Sfida Ardente con l'Artista Nera
Marco, un designer romano di 32 anni, accetta la sfida di Yvonne, un’artista nera senegalese di 27 anni, e finisce a scoparsela selvaggiamente nello studio
Marco Rossi, trentaduenne designer romano con la lingua affilata come un taglierino e l’ego gonfio quanto il traffico di Piazza Venezia, stava gironzolando per la galleria contemporanea di Trastevere con un bicchiere di prosecco già tiepido in mano. Le pareti erano tappezzate di tele enormi: corpi neri e bianchi intrecciati, bocche spalancate, cosce aperte, pennellate che puzzavano di sesso anche da tre metri di distanza. L’artista? Yvonne Diop, ventisette anni, senegalese di nascita e romana d’adozione, pelle scura lucida sotto le luci alogene, capelli rasati cortissimi che le facevano sembrare il cranio una scultura viva, e un sorriso che già prometteva guai.
Marco si fermò davanti a un quadro particolarmente spudorato — un uomo pallido chinato tra le cosce di una donna nera, la lingua disegnata con tale precisione che sembrava quasi muoversi — e tirò su col naso.
«Eh già, il solito esotismo da souvenir. Tipo: “Guarda mamma, ho messo del pepe nella carbonara”. Bello lo sforzo, però alla fine sembra il catalogo di un sex shop di Fiumicino con pretese artistiche.»
La risata alle sue spalle era bassa, calda, e piena di denti bianchissimi. Yvonne era apparsa come un’apparizione, abito di lino bianco che contrapponeva la sua carnagione in modo quasi offensivo, e gli occhi a mandorla già scintillanti di sfida.
«Il designer romano ha parlato», disse, avvicinandosi abbastanza da fargli sentire il profumo di burro di karité e carboncino. «Marco Rossi, vero? Ti ho visto firmare i divani impossibili di via del Babuino. Critichi i miei nudi e intanto vendi poltrone che nessuno riesce a scopare sopra senza finire al pronto soccorso. Carino.»
Marco alzò un sopracciglio, divertito nonostante tutto. «E tu sei l’artista che vende orgasmi a trecento euro al pezzo. Complimenti. Però ammettilo: c’è un filo di… come si dice… “look at my melanin, bitches” in tutto questo.»
Yvonne rise di gusto, attirando sguardi. Poi, ad alta voce, abbastanza perché metà della galleria sentisse:
«Sai cosa, bel tizio pallido? Se i miei corpi ti sembrano così da cartolina turistica, posa tu per me. Nudo. Stasera. Nel mio studio. Voglio vedere se quella pelle da mozzarella romana regge il contrasto con le mie mani. O hai paura che il carboncino ti macchi l’anima cristiana?»
Qualcuno ridacchiò. Qualcun altro alzò il telefono. Marco sentì il sangue salirgli alle guance e, traditore, anche più in basso. La competitività gli scattò come una molla.
«Paura? Tesoro, io sono cresciuto a insulti da tifosi laziali. Se vuoi disegnarmi il cazzo storto come un’oliva ascolana, fatti sotto. Ma poi non venire a piangere se la tua “sfida interculturale” finisce con me che ti rido in faccia mentre ti sego.»
«Affare fatto», tagliò lei, porgendogli un bigliettino con l’indirizzo. «Mezzanotte. Porta solo la faccia tosta. Il resto lo tolgo io.»
Due ore dopo Marco varcava la soglia dello studio di Yvonne a San Lorenzo: un loft alto, odoroso di trementina, legno bruciato e pelle calda. Telai ovunque, un divano sventrato, e lei già in canottiera nera e jeans strappati, le dita sporche di nero.
«Svestiti», ordinò senza preamboli, accendendo una lampada al sodio che lo investì di luce gialla. «E smettila di fare il romano offeso. Sei venuto, quindi vuoi.»
Marco si sfilò la camicia con gesti teatrale-lenti, poi i pantaloni, poi i boxer. Restò nudo, cazzo già mezzo sveglio per l’umiliazione pubblica e l’eccitazione privata, la pelle chiara che sembrava fosforescente contro le ombre. Yvonne lo squadrò da capo a piedi e fischiò basso.
«Mannaggia. Sei più bianco di una mozzarella di bufala dimenticata in frigo. Perfetto. Siediti lì, gamba aperta. Voglio il contrasto.»
Si mise a disegnare su un foglio enorme, carboncino che strideva. Marco, seduto sullo sgabello scomodo, non resisteva.
«Sai, da qui vedo che la tua mano scura sul bianco del foglio sembra… non so… tipo un’eclissi che sta per fottere il sole. Molto poetico. Molto “scopami l’identità».»
Yvonne non alzò gli occhi, ma la bocca si piegò. «Continua così e ti disegno con un cazzo piccolo per vendetta. Comunque hai ragione sul contrasto. La tua coscia sembra latte versato sulla mia ombra. Se ti tocco lascio impronte da reato.»
Si alzò, si avvicinò «per correggere la posa». Le dita nere di carboncino gli sfiorarono l’interno coscia, lasciando strisce scure sulla pelle chiara. «Ops. Scusa. Mano che scivola.»
Marco sentì il cazzo alzarsi di colpo, traditore. «Ops un cazzo. L’hai fatto apposta, strega senegalese. Adesso sembro un dalmata arrapato.»
Lei rise, e la risata gli vibrò contro il petto nudo mentre le dita «sistemavano» di nuovo, stavolta salendo più su, sfiorando il sacco, lasciando macchie nere sul rosa della pelle. «Accidenti, davvero scivolosa sta mano. E guardati: sei già duro. Il designer sarcastico si bagna per un po’ di carboncino nero sulla sua mozzarellina?»
«E tu ti stai leccando i baffi guardando il mio cazzo pallido che ti saluta», ribatté lui, voce già roca. «Ammettilo. Ti eccita il contrasto. Vuoi vedere se il bianco sporca o se il nero macchia di più.»
Yvonne posò il carboncino, si strinse tra le cosce un attimo — gesto piccolo, sincero — e lo guardò dritto negli occhi, ridendo ancora ma con le pupille dilatate.
«Va bene, stronzo bello. Sono bagnata. Le mutandine sono un disastro. E tu hai il cazzo che punta verso di me come un’accusa. Ridiamo pure, ma… cazzo, sì. Sono eccitata da morire. Tu?»
Marco esalò una risata rauca, il petto che saliva e scendeva. «Come un cazzo di adolescente. Questa sfida mi ha fotuto il cervello. Quindi… smettiamo di far finta che sia solo arte?»
Yvonne si morsicò il labbro inferiore, poi annuì con decisione, già che si sfilava la canottiera. I seni sodi, capezzoli scuri e già duri, contrastavano col bianco della sua mano che glieli stringeva un attimo. «Consapevolmente. Nessuno scusa. Niente “è successo”. Ti voglio scopare qui, adesso, con le tue battute da stronzo e le mie impronte nere addosso. Affare fatto?»
«Affare fatto», grinse Marco, alzandosi, il cazzo ormai di sasso che le urtava già la pancia nuda. Le mani di lei, ancora sporche, gli cingevano il culo e lo tiravano contro di sé. La bocca di Yvonne gli morso il collo mentre lui le abbassava i jeans, trovandola senza mutande, la figa rasata e lucida.
«Gesù, sei già un fiume», borbottò lui contro la sua bocca. «E io ti lascerò strisce bianche di sborra su tutta questa pelle da dea. Ironico, no?»
«Smettila di parlare e mettimelo», rispose lei, ridendo e ansimando insieme, una gamba già alzata contro il suo fianco. Le dita di Marco scivolarono tra le sue labbra bagnate, due dita dentro di colpo, e Yvonne gemé alto, il suono che riempiva lo studio. Il carboncino sulle sue cosce si mescolava al suo umido, strisce grigie e scure che scendevano.
Si spinsero verso il divano sventrato. Yvonne lo fece sedere e gli salì sopra, la figa che strofinava lentamente lungo l’asta dura, lasciando scie lucide sulla pelle chiara di lui. «Guarda che casino di colori stiamo facendo», sussurrò divertita, e poi si abbassò, prendendolo dentro di sé centimetro dopo centimetro, calda, stretta, gocciolante.
Marco tirò aria tra i denti, le mani sui suoi fianchi scuri. «Cazzo, Yvonne… ti senti come…» Non finì la frase perché lei iniziò a muoversi, ondate lente e profonde, senegalese e romana che si fottevano ridendo e gemendo, il contrasto delle pelli che si batteva a ogni spinta. Le impronte di carboncino ormai ovunque: sul petto di lui, sulle tette di lei, sulle cosce incrociate.
Yvonne accelerò, le unghie nella sua schiena chiara, la voce rotta di risate e piacere. «Più forte, designer di merda. Voglio che domani cammini storto e pensi ancora a quanto il nero ti ha mangiato vivo.»
Lui la ribaltò di scatto, finendo sopra, le gambe di lei spalancate contro il petto. Spingeva duro, il suono bagnato che riempiva la stanza, le battute che diventavano solo soffi e parolacce. Il cazzo pale usciva lucido e rientrava nel scuro, ancora e ancora. Yvonne gli graffiò le spalle, rideva mentre veniva la prima volta, stretta a ritmo, e Marco dovette rallentare per non sparare tutto subito.
Ma non avevano finito. Non ancora. Lei lo spinse di nuovo sotto, gli si rimise a cavalcioni all’incontrario, dandogli la schiena e il culo perfetto da guardare mentre si impalava da sola, e lui le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa scura, lasciando il segno rosato che lei commentò ansimando: «Ecco, adesso sì che c’è pepe nella carbonara…»
Le risate si mescolavano ai gemiti. Il sudore faceva colare il carboncino. Marco sentiva di poter venire da un momento all’altro, ma Yvonne scese improvvisamente, gli si mise in ginocchio tra le gambe e gli leccò il cazzo da base a punta, le labbra scure intorno al rosa vivo, gli occhi alzati e maliziosi.
«Non ancora», mormorò. «La sfida non è finita finché non ti faccio venire in faccia e poi non mi fai venire di nuovo sulla tela. Stiamo solo… scaldando i colori.»
Marco la tirò su per le ascelle, la baciò con gusto di sesso e carboncino, e la spinse contro il cavalletto. Il cazzo le premeva di nuovo all’ingresso, pronto a rifilarselo dentro fino in fondo, mentre fuori la notte romana continuava a ignorarli e dentro lo studio l’aria era ormai solo risate rauche, pelle contro pelle e la promessa sporca che il meglio — o il peggio — doveva ancora arrivare.
Marco la spinse di nuovo contro il cavalletto, il cazzo già lucido del suo umido che le sfiorava l’ingresso caldo. Yvonne gli rise in faccia, gli occhi scintillanti di sfida e di sudore.
«Ancora qui a fare il romano drammatico? Spingi, mozzarella, o ti disegno il cazzo storto per davvero.»
Lui non se lo fece ripetere. La sollevò di peso, la portò al divano sventrato e si lasciò cadere sotto di lei. Yvonne gli salì a cavalcioni senza esitazione, ma invece di infilarselo subito gli girò il bacino, gli piantò le ginocchia ai lati della testa e gli abbassò la figa nera e gocciolante dritta sulla bocca.
«Lecca, designer di merda. Voglio sentire quella lingua pallida lavorare.»
Marco obbedì con un gemito rauco, la lingua che affondò tra le labbra scure già gonfie e saporite di sesso. Il sapore era salato, intenso, misto al carboncino che le macchiava ancora le cosce. Yvonne ansimò alto, una mano che gli afferrò il cazzo bianco e duro e lo strinse a ritmo, su e giù, il pollice che stropicciava la testa già umida di precome.
«Cazzo, guarda che contrasto… le tue labbra rosa sulla mia figa nera. Sembra un dipinto porno. Continua, più forte.»
Lui succhiò il clitoride, la lingua piatta che leccava tutto, mentre lei gli pompava il cazzo con la mano scura, le dita che lasciavano strisce nere sull’asta chiara. Yvonne rideva tra un gemito e l’altro, il bacino che gli strofinava la faccia.
«Sei bravo con la bocca, stronzo. Meglio di quanto sei bravo a criticare i quadri. Ah… merda, così.»
Quando fu abbastanza bagnata da sgocciolargli sul mento, scese, gli afferrò il cazzo e se lo infilò d’un colpo, fino in fondo. Marco tirò aria tra i denti, le mani che le afferrarono i fianchi scuri.
«Gesù Cristo, sei stretta come…»
«Smettila di poetare e fottemi», lo interruppe lei, iniziando a cavalcare con ondate profonde e impietose. I seni scuri ballavano a ogni botta, i capezzoli duri che lui cercava di afferrare. Yvonne accelerò, il culo che sbatteva contro le sue cosce chiare, il suono bagnato e osceno che riempiva lo studio.
Poi lui la ribaltò di scatto. Finirono in missionario selvaggio, le gambe di lei spalancate contro il petto, il cazzo bianco che spariva e riemergeva lucido nella figa nera. Yvonne gli graffiò la schiena con le unghie, lasciando strisce rosse sulla pelle chiara già macchiata di carboncino.
«Più forte, Marco. Voglio che mi senta domani quando cammino. Ah… cazzo sì, così, spingi quel cazzo da romano dentro la senegalese.»
Lui rideva e ansimava insieme, le spinte che diventavano sempre più dure, il divano che scricchiolava sotto di loro.
«Guarda che casino… il mio bianco che ti allaga il nero. Sembri una tela viva, strega. La tua figa mi mangia vivo.»
Yvonne gli graffiò di nuovo le spalle, la risata rotta dal piacere.
«E il tuo cazzo pallido fa la figura del turista perso a Dakar. Continua, non fermarti.»
Quando lei fu vicina di nuovo, Marco la fece girare. La mise a quattro zampe sul divano, le afferrò i fianchi e se la infilò da dietro d’un sol colpo. Yvonne gemé alto, la schiena inarcata, il culo scuro che spingeva indietro contro di lui. Lui le tirò i capelli rasati corti — quel poco che c’era — e iniziò a scoparla da dietro con botte lunghe e profonde, il suono della pelle chiara che sbatteva contro quella scura a ogni spinta.
«Guarda che spettacolo», borbottò lui tra una risata e un gemito. «Il mio cazzo bianco che scompare nella tua figa nera… sembra pepe nero sulla mozzarella. Ti piace, eh? Ti piace sentirmi tirarti i capelli mentre ti riempio?»
«Sì, cazzo, sì», ansimò Yvonne, ridendo e spingendo indietro. «Tira più forte, designer di merda. Parlami sporco del contrasto. Dimmi quanto ti eccita macchiarmi.»
«Mi eccita un cazzo di continuo. La tua pelle scura che suda sotto le mie mani bianche… le impronte che lascio sul tuo culo… e questa figa che mi succhia come se volesse succhiarmi l’anima. Sto per fotterti fino a farti venire di nuovo, Yvonne.»
Le spinte diventarono selvagge, il divano che scricchiolava minaccioso. Yvonne si voltò a guardarlo sopra la spalla, gli occhi lucidi di lussuria e umorismo.
«Quando vieni, sparala sul mio seno. Voglio vederti schizzare bianco su queste tette nere. E io… io ti vengo in faccia. Affare fatto, mozzarella?»
«Affare fatto, strega.»
Marco la tirò su, la fece girare di nuovo, si sdraiò sotto di lei e le afferrò i fianchi mentre lei gli si mise a cavalcioni al contrario, dandogli la figa in faccia e il culo da guardare. Lei si abbassò, gli strinse il cazzo con una mano e si strofinò la figa bagnata sulla sua bocca, mentre lui leccava di nuovo, avidamente. Yvonne gemé, il bacino che gli ballava sulla lingua, e poi venne di colpo, forte, le cosce che gli tremavano intorno alla testa, i fluidi caldi che gli colavano sul mento e sulle guance mentre lei urlava una risata rotta.
«Cazzo… sì… prendilo tutto, leccami mentre vengo…»
Appena finì di tremare, scese di scatto, si mise in ginocchio tra le sue gambe, gli pompò il cazzo bianco con entrambe le mani scure e glielo puntò contro il seno. Marco non resistette. Con un ruggito rauco schizzò, getti spessi e caldi di sborra bianca che le coprirono i seni scuri, i capezzoli, lo scolo che scendeva tra le tette verso la pancia. Yvonne rise di gusto, le dita che stropicciavano la sborra sul proprio seno, mescolandola al carboncino e al sudore.
«Ecco… pepe e mozzarella. Perfetto. Guarda che quadro siamo diventati.»
Crollarono sul divano, esausti, sudati, il petto di entrambi che saliva e scendeva a raffiche. Si guardarono, e scoppiarono a ridere come due complici appena usciti da una rapina riuscita. Il carboncino era ovunque, la sborra luccicava sul seno di lei, i graffi arrossavano la schiena di lui.
Yvonne gli passò un dito sulla guancia ancora umida del suo orgasmo e scosse la testa, divertita.
«Sai che c’è? Il ritratto è comunque venuto benissimo. Quello che ho iniziato prima, intendo. Te lo faccio vedere dopo. E la prossima volta… tocca a te. Ti voglio dipingere addosso il tuo stesso sperma. Su di me. Come un’opera d’arte mobile. Promesso?»
Marco rise ancora, le passò una mano sul fianco scuro e la baciò, un bacio ironico, pieno di denti e di sapore di sesso.
«Promesso, artista nera di merda. Altre sfide ardenti. Ma la prossima volta porto io il prosecco, che almeno beviamo qualcosa di decente mentre ci macchiamo a vicenda.»
Si strinsero ancora un attimo, ridendo piano, sudati e soddisfatti, mentre fuori lo studio la notte di San Lorenzo continuava indifferente.
Yvonne, però, sapeva già una cosa che Marco ignorava del tutto: il bigliettino con l’indirizzo che gli aveva dato in galleria non era solo un invito. Sul retro, con un carboncino finissimo, aveva già abbozzato il suo cazzo eretto e il suo sorriso da stronzo, e quella sera stessa, mentre lui si vestiva per andarsene, lei avrebbe nascosto quel foglietto tra le tele da spedire a una collezionista privata di Milano che aveva pagato in anticipo «qualcosa di autentico e sporco». Il ritratto era già venduto. E Marco non lo avrebbe mai saputo.
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