Ritorno Ardente tra le Corde
Bianca, 32 anni divorziata, ritrova le corde di seta nera in soffitta e si lega al vecchio letto per una intensa sessione di masturbazione solitaria fino a squirtare
Sono Bianca, trentadue anni, e sono tornata nella vecchia casa di famiglia tre settimane dopo che il giudice ha firmato le carte del divorzio. La casa odora ancora di legno antico e di polvere dolce, come quando ero ragazza e scappavo quassù per nascondermi dai litigi dei miei. Simone se n’è andato con la sua nuova vita, e io sono rimasta con le chiavi di questa soffitta e con un silenzio che a volte mi schiaccia il petto. Stasera, però, il silenzio ha un altro sapore.
Ho salito le scale strette con la torcia del telefono, spingendo lo sportello che cigola sempre allo stesso punto. L’aria era calda, ferma. Tra scatoloni di lenzuola gialle e un mobile scuro coperto da un lenzuolo ho visto la scatola di cartone che conoscevo a memoria. Dentro, avvolte in un fazzoletto di seta ormai sbiadito, c’erano le corde. Nere, lisce, ancora morbide tra le dita come allora. Le ho tirate fuori lentamente, facendole scorrere sul palmo. Il ricordo mi ha colpita subito, fisico, non romantico: il mio corpo legato al letto, le polsi che tiravano, il respiro corto, le cosce che si aprivano da sole perché non potevo più chiuderle. Una tensione calda mi è scesa subito tra le gambe, un bruciore basso che non sentivo da mesi. Ho sfiorato la stoffa con le dita, l’ho portata al naso: odore di seta e di tempo. Il clitoride ha pulsato una volta sola, forte, e ho dovuto appoggiarmi al mobile perché le ginocchia hanno tremato.
«Porca puttana», ho mormorato a me stessa, e la voce è sembrata troppo alta nella soffitta. «Ancora queste. Ancora io.»
Le ho portate giù nella camera che era di mia nonna, quella con il letto a baldacchino di legno scuro e lo specchio antico appoggiato all’armadio. Ho chiuso la porta a chiave anche se in casa non c’è nessuno. Mi sono spogliata davanti allo specchio senza spegnere la lampada da tavolo. Prima la maglietta, poi il reggiseno. I seni sono ancora sodi, i capezzoli già duri solo per l’aria e per l’attesa. Poi i pantaloni e le mutandine. Quando mi sono guardata nuda ho visto il fiocco di peli scuri sopra la fessura e le labbra già lucide. Mi sono passata due dita in mezzo e le ho trovate bagnate. Le ho portate alla bocca, ho assaggiato il mio sapore salato e acido, e ho detto a voce alta: «Mi sei mancata, stronza. Mi sei mancata da morire.»
Ho preso le corde. Sono quattro, lunghe abbastanza. Ne ho scelta una e l’ho avvolta intorno al polso destro, stringendo fino a sentire il battito sotto la pelle. Poi l’ho legata alla colonna del baldacchino, un nodo che so fare ancora a memoria, quello che tiene ma non taglia. Il polso sinistro l’ho legato allo stesso modo. Le braccia aperte, leggermente tese, i seni che si sollevano quando respiro. Mi sono seduta sul bordo del materasso, ho piegato le ginocchia e ho passato la terza corda intorno alla caviglia destra, tirando finché la seta ha morso la carne morbida. L’ho fissata alla colonna in fondo. Stessa cosa con la sinistra. Quando ho finito ero aperta, le cosce divaricate, il pube esposto all’aria della stanza, le corde che tenevano ogni arto al suo posto. Ho tirato una volta con le braccia: il legno ha scricchiolato, la seta ha stretto, e un filo di liquido mi è sceso lungo la riga delle natiche fino al lenzuolo.
Il contatto delle corde sulla pelle mi ha fatto bagnare ancora di più. Ogni piccolo movimento faceva scorrere la seta, e ogni scorrimento mandava una scossa dritta al basso ventre. Ho chiuso gli occhi e ho confessato, piano, come se qualcuno potesse sentirmi: «Mi sei mancata questa sensazione. Il totale abbandono e il totale controllo su di me. Nessuno che mi tocchi se non io. Nessuno che decida se non queste corde e le mie dita.»
Con la mano destra legata potevo comunque raggiungere il centro. Ho allungato le dita, ho trovato il clitoride già gonfio, sporgente, e l’ho toccato con la punta dell’indice. Circoli lenti, appena sfiorando. Il respiro mi si è spezzato subito. Ho gemuto, un suono basso e lungo, e ho premuto un po’ di più. La pelle intorno era scivolosa, calda. Ho staccato le dita, le ho portate in basso, le ho spinte dentro la figa con due dita fino alle nocche, ho sentito le pareti chiudersi intorno, e le ho ritirate lucide. Di nuovo sul clitoride, circoli più larghi, poi più stretti, poi di nuovo larghi. I fianchi hanno cominciato a muoversi da soli, cercando di spingere contro la mano, ma le caviglie legate mi tenevano ferma e quel blocco mi faceva venire ancora più voglia.
«Guarda come sei ridotta», ho detto allo specchio, anche se non potevo girarmi del tutto. «Trentadue anni, divorziata, legata al letto di nonna con le corde di quando avevi venticinque. E ti bagna così tanto che goccioli. Che puttana sei, Bianca. Che puttana meravigliosa.»
Ho accelerato un poco. Il polpastrello scivolava sul cappuccio gonfio, lo schiacciava, lo liberava, lo strofinava di lato. Ogni tanto scendevo a infilarmi tre dita, le aprivo a forbice dentro, sentivo il suono umido che faceva la figa, poi risalivo. Il sudore mi scendeva tra i seni. I capezzoli dolevano dal desiderio; avrei voluto torcerli, ma le corde tenevano le braccia abbastanza tese da non poterlo fare con comodità, e quella frustrazione mi eccitava ancora di più. Ho tirato i polsi con forza, il legno ha risposto, la seta ha bruciato un attimo la pelle, e un gemito più alto mi è uscito dalla gola.
«Questo mi sei mancato», ho ripetuto, la voce rotta. «Sentirmi legata e sapermi libera. Sapere che posso farmi venire quando voglio, come voglio, e che nessuno mi guarda, nessuno mi giudica, nessuno mi dice di sbrigarmi. Solo io e questo prurito che non finisce.»
I circoli sul clitoride sono diventati più pressanti. Ho sentito il basso ventre contrarsi, un calore che saliva lungo la schiena. Le cosce tremavano contro le corde. Continuavo a parlare, perché la confessione faceva parte del piacere, perché dirlo ad alta voce lo rendeva più vero: «Mi bagno così tanto che il lenzuolo sotto il culo è già macchiato. Sento il clitoride battere contro le dita. Se continuo così vado oltre, lo so. Vado dove non andavo da anni. Quella scarica che mi svuota, che mi fa squirtare sul materasso come una che non ha più vergogna.»
Ma non l’ho fatto. Non ancora. Ho rallentato di proposito, ho tolto la pressione, ho lasciato solo un leggero sfioramento mentre respiravo a fondo. Il corpo ha protestato: i fianchi hanno tentato di inseguire la mano, le caviglie hanno tirato le corde, un lamento frustrato mi è uscito dalle labbra. «Non ancora», ho sussurrato. «Non così in fretta. Voglio sentirlo costruire. Voglio arrivare al limite e restarci.»
Ho ripreso con due dita dentro e il pollice sul clitoride, un ritmo lento e cattivo. Ogni spinta faceva squelch. Il profumo del mio sesso riempiva l’aria tra me e lo specchio. Mi guardavo di sbieco: seni che ballavano piano a ogni respiro, pancia tesa, cosce aperte e lucide, le corde nere che contrastavano con la pelle chiara. Ero bellissima in quel modo, e lo sapevo. Ero mia.
Ho confidato ancora, la voce rauca: «Simone non mi ha mai vista così. Non gli ho mai detto di queste corde. Era una cosa mia, solo mia, e adesso lo è di nuovo. Posso legarmi e toccarmi e dire tutte le porcherie che voglio. Posso chiamarmi puttana e troia e cagna in calore e nessuno mi zittisce. Perché è vero. Sono una cagna in calore legata al suo letto, e sto per farmi esplodere le ovaie da sola.»
Le dita sul clitoride andavano più veloci adesso, piccole, precise, umide. Sentivo il punto di non ritorno avvicinarsi come un treno. Il basso ventre pulsava a ondate. Le pareti interne si stringevano a vuoto ogni volta che toglievo le dita. Un filo di bava mi scendeva dall’angolo della bocca perché tenevo le labbra aperte per gemere meglio. «Cazzo… cazzo, sì… così… non fermarti…»
Ho rallentato di nuovo all’ultimo istante, lasciando il corpo in bilico. Un urlo frustrato mi è uscito dal petto. Le corde tenevano. Io tenevo. Il piacere non andava via; restava lì, grosso, pulsante, pronto a straripare al prossimo tocco deciso. Respiravo a scatti. Sudavo. La figa batteva come un secondo cuore.
Ho posato la testa indietro sul cuscino, gli occhi al baldacchino, e ho sussurrato all’aria della stanza: «Ancora un po’. Ancora un po’ di questo tormento. Poi ti do quello che vuoi. Ti faccio venire così forte che il materasso ne parlerà per giorni. Ma non adesso. Adesso resto qui, legata, bagnata, e mi tocco piano finché non impazzisco del tutto.»
Le dita sono tornate sul clitoride con una lentezza crudele, un solo circolo alla volta, e ogni circolo faceva tremare le cosce. Il desiderio non calava; cresceva, denso, inevitabile, e io ci nuotavo dentro senza voler ancora toccare il fondo.
Le dita non accelerano ancora. Resto sul limite come una che si affaccia dal tetto e guarda giù senza saltare. Ogni circolo lento sul clitoride mi fa stringere le cosce contro le corde, e la seta risponde con un morso caldo che mi risale dritto all’inguine. Respiro a scatti. La figa è così aperta e gonfia che sento l’aria della stanza sul buco, un solletico indecente. Continuo a parlarmi, perché se smetto di confessare mi sembra di tradire tutto questo.
«Guarda che monella sei diventata, Bianca. Trentadue anni, il divorzio ancora fresco sulle carte, e sei qui legata al letto di nonna con le cosce spalancate come una che aspetta solo di essere usata. Solo che l’unica che ti usa sei tu. E ti usi bene, cazzo se ti usi bene.»
Infilo di nuovo due dita. Entrano facili, scivolose, fino alla base. Le pareti mi stringono subito, calde, vellutate, già contratte dall’attesa. Muovo le dita dentro con spinte lente e profonde, piegandole un po’ verso l’alto per grattare quel punto che mi fa venire i brividi lungo la schiena. Con il pollice premo il clitoride, non lo sfioro più: lo schiaccio a ritmi corti, cattivi. Il suono è obsceno, umido, ritmico. Squish, squish, squish. Ogni spinta fa oscillare i seni, e le corde ai polsi tirano appena, abbastanza da ricordarmi che non posso scappare da me stessa.
Tiro con la mano sinistra. La corda nera scorre e stringe di più sul polso e, di riflesso, tira la pelle del petto. I seni si sollevano, i capezzoli puntano duri verso il soffitto, e quella morsa mi strappa un gemito grosso, rotto. «Sì… così… stringimi. Fammelo sentire sui polsi, sui seni, ovunque. Voglio i segni. Voglio ricordarmelo domani quando mi vestirò.»
Alterno. Due, tre spinte profonde con le dita che aprono e chiudono la fica, poi le ritiro lucide e le porto tutte sul clitoride. Strofinamento veloce, laterale, preciso, il polpastrello che scivola sul cappuccio gonfio come se volesse scorticare il piacere fuori. I fianchi cercano di alzarsi, di spingere contro la mano, ma le caviglie legate mi inchiodano al materasso. Quella impossibilità mi fa bagnare ancora di più. Sento il liquido scendere caldo tra le natiche, macchiare il lenzuolo. L’odore è forte adesso, salato, femmina in calore, e mi piace. Mi piace da morire.
«Porca puttana, come gocciolo. Senti che schifo meraviglioso. Simone non sapeva niente di questa me. Non ha mai visto la sua ex moglie legata e aperta a farneticare da sola. Meglio così. Questa figa è mia. Queste corde sono mie. Questo squirt che sto per farmi è solo mio.»
Accelero. Le dita dentro vanno più rapide, più profonde, a pistone, mentre l’altra mano — per quanto il polso sia legato — tira a scatti le corde. Ogni tiro stringe i seni, brucia un attimo la pelle dei polsi, e quella bruciatura si traduce in una scossa elettrica dritta al clitoride. Il basso ventre si raccoglie. Il calore sale. Le cosce tremano in modo incontrollabile. Parlo ancora, a pezzi, la voce già rotta dall’orgasmo che arriva:
«Ecco… ecco così… due dita in fondo… e il clit… cazzo il clit… non smettere… tirale le corde… senti la morsa… sono una puttana legata… una cagna che si fa squirtare da sola… sì… sì… adesso…»
Il corpo si inarca di scatto. La schiena si solleva dal materasso quanto le corde permettono, i seni tesi verso l’alto, la testa gettata indietro. Le pareti della fica si chiudono a morsa intorno alle dita, una contrazione dopo l’altra, violente, ritmiche, come se volessero succhiarmi le dita dentro per sempre. E allora arriva. Non un gocciolio: un getto. Caldo, improvviso, potente. Mi bagna la mano intera, mi schizza sulle cosce, sul pube, sul lenzuolo tra le natiche. Squito con un grido lungo, rauco, quasi un ululato, mentre le dita continuano a muoversi per istinto, a mungere ogni spasmo. Il clitoride pulsa sotto il pollice come un cuore impazzito. Continuo a venire a ondate, il bacino che scossa contro i legacci, le caviglie che tirano tanto da far scricchiolare il legno del baldacchino.
«Ah… ah cazzo… sì… tutto… prendilo tutto…» riesco ancora a gemere mentre l’ultimo getto mi scende caldo lungo la riga del culo. Le contrazioni non smettono subito. Restano, più piccole, più dolci, ma ancora presenti, e io ci nuoto dentro con gli occhi chiusi e la bocca aperta.
Resto legata. Non ho fretta di sciogliermi. I polsi bruciano in modo delizioso, le caviglie pure. Respiro a fondo, affannosa, il petto che sale e scende forte. Assaporo gli ultimi spasmi: piccole scosse che mi attraversano la figa ogni volta che le pareti si stringono a vuoto intorno alle dita che ho lasciato dentro, ferme adesso, solo per sentire il batticuore interno. Il sudore mi cola tra i seni. I capezzoli sono ancora durissimi. Tra le gambe è un disastro caldo e lucido, e l’odore di sesso riempie tutta la stanza di nonna come un segreto troppo grande.
«Brava», sussurro alla stanza vuota, alla me stessa riflessa di sbieco nello specchio. «Brava cagna. Te lo sei preso tutto. Te lo sei squirtato addosso come volevi.»
Resto così alcuni minuti lunghi. Ascolto il mio respiro che si calma piano. Sento il battito nei polsi contro la seta. Mi accarezzo ancora un poco, gentile adesso, solo per assaporare la ipersensibilità del clitoride che dolcemente protesta. Poi, con calma, comincio a slegarmi. Prima la caviglia sinistra, il nodo che conosco a memoria si scioglie tra le dita umide. Poi la destra. Le gambe le riavvicino lentamente; i muscoli protestano, dolci e stanchi. Poi i polsi. Quando l’ultima corda cade sul materasso resto nuda, libera, ma ancora aperta nel modo in cui solo chi si è legata da sola sa restare.
Mi siedo. Accarezzo i segni rossi sui polsi: strisce nette, calde sotto i polpastrelli. Stessa cosa sulle caviglie. Sorrido. Un sorriso soddisfatto, vero, che non facevo da mesi. «Da stasera tornate», dico alle corde nere accartocciate vicino al cuscino. «Tornate nella mia vita. Solo mia. Più ardenti di prima. Ogni volta che il silenzio mi schiaccia, vi tiro fuori. Mi lego. Mi tocco. Mi faccio squirtare finché il materasso non impara il mio nome. Siete mie.»
Mi allungo di nuovo, senza legami adesso, e raccolgo una corda. Me la faccio scorrere tra i seni, sul ventre, fino al pube bagnato. La pelle è ancora sensibile. Il corpo è pieno. Vuoto. Pieno e vuoto insieme.
Ed è lì che qualcosa si incrina.
Il sorriso mi resta stampato in faccia qualche secondo di troppo, poi si spezza. Il silenzio della casa, che prima aveva un altro sapore, adesso torna a pesare sul petto come al mio arrivo. Le corde sono belle. L’orgasmo è stato enorme, pulito, mio. Ma mentre accarezzo i segni rossi sento una spina sottile, fredda, che non c’entra con il piacere. Non è vergogna. È peggio. È la consapevolezza improvvisa che posso legarmi quanto voglio, chiamarmi puttana quanto voglio, squirtarmi addosso finché i lenzuoli non puzzano di me… e alla fine della scarica resta solo questa stanza, questo letto di nonna, e il fatto che nessuno aspetta dietro la porta. Nessuno che mi sleghi. Nessuno che mi dica «brava» al posto mio.
Mi alzo. Le gambe tremano ancora un poco. Raccolgo le corde, le avvolgo con cura nel vecchio fazzoletto di seta, ma le dita non sono più ferme come prima. Guardo lo specchio: capelli appiccicati alla fronte, seni con i capezzoli ancora duri, cosce lucide, segni rossi che domani saranno viola. Sono bellissima così. Lo so. Eppure qualcosa non torna. Il piacere è sceso, ma al suo posto non c’è pace. C’è un buco della stessa forma del grido che ho tirato mentre squiravo. Un buco che le corde non riempiono. Che le dita non riempiono. Che il «solo mia» non riempie del tutto.
Mi copro con il lenzuolo senza lavarmi. Lascio l’odore su di me come una prova. Spengo la lampada. Al buio i segni sui polsi pulsa no ancora, caldi, e io li premo con il pollice per sentirli meglio. Sussurro all’aria, ma stavolta la voce esce piccola:
«Tornate pure. Vi userò di nuovo. Ma… cazzo. Perché dopo che finisce mi sembra sempre che manchi pezzo?»
Non risponde nessuno. La casa di famiglia resta quieta, di legno antico e di polvere dolce. Io resto con le corde sul comodino e con quel dubbio appiccicato alla pelle più dei segni rossi. L’orgasmo è stato vero. Il ritorno delle corde sarà vero. Eppure, mentre il respiro si fa lento e il corpo si spegne, qualcosa dentro di me resta legato in un modo che le seta nere non sanno sciogliere. Qualcosa che non ho ancora nome, e che stasera, per la prima volta dopo il divorzio, ho paura di dover guardare in faccia da sola.
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