermò. Continuò a pompella attraverso l’orgasmo finché lei non guaiì e cercò di abbassare il bacino. Lui la tenne su, le mani ai fianchi come morse. «Ancora no. Ti faccio squirtare o ti faccio piangere, ma non esci finché non ti ho ricaricato.»
La fece alzare, la spinse contro il bracciolo del divano in modo che lei ci si piegasse a metà, tette schiacciate sul tessuto ruvido, culo alto. Entrò di nuovo in quella posizione, angolo più profondo. Bianca sentì la testa del cazzo picchiarle quasi lo stomaco. «Cazzo… sei troppo…»
«Lo prendi. L’hai chiesto.» Spinte lunghe, poi cortissime e violente. Il sudore gli colava dalla fronte sui seni di lei, giù per la schiena. L’odore di sesso, sale e mare riempiva la stanza ferma. Fuori il cielo si schiariva, ma nessuno dei due guardava.
Marco si sfilò di colpo. «In ginocchio. Apri.»
Bianca scese dal divano, si mise in ginocchio sul pavimento di piastrelle calde, bocca aperta, lingua fuori. Lui le stava sopra, si segava il cazzo lucido di liquidi davanti alla faccia di lei. «Leccami i coglioni.»
Lei alzò il mento e li prese in bocca a uno a uno, succhiando la pelle tesa e salata, poi risalì sull’asta con la lingua piatta. Marco le afferrò i capelli e le inculò la gola a spinte corte. Bianca tossì, lacrime agli angoli degli occhi, ma tenne la bocca larga e prese tutto quello che poteva. «Brava troia… ingoia…»
Quando sentì i coglioni tirarsi, la tirò via. «Sul divano. Gambe aperte. Voglio sborrarti in faccia e sulla figa.»
Bianca si sdraiò, cosce divaricate al massimo, una mano che si apriva le labbra della figa per mostrargli il buco rosso e usato. Marco le si mise a cavalcioni sul petto, si masturbò rapido guardandola negli occhi. «Tieni la bocca aperta e gli occhi aperti. Voglio vederti.»
Il primo getto le colpì la guancia e le labbra. Il secondo le finì sulla lingua e sul mento. Il terzo le schizzò tra i seni e scese fino al ventre. Bianca leccò quello che poteva raggiungere, mandò giù con un rumore umido e si passò due dita sullo sperma rimasto sulla guancia per portarselo in figa, conficcandoselo dentro. «Ancora caldo… riempimi di nuovo…»
Marco non era ancora completamente scarico. Il cazzo gli restava teso, lucido. Si abbassò, le spalmò il resto del suo stesso sborra sulla figa e ci rientrò dentro a fondo, facendo squittire lei. «Così. Ti rimescolo tutto.»
Iniziò un ritmo lento e pesante, quasi a pestare. Bianca si teneva alle spalliere del divano, i seni che ballavano a ogni colpo. «Parlami sporco. Dimmi cosa mi fai.»
«Ti sto fotendo la figa vergine di ieri con il mio cazzo pieno della mia sborra. Ti sto allargando. Domani quando servi il caffè sentirai ancora dove ti ho piantato. E stasera ti rifaccio lo stesso, e dopodomani, finché non ti abituerai a camminare con la figa aperta e gocciolante.»
Lei rise, un suono rauco e affamato. «Fall’o. Togliermi il caffè di mano e incularmi dietro il bancone. Voglio. Voglio che mi tratti da cagna in calore.»
Marco accelerò. La mano le scese di nuovo sul clitoride, lo pizzicò, lo strofinò. Bianca iniziò a perdere il ritmo del respiro. «Ecco… così… non togliere le dita… vengo…»
Il secondo orgasmo le arrivò più basso, più lungo, un tremito che le partì dalle cosce e le salì fino alla gola. Si strinse attorno a lui tanto forte che Marco sentì i suoi stessi scatti partire di nuovo. Sborrò in profondità, a spinte corte e ruggiti bassi, riempiendola un’altra volta finché sentì il liquido uscirle ai lati del cazzo e colarle sul divano.
Non si fermò subito. Continuò a spingere piano, a svuotarsi, a far uscire bollicine di sborra dalla figa stretta. Bianca ansimava a bocca aperta, gli occhi socchiusi, le cosce ancora in vibrazione. «Di più… voglio vederti sborrare fuori.»
Lui si sfilò. Un filo spesso di sperma bianco le scese subito dalla fessura aperta, giù verso il buco del culo. Marco le aprì le labbra con le dita e ci spinse dentro il pollice, poi lo ritirò coperto. «Apri la bocca.»
Lei aprì. Lui le ficcò il pollice sporco sulla lingua. Bianca lo succhiò pulito, guardandolo fisso. Poi si piegò in avanti, prese il cazzo ammorbidito ma ancora pesante e lo pulì con la lingua, base e glande, raccogliendo tutto il misto di lei e di lui. «Ancora salato… ancora caldo…»
Marco la fece alzare, la spinse di nuovo a quattro zampe ma questa volta con il petto basso e il culo altissimo. Le aprì le chiappe e le sputò sulla figa già allagata. «Tienile aperte tu.»
Bianca obbedì, le mani che si aprivano le natiche. Marco le entrò di nuovo, più lento, assaporando la vista di come il cazzo spariva e riemergeva lucido. «Guarda che casino che sei. Figa che scorreggia sborra a ogni colpo.»
Lei spingeva indietro, cercando di prenderlo più fondo. «Inculami la figa finché non esce più niente. Poi me lo metti in culo.»
Lui sorrise storto. Raccolse altra sborra con le dita e gliela passò sull’anello del culo, massaggiando. Bianca gemette e spinse verso le dita. Marco le infilò un dito piano, poi un secondo, aprendola mentre la scopava. «Stretto anche qui. Ti allargo tutto stanotte.»
Le dita uscirono. Lui si sfilò dalla figa, puntò la testa contro il buco stretto e spinse. Bianca tirò fiato tra i denti, un bruciore che si sciolse in piacere grezzo. «Cazzo… piano… no, non piano… spingi…»
Marco entrò centimetro dopo centimetro finché i coglioni non le battevano contro la figa. Rimasero fermi un secondo. Poi lui iniziò a muoversi, corto e profondo. Bianca urinò quasi di piacere, un grugnito continuo. «Scopami il culo… sì… riempimi anche lì…»
Lui le diede schiaffi sulle chiappe a ritmo, le lasciò segni, le tirò i capelli di nuovo. «Puttana. Ti prendo tutti i buchi. Domani non saprò se sei tu o un pezzo di carne calda da usare.»
Bianca rispose ansimando: «Usami. Sborra nel culo e poi rimettilo in figa. Voglio sentirmi piena e sporca.»
Marco accelerò. Il suono era più secco, più osceno. Quando sentì arrivare il terzo scarico, le diede tre spinte profonde e si scaricò nel retto, gemendo contro la sua schiena. Si sfilò subito: lo sperma gli uscì dal buco dilatato in un filo bianco. Lui lo raccolse con due dita e glielo rificcò nella figa ancora aperta, poi ci rientrò col cazzo e diede altre spinte lente solo per mescolare tutto.
Bianca tremava tutta. «Ancora… dita…»
Lui le infilò tre dita in figa e due nel culo insieme, la pompò a mano mentre lei si masturbava il clitoride con rabbia. L’orgasmo le arrivò sporco, con un grido e un getto che le bagnò il polso di lui. Marco le leccò le dita, poi le fece leccare le sue. «Bevi.»
Lei bevve. Si girò a pezzi sul divano, gambe aperte, buchi che gocciolavano, seni segnati, capelli appiccicati. Marco le si mise sopra una ultima volta, le entrò in figa senza preavviso e le diede una decina di affondi grezzi solo per sentirla squirtare di nuovo intorno a sé. Quando uscì, le sborrò il resto sul ventre e sul monte di Venere, e le spalmò tutto con il glande fino a farle un pasticcio lucido.
Bianca si passò due dita nella sborra sul ventre, se le portò in bocca, poi si aprì la figa e ci cacciò dentro quel che restava. Guardò Marco dritto in faccia, le labbra lucide, e disse solo:
«Adesso leccami i buchi finché non ti ho rimesso duro, e poi mi scopi di nuovo sul pavimento come una cagna in calore finché non esce più una goccia di sborra da queste palle.»
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