Sotto il microfono la voglia finalmente esplose
Marco e la sua MILF Colette si scopano con passione nello studio radiofonico dopo la diretta.
Sono Colette, quarantadue anni, curve che non mentono e un matrimonio spento da troppo tempo. Lavoro come produttrice radiofonica in uno studio che di sera sa di caffè freddo, cavi attorcigliati e promesse non dette. Marco ha ventiquattro anni, è il mio assistente, ed è sexy in quel modo giovane e premuroso che mi fa stringere le cosce sotto la scrivania ogni volta che si china a sistemare un jack. Ogni sera restiamo soli dopo la diretta. Lui mi guarda il décolleté come se stesse leggendo un testo proibito, e io gli lancio doppi sensi fingendo di parlare solo di equalizzazione e timing. «Alza un po’ i medi, Marco… senti come vibra?» Lui sorride, gli occhi scuri, e risponde: «Vibra forte, Colette. Quasi troppo.» Fingiamo. Ma stanotte, quando la spia rossa del microfono si è spenta e la voce dell’ospite è sparita dalle cuffie, ci siamo confessati con lo sguardo. Mesi di voglia repressa. Mesi in cui ho immaginato quelle mani grandi sulle mie tette mature mentre lui sistemava i fader.
Ci siamo messi a riavvolgere i cavi in silenzio. L’aria dello studio era calda, pesante di elettricità residua. Marco mi è passato dietro, e la punta delle sue dita mi ha sfiorato il fianco, proprio sopra la cintura della gonna stretta. Non mi sono scansata. Anzi, ho premuto leggermente indietro, sentendo il calore del suo corpo. «Hai le mani calde», ho mormorato a voce bassa, senza girarmi. Lui ha riso piano, un suono rauco che mi è sceso dritto tra le gambe. «E tu hai la pelle che chiama», ha risposto. Mi sono girata. I suoi occhi erano famelici, ma rispettosi, come se aspettasse il mio permesso prima di rovinarmi del tutto. «Sai quanto mi bagno quando ti sento così vicino?», gli ho detto, la voce ridotta a un filo confidenziale. «Ogni sera. Sento il tuo odore, sento la tua voce nelle cuffie, e la mutandina… beh.» Lui ha deglutito, si è avvicinato di un passo. «Io mi masturbo pensando alle tue tette, Colette. Quelle mature, pesanti, che mi vengono incontro quando ti chini sul mixer. Mi sborro in mano immaginando di spiaccicarci la faccia in mezzo.» La voglia è esplosa lì. Gli ho afferrato il cazzo attraverso i pantaloni: era già duro, grosso, caldo, che pulsava contro il palmo. Marco ha tirato un sospiro e mi ha infilato una mano sotto la gonna. Ha scoperto subito che non portavo mutande. Le sue dita hanno trovato la fica già scivolosa, le labbra gonfie, il clitoride che batteva. «Cazzo, sei inzuppata», ha gemuto. «Entrambe scegliamo questo», gli ho sussurrato contro la bocca. «Lasciamoci andare. Adesso.»
L’ho spinto sulla sedia dello studio, quella imbottita davanti al banco di regia. Mi sono alzata la gonna fino alla vita, mettendo a nudo le cosce larghe e la fica rasata e lucida. Mi sono montata sopra di lui a cavalcioni, afferrandogli la cerniera e liberandogli il cazzo grosso e venato. L’ho strofinato tra le mie pieghe bagnate un paio di volte, godendomi il modo in cui scivolava, poi mi sono abbassata tutta d’un colpo, ingoiandolo fino in fondo. Un gemito grosso mi è uscito dalla gola. Lui ha affondato le mani sui miei fianchi e ha spinto in su. Ho iniziato a cavalcarlo con forza, su e giù, le mie grosse tette che gli rimbalzavano in faccia a ogni botta. Marco le ha afferrate, le ha schiacciate insieme, ci ha cacciato la faccia in mezzo e ha succhiato un capezzolo duro, poi l’altro, mordicchiandolo abbastanza da farmi strillare di piacere. «Più forte», ho ansimato. «Succhiale. Sono tue stasera.» Lui le succhiava e le mordeva mentre io gli martellavo il bacino, la fica che faceva schiocco bagnato a ogni discesa. Il suono dei nostri corpi riempiva lo studio più di qualsiasi diretta.
Poi mi ha sollevata come se non pesassi, mi ha girata e mi ha piegata sul mixer. Le manopole mi premevano contro la pancia, le tette schiacciate sui fader. Marco mi ha presa da dietro con una spinta profonda e netta, fino in fondo, le palle che mi sbattevano contro il clitoride. Ha iniziato a scoparmi con spinte veloci e profonde, il suono carnale delle cosce che urtavano il mio culo maturo. Mi ha schiaffeggiato una chiappa, poi l’altra, il pizzicore caldo che mi faceva stringere la fica attorno al suo cazzo. Mi ha afferrato i capelli, tirandoli indietro giusto abbastanza da farmi inarcare la schiena e spingere il culo contro di lui. «Guardati», ha ringhiato. «La produttrice seria con il culo in aria sul banco. Ti piace, vero?» «Sì… cazzo sì, scopami più forte.» Lui l’ha fatto. Spinte lunghe, poi corte e rabbiosamente veloci, il cazzo che mi apriva e mi riempiva finché non riuscivo più a formare parole, solo gemiti rochi. Sentivo la sborra salirmi già vicino, le gambe che tremavano.
L’ho spinto indietro, l’ho fatto sdraiare di nuovo sulla sedia e mi sono rimontata sopra, questa volta di spalle, reverse cowgirl. Gli ho offerto la vista del mio culo largo che si abbassava sul suo cazzo lucido dei miei succhi. Ho cominciato a rimbalzare, le mani appoggiate sulle sue ginocchia, le tette che ballavano libere. Marco mi teneva i fianchi e spingeva dal basso, incastrandosi in fondo a ogni colpo. «Vieni dentro di me», ho ansimato. «Riempimi.» La figa mi si è stretta in un crampo dolce e violento; sono venuta rumorosamente, un urlo rotto che ha riempito lo studio, i muscoli che gli mungevano il cazzo a ondate. Lui ha gemuto il mio nome, ha spinto fino in fondo e mi ha riempito la fica bagnata di sborra calda, getti spessi che sentivo spararsi contro il fondo, traboccarmi fuori mentre ancora mi dondolavo su di lui per spremerlo tutto.
Ansimanti e sudati, siamo rimasti abbracciati così, io ancora impalata sul suo cazzo morbido e scivoloso, la schiena contro il suo petto. La luce rossa del microfono si è spenta del tutto, lasciandoci solo il bagliore debole dei monitor. Gli ho accarezzato i capelli umidi sulla fronte, le labbra contro il suo orecchio. «Questa sarà solo la prima di tante», gli ho sussurrato. Lui ha stretto le braccia intorno alla mia vita, il respiro ancora irregolare, e ha baciato la mia spalla nuda. Fuori, il corridoio della radio era silenzioso. Dentro di me, però, qualcosa si era appena acceso per davvero: la voglia non era finita. Anzi. Sapevo già che la prossima diretta sarebbe stata ancora più lunga, e che i cavi da riavvolgere non sarebbero stati l’unica cosa da sistemare.
Non ci siamo fermati. Il suo cazzo, ancora semi-duro e lucido della nostra sborra mista, ha ricominciato a pulsare dentro di me mentre restavo impalata, la schiena contro il suo petto sudato. Sentivo ogni battito, ogni residuo caldo che mi colava lungo la coscia interna e gocciolava sulla sedia dello studio. «Ancora», ho mormorato, girando la testa per cercargli la bocca. «Non ho finito di usarti, Marco. Non stanotte.»
Lui ha riso basso, rauco, e mi ha sollevata abbastanza da far scivolare fuori il suo cazzo molle. Un filo di sborra ci ha uniti ancora un attimo prima di spezzarsi. Mi ha fatto girare, mi ha messo in ginocchio tra le sue gambe aperte sulla sedia imbottita. Le manopole del mixer brillavano deboli alle mie spalle. Ho preso il suo cazzo con entrambe le mani: era pesante, venato, ancora unto dei miei succhi e della sua sborra. L’ho leccato dalla base alla punta, assaporando il sapore salato e dolciastro di noi due. Marco ha gemuto il mio nome e mi ha afferrato i capelli. «Succhiamelo, Colette. Fammelo di nuovo duro come prima.»
Ho aperto la bocca e l’ho ingoiato fino in gola. La testa mi batteva contro il fondo della gola a ogni spinta sua verso l’alto. Sapevo di saliva, di fica, di sborra. Ho succhiato con forza, le labbra strette, la lingua che girava intorno al glande gonfio. Una mano gli massaggiava le palle pesanti, l’altra gli stringeva la base. Lui mi guardava dall’alto, gli occhi scuri socchiusi, le labbra socchiuse. «Cazzo, la bocca della mia produttrice… così brava a prendere ordini e a prendere cazzo.» Ho accelerato, bava che mi colava sul mento e cadeva sulle mie tette ancora scoperte. Il suono bagnato e schioccante riempiva lo studio meglio di qualsiasi jingle.
Quando era di nuovo di pietra, duro e palpitante contro il palato, mi ha tirato su per i capelli e mi ha spinta indietro contro il banco di regia. Mi ha sollevato la gonna ancora arrotolata in vita, mi ha divaricato le cosce mature e si è inginocchiato. La sua lingua ha trovato la mia fica aperta, già di nuovo fradicia, le labbra gonfie e lucide. Ha leccato lungo tutta la fessura, raccogliendo la sborra che ancora colava fuori, poi ha succhiato il clitoride con forza. Due dita mi sono entrate di colpo, curve, cercando quel punto che mi faceva vedere stelle. «Marco… così… più a fondo», ho ansimato, aggrappandomi ai fader come se fossero maniglie. Lui mi leccava e mi fotteva con le dita in ritmo, la barba di un giorno che mi graffiava le cosce interne. Sono venuta la seconda volta così, tremando contro la sua bocca, un urlo soffocato che ho morso contro il dorso della mano per non far risuonare troppo lo studio.
Non mi ha dato tregua. Si è alzato, mi ha girata di faccia al mixer e mi ha penetrala di nuovo con una spinta secca che mi ha fatto inarcare. Il cazzo mi ha riempito di botto, scivolando dentro grazie alla sborra e ai miei succhi. Ha iniziato a scoparmi forte, le mani che mi tenevano i fianchi larghi, le palle che sbattevano contro il clitoride a ogni colpo. Le manopole mi premevano contro la pancia, i capezzoli duri sfregavano contro la superficie fredda del banco. «Guarda come ti prendo», ringhiava lui contro il mio orecchio. «La MILF seria della radio con il culo in aria e il cazzo del suo assistente fino in fondo alla figa. Dillo. Dillo quanto ti piace.» «Mi piace… cazzo sì, scopami come una troia, Marco. Riempimi di nuovo. Usami.»
Ha accelerato, spinte corte e brutali, poi lunghe e profonde che mi aprivano fino al fondo. Mi ha schiaffeggiato il culo una, due, tre volte, il pizzicore caldo che mi faceva contrarre la fica intorno a lui. Poi mi ha sollevata quasi di peso, mi ha portato contro la parete coperta di pannelli fonoassorbenti. Una gamba sollevata, il ginocchio piegato contro il suo fianco. Mi ha trafitta in piedi, il cazzo che entrava dal basso verso l’alto, colpendo quel punto che mi faceva gemere senza controllo. Le mie tette rimbalzavano contro il suo petto a ogni botta. Lui le ha afferrate, le ha schiacciate, ci ha cacciato la faccia in mezzo e ha succhiato un capezzolo mentre mi fotteva. «Toccati», ha ordinato. «Fregati il clitoride mentre ti scopo.»
Ho obbedito. Le dita hanno trovato il bottone gonfio e l’hanno strofinato in cerchi veloci mentre il suo cazzo mi martellava. Il terzo orgasmo è arrivato come un’onda che parte dalle ginocchia e sale: la figa mi si è stretta a spasmi, ho urinato quasi di piacere, un getto caldo che gli ha bagnato le palle e le cosce. Lui ha gemuto forte, ha spinto fino in fondo e si è trattenuto a stento. «Non ancora», ha ansimato. «Voglio venire guardandoti in faccia.»
Mi ha riportata sulla sedia, si è seduto e mi ha rimontata a cavalcioni, faccia a faccia questa volta. Mi sono abbassata lentamente, sentendo ogni centimetro che mi riapriva. Ho cominciato a dondolare, avanti e indietro, le tette pesanti che gli sbattevano sul petto. Lui mi teneva il culo aperto con le mani, i pollici che premevano vicino al buco del culo senza entrare, solo per farmi sentire quanto fossi esposta. «Cavalcami, Colette. Fai vedere a questo studio chi comanda qui di notte.» Ho accelerato, su e giù, la fica che faceva schiocco bagnato, la sborra precedente che schiumava intorno alla base del suo cazzo. Lui mi ha baciato con fame, lingua profonda, denti che mi mordevano il labbro inferiore.
Sentivo la sborra risalirgli. Le sue spinte dal basso diventavano irregolari, disperate. «Dentro», ho ansimato contro la sua bocca. «Sborrami dentro un’altra volta. Voglio sentirtela calda fino a domani.» Marco ha affondato le dita nei miei fianchi, ha spinto su con tutta la forza e ha sparato. Getti spessi, caldi, che mi hanno riempito di nuovo, pulsazioni lunghe contro il fondo della figa. Io sono venuta con lui, il quarto orgasmo che mi ha svuotato le gambe, i muscoli che gli mungevano ogni goccia. Ci siamo tenuti stretti, sudati, ansimanti, il suo cazzo che ancora pulsava debolmente dentro di me mentre l’ultima sborra colava fuori e macchiava la sedia e i miei polpacci.
Ci siamo lasciati scivolare a terra, sul pavimento freddo dello studio, tra i cavi ancora sparsi. Lui mi ha tenuta contro il petto, una mano che accarezzava pigra una mia tetta, il pollice che girava intorno al capezzolo ormai dolente e sensibile. Il respiro si è calmato piano. Fuori il corridoio restava deserto. Io gli ho baciato il collo, assaporando il sale della sua pelle.
«Domani sera stessa ora», ha mormorato lui, la voce già addormentata di piacere. «Riavvolgiamo di nuovo i cavi.»
Ho sorriso contro la sua spalla e ho annuito. Non gli ho detto niente di più. Lui non sapeva che, tre ore prima dell’inizio della diretta, avevo già mandato la mail di dimissioni al direttore e firmato il preliminare per l’affitto di un bilocale a due fermate da qui. Un posto con una camera da letto grande abbastanza per una sedia da studio, un mixer portatile e tutte le notti che avremmo voluto senza dovere spegnere la spia rossa. La voglia era esplosa sotto il microfono, sì. Ma io avevo già deciso che da stanotte in poi non saremmo stati più solo produttrice e assistente. Lui lo avrebbe scoperto solo domani mattina, quando gli avrei messo in mano le chiavi.
Rate this story
Popular Collections
Browse Categories