Scambiando Sguardi sulla Parete

Dopo vent’anni di sguardi rubati, Vanessa e Sergio si scopano finalmente contro la parete che stanno ristrutturando.

13 min read August 17, 2026New

La polvere di gesso fluttuava nell’aria come confetti stanchi di una festa finita male, e Vanessa starnutì per la terza volta in cinque minuti, tenendo la carta vetrata come se fosse un’arma impropria.

«Se muoio soffocata da questa parete, diglielo ad Aisha che al matrimonio voglio rose bianche e un necrologio ironico», borbottò, soffiandosi il naso sulla manica della maglietta vecchia. Sergio, accovacciato a mezzo metro da lei con il pennello della colla in mano, alzò un sopracciglio impolverato.

«Rose bianche? Troppo classiche. Io proponiamo un monumento a te e a questa maledetta tramezza che ci sta uccidendo da sei ore. “Qui giace Vanessa, falciata da un’amicizia di vent’anni e da un matrimonio altrui”.»

Vanessa ridacchiò, e la risata le scosse le spalle scoperte. La maglietta, strappata al cassetto delle cose da cantiere, le lasciava vedere la clavicola e un angolo di reggiseno nero che Sergio stava facendo finta di non notare da quando erano rimasti soli nella villa di campagna di Aisha. La sposa, in preda al panico pre-nuziale, li aveva scaricati lì con un sorriso colpevole: «Voi due siete i più pratici. Date una sistemata a quella parete divisoria del salone, no? Tanto siete sempre stati una squadra».

Una squadra. Vent’anni di squadra. Dal liceo in poi: compiti copiati, ubriacature con Wesley all’università, spalle su cui piangere quando i fidanzati di turno li mollavano con scuse ridicole. L’ultima delusione di Vanessa — un tipo di nome dimenticabile che la tradiva con la collega di ufficio — era ancora fresca come la vernice che dovevano stendere. Quella di Sergio, una ragazza che lo aveva lasciato perché “troppo amico della sua amica”, era ancora più fresca. E adesso eccoli lì, sudati e impolverati, a fingere che la tensione non fosse più spessa della colla vinilica.

Vanessa riprese a passare la carta vetrata sulla superficie grezza. Il braccio le sfiorò il fianco di Sergio. Un attimo. Poi di nuovo. La terza volta non fu un incidente: i loro gomiti si toccarono e restarono lì, come due adolescenti che fingono di non averlo fatto apposta.

«Scusa», mormorò lei, senza spostarsi.

«Non scusarti. È l’unica cosa interessante successa da quando Aisha ci ha parcheggiati qui con le promesse di “ci vediamo a pranzo” che ovviamente non arriverà mai.» Sergio posò il pennello e si alzò, stiracchiandosi. La maglietta gli si sollevò un attimo, mostrando una striscia di pelle e il bordo dei boxer. Vanessa distolse lo sguardo un secondo troppo tardi, e lui se ne accorse. Sorrise storto. «Stai valutando i miei addominali o stai pensando a come uccidermi con la spatola?»

«Entrambi. In ordine di priorità.» Lei si sporse per prendere la bottiglia d’acqua, e la schiena le si inarcò. «Però ammettilo: se non fossimo rimasti single contemporaneamente come due disastri sincronizzati, adesso saremmo a casa a guardare serie tv invece di lisciare muri come due operai romantici.»

«Romantici? Io ho la colla nei capelli e tu sembri un fantasma di gesso. Siamo il contrario del romanticismo.»

«Eppure mi guardi come se stessi per citarmi una poesia.»

Sergio aprì la bocca, la richiuse, e poi rise — una risata bassa, genuina, che riempì la stanza vuota. «Vent’anni e ancora mi leggi come un libro aperto. Fa schifo.»

«Fa comodo.» Vanessa si alzò in piedi, si scrollò la polvere dai jeans strappati sulle cosce e gli tese la bottiglia. Quando lui la prese, le dita si intrecciarono un istante di troppo. Il contatto mandò una scossa ridicola su per il braccio di lei, e per un secondo pensò di ritirarsi. Non lo fece. «Sai cosa mi fa più ridere? Che tutti ci chiedono da sempre quando ci mettiamo insieme. Wesley l’ha fatto pure all’addio al celibato di Aisha, ubriaco fradicio. “Ma dai, voi due…” E noi a negare come se fossimo sotto processo.»

«Perché negavamo», disse Sergio, più piano. Si avvicinò per ispezionare un punto della parete, ma era una scusa trasparente: il suo petto era a un soffio dalla spalla di lei. Odore di sudore pulito, di sapone e di quella colla dannata. «Io negavo perché… cazzo, Vanessa. Perché se te lo dicevo e tu mi ridevi in faccia, perdevo l’unica persona con cui potevo essere un idiota completo.»

Lei restò immobile. La carta vetrata le scivolò dalle dita e cadde a terra con un fruscio ridicolo. «E adesso?»

«Adesso siamo entrambi appena scaricati, soli in una villa che puzza di ristrutturazione, e tu hai ancora quel sorriso da liceale che mi faceva perdere i pezzi già a diciotto anni.» Lui si schiarì la gola, tentando di recuperare il tono leggero. «Ricordi la festa di fine anno da Matteo? Quella in cui dovevamo baciarci per la sfida delle bottiglie e tu sei scappata in bagno fingendo un’intossicazione alimentare?»

Vanessa scoppiò a ridere, una risata che le piegò le ginocchia. Si appoggiò alla parete appena levigata, incurante della polvere che le si attaccava ai capelli scuri. «Dio, sì. Ero panico puro. Tu avevi indossato quella camicia orribile a fiori e io pensavo: se lo bacio adesso, non smetto più e poi lui scopre che lo desidero da quando mi ha prestato gli appunti di storia.»

Il silenzio che seguì non fu imbarazzato. Fu elettrico. Sergio la guardò davvero, senza filtro, e il cuore di Vanessa iniziò a martellarle nelle orecchie come un trapano lasciato acceso.

«Aspetta», disse lui, la voce un filo più roca. «Lo desideravi? Sul serio?»

Lei alzò lo sguardo, le guance calde sotto lo strato di gesso. Rise di nuovo, ma era una risata nervosa, onesta, che le tremava un po’ sulle labbra. «Sergio. Ti ho sempre desiderato. Da stupida. Da amica che si morde la lingua. Da donna che ha scelto fidanzati sbagliati apposta per non rischiare di perderti. È ridicolo, lo so. Vent’anni di sguardi rubati e di battute per coprire il fatto che quando mi sfiori — come adesso, scemo, non fare finta di niente — mi si sciolgono le gambe.»

Sergio chiuse gli occhi un attimo, come se stesse facendo i conti con un calcolo troppo lungo. Quando li riaprì, c’era una luce diversa, calda e un po’ spaventata. Si avvicinò ancora, una mano che si posò sul muro accanto alla testa di lei, imprigionandola senza costrizione. L’altra le sfiorò la guancia, cancellando una striscia di polvere con il pollice.

«Anch’io», sussurrò. «Sempre. Ogni cazzo di volta che ridevi di una mia battuta di merda, ogni volta che ti addormentavi sul mio divano dopo un brutto appuntamento, ogni volta che mi mandavi messaggi alle tre di notte. Ti ho voluta in un modo che mi faceva sentire un traditore della nostra amicizia. E adesso sei qui, che mi dici questa cosa mentre abbiamo la colla sotto le unghie, e io…»

Non finì la frase. Vanessa si sollevò sulle punte e lo baciò.

Fu un bacio che sapeva di vent’anni di attesa e di polvere di gesso, di risate soffocate e di confessions appena liberate. Sergio rispose subito, con un suono basso di gola che le vibrò contro le labbra. La sua mano scese dalla guancia al collo, poi alla nuca, intrecciandosi nei capelli di lei per attirarla più vicino. Vanessa aprì la bocca, lo invitò dentro, e le lingue si trovarono con un’urgenza che non aveva niente di esitante: era scelta, era consapevolezza, era il “finalmente” che entrambi stavano pronunciando senza parole.

Il corpo di lui la premette dolcemente contro la parete. Il legno grezzo le graffiò la schiena attraverso la maglietta, e lei gemette nel bacio, le mani che scivolavano sotto il tessuto di Sergio per sentire la pelle calda, i muscoli tesi della schiena. Lui la baciò più a fondo, il bacino che si annidava contro il suo in un attrito lento e deliberato. Sentì quanto lui fosse già duro, e il pensiero le mandò un brivido diretto tra le cosce.

Si staccarono solo per riprendere fiato, le fronti appoggiate l’una all’altra, il respiro corto che si mescolava.

«Se continuiamo», mormorò Sergio contro le sue labbra, la voce roca di desiderio e di quella ironia che non abbandonava mai del tutto, «questa parete non la finiamo mai. E Aisha ci uccide.»

Vanessa sorrise, le dita ancora aggrappate alla sua maglietta, il cuore che batteva come se avesse corso una maratona. Gli sfiorò di nuovo la bocca, un bacio più lento, più sporco, che lasciava intendere tutto quello che ancora non avevano detto con il corpo.

«Allora smettiamo di fingere che ci interessi la parete», sussurrò. «E facciamo qualcosa di molto più interessante contro di essa.»

Sergio emise una risata bassa, affamata, e la baciò di nuovo — più forte, le mani che scendevano a stringerle i fianchi, sollevandola quasi perché lei avvolgesse le gambe intorno a lui. La tensione che li aveva tenuti in bilico per vent’anni si era spezzata, ma al suo posto c’era qualcosa di più grande, più caldo, che pulsava tra i loro corpi sudati e impolverati. Fuori, da qualche parte nella villa, il tempo sembrava sospeso. Dentro quella stanza, con la parete a metà e il matrimonio di Aisha come scusa perfetta, Vanessa e Sergio avevano smesso di rubarsi sguardi.

Adesso se li scambiavano da vicino. E nessuno dei due aveva intenzione di fermarsi al solo bacio.

La risata di Sergio le vibrò contro la bocca mentre la sollevava quasi di peso, le mani salde sotto il culo di Vanessa. Lei avvolse le gambe intorno ai suoi fianchi senza esitare, il jeans ruvido che scivolava contro il suo, e il contatto le strappò un gemito che sapeva di liberazione e di polvere di gesso.

«Cazzo, Vanessa», mormorò lui tra un bacio e l’altro, la voce roca di chi ha tenuto troppo a lungo qualcosa dentro. «Vent’anni a fingere e adesso ti ho qui che mi strizzi le cosce come se fossi un’altalena. Se Aisha ci becca così, ci fa sposare al posto suo per punizione.»

Vanessa rise, la testa gettata indietro, i capelli scuri già impastati di bianco. «Meglio. Almeno la parete la usiamo per qualcosa di sensato.» Le mani le scesero a sbottonargli i jeans con una frettolosità giocosa, le dita che tremavano un po’ dall’emozione e un po’ dalla smania. Quando lo liberò, duro e caldo contro il suo palmo, sussurrò contro il suo collo: «Oh, guarda. Anche tu hai deciso di smettere di fingere.»

Sergio sganciò la fibbia del suo cinturone, le sfilò i jeans e le mutandine in un solo gesto maldestro che le fece sbuffare una risata contro la sua spalla. Il telo protettivo steso a terra — blu, pieno di screpolature di colla secca e di impronte di scarpe — li accolse quando lei scivolò in ginocchio senza perdere tempo. Si sistemò tra le sue gambe, alzò lo sguardo e lo trovò che la guardava con un’espressione così stupita e felice che le si strinse qualcosa al petto.

«Sei sicura?», chiese lui, già le dita nei suoi capelli, ma il sorriso gli spaccava il viso. «Perché se mi prendi in bocca adesso io non garantisco di restare in piedi. E crollare sulla vernice fresca sarebbe un finale epico ma un po’ tragico.»

«Zitto e goditi lo spettacolo, disastro.» Vanessa lo prese in bocca con desiderio giocoso, le labbra che si chiudevano intorno a lui con una lentezza deliberata, la lingua che girava intorno alla testa come se stesse assaggiando qualcosa di proibito e finalmente permesso. Sergio emise un suono basso, mezzo gemito mezzo risata di pura felicità, e le accarezzò i capelli con tenerezza goffa, i pollici che le sfioravano le tempie impolverate.

«Gesù, Vanessa… ti sei sempre nascosta dietro le battute e adesso mi fai così. Sei una meraviglia, lo sai?» Lei rispose succhiando più a fondo, una mano che gli stringeva la base mentre l’altra gli accarezzava la coscia. Il sapore di lui, il calore, il modo in cui i suoi fianchi tremavano appena — tutto le mandava scariche di calore dritto tra le gambe. Continuò con ritmo leggero e un po’ cattivo, alzando gli occhi per vederlo ridere e gemere allo stesso tempo, le labbra di lui che formavano il suo nome come una preghiera scema.

Quando sentì che stava per perdersi troppo presto, Sergio la sollevò di scatto, le mani sotto le ascelle, e la fece girare. «Basta o finisco prima del matrimonio di Aisha, e quello sarebbe un record che non voglio battere.» La spinse dolcemente contro la parete appena intonacata. Il gesso fresco le si appiccicò alla schiena nuda quando le sollevò la maglietta e gliela sfilò, reggiseno nero compreso. Vanessa rise di nuovo, la faccia premuta quasi contro il muro, le mani che cercavano appiglio sulla superficie ancora umida.

«Sergio, la vernice—»

«Ci penseremo dopo. Adesso ti prendo qui, come ti merito da una vita.» Entrò in lei da dietro con una spinta profonda e lenta, un gemito condiviso che riempì la stanza vuota. Vanessa spalancò gli occhi, il respiro spezzato, e spinse indietro i fianchi per prenderlo tutto. Lui iniziò a muoversi con quella lentezza deliberata che sapeva di anni di attesa: spinte profonde che la riempivano fino in fondo, le mani che le stringevano i fianchi, le dita che lasciavano impronte bianche sulla sua pelle. Ogni volta che andava fino in fondo le baciava la spalla, le mormorava contro l’orecchio cose da ridere e da piangere insieme.

«Ricordi quando ti ho visto in costume a diciotto anni e ho dovuto nascondermi dietro un ombrellone? Ecco, adesso ti sto scopando contro una parete e non devo nascondermi più un cazzo.» Vanessa rise tra un gemito e l’altro, la fronte appoggiata al muro, il corpo che ondeggiava al suo ritmo.

«Sei un idiota… ah… un idiota meraviglioso. Più forte, su, che la parete regge.»

Lui obbedì solo un po’, le spinte che restavano profonde e misurate, il bacino che sbatteva contro il suo culo con un suono umido e perfetto. La mano di Sergio le scese davanti, le dita che le trovavano il clitoride e lo sfioravano con la stessa ironia affettuosa con cui le aveva sempre fatto le battute. Vanessa sentì l’orgasmo avvicinarsi come un treno, ma scosse la testa.

«Aspetta. Voglio vederti.»

Si sfilò da lui con un sospiro, lo spinse a sedersi sul telo protettivo e gli salì sopra a cavalcioni. Lo guardò negli occhi mentre si abbassava di nuovo su di lui, prendendolo tutto con un movimento fluido. Sergio le mise le mani sui fianchi, la guardò come se stesse vedendo il sole per la prima volta, e rise — una risata piena, incredula, che le vibrò dentro.

«Sei bellissima coperta di gesso e colla. Tipo una statua romana che ha deciso di scoparsi il ristrutturatore.»

Vanessa iniziò a muoversi, salendo e scendendo con un ritmo che mescolava urgenza e tenerezza. Lo guardava dritto negli occhi, le mani sul suo petto, i capelli che le cadevano in faccia. Tra una risata e un gemito gli raccontava a pezzi quanto lo avesse desiderato: «Ogni volta che mi prendevi in braccio da ubriaca… ogni film sul divano… cazzo, Sergio, mi mancavi anche quando c’ero.» Lui rispondeva spingendosi su verso di lei, le mani che le stringevano il sedere, la voce spezzata: «E io che ti guardavo sparire con quei coglioni e pensavo “un giorno glielo dico”. Ecco, te l’ho detto. Con il cazzo dentro.»

Il ritmo si fece più intenso, i corpi che sbattevano l’uno contro l’altro sul telo scricchiolante. Vanessa si chino a baciarlo, le lingue che si rincorrevano tra risate soffocate e gemiti aperti. Sentiva tutto: il calore di lui che la riempiva, le dita che le lasciavano strisce bianche sulle cosce, il cuore che batteva contro il suo come se volesse uscire. Quando l’orgasmo arrivò fu intenso e condiviso, un’onda che li prese insieme. Vanessa strinse intorno a lui con un grido mezzo risata mezzo lacrima, il corpo che si inarcava, e Sergio la seguì subito dopo, spingendosi fino in fondo con un gemito basso e il suo nome sulle labbra, le braccia che la stringevano forte mentre veniva dentro di lei.

Rimasero intrecciati e sudati sul telo, il respiro che si rincorse, i corpi ancora uniti. Vanessa alzò la testa, lo guardò, e scoppiò a ridere. Sergio aveva una striscia di intonaco sulla guancia, lei ne aveva sul seno e sui fianchi, e entrambi sembravano usciti da una battaglia pittorica persa in partenza.

«Sembri un fantasma che ha fatto sesso», disse lei, tracciandogli una riga sul petto con il dito.

«E tu sembri la prova che l’amore è caotico e lascia macchie.» Lui le accarezzò i capelli, ancora dentro di lei, gli occhi lucidi di qualcosa di più grande del semplice piacere. «Vanessa… questo non è solo sesso contro una parete, vero?»

Lei scosse la testa, il sorriso morbido. «No. È un nuovo inizio. Finalmente. Recuperiamo quei vent’anni di sguardi rubati. Con amore, con ironia, e con tanto, tanto sesso su questa maledetta parete che prima o poi finiremo di sistemare.»

Il giorno dopo, al matrimonio di Aisha, ballarono insieme come coppia ufficiale. Lei con un vestito che nascondeva a malapena qualche macchia di vernice ancora sulle spalle, lui con la cravatta storta e un sorriso che non gli scendeva più. Mentre la musica li faceva girare lenti sotto le luci, Sergio le sussurrò all’orecchio: «Promesso: futuro pieno di risate, di te, e di pareti che non reggono le nostre spinte.» Vanessa rise, la fronte contro la sua, e lo baciò in mezzo alla pista, vent’anni di attesa che diventavano finalmente presente.

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