Argilla e Desiderio

Renata ritrova il vicino ceramista e la passione repressa.

29 min read August 31, 2026New

Il treno ha rallentato tra le colline color ruggine e io ho sentito lo stomaco chiudersi come un pugno. Dieci anni. Dieci anni da quando avevo lasciato questo pezzo di Toscana fatto di creta, olivi e silenzi troppo lunghi. Avevo trentadue anni, le mani ancora piene di polvere di scultura, e stavo tornando solo per Aisha, la mia migliore amica, che aveva deciso di sposarsi nella chiesetta di pietra sopra il paese. Nient’altro. Almeno così mi ripetevo.

Poi l’ho visto.

Darius stava scaricando casse di ceramiche dal furgone davanti al laboratorio che un tempo era solo un capanno di legno e adesso aveva le vetrate ampie e il cartello di legno intagliato col suo nome. I capelli più lunghi, la barba corta, le spalle larghe da chi lavora la terra ogni giorno. Mi ha guardata e il mondo ha fatto quel piccolo scatto che fa quando riconosci qualcosa che credevi sepolto. Il bacio. Quella sera prima della mia partenza, dietro il forno ancora caldo, le labbra impastate di vino e paura, le sue mani sui miei fianchi, il mio cuore che batteva così forte che pensavo potesse rompermi le costole. Poi io ero scappata. Borse, treno, città, scuse. Lui non mi aveva mai richiamata. Io non avevo mai scritto.

«Renata», ha detto soltanto. La voce più grave. Gli occhi dello stesso verde scuro dell’argilla bagnata.

«Ciao, Darius».

Durante i preparativi del matrimonio ci hanno messi insieme. Ovvio. Aisha sapeva. Aisha aveva sempre saputo. «Aiutatemi coi centri tavola», aveva detto con quell’aria da innocente che non le credevo nemmeno da ragazzine. Così ci siamo ritrovati nel suo laboratorio, mani nell’argilla, a modellare ciotole e vasi bassi per i fiori. Il silenzio pesava. Ogni tanto le nostre dita si sfioravano sulla stessa massa umida e io sentivo la scossa salirmi lungo i polsi. Lui mi guardava di sottecchi mentre i pollici premevano e ruotavano, e io sapevo — lo sapevo dalle ciglia abbassate, dal modo in cui stringeva la mascella — che il desiderio non era mai morto da nessuna delle due parti. Solo represso. Accantonato. Tenuto a bada come un animale pericoloso.

«Sei diventata brava», ha mormorato una sera, osservando il modo in cui tiravo su il bordo di una ciotola. «Sempre lo eri. Ma adesso… si vede la mano ferma».

«Tu sei famoso», ho risposto, e la voce mi è uscita più rauca di quanto volessi. «Vedo le tue pezzi nelle riviste».

Ha alzato le spalle. «L’argilla non mente. Le persone sì».

Il rimprovero leggero mi ha colpita dritta. Non ho risposto. Ho solo continuato a lavorare, sentendo il calore salirmi tra le cosce ogni volta che i suoi avambracci si contraevano, ogni volta che una goccia di sudore gli scendeva lungo il collo fino al petto scoperto dalla camicia aperta.

La notte dopo la prova della cena l’aria era spessa, afosa, piena del profumo di gelsomino e terra bagnata. Aisha e gli altri se n’erano andati. Eravamo rimasti soli nel laboratorio, solo la luce bassa delle lampade da lavoro e la luna che entrava dalle vetrate. Continuavamo a lisciare gli ultimi pezzi per il giorno del matrimonio, anche se non serviva più. Le mani erano grigie fino ai gomiti. A un certo punto, allungandomi per prendere una spugna, le mie dita hanno sfiorato le sue. Né lui né io abbiamo tirato indietro. Ci siamo guardati. Gli occhi di Darius erano scuri, dilatatissimi.

«Non ho mai smesso di pensarti», ha sussurrato. La frase mi è entrata sotto la pelle come una lama calda. «Tutti i giorni. Tutte le notti. Anche quando cercavo di non farlo».

Ho sentito le ginocchia cedere. Il muro che avevo costruito in dieci anni ha fatto creak. «Anch’io», ho detto, e la voce mi trema. «Darius, io…»

Non ho finito. Mi sono alzata sulle punte e l’ho baciato io per prima. Labbra contro labbra, argilla e sale e anni rubati. Lui ha risposto con una passione controllata, quasi ferita, le mani che mi prendevano la vita senza stringere troppo, come se temesse che sparissi di nuovo. La lingua sua ha trovato la mia, lenta, profonda, e io ho gemuto nella sua bocca sentendo il cazzo indurirsi contro il mio ventre. Ero già bagnata. Dio, ero già così bagnata solo per quel bacio e per la confessione.

Ci siamo staccati solo per respirare. Lui mi guardava come se fossi l’unica cosa al mondo.

«Stavolta non scappo», ho detto. «Non voglio più fuggire».

«Bene», ha risposto, e la parola era un ringhio basso, affamato. «Perché io non ti lascio andare».

Mi sono seduta sul bancone di legno scuro, quello dove di giorno stendeva le lastre. Ho aperto le cosce e l’ho tirato a me per la camicia. Lui si è infilato tra le mie gambe e ha ricominciato a baciarmi, più urgenti, le mani che mi alzavano la gonna estiva. Ci siamo spogliati con una dolcezza frettolosa: la mia maglietta volata via, il reggiseno sganciato dalle sue dita esperte, la sua camicia aperta del tutto. Lui mi ha guardato i seni come se avesse fame da anni — e forse ce l’aveva. Ha chinato la testa e mi ha preso un capezzolo in bocca, succhiando con calore umido, la lingua che girava, i denti che graffiavano appena. Io gli ho conficcato le dita nei capelli, tirando, spingendolo contro il mio petto, mentre l’altra mano gli scendeva a liberare la fibbia della cintura. Il cazzo gli è balzato fuori, spesso, duro, già lucido in punta. L’ho stretto nel pugno e lui ha gemuto contro la mia pelle.

«Renata… cazzo…»

Mi ha aiutata a sfilarmi le mutandine. Le ha gettate da parte. Le dita sue, ancora sporche di argilla, mi hanno sfiorato la fessa bagnata e io ho inarcato la schiena. Poi mi ha presa per i fianchi, mi ha fatta scivolare un poco più avanti sul bancone, e si è allineato. Mi ha guardata negli occhi mentre spingeva dentro di me. Centimetro dopo centimetro, lento, profondo, fino in fondo. Ho sentito ogni vena, ogni spessore. Un suono rotto mi è uscito dalla gola. Lui ha cominciato a muoversi in piedi, spinte lunghe e pesanti, le mani che mi tenevano ferme mentre io gli avvolgevo le gambe intorno ai fianchi, i talloni che premevano contro il suo culo per tirarlo più dentro. Il bancone scricchiolava. L’argilla sulle nostre pelli si mescolava al sudore. Lui mi baciava il collo, il seno, la bocca, e io dicevo il suo nome come una preghiera sporca.

«Darius… più forte… no, così… lento… non smettere…»

A un certo punto le gambe non reggevano più quella posizione. Lui mi ha sollevata come se non pesassi nulla e ci siamo accasciati sul pavimento di pietra fresca, su un telo steso in fretta. Io mi sono messa a cavalcioni. L’ho fatto scivolare di nuovo dentro di me e ho cominciato a muovermi con cerchi lenti, sensuali, il clitoride che strofinava contro la base del suo cazzo a ogni rotazione. Lo guardavo dritto negli occhi. Vedevo tutto: il rimpianto, la fame, l’amore che non aveva mai avuto il coraggio di nominare ad alta voce. E io mormoravo il suo nome, di continuo, come se potesse tenermi ancorata.

«Darius. Darius. Ti ho amato anche mentre scappavo. Ti amo adesso».

Le sue mani mi stringevano i fianchi, mi guidavano, acceleravano appena il ritmo. Sentivo l’orgasmo salire da lontano, una marea calda che partiva dal basso ventre e mi apriva il petto. Lui era vicino, lo sentivo dal modo in cui i muscoli delle cosce gli tremano, dal respiro spezzato.

«Vieni con me», ho sussurrato. «Dentro. Voglio sentirti».

Siamo arrivati insieme. Io ho stretto intorno a lui a ondate, tremando, la testa gettata indietro, un grido rauco che non riuscivo a trattenere. Lui ha spinto su una ultima volta e ha venuto in profondità, caldo, a getti, il nome mio roco sulle labbra mentre mi teneva contro il petto come se potessi ancora sparire. Ci siamo restati aggrappati, sudati, sporchi di argilla e sesso, il cuore che batteva contro il cuore.

Quando il respiro è tornato un po’ più calmo, non ci siamo alzati. Siamo rimasti sul pavimento, le dita intrecciate, la luna che disegnava strisce argentee sui nostri corpi. Lui mi accarezzava i capelli con una tenerezza che faceva male.

«Cosa succede adesso?», ha chiesto a voce bassa. Non c’era angoscia, solo una domanda onesta, aperta. Il matrimonio di Aisha era tra tre giorni. Io avevo un biglietto di ritorno. Il laboratorio, le colline, questa seconda possibilità che bruciava ancora tra le cosce.

Ho posato la testa sul suo petto e ho ascoltato il battito. Non sapevo rispondere. Sapevo solo che il muro era crollato e che il desiderio, finalmente libero, non avrebbe più accettato gabbie facili. Fuori, da qualche parte nel paese che dormiva, le campane della chiesa segnavano l’una. Dentro di me, però, qualcosa si era appena svegliato per davvero — e non aveva alcuna intenzione di rimettersi a dormire.

Siamo rimasti così a lungo che il freddo della pietra ha cominciato a salirmi lungo la schiena, ma io non volevo muovermi. Il battito di Darius sotto l’orecchio era l’unica cosa che teneva insieme i pezzi di me. Le sue dita continuavano a passare tra i miei capelli, lente, come se stesse imparando di nuovo la forma del mio cranio.

«Hai freddo», ha mormorato.

«No», ho mentito. Avevo freddo e caldo insieme, e le cosce mi tremano ancora. Il suo seme mi scivolava lento fuori, mescolato all’argilla e al sudore, e quella sensazione viscida e intima mi faceva arrossire anche al buio. «Non voglio alzarmi».

Lui ha riso piano, un suono basso che mi è entrato dritto nello stomaco. «Allora non ti alzo. Ti porto».

Mi ha sollevata come se fossi ancora la ragazza di ventidue anni che scappava di notte, non una donna di trentadue con le mani piene di calli da scultura. Mi ha portata su per le scale strette che davano sull’appartamento sopra il laboratorio — un open space con travi a vista, odore di caffè vecchio e di terra cotta, un letto disfatto davanti a una finestra che guardava le colline nere. Mi ha adagiata sui lenzuoli e si è chino a baciarmi la fronte, poi la bocca, con una dolcezza che faceva male più della fame di prima.

«Aspetta», ho detto. Mi sono alzata, nuda, e sono andata in bagno. L’acqua calda mi ha lavato via l’argilla dalle braccia, dal collo, dall’interno delle cosce. Quando sono tornata lui mi aspettava seduto sul bordo del letto, ancora nudo, il cazzo già di nuovo mezzo duro tra le gambe, lo sguardo che mi seguiva come se avesse paura che la porta potesse richiudersi da sola.

Mi sono inginocchiata tra le sue ginocchia. Non ho detto niente. Gli ho preso il cazzo in mano, l’ho accarezzato dalla base alla punta già lucida, e l’ho portato alla bocca. Il sapore di noi due insieme mi ha fatto chiudere gli occhi. Ho succhiato piano, le labbra strette, la lingua che girava sotto al glande, e lui ha emesso un gemito roco che mi è sceso dritto nella figa.

«Renata… cazzo, così…»

Gli ho preso le palle con l’altra mano, le ho massaggiate mentre abbassavo la testa fino a sentirlo premere contro la gola. Lui mi teneva i capelli senza spingere, solo per sentirmi. Quando l’ho lasciato andare con un filamento di saliva che mi colava dal mento, mi ha tirata su, mi ha fatta strisciare sul materasso e si è messo sopra di me.

Questa volta non c’era frettolosità. Solo peso, calore, l’odore della sua pelle. Mi ha baciato il collo, la clavicola, è sceso ai seni e li ha presi in bocca uno alla volta, succhiando i capezzoli finché non sono diventati duri e sensibili da farmi gemere. Poi più in basso. La lingua gli è scivolata sull’addome, sul monte di Venere, e quando ha aperto le mie cosce con le mani e ha posato la bocca sulla figa ancora gonfia e bagnata di prima, ho dovuto mordermi il labbro per non urlare.

«Darius… oh Dio…»

Leccava lento, preciso, come se stesse modellando qualcosa di prezioso. La punta della lingua sul clitoride in cerchi stretti, due dita che entravano dentro di me e si piegavano cercando quel punto che mi faceva vedere stelle. Le anche mi si alzavano da sole. Gli ho conficcato le dita nei capelli e l’ho spinto contro di me, egoista, affamata.

«Voglio venirti in bocca», ho ansimato. «Per favore…»

Ha raddoppiato il ritmo. Le dita più profonde, la lingua più insistente. L’orgasmo è arrivato a ondate, violento, le cosce che gli si chiudevano intorno alla testa mentre io dicevo il suo nome a pezzi. Lui non si è fermato finché non ho tremato e gli ho tirato i capelli per farlo salire.

Mi ha baciata con la bocca ancora piena del mio sapore. Mi sono sentita spalancata, offerta, e quando ha spinto il cazzo dentro di me di nuovo — lento, fino in fondo, fino a farmi sentire il respiro spezzarsi — ho pianto senza lacrime. Solo un suono rotto.

«Ti sento», ha sussurrato contro la mia tempia. «Ti sento tutta».

Si muoveva con spinte lunghe e pesanti, il bacino che sbatteva contro il mio, il letto che scricchiolava. Io gli avvolgevo le gambe, i talloni contro i suoi glutei, e lo guardavo negli occhi. Verde scuro, dilatatissimi, pieni di tutto quello che non ci eravamo detti per dieci anni.

«Non voglio solo questa notte», ho confessato tra un gemito e l’altro. «Ho paura di dirlo. Ma non voglio solo questo».

Lui ha rallentato, è rimasto conficcato in fondo a me, pulsante. «Allora resta. Dopo il matrimonio. Resta e vediamo. Io… cazzo, Renata, io ti ho aspettata senza sapere se sarei riuscito a non odiarti. Non ce l’ho fatta a odiarti. Ti ho solo amata di nascosto».

Le parole mi hanno spaccata. L’ho baciato con violenza, denti e lingua, e ho cominciato a muovermi sotto di lui, a chiedere di più. Lui ha capito. Ha preso le mie cosce, me le ha aperte di più, e ha scopato più forte, più profondo, il suono umido e osceno dei nostri corpi che riempiva la stanza. La testa del letto batteva contro il muro. Io venivo di nuovo, stretta intorno a lui, e lui mi ha seguito subito dopo, spingendo fino in fondo e venendo con un ringhio basso, il nome mio rotto sulle labbra mentre mi riempiva di caldo.

Siamo crollati uno sull’altra. Il respiro si è rimescolato. Fuori stava cominciando a schiarire, un grigio tenue sulle colline.

Al mattino l’ho trovato in cucina, nudo dalla cintola in su, che preparava caffè. L’odore mi ha fatto venire voglia di piangere di nuovo, di casa. Mi ha passato una tazza senza parlare. Ci siamo seduti al tavolo di legno grezzo, le ginocchia che si toccavano sotto.

«Aisha sa già», ha detto lui a un certo punto, con un mezzo sorriso storto. «Ieri sera mi ha mandato un messaggio. “Finalmente, idiota”. Parola sua».

Ho riso, un suono nervoso. «Sempre lei».

«Il matrimonio è tra due giorni». Lui mi ha guardata sopra il bordo della tazza. «Poi tu hai un treno».

Il biglietto era nella mia borsa, giù in laboratorio, come un’accusa. «Sì».

«Io non ti chiedo promesse adesso. Ti chiedo solo di non sparire di nuovo senza dirmi niente. Anche se decidi di andartene. Guardami e dillo».

Ho annuito. La gola stretta. «Ti guarderò».

Siamo tornati giù per finire i centri tavola. L’argilla ci ha rimesso le mani insieme. Ogni tanto le dita si sfioravano e la scossa ripartiva, più forte di prima perché adesso sapevamo cos’era. Nel pomeriggio Aisha è arrivata con due amiche, chiasso e vestiti chiari, e ci ha lanciato un’occhiata che voleva dire vi ho visti entrambi e so tutto. Ci ha abbracciati uno per uno e ha sussurrato all’orecchio mio: «Se lo ferisci di nuovo ti ammazzo con le mie mani. Ma se stai, stai per davvero».

La sera, dopo che se n’erano andati tutti, Darius mi ha preso per un polso ancora sporco e mi ha portata di nuovo su. Niente parole lunghe. Solo bocche, unghie, il suono dei vestiti che cadevano. Mi ha presa da dietro, piegata sul tavolo della cucina, una mano sul mio clitoride e l’altra che mi teneva un seno, spinte profonde e ruvide che mi facevano vedere le stelle e dire cose sporche e tenere nello stesso respiro. «Più forte… sì… così… ti amo… non smettere…»

Quando siamo venuti insieme di nuovo, lui mi ha tenuta stretta contro il petto e ha posato le labbra dietro il mio orecchio.

«Domani c’è la prova generale», ha mormorato. «Poi la festa. Poi… quello che scegliamo».

Io ho chiuso gli occhi. Il desiderio non dormiva più. Bruciava. E sotto al bruciore c’era qualcosa di più pesante, di più vero, che non sapevo ancora se avrei avuto il coraggio di tenere tra le mani senza lasciarlo cadere di nuovo. Il treno esisteva ancora. Il laboratorio, le colline, il suo cuore contro la mia schiena esistevano pure. E io, per la prima volta in dieci anni, non sapevo da che parte batteva più forte la paura.

Il mattino successivo mi sono svegliata con il suo braccio pesante sul mio petto e l’odore di caffè che saliva già dalle scale. Darius non c’era nel letto. Solo il cuscino ancora caldo e una macchia chiara di argilla secca sul lenzuolo, residuo della notte. Mi sono alzata nuda, le cosce ancora sensibili, e l’ho trovato in laboratorio, camicia aperta, che controllava gli ultimi vasi. Quando mi ha vista in soglia, a torso nudo con solo la sua maglietta lunga fino a metà coscia, ha posato tutto.

«Buongiorno», ha detto, e la voce era già roca.

Non ho risposto a parole. Mi sono avvicinata, gli ho aperto i pantaloni e mi sono inginocchiata sul pavimento di pietra ancora fresco. Il cazzo gli è diventato duro tra le mie labbra in pochi secondi. L’ho succhiato lento, guardandolo negli occhi, la lingua che girava sotto al glande mentre lui mi teneva i capelli con entrambe le mani. «Cazzo, Renata… così di mattina…» Gemiti bassi, le anche che spingevano appena. Quando ho sentito il sapore salato affacciarsi, mi ha tirata su, mi ha fatta salire sul bancone e mi ha scopata in piedi, le mie gambe strette intorno ai suoi fianchi, le spinte rapide e profonde che facevano tintinnare gli strumenti di metallo. Sono venuta con la faccia premuta contro il suo collo, morso sulla pelle salata, e lui mi ha seguito subito dopo, riempiendomi di nuovo mentre sussurrava il mio nome come una preghiera sudata.

Ci siamo lavati insieme sotto la doccia stretta. Lui mi ha insaponata con le dita esperte, si è attardato tra le cosce, mi ha fatta venire di nuovo con due dita e il pollice sul clitoride mentre l’acqua calda ci scorreva addosso. «Non basta», gli ho ansimato all’orecchio. «Non mi basta mai con te».

La prova generale era nel pomeriggio. Aisha ci aveva convocate in chiesa per le posizioni, i fiori, i tempi. Io e Darius eravamo di nuovo affiancati, centri tavola da sistemare lungo i banchi di pietra antica. L’aria odorava di cera e di gelsomino reciso. Ogni volta che mi passava accanto, le sue dita sfioravano il mio polso, la mia schiena nuda sotto il vestito leggero. Una volta, dietro un pilastro mentre gli altri discutevano di musica, mi ha spinta contro il muro freddo e mi ha baciata a bocca aperta, una mano sotto la gonna, due dita che mi entravano lente e precise. «Sei già bagnata», ha mormorato contro le labbra. «Sempre per me». Ho gemuto basso, troppo basso perché Aisha non sentisse, e mi sono stretta intorno alle sue dita fino a venire silenziosa, le ginocchia che tremavano. Lui si è leccato le dita davanti ai miei occhi e ha sorriso, quel sorriso storto che mi spaccava il petto.

La sera, dopo che tutti se n’erano andati e la chiesa era tornata silenziosa, siamo tornati al laboratorio a piedi, mano nella mano come due ragazzi. Non ho parlato del treno. Non ho parlato di niente. Lui mi ha fatta salire le scale e mi ha spogliata pezzo per pezzo sul letto, baciando ogni centimetro di pelle che scopriva. «Voglio vederti tutta», ha detto. «Voglio ricordarmi di te anche se…» Non ha finito. Io gli ho messo un dito sulle labbra.

«Niente “se” stanotte».

Mi ha aperto le cosce e mi ha leccata a lungo, con una pazienza crudele, la lingua piatta sulla fessa gonfia, poi a punta sul clitoride, due e poi tre dita che mi aprivano e piegavano cercando il punto che mi faceva inarcare. «Vieni sulla mia bocca», ha ordinato basso. «Voglio berlo». Sono esplosa, le cosce che gli stringevano la testa, un grido rauco che mi è uscito dalla gola senza freni. Lui non si è fermato. Ha continuato a leccare e succhiare finché non ho pianto quasi dal piacere troppo forte, spingendolo via e tirandolo su di me.

Quando è entrato era già duro come pietra. Mi ha presa lenta, profonda, gli occhi fissi nei miei. «Dimmi di nuovo», ha chiesto. «Quello che hai detto ieri».

«Ti amo». La voce mi trema. «Ti ho amato mentre scappavo. Ti amo adesso. Ho paura di quanto ti amo».

Lui ha accelerato. Spinte lunghe che diventavano più forti, il letto che batteva contro il muro, i nostri corpi che si scontravano umidi e osceni. Mi ha rivoltata a pancia sotto, mi ha sollevata i fianchi e mi ha presa da dietro, una mano che mi massaggiava il clitoride e l’altra che mi teneva un seno, le dita che pizzicavano il capezzolo. «Più forte… sì… Darius… così… non fermarti… ti sento tutto…»

Siamo venuti insieme di nuovo, io che stringevo a ondate violente e lui che spingeva fino in fondo e si svuotava caldo, pesante, il nome mio rotto contro la mia schiena. Ci siamo accasciati. Lui è rimasto dentro di me mentre il respiro tornava, le labbra che mi baciavano la spalla, la nuca, l’orecchio.

«Domani è il matrimonio», ha sussurrato. «Poi il giorno dopo hai il treno. Io non ti legherò. Ma stanotte voglio farti sapere esattamente cosa lasceresti».

Mi ha fatto girare di nuovo. Mi ha baciata lenta, profonda, e ha ricominciato a muoversi dentro di me ancora mezzo duro, già che si rianimava. Questa volta è stato più tenero e più sporco insieme: mi ha alzato le ginocchia contro il petto, mi ha scopata con spinte corte e precise che mi colpivano il punto dolce ogni volta, i pollici che mi aprivano la fessa perché potesse guardare dove spariva dentro di me. «Guardami mentre ti riempio», ha detto. «Guardami». L’ho guardato. Verde scuro, dilatatissimi, pieni di dieci anni di silenzio e di questa fame che non finiva più. Sono venuta di nuovo, più piano, più profondo, un pianto silenzioso che mi scuoteva il petto, e lui mi ha seguito con un gemito basso, caldo che mi colava già lungo la coscia quando si è ritirato.

Siamo rimasti intrecciati, sudati, il cuore che batteva contro il cuore. Fuori le colline erano nere. Dentro di me il desiderio bruciava ancora più forte, e sotto c’era qualcosa di pesante e vero che mi stringeva la gola. Il biglietto era ancora nella borsa. Le campane della chiesa battevano lontane. Io gli ho accarezzato i capelli umidi e ho chiuso gli occhi, sentendo che la paura e l’amore si mescolavano nello stesso posto, e che domani, durante i voti di Aisha, avrei dovuto decidere da che parte sarebbe crollato tutto.

Mi sono svegliata il mattino del matrimonio con il cuore già in gola. Darius dormiva ancora, un braccio gettato sul mio ventre, il respiro caldo contro la spalla. Fuori le colline erano già dorate, e dal paese saliva il suono confuso di voci e di motori. Il giorno di Aisha. Il giorno in cui avrei dovuto sorridere, tenere i fiori, guardare due persone promettersi per sempre mentre io non sapevo ancora se sarei rimasta o sarei scappata di nuovo.

Mi sono alzata piano. Lui ha mormorato il mio nome nel sonno e io ho dovuto mordermi il labbro per non piegarmi a baciarlo. In bagno mi sono guardata allo specchio: cosce segnate dai suoi denti, un livido viola alla base del collo, la figa ancora gonfia e sensibile. Mi sono fatta la doccia da sola, ma le dita mi hanno tradito. Sono scese tra le labbra, hanno trovato il clitoride già duro, e ho venuto appoggiata al muro bagnato, il nome di Darius tra i denti, le gambe che tremavano.

Quando sono scesa lui era già in laboratorio, camicia bianca aperta, che controllava i centri tavola per l’ultima volta. Mi ha guardata e gli occhi gli si sono scuriti.

«Vieni qui.»

Non ho resistito. Mi ha preso la faccia tra le mani ancora un po’ ruvide di argilla e mi ha baciata come se il tempo stesse per finire. La lingua lenta, profonda. Una mano mi è scesa sotto l’accappatoio, ha trovato la fessa già scivolosa. Due dita sono entrate subito, curve, e io ho gemuto contro la sua bocca.

«Darius… dobbiamo… la chiesa…»

«Lo so.» La voce era un ringhio basso. «Ma prima ti voglio sentire venire sulle mie dita. Adesso.»

Mi ha spinta contro il bancone. Le dita acceleravano, il pollice premeva il clitoride in cerchi stretti. L’altra mano mi teneva un seno, il capezzolo stretto tra pollice e indice. Sono esplosa in silenzio, le cosce chiuse intorno al suo polso, un suono rotto che mi è uscito dalla gola. Lui si è leccato le dita guardandomi e ha sorriso, quel sorriso storto che mi spaccava il petto.

«Vestiti. Ti aspetto.»

La chiesa odorava di cera e di gelsomino. Aisha era una visione in bianco, gli occhi lucidi. Io stavo al suo fianco come damigella, il bouquet stretto tra le dita che ancora sapevano di lui. Darius era dall’altra parte, dritto, bello da far male in quel completo scuro che gli stringeva le spalle. Ogni volta che i nostri sguardi si incontravano sentivo la figa contrarsi, bagnarsi di nuovo sotto la gonna di seta.

Durante i voti ho pianto. Non per Aisha. Per noi. Per i dieci anni rubati. Per il treno che aspettava il giorno dopo. Quando lo sposo ha detto «sì» Darius mi ha guardata e le labbra gli si sono mosse senza suono: resta. Io ho abbassato gli occhi. Non sapevo se avrei avuto il coraggio.

Al ricevimento, sotto le pergole di olivo, il vino scorreva e la musica suonava lenta. Aisha mi ha tirata da parte un attimo, le guance rosse di felicità.

«Lo vedo come ti guarda. E come lo guardi tu. Non fare cazzate, Renata. Non di nuovo.»

«Ho paura», ho confessato. La voce mi trema.

«La paura è normale. La stupidità no. Lui ti aspetta da dieci anni. Tu cosa aspetti?»

Non ho risposto. Sono tornata al tavolo. Darius mi ha passato una mano sotto la tovaglia, ha trovato il bordo della gonna, è salito lungo la coscia nuda fino alle mutandine già umide. Un solo dito ha sfiorato la fessura attraverso il tessuto. Io ho dovuto portare il calice alle labbra per non gemere.

«Bagno», ha mormorato contro il mio orecchio mentre tutti brindavano. «Andiamo un momento.»

Ci siamo allontanati tra gli olivi, lontano dalle luci. Lui mi ha spinta contro il tronco ruvido di un albero secolare, mi ha alzato la gonna, mi ha tirato da parte le mutandine e mi ha scopata in piedi, rapido, urgente, una mano sulla bocca per tenermi zitta. Il cazzo entrava tutto, spesso, caldo, le spinte corte e profonde che mi facevano vedere stelle. L’argilla non c’era più, ma il suo odore di terra e di sapone sì. Sono venuta stringendolo, tremando, e lui mi ha seguito subito dopo, venendo dentro di me con un gemito soffocato contro il mio collo.

«Ti amo», ha ansimato. «Anche se te ne vai. Ti amo lo stesso. Ma cazzo, Renata, resta.»

Siamo tornati come se niente fosse. Io sentivo il suo seme scivolarmi lento lungo la coscia, caldo e sporco sotto la gonna elegante, e quella sensazione mi faceva arrossire e bagnare di nuovo.

La festa è andata avanti fino a tardi. Balli, risate, Aisha che lanciava il bouquet dritto contro il mio petto. L’ho preso per istinto. Tutti hanno battuto le mani. Darius mi guardava da lontano, gli occhi scuri, e io ho sentito il muro dentro di me crepare ancora di più.

Quando finalmente siamo tornati al laboratorio era quasi l’una. Le scarpe mi facevano male, i capelli si erano sciolti. Lui ha chiuso la porta a chiave, mi ha spogliata pezzo per pezzo nell’open space, baciando ogni centimetro: le spalle nude, i seni ancora segnati, il ventre, il monte di Venere. Mi ha stesa sul letto e mi ha leccata con una pazienza crudele, la lingua piatta sulla figa gonfia e piena di lui, poi a punta sul clitoride finché non ho pianto dal piacere. «Vieni. Ancora. Dammi tutto.» Sono venuta sulla sua bocca, le cosce che gli stringevano la testa, un grido rauco che ha riempito la stanza.

Poi mi ha girata a pancia sotto, mi ha sollevato i fianchi e mi ha presa da dietro, lenta all’inizio, poi più forte, le palle che sbattevano contro di me, una mano che mi massaggiava il clitoride e l’altra che mi teneva i capelli. «Dimmi che mi vuoi. Dimmi che non scappi.»

«Ti voglio… cazzo, Darius, ti voglio tutto… non smettere… ti amo… ho paura ma ti amo…»

Ha accelerato. Il letto batteva. Io venivo di nuovo, stretta a ondate violente, e lui mi ha seguito spingendo fino in fondo, riempiendomi di caldo mentre diceva il mio nome come una preghiera spezzata.

Siamo rimasti così, lui ancora dentro di me, il respiro che si rimescolava. Fuori le campane battevano lontane. Lui mi ha baciato la nuca, tenero.

«Domani c’è il treno», ha sussurrato. «Io non ti legherò. Ma stanotte non ho ancora finito di farti capire cosa lasceresti.»

Si è ritirato, mi ha girata, mi ha aperto le ginocchia e mi ha guardato mentre il suo seme mi usciva lento. Poi è sceso di nuovo con la bocca, ha leccato tutto, sporco e dolce insieme, finché non ho tremato di nuovo. Quando è risalito era già duro. È entrato piano, fino in fondo, e ha ricominciato a muoversi con spinte lunghe e pesanti, gli occhi fissi nei miei.

«Guardami mentre ti scopo. Guardami mentre ti amo.»

L’ho guardato. Verde scuro, dilatatissimi, pieni di dieci anni e di questa fame che non finiva. Io gli ho cinto i fianchi con le gambe, i talloni contro il culo, e ho mosso il bacino incontro alle sue spinte. «Non voglio solo stanotte», ho ansimato. «Ma ho il biglietto. Ho la vita laggiù. E qui c’è te. E io… cazzo, io non so come tenerle entrambe senza romperle.»

Lui ha rallentato, è rimasto conficcato in fondo, pulsante. «Allora non decidere adesso. Sentimi. Solo questo.»

Ha ripreso più forte. Il suono umido dei nostri corpi. Io venivo di nuovo, più profondo, un pianto silenzioso che mi scuoteva il petto, e lui mi ha seguito con un ringhio basso, caldo che mi riempiva ancora.

Ci siamo accasciati intrecciati. Il suo cuore batteva contro il mio. Fuori stava schiarendo appena. Il treno partiva nel pomeriggio. La borsa era ancora giù, il biglietto dentro come un’accusa. Io gli ho accarezzato i capelli umidi e ho chiuso gli occhi, sentendo che l’amore e la paura bruciavano nello stesso posto, più forti di prima, e che nelle ore che restavano avrei dovuto scegliere se lasciare che quel fuoco mi consumasse o se spegnerlo di nuovo con la distanza. Lui mi teneva stretta, come se potesse tenermi ancorata solo con il corpo. E io, per la prima volta, non sapevo se volevo essere liberata.

Mi sono svegliata con la luce già alta sulle colline e il corpo ancora pieno di lui. Darius dormiva con una mano aperta sul mio ventre, le dita rilassate, il respiro caldo contro la spalla. Per un attimo ho fatto finta che il pomeriggio non esistesse, che il biglietto non fosse giù nella borsa come una sentenza. Poi il cuore ha accelerato e ho saputo che non potevo più restare ferma.

Mi sono sfilata piano. Lui ha mormorato il mio nome senza aprire gli occhi. Sono scesa nuda in laboratorio, ho preso la borsa, l’ho portata su. Il biglietto era lì, piegato, la data di oggi stampata netta. L’ho tenuto tra le dita sporche ancora di ieri e ho sentito lo stomaco chiudersi.

Quando sono tornata lui era sveglio, seduto sul bordo del letto, nudo, lo sguardo già consapevole. Non ha chiesto niente. Ha solo allungato una mano.

«Vieni.»

Sono andata. Mi ha fatto sedere a cavalcioni sulle sue cosce e mi ha baciata lenta, profonda, come se avesse tutto il tempo del mondo e nessuno. Il cazzo gli si è indurito contro la mia figa ancora gonfia e scivolosa. Mi sono sollevata, l’ho guidato dentro di me centimetro dopo centimetro, fino a sentirlo premere contro il fondo. Un suono rotto mi è uscito dalla gola. Lui ha posato la fronte contro la mia.

«Ancora», ha sussurrato. «Una volta ancora.»

Ho cominciato a muovermi. Cerchi lenti all’inizio, il clitoride che strofinava la base a ogni rotazione, le unghie conficcate nelle sue spalle. L’argilla secca sui lenzuoli si sbriciolava sotto le ginocchia. Lui mi teneva i fianchi, mi guidava, alzava il bacino incontro al mio. Gli occhi verdi erano dilatatissimi, pieni di dieci anni e di queste ore che finivano.

«Più forte», ho ansimato. «Darius, più forte, voglio sentirlo domani ancora.»

Ha capito. Mi ha rovesciata sulla schiena, mi ha aperto le cosce larghe e ha scopato con spinte lunghe e pesanti, il letto che batteva contro il muro, il suono umido e osceno dei nostri corpi che riempiva l’open space. Io gli avvolgevo le gambe, i talloni contro il culo, e lo guardavo mentre mi riempiva. Ogni spinta diceva la stessa cosa: resta. Ogni mio gemito rispondeva la stessa paura: non so.

Mi ha girata a pancia sotto senza uscire. Mi ha sollevato i fianchi, una mano sul clitoride, l’altra che mi teneva i capelli, e ha ripreso più ruvido, le palle che sbattevano contro di me, il cazzo che entrava tutto. «Dimmi di nuovo», ha ringhiato basso. «Mentre ti scopo. Dimmi.»

«Ti amo… cazzo, ti amo… ho paura ma ti amo… non smettere…»

Sono venuta stringendolo a ondate violente, il viso premuto contro il cuscino, un grido rauco che non riuscivo a trattenere. Lui mi ha seguito subito dopo, spingendo fino in fondo, venendo caldo e a getti mentre diceva il mio nome contro la mia schiena come una preghiera spezzata. Siamo rimasti così, lui ancora conficcato, il seme che già colava lento lungo le cosce.

Quando si è ritirato ho sentito il vuoto. Mi ha girata, mi ha baciata la fronte, le palpebre, la bocca. Poi è sceso. Ha aperto le mie labbra con i pollici e ha leccato tutto — il suo sapore e il mio mescolati — con una dolcezza sporca che mi ha fatto tremare di nuovo. La lingua piatta, poi a punta sul clitoride gonfio, due dita curve che cercavano il punto dolce. «Ancora», ha mormorato contro la figa. «Dammi ancora.»

Sono esplosa sulla sua bocca, le cosce chiuse intorno alla testa, le dita conficcate nei suoi capelli. Lui non si è fermato finché non ho pianto quasi dal troppo, spingendolo via.

Ci siamo alzati. Sotto la doccia stretta l’acqua calda ci scorreva addosso mentre lui mi insaponava con le dita esperte, si attardava tra le cosce, mi faceva venire di nuovo con il pollice e due dita mentre io gli stringevo il cazzo già di nuovo duro nel pugno. «Non basta», gli ho ansimato all’orecchio. «Non basterà mai.»

Lui ha spento l’acqua, mi ha sollevata, mi ha spinta contro il muro bagnato e mi ha scopata in piedi, le gambe avvolte ai suoi fianchi, le spinte rapide e profonde che facevano scricchiolare le piastrelle. Sono venuta con i denti sulla sua spalla. Lui mi ha riempita di nuovo, un ringhio basso contro il mio collo.

Dopo ci siamo vestiti in silenzio. Io il vestito leggero di ieri, lui la camicia aperta. Il biglietto era sul tavolo. L’ho preso. Lui l’ha guardato, poi me.

«Il treno è alle quattro», ho detto. La voce mi usciva piatta, confessa. «Ho una mostra tra dieci giorni. Contratti. Lo studio. Se resto adesso… non so chi sono senza tutto quello. E ho paura di restare solo perché ho paura di perderti di nuovo.»

Darius ha annuito una volta sola. Nessuna rabbia. Solo quel verde scuro che assorbiva tutto. «Lo so.»

«Non sparisco. Ti scrivo. Torno. Ma oggi… oggi devo salire su quel treno. Altrimenti non so se sarei capace di scegliere per davvero o solo di aggrapparmi.»

Si è avvicinato. Mi ha preso il viso tra le mani ancora un po’ ruvide. Mi ha baciata lenta, senza urgenza, come un sigillo. «Allora vai. Io resto qui. L’argilla non scappa. Io nemmeno. Quando sarai pronta — se lo sarai — la porta è aperta. Non ti odio. Non ti leggo. Ti ho amata dieci anni in silenzio. Posso aspettare ancora un po’.»

Le parole mi hanno spaccato il petto più di qualsiasi spinta. Ho posato la fronte contro la sua. «Ti amo. Anche adesso che me ne vado. Specialmente adesso.»

«Lo so», ha ripetuto. Un mezzo sorriso storto, quasi tenero. «Vai, Renata. Prima che cambi idea e ti leghi al bancone.»

Ho raccolto la borsa. Ho controllato il telefono, le chiavi. Lui è rimasto in piedi in mezzo all’open space, camicia aperta, piedi nudi sulla pietra, lo sguardo che mi seguiva senza supplicare. Sono scesa le scale strette. L’odore di terra cotta e di sesso mi è rimasto attaccato alla pelle. In laboratorio ho posato una mano sull’ultimo vaso ancora umido, quello che avevamo finito insieme. Poi ho aperto la porta a vetri.

Fuori l’aria di Toscana sapeva di olivi e di estate. Il furgone di Darius era parcheggiato dove l’avevo visto il primo giorno. Il cartello di legno col suo nome dondolava appena. Ho tirato la borsa sulla spalla. Dietro di me ho sentito i suoi passi leggeri scendere, ma non ho voltato. Sapevo che si era fermato sulla soglia.

Ho camminato. Il sassolino sotto le scarpe, il sole sul collo, il seme di lui ancora caldo e lento tra le cosce sotto la gonna. Ogni passo allontanava il laboratorio, le colline, il letto disfatto, la bocca che mi aveva leccata fino alle lacrime. Non ero arrabbiata. Ero solo… fatta. Decisa per oggi. Spezzata e intera nello stesso respiro.

Alla curva della strada ho sentito la sua voce, bassa, senza forzare.

«Renata.»

Mi sono fermata un attimo. Non mi sono girata.

«Quando tornerai», ha detto, «portami un pezzo della tua creta di città. La mescoliamo.»

Ho annuito, anche se non poteva vedermi. Poi ho ripreso a camminare. Il paese era quieto, le campane silenziose dopo la festa. La stazione era a quindici minuti a piedi. Il treno avrebbe fischiato alle quattro in punto. Io ho camminato dritta, la borsa che batteva contro l’anca, il cuore che batteva contro le costole, e non mi sono voltata più. La porta del laboratorio è rimasta aperta alle mie spalle, e io sono uscita dalla sua vita per la seconda volta — non in fuga stavolta, solo in cammino, con il sapore di lui ancora in bocca e la certezza che il desiderio, finalmente sveglio, avrebbe trovato da solo la strada del ritorno. O no. Ma per ora camminavo. Ed ero, semplicemente, andata.

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