Sussurri sul Mare

Una trentaduenne divoratrice di piacere si masturba selvaggiamente sulla terrazza sul mare, urlando di piacere tra le onde.

10 min read September 16, 2026New

Mi chiamo Monica, ho trentadue anni e sono una donna che ha passato troppo tempo a fingere di essere sazia di tutto. Lavoro come responsabile marketing per un’importante casa di profumi a Milano, una vita fatta di riunioni, tailleur stretti e sorrisi di circostanza. Ma dentro di me bruciava da anni un fuoco che non osavo confessare nemmeno a me stessa. Per questo ho scelto questa vacanza solitaria in Sicilia, in una piccola casa bianca aggrappata alla scogliera vicino a Taormina. Niente telefono, niente amici, solo io, il mare e il silenzio rotto soltanto dal respiro costante delle onde.

Ogni sera, quando il sole sparisce dietro l’orizzonte e l’umidità estiva diventa quasi solida, mi siedo sulla terrazza di legno che si affaccia direttamente sul Mediterraneo. Indosso solo una camicia di lino bianco, leggerissima, che il vento caldo incolla alla pelle sudata. Sotto sono nuda. I seni pesanti premono contro la stoffa, i capezzoli già turgidi sfregano contro il tessuto ruvido. Il ricordo di Dante mi assale sempre a quest’ora, puntuale come la marea. Dante, quarant’anni compiuti lo scorso inverno, architetto con mani grandi e voce bassa, l’uomo che per due anni mi ha scopata come se volesse marchiarmi l’anima. Lo rivedo chino tra le mie cosce, la lingua larga che leccava lentamente tutta la mia figa, succhiando il clitoride fino a farmi tremare e urlare il suo nome come una preghiera oscena. Ricordo il suono bagnato della sua bocca, il modo in cui infilava due dita dentro di me mentre mi mordeva l’interno coscia, facendomi schizzare umori fino al lenzuolo.

Quel ricordo mi lascia inquieta, con il respiro corto e la passera già gonfia e bagnata. Sento il pudore residuo lottare contro il desiderio. “Sei una donna adulta, Monica, una professionista rispettata,” mi ripete la voce della ragione. “Non puoi metterti a masturbarti come una puttana sulla terrazza dove chiunque potrebbe vederti dalla spiaggia o da una barca.” Eppure la figa pulsa, le grandi labbra si schiudono da sole, e un filo caldo di eccitazione mi cola tra le natiche fino a bagnare il cuscino della sedia di vimini. Il mare sussurra, complice. Il suo fruscio costante copre ogni suono, e la brezza calda sale dal basso, accarezzandomi proprio lì, tra le gambe aperte, come una lingua invisibile che sa esattamente dove sfiorare.

Mi appoggio allo schienale, chiudo gli occhi e lascio che la tensione cresca. Il vento mi solleva l’orlo della camicia, scoprendo il ventre piatto e poi il monte di Venere perfettamente depilato. I capezzoli sono due punte doloranti. Senza quasi rendermene conto alzo una mano e inizio a sfiorarli attraverso la stoffa leggera. Cerchi lenti, poi pizzichi più decisi. Un gemito basso mi esce dalla gola. “Cazzo…” mormoro tra i denti. Il piacere è elettrico, parte dai seni e scende dritto al clitoride che ormai è duro e sporgente come un piccolo cazzo. Immagino occhi sconosciuti che mi osservano dal buio della spiaggia: forse un pescatore notturno, forse una coppia di amanti che passeggia e alza lo sguardo vedendomi aperta e impudica. Quel pensiero, invece di fermarmi, mi fa spalancare ancora di più le cosce. La camicia si apre del tutto, i seni escono fuori, pallidi e pesanti sotto la luna nascente.

Le dita scendono. Lentamente. Prima accarezzano l’addome, poi l’inguine, poi l’interno cosce bagnate di sudore e di desiderio. Quando arrivo alla figa la trovo fradicia. Le labbra sono gonfie, calde, lucide. Le apro con due dita e sento il mio odore mescolarsi a quello salmastro del mare. “Sono completamente zuppa,” penso, e la volgarità di quel pensiero mi eccita ancora di più. Il clitoride pulsa sotto il polpastrello. Inizio a toccarlo con movimenti circolari, prima leggeri, poi sempre più insistenti. Ogni giro mi strappa un sospiro più profondo. Il mare risponde con onde più forti che si infrangono sotto di me, come se volesse coprire i miei gemiti che diventano via via meno controllati.

“Sì… così…” ansimo, la voce rauca. Infilo due dita dentro di me senza preavviso. La fica le accoglie con un suono osceno, bagnato, ingordo. Le pareti interne sono bollenti e contratte, mi stringono le dita come se volessero trattenerle per sempre. Inizio a muoverle dentro e fuori, prima piano, assaporando ogni centimetro, poi più veloce, più brutale. Il pollice continua a torturare il clitoride senza pietà. Con l’altra mano mi strizzo un seno, tiro il capezzolo fino a sentire una fitta dolce, poi passo all’altro. I fianchi si alzano dalla sedia da soli, seguendo il ritmo della mano. Sono completamente spalancata, le gambe larghe come non le ho mai tenute nemmeno con Dante, la figa esposta al vento caldo che ora soffia più forte e asciuga gli umori sulle mie cosce solo per farne sgorgare altri.

Nella testa ho un film porno di cui sono la protagonista. Vedo Dante che mi guarda da sotto la terrazza, il cazzo duro in mano, che mi ordina di scoparmi più forte con le dita. Vedo sconosciuti, uomini e donne, nascosti tra gli scogli, che si toccano mentre mi osservano urlare di piacere tra le onde. “Guardatemi,” penso, e lo dico anche ad alta voce, “guardate come mi sto masturbando come una troia.” La vergogna è sparita del tutto. Rimane solo fame. Fame di piacere, di sfogare questa tensione che da giorni mi stringe il basso ventre.

Rallento un istante, tolgo le dita e le guardo: sono lucide, filanti di miei umori. Le porto alla bocca e le succhio con gusto, assaporando il mio sapore forte e dolce insieme al sale del mare. Poi ricomincio, tre dita questa volta. La fica le prende con un gemito lungo, quasi un singhiozzo. Il ritmo diventa selvaggio. La mano sbatte contro il pube, schiaffi bagnati che si sentono nonostante il rumore delle onde. Il clitoride è così sensibile che ogni tocco mi fa inarcare la schiena e spingere il bacino in avanti. I seni ballano liberi, pesanti, i capezzoli rossi e lucidi di sudore. Urlo più forte, grida strozzate che il mare inghiotte ma che forse qualcuno, da qualche parte, riesce a sentire.

Il piacere sale, sale, diventa quasi insopportabile. Sento l’orgasmo avvicinarsi come un’onda enorme pronta a travolgermi. I muscoli delle cosce tremano, la fica si contrae violentemente intorno alle dita, il clitoride pulsa sotto il pollice come un cuore impazzito. Sto per venire, sto per urlare così forte da svegliare tutta la costa.

Ma non lo faccio.

Non ancora.

Rallento di nuovo, respiro affannosamente, il petto che si alza e abbassa, i seni lucidi di sudore. Tolgo le dita dalla fica che continua a contrarsi a vuoto, frustrata. Le lecco di nuovo, lentamente, assaporando ogni goccia del mio desiderio inesploso. Il corpo è un fascio di nervi tesi, la figa gonfia e aperta, ancora affamata. Il mare continua a sussurrare sotto di me, complice e crudele.

So che non è finita. So che questa tensione deve crescere ancora, deve diventare insostenibile. Domani sera tornerò su questa terrazza. Forse andrò oltre. Forse non mi basterà più toccarmi da sola. Forse lascerò che i miei urli di piacere si sentano davvero tra le onde, senza più freni, senza più pudore.

Per stanotte resto qui, gambe spalancate, camicia aperta, il corpo tremante e bagnato, a guardare il mare che sembra guardarmi a sua volta. Il desiderio è un animale vivo dentro di me. E l’animale ha appena iniziato a svegliarsi.

Sdraiata sulla sedia a sdraio sotto la luna, sentii che rimandare ancora sarebbe stato impossibile. Il desiderio era diventato un fuoco liquido che mi bruciava tra le gambe, e il mare, con i suoi sussurri costanti, sembrava incitarmi a non fermarmi. Allargai le cosce ancora di più, i talloni piantati sui braccioli di vimini, la camicia di lino bianco aperta come una bandiera di resa totale. I seni pesanti poggiavano sul torace sudato, i capezzoli turgidi puntati verso il cielo stellato. Il vento caldo saliva dalla scogliera e lambiva direttamente la mia figa aperta, asciugando per un istante gli umori solo per farne sgorgare di nuovi, più densi, più caldi.

Con la mano sinistra afferrai un seno, stringendolo forte fino a lasciare il segno delle dita sulla pelle chiara. Presi il capezzolo tra pollice e indice, tirandolo con decisione, torcendolo, sentendo quella scarica elettrica scendere dritta fino al clitoride. «Cazzo, sì… fammi male», mormorai tra i denti, la voce già rauca di piacere. Avevo trentadue anni, un lavoro che mi vedeva ogni giorno in tailleur e riunioni asettiche, eppure in quel momento ero solo carne affamata. L’altra mano scese lenta, quasi rituale. Sfiorai il ventre contratto, passai sul monte di Venere perfettamente liscio e arrivai alle grandi labbra gonfie, calde, lucide di eccitazione. Le aprii con due dita e infilai le altre due direttamente dentro di me.

La figa le inghiottì con un suono bagnato, osceno, ingordo. Le pareti interne erano bollenti, contratte, e strinsero le dita come se volessero spezzarle. Iniziai a muoverle dentro e fuori, prima con ritmo profondo e lento, assaporando ogni piega, ogni centimetro di carne bagnata. Il pollice si posò sul clitoride gonfio e iniziò a massaggiarlo in cerchi rapidi e forti, senza pietà. Il piacere era immediato, violento. Il mio corpo si inarcò sulla sdraio, i fianchi che si alzavano da soli per andare incontro alla mano. «Più forte… scopami più forte», ansimai ad alta voce, parlando a me stessa come se fossi un’amante esigente. Il vento portava via le parole ma non il suono dei miei umori che schizzavano a ogni affondo.

I capezzoli diventarono due punte doloranti. Li strizzai alternandoli tra le dita della mano sinistra, tirandoli fino a sentire le lacrime agli occhi per il piacere. Ogni pizzico mandava una scarica che si sommava al movimento delle dita dentro la fica. Tremai. Le cosce vibravano, i muscoli delle gambe si tendevano come corde. Nella testa vedevo tutto: Dante inginocchiato tra le mie gambe due mesi prima, la sua lingua larga che mi leccava mentre io gli tenevo la testa premuta contro di me; poi visi sconosciuti, un pescatore di cinquant’anni nascosto tra gli scogli, una coppia su una barca a pochi metri dalla riva, tutti con gli occhi fissi su di me, su questa trentaduenne che si masturbava come una troia urlante. Quel pensiero mi fece spalancare ancora di più.

Estrassi le due dita solo per un istante, le guardai brillare sotto la luna, filanti di umori densi, e le leccai con lentezza deliberata, assaporando il mio sapore forte, dolce, salato di mare. «Sono una puttana del mio stesso piacere», pensai, e quella volgarità mi eccitò ancora di più. Rientrai con tre dita questa volta. La figa protestò per un secondo, poi cedette con un gemito lungo che mi uscì dalla gola. Tre dita mi riempivano, mi tendevano, toccavano punti che mi facevano vedere lampi bianchi dietro le palpebre. Il pollice non smise mai di massaggiare il clitoride in cerchi sempre più veloci, sempre più duri. La mano sbatteva contro il pube con schiaffi bagnati che superavano persino il rumore delle onde.

Il corpo si inarcò completamente, la schiena staccata dalla sdraio, i seni che ballavano pesanti a ogni spinta. Stringevo il capezzolo sinistro con tanta forza che il dolore si trasformò in pura luce. Urlai. Non gemiti bassi, non sospiri controllati: urlai davvero. «Sì! Così! Sto per venire! Guardatemi, cazzo, guardatemi!» Il mare inghiottiva le mie grida ma non del tutto; una parte di me sperava che qualcuno, da qualche parte, le sentisse. La fica si contraeva intorno alle tre dita come una morsa viva, il clitoride pulsava sotto il pollice come un secondo cuore impazzito. L’orgasmo arrivò come un’onda di dieci metri.

Mi travolse. Violento. Incontrollabile. La schiena si curvò all’indietro in un arco quasi doloroso, le dita dei piedi si contrassero, le cosce tremarono con spasmi violenti. Urlai tra i sussurri del mare, un grido lungo, strozzato, liberatorio: «Ahhhhhh! Sto venendo! Cazzooo! Sìììì!» I succhi schizzarono fuori in fiotti caldi, colando abbondanti sulle cosce tremanti, bagnando la sedia, gocciolando fino a terra. L’orgasmo non fu un picco solo: furono ondate su ondate che mi scuotevano, mi facevano contrarre la fica intorno alle dita ancora infilate dentro, mi toglievano il respiro. Vidi stelle vere e stelle finte. Il corpo intero vibrava, sudato, lucido, aperto.

Quando l’ultima contrazione mi lasciò, crollai sulla sdraio esausta e lucida, le gambe ancora spalancate in una posa oscena e bellissima. Il respiro era corto, affannoso, ma lentamente tornò regolare. Sentivo gli ultimi spasmi della mia passera, piccoli fremiti che mi strappavano sorrisi deboli. I capezzoli pulsavano, rossi e sensibili. I succhi si raffreddavano sulle cosce, una sensazione appiccicosa e meravigliosa. Rimasi così per minuti interi, sotto la luna, con il mare che continuava a sussurrare come un complice discreto. Non provavo vergogna. Non provavo rimpianto. Solo una lucidità cristallina e un sorriso che mi saliva dal profondo.

Avevo finalmente abbracciato il mio piacere solitario. Io, Monica, trentaduenne divoratrice di piacere, avevo urlato il mio godimento tra le onde senza più filtri, senza più la donna di Milano che fingeva. Questo era vero. Questo era mio. E non volevo più fermarmi. Decisi in quel preciso istante che ogni notte di quella vacanza sarebbe stata dedicata a esplorare ancora più a fondo i miei desideri più oscuri. Domani sera tornerò qui con un piano preciso. Prenderò il dildo spesso e venoso che ho nascosto nella valigia, quello che non ho mai osato usare fuori dalla camera da letto. Lo porterò sulla terrazza, lo lubrificherò con i miei stessi umori e mi scoperò davanti al mare, lentamente prima, poi brutalmente, urlando più forte di stanotte. Immaginerò una barca piena di sconosciuti che mi guardano, che si toccano guardando me. Magari scenderò fino agli scogli, mi siederò con l’acqua che mi bagna il culo e userò entrambe le mani, una dentro e una sul clitoride, fino a squirtare tra le onde. O forse resterò qui, legata con una sciarpa alla sdraio, negandomi l’orgasmo per un’ora intera prima di cedere, solo per sentire il piacere moltiplicato.

L’animale dentro di me è sveglio. Ha fame. E ogni notte di questa vacanza siciliana sarà un nuovo capitolo di urla, dita, giocattoli e umori che colano fino al mare. Non vedo l’ora che arrivi domani. Il sussurro delle onde sembra già dirmi: torna, Monica. Torna e spingiti oltre.

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