Scoperta Frenetica nell’Atelier

Una calda lezione di posa nuda con Marco diventa la mia prima volta selvaggia nell’atelier.

23 min read September 03, 2026New

Sono Chloe, diciannove anni, e da mesi passo i pomeriggi nell’atelier di pittura di Marco nel cuore di Roma, tra odore di terpentina, tele stese e la luce calda che filtra dai grandi vetri. Lui ha ventotto anni, è il mio insegnante privato, e da quando ho iniziato a posare nuda per i suoi studi di figura non ha mai smesso di guardarmi con quel desiderio crescente che mi brucia sotto la pelle. Ogni sessione i suoi occhi scuri scivolano sul mio corpo come se già mi possedessero: tracciano la curva dei seni, scendono lungo la pancia, si fermano tra le cosce e tornano su, sempre più intensi. «Hai una pelle che chiama il colore», mi sussurra a volte, avvicinandosi dietro la tela, e la sua voce calda mi fa stringere le cosce senza che lui se ne accorga. Quel pomeriggio restiamo soli. Gli altri allievi sono usciti, la porta è chiusa, e la tensione che bolliva da mesi esplode silenziosa tra noi due. So che stiamo per superare il limite. Lo so dai suoi sguardi, lo so dal modo in cui le mie guance bruciano e il fiato mi si fa corto.

Marco si alza dallo sgabello e viene verso di me. «Alza un po’ il braccio sinistro, Chloe. Così. Più naturale.» Le sue dita mi sfiorano la spalla nuda per correggere la posa. Un semplice tocco, ma mi manda un brivido dritto tra le gambe. Continua: scende lungo la schiena, sposta una ciocca di capelli, poi le dita gli scivolano sulla curva del fianco e restano lì un secondo di troppo. Respiro più forte, il petto mi sale e scende veloce. Non riesco a trattenermi. «Marco… è la prima volta che un uomo mi vede così. E mi tocca.» La voce mi esce timida, quasi un sussurro. Lui si ferma, gli occhi gli si scuriscono di eccitazione pura. Sento il suo cazzo indurirsi contro il mio fianco mentre si avvicina ancora. «Dio, Chloe… sapere che nessuno ti ha mai sfiorata così mi fa diventare matto. Vuoi davvero questo?»

Alzo lo sguardo e gli dico la verità cruda che mi ribolle dentro. «Voglio scoprire tutto con te. Tutto. Adesso.» Non aspetta un secondo di più. Mi bacia con una passione che mi toglie il fiato: labbra calde, lingua che cerca la mia, denti che mordicchiano il labbro inferiore. Ricambio con desiderio sincero, gli cingo il collo con le braccia, premo il corpo nudo contro i suoi vestiti e sento il suo cazzo duro pulsare contro la pancia. Il punto di non ritorno è già alle nostre spalle. Le sue mani scendono sul mio culo, lo stringono forte, mi sollevano un poco e mi fanno sentire tutta la sua urgenza.

Mi guida verso il vecchio divano di velluto rosso dell’atelier. «Sdraiati. Voglio assaggiarti.» Mi adagio, le cosce che si aprono da sole. Marco si inginocchia tra le mie gambe, mi guarda un istante con fame, poi abbassa la testa e mi lecca lentamente la figa vergine. La lingua calda e umida scorre lungo le labbra gonfie, si ferma sul clitoride e lo succhia delicatamente. Gemiti mi escono dalla gola senza controllo. «Oh cazzo, Marco… così…» Continua, lento e preciso, leccando ogni piega, spingendo la lingua dentro di me quel tanto che basta a farmi contrarre. Le dita mi tengono aperte, il naso mi sfiora il monte di Venere. Il piacere sale a ondate, mi stringo i seni con le mani, i capezzoli duri tra le dita. Arrivo al primo orgasmo della mia vita con la sua lingua: un’onda calda che mi fa inarcare la schiena, gemere forte e bagnargli il mento. Tremo, respira ansimante, e lui alza lo sguardo sorridendo. «Buona ragazza. Adesso voglio entrarti.»

Lo guido io. Mi aiuta a sfilargli i pantaloni, il cazzo gli saltella fuori grosso, grosso e teso, con la testa lucida. Mi sistemo in missionary, le gambe aperte intorno ai suoi fianchi. Lui si posiziona, la punta calda che preme contro il mio ingresso ancora pulsante. «Piano, Chloe. Dimmi se fa male.» «Entra. Voglio sentirti tutto.» Spinge lentamente. Sento ogni centimetro che mi apre, che mi svera, che mi riempie. Un bruciore dolce e intenso mi strappa un gemito lungo. «Ah… Marco… sei dentro… cazzo quanto sei grosso…» Avanza fino in fondo, si ferma un momento per farmi abituare, poi inizia a muoversi con spinte profonde e controllate. Ogni rientrata mi fa sentire le pareti della figa che lo abbracciano strette. Lo guardo negli occhi mentre mi scopa, le mani sue che mi tengono i fianchi, il suo respiro caldo sul mio collo. «Sei stretta da impazzire… la mia prima…»

Dopo qualche minuto di quella dolcezza mi fa cambiare. «Sali tu. Cavalcami.» Mi giro e mi straddle, afferro il suo cazzo e lo riaffondo dentro di me da sopra. Prendo il ritmo io, dondolando i fianchi avanti e indietro, poi salendo e scendendo con foga crescente. Lui mi strizza i seni, i pollici che girano sui capezzoli, e mi incita. «Più forte, Chloe. Scopami. Usa quel corpo. Voglio vederti godere di nuovo.» Cavalco con tutta l’energia che ho, i capelli che mi cadono sul viso, i seni che rimbalzano tra le sue mani. La figa mi schiocca bagnata contro di lui a ogni discesa. Il piacere mi risale veloce, mi fa stringere i denti e gemere il suo nome.

Quando sento di non farcela più lui mi gira di scatto in doggy style. Mi mette a quattro zampe sul divano, mi afferra i fianchi e mi penetra di nuovo con una spinta netta e profonda. «Così… prendi tutto.» Mi scopa con ritmi lunghi e pesanti, le palle che sbattono contro il clitoride, le mani che mi tengono ferma mentre mi riempie fino in fondo. Ogni spinta mi fa avanzare un po’, gemo contro il cuscino, il culo alzato verso di lui. «Più forte… non fermarti…» Accelera, le cosce che sbattono contro le mie, il cazzo che mi sfrega il punto più sensibile. Sento l’orgasmo arrivare insieme al suo. Lui ringhia, spinge fino in fondo e si scarica dentro di me a getti caldi mentre io vengo di nuovo, la figa che gli pulsa intorno, le gambe che tremano senza controllo.

Crollo tremante tra le sue braccia. Marco mi tiene stretta, mi accarezza dolcemente i capelli e mi sussurra all’orecchio: «È stato bellissimo essere il tuo primo uomo, Chloe. Non dimenticherò mai questa figa che mi ha accolto per la prima volta.» Restiamo così un lungo momento, sudati, ancora uniti, i baci leggeri che si mescolano a risate complici mentre ci rivestiamo piano piano. I suoi pantaloni, la mia gonna, la camicia che lui mi abbottona con dita ancora un po’ tremanti. Ci guardiamo e sappiamo entrambi che questo pomeriggio ha solo scoperchiato qualcosa di più grande. L’atelier ancora odoroso di sesso e di colori, la luce che cala, e quella tensione nuova che già brucia di nuovo tra le nostre pelli.

Mi rialzo dal divano ancora tremante, le cosce umide della sua sborra che scivola lenta lungo la pelle interna, e mentre Marco mi abbottona la camicia con dita ancora calde sento già il vuoto tra le gambe che mi chiama di nuovo. L’atelier puzza di sesso e di olio di lino, la luce del tardo pomeriggio si fa dorata sui vetri e io so che non abbiamo finito. Non basta. Il mio corpo di diciannove anni ha appena scoperto cosa vuol dire essere riempita e ora brama di più, come se quella prima scopata avesse solo scoperchiato una fame che non sapevo di avere.

Marco mi osserva mentre mi tiro su la gonna. Il suo cazzo, ancora lucido e semi-duro, pende pesante dai pantaloni aperti. «Non andartene ancora, Chloe», mormora, la voce roca. «Voglio vederti di nuovo nuda sotto questa luce. Voglio dipingerti mentre ti scolo.» Mi tira a sé, mi sbottona di nuovo la camicia con urgenza e me la fa scivolare via dalle spalle. I seni balzano liberi, i capezzoli ancora turgidi dal suo tocco precedente. Lui li prende in mano, li pesa, li strizza finché non gemo. «Sdraiati sul tavolo da disegno. Sulla schiena. Gambe aperte.»

Obbedisco. Il legno è liscio e fresco contro la mia pelle nuda. Allargo le cosce e lui mi guarda con quella fame che mi fa stringere la figa a vuoto. Prende un pennello grosso, lo intinge in un po’ di olio di lino puro e lo fa scorrere lentamente sul mio ventre, tracciando cerchi intorno all’ombelico, poi scende verso il monte di Venere ancora lucido di noi due. Il contatto è freddo e caldo insieme, mi fa inarcare. «Senti come ti bagno», dice. Il pennello scivola tra le labbra della figa, apre le pieghe, sfiora il clitoride gonfio. Tremo. «Marco… cazzo…» Continua a dipingermi, ma non è pittura: è tortura dolce. Il pelo del pennello mi stuzzica l’ingresso, spinge un po’ dentro, esce, ritorna. Io mi contorco, le mani che aggrappano i bordi del tavolo.

Lui abbandona il pennello, si china e mi lecca di nuovo, ma questa volta è diverso: più avido, più sporco. La lingua raccoglie la sua stessa sborra mista ai miei succhi, la spinge dentro di me, la succhia fuori. «Assaggia», ordina, e mi bacia a bocca piena, facendomi assaporare il sapore acre e salato di noi. È la prima volta che assaggio me stessa e lui insieme e mi scuote. Gli agguanto i capelli e gli premo il volto contro la figa. «Leccami più forte… voglio venire così.» Lui obbedisce, succhia il clitoride con forza, due dita spingono dentro e mi aprono, curvandosi sul punto che mi fa vedere stelle. Vengo di nuovo, un orgasmo secco e violento che mi fa spruzzare un po’ contro la sua bocca. Gemendo il suo nome, le gambe che gli stringono la testa.

Quando riapro gli occhi lui si è già tolto tutto. Nudo, il cazzo grosso e venato che punta dritto verso di me, la testa viola e lucida. Mi fa scivolare giù dal tavolo, mi gira e mi piega in avanti sopra i tubetti di colore sparsi. «Stai ferma. Adesso ti prendo da dietro mentre ti guardo nello specchio grande.» C’è uno specchio a figura intera appoggiato al muro, e ci vedo: io nuda, culo alzato, lui dietro che mi afferra i fianchi. La punta del cazzo preme contro la figa ancora pulsante e sfondata. «Guardati mentre ti scopo, Chloe. Guarda che puttanella sei diventata in un pomeriggio.» Spinge tutto dentro con un colpo solo. Il bruciore è sparito, resta solo il piacere pieno, la sensazione di essere allargata e posseduta. Gemisco forte, le tette che sbattono contro il tavolo a ogni spinta.

Marco mi scopa con ritmo crescente, le palle che schiaffeggiano il clitoride, una mano che mi afferra i capelli e mi tira la testa indietro perché guardi lo specchio. «Vedi come ti prendo? Come la tua figa mi inghiotte tutto?» Io vedo e mi eccito ancora di più. «Più forte… scopami come una troia… voglio sentirlo fino in gola.» Lui accelera, le cosce che sbattono contro le mie, il legno del tavolo che scricchiola. Una mano scende e mi strofina il clitoride a cerchi veloci. Sento un altro orgasmo salire, più profondo. «Vieni sul mio cazzo. Bagnalo.» Scatto, la figa che si contrae a ondate, stringendolo mentre lui continua a pomparmi senza pietà.

Non si ferma. Mi tira su, mi fa inginocchiare sul pavimento di cotto freddo. Il suo cazzo lucido di me mi sfiora le labbra. «Aprila. Impara a succhiarmelo. È la tua prima volta anche con la bocca, vero?» Annuisco, le guance calde. Lo prendo tra le labbra, assaggio la mia figa sul suo sapore, e scendo piano. È grosso, mi allarga la bocca, tocca il fondo della gola e mi fa lacrimare. Marco geme, le mani nei miei capelli. «Così… succhia. Usa la lingua sotto. Dio, che bocca calda.» Imparo in fretta: leccio, succhio, prendo più che posso mentre lui mi spinge piano avanti e indietro. La saliva cola, il suo respiro si fa pesante. «Basta. Non voglio venire ancora in gola. Voglio riempirti di nuovo.»

Mi solleva come se non pesassi nulla, mi porta al vecchio cavalletto. Mi fa salire a cavalcioni su di lui mentre lui è seduto sullo sgabello alto. Afferro il cazzo e me lo riaffondo dentro fino alle palle. Cavalco lento all’inizio, sentendo ogni vena che mi sfrega le pareti. Poi più veloce, i seni che rimbalzano contro il suo petto peloso. Lui mi morde un capezzolo, lo succhia forte, mentre le mani mi aprono le chiappe e un dito mi sfiora il buco del culo ancora vergine. «Un giorno te lo prenderò anche lì», sussurra. Il solo pensiero mi fa stringere. «Sì… voglio tutto da te.» Cavalco con foga, la figa che schiocca bagnata, il piacere che mi sale di nuovo. Lui mi tiene i fianchi e spinge dal basso, incontrandomi a metà. «Vieni con me. Adesso.»

Sentiamo l’orgasmo arrivare insieme. Io mi piego in avanti, gemendo contro il suo collo, la figa che gli pulsa intorno mentre lui ringhia e si scarica di nuovo dentro di me a getti caldi e spessi. Resto lì, impalata, tremante, la sborra che già cola fuori mentre lui mi accarezza la schiena sudata.

Ma non è finita. Mentre ci riprendiamo il respiro, Marco mi guarda con occhi ancora oscuri. «La luce sta calando. Ancora un po’. Voglio vederti venire con i colori addosso.» Prende un tubetto di rosso carminio, ne schiaccia un po’ sui miei seni, lo spalma con le palme, mi dipinge i capezzoli, scende sulla pancia, mi tinge le cosce interne. Poi mi bacia ovunque ha messo colore, lecca, morde. Il suo cazzo si indurisce di nuovo contro la mia coscia. Mi fa sedere sul divano, si mette tra le mie gambe e mi penetra di nuovo, lento e profondo, mentre le mani sporche di rosso mi stringono i seni. «Guarda che casino siamo», mormora. Ogni spinta è più intensa, più possessiva. Io mi aggrappo a lui, le unghie nella schiena, e gli sussurro all’orecchio tutto quello che voglio ancora scoprire: la sua lingua nel culo, le sue dita a tre, essere legata con le strisce di tela, scopata contro i vetri mentre la città scorre sotto.

Lui accelera di nuovo, mi scopa come se volesse marchiarmi. Il divano cigola, i nostri gemiti riempiono l’atelier. Sento un quarto orgasmo costruirsi, più sfinente, e so che dopo questo non riusciremo a separarci facilmente. La tensione non cala: cresce. Mentre lui mi riempie ancora una volta e io vengo stringendolo, i pensieri già volano a cosa faremo la prossima volta che resteremo soli qui. I tubetti aperti, lo specchio appannato, la mia figa che non smette di pulsare. Marco mi bacia il collo e mormora: «Domani torni. E stavolta porti la collana che ti ho regalato. Voglio usarla in un modo speciale.» Il brivido mi attraversa di nuovo. L’atelier non ha ancora finito con noi.

Sono Chloe e il mio corpo non conosce più limiti. Ancora piena della sua sborra calda che cola lenta tra le cosce, ancora rossa di carminio sui seni e sul ventre, mi aggrappo a Marco come se il pavimento di cotto potesse sparire sotto di me. La luce dorata sta scivolando via dai vetri enormi, ma lui non mi lascia alzare. «Resta nuda», ordina con quella voce roca che mi fa contrarre la figa a vuoto. «Voglio vedere quanto puoi ancora prendere.»

Mi solleva di peso e mi porta davanti allo specchio a figura intera. Mi mette in ginocchio sul pavimento freddo, mi apre le cosce con le mani ancora sporche di rosso e mi spinge due dita dentro senza preavviso. «Guardati», mi dice all’orecchio mentre mi fotta con le dita lente e profonde, curvandole sul punto che mi fa vedere stelle. «Guarda che fighetta gonfia e usata sei diventata.» Io guardo: i capelli scarmigliati, le labbra gonfie, i capezzoli tinti di rosso, la sborra che gli luccica sulle dita ogni volta che escono. «Marco… cazzo… più a fondo…» Lui aggiunge un terzo dito. Mi allarga, mi stira, mi fa gemere contro il vetro dello specchio. Il bruciore dolce si mescola al piacere e io spingo indietro contro la sua mano, cercando di più.

Quando mi sente pronta mi fa alzare e mi piega in avanti, le mani aperte contro lo specchio. Vedo il suo riflesso dietro di me: nudo, il cazzo grosso e venato che punta dritto alla mia figa. Non entra subito. Prende un pennello sottile, lo intinge nell’olio di lino e me lo passa delicatamente tra le chiappe, sfiorando il buco del culo ancora vergine. «Hai detto che vuoi tutto», mormora. «Allora lo prendi.» Il pelo del pennello mi stuzzica, spinge piano, gira. Io tremo, la fronte premuta contro il vetro freddo. «Sì… fallo… toccami anche lì.» Abbandona il pennello. Una sola falange del dito medio, scivolosa d’olio, preme e entra. Il bruciore è nuovo, intenso, mi fa stringere i denti e gemere lungo. Lui lo muove piano, avanti e indietro, mentre con l’altra mano mi strofina il clitoride. «Respira, Chloe. Lasciati aprire.» Io respiro, spingo indietro, lo sento entrare un po’ di più. La sensazione è sporca e bellissima insieme. Vengo così, con un dito nel culo e le dita sulla figa, un orgasmo secco che mi fa collassare le ginocchia. Lui mi tiene su.

Non mi dà tregua. Mi gira, mi fa sedere sullo sgabello alto del cavalletto e si mette in ginocchio tra le mie cosce. Mi lecca di nuovo, ma stavolta raccoglie tutto: la sborra, l’olio, i miei succhi. La lingua calda spinge dentro, succhia, lecca il clitoride gonfio finché non piango di piacere. «Assaggia di nuovo», ordina, e mi bacia a bocca piena. Il sapore acre e salato mi fa venire l’acquolina. Gli prendo la testa e gli premo il volto contro la figa. «Leccami fino a farmi spruzzare. Voglio bagnarti tutta la faccia.» Lui obbedisce come un affamato. Due dita tornano dentro, si curvano, la lingua batte sul clitoride a ritmo veloce. L’orgasmo arriva violento: spruzzo davvero, un getto caldo che gli bagna mento e petto. Lui ride basso, lecca tutto, e mi dice «Brava troia. Sei già dipinta di te stessa.»

Mi solleva di nuovo. Mi porta contro i grandi vetri che danno sulla strada. Là fuori Roma scorre, le luci si accendono, ma nessuno può vederci così in alto. Mi schiaccia le tette contro il vetro freddo, mi alza una gamba e mi penetra da dietro con un colpo solo. «Guardali», ringhia mentre mi scopa duro. «Loro non sanno che qui dentro ti sto sfondando la figa. Che stai venendo come una cagna sul mio cazzo.» Ogni spinta mi fa sbattere i capezzoli contro il vetro. Il cazzo mi riempie fino in fondo, le palle mi schiaffeggiano il clitoride. Una mano mi afferra i capelli, l’altra mi apre una chiappa e il pollice torna a spingere nel buco del culo. «Prendi tutto. Figa e culo. Sei mia.» Io gemo contro il vetro, lascio aloni di respiro e di rosso carminio. «Scopami più forte… usami… voglio sentire le tue palle bagnarmi.» Lui accelera, le cosce che sbattono contro le mie, il vetro che vibra. Vengo di nuovo stringendolo, la figa che gli pulsa intorno a ondate, e lui continua senza fermarsi, pompandomi attraverso l’orgasmo finché non crollo tremante.

Mi porta al divano di velluto rosso. Stavolta prende le strisce di tela grezza che usa per legare i telai. Me le avvolge intorno ai polsi, le lega al bracciolo del divano. «Hai detto che volevi essere legata», sussurra. «Allora stai ferma e prendi.» Mi mette a quattro zampe, le mani ferme, il culo alzato. Entra di nuovo nella figa con una spinta netta, ma stavolta è più lento, più possessivo. Ogni centimetrо mi fa sentire le pareti che lo abbracciano. Una mano mi scende sotto e mi strofina il clitoride a cerchi. «Dimmi cosa vuoi ancora.» La voce mi esce rotta: «La lingua nel culo… le dita a tre… voglio che mi riempi di nuovo e poi mi leccchi pulita… voglio succhiarti le palle mentre mi scopi la gola…» Lui ringhia di piacere e accelera. Le strisce di tela mi tengono mentre mi scopa a fondo, le palle che sbattono, il velluto che mi graffia le ginocchia. Sento un altro orgasmo costruirsi, più profondo, più sfinente. «Vieni sul mio cazzo, Chloe. Bagnalo di nuovo.» Scatto, grido il suo nome, la figa che gli stringe a spasmi. Lui non viene ancora. Si sfila, mi slega i polsi e mi gira sulla schiena.

Si siede sul bordo del divano e mi fa mettere a testa in giù, le spalle sul cuscino, le gambe aperte in aria. Mi spinge il cazzo in gola fino in fondo. «Impara. Respira dal naso.» Io lo prendo, la saliva che cola, le lacrime agli angoli degli occhi. Lui mi scopa la bocca con ritmi lunghi, le palle che mi battono sul mento. Poi si sfila e mi abbassa di nuovo sulla figa. Entra. Mi fotta lento e profondo mentre io gli leccio le palle gonfie e pesanti. Il sapore di me stessa e di lui mi ubriaca. «Così… brava ragazza… succhia mentre ti riempio.» Sento i suoi fianchi accelerare. Ringhia, spinge fino alle palle e si scarica di nuovo dentro di me a getti caldi e spessi. La sborra mi riempie, cola fuori mentre lui continua a spingere piano, a farla uscire, a rimetterla dentro con le dita.

Non ci fermiamo. Lui mi prende in braccio e mi porta al tavolo da disegno ancora macchiato di rosso. Mi stende sopra, mi apre le gambe e mi lecca pulita, raccogliendo ogni goccia della sua sborra. La lingua calda mi fa venire di nuovo, un orgasmo piccolo e tremolante. Poi si alza, il cazzo già di nuovo duro, e mi guarda con quegli occhi scuri. «La collana», dice. «Domani la porti. Ma stanotte… stanotte ti lascio qui ancora un po’. Voglio vederti venire con i tubetti di colore in mano, voglio che ti dipinga il clitoride mentre ti scopo, voglio che mi chieda di legarti le caviglie al cavalletto e di prenderti il culo piano piano.»

Mi bacia, mi morde il labbro, mi spinge di nuovo due dita dentro la figa e una nel culo. Io mi contorco, le unghie nella sua schiena. «Falllo adesso… almeno un po’…» Lui sorride e spinge il dito medio più a fondo nel buco stretto, mentre il cazzo mi sfrega contro le labbra gonfie. «Domani. Stanotte ti preparo soltanto.» Mi scopa con le dita finché non vengo di nuovo, bagnandogli il polso. Poi mi prende in braccio, mi porta sotto la doccia di fortuna dell’atelier, mi lava via il rosso e la sborra con mani lente e possessive. L’acqua calda scorre, i suoi baci sul collo, il cazzo semi-duro contro la mia pancia. «Non hai ancora finito di scoprire», mormora. «La prossima volta ti faccio venire con la collana stretta intorno al collo mentre ti prendo da dietro contro questi vetri. E poi… poi ti lego le mani dietro la schiena e ti faccio cavalcare la mia faccia finché non urli.»

Mi asciuga con un vecchio straccio di tela. Mi guarda. La tensione non cala: brucia più forte di prima. Il mio corpo di diciannove anni trema ancora, la figa pulsa, il buco del culo brucia dolcemente del suo dito. So che quando uscirò da qui camminerò con le gambe molli e la sborra che ancora cola, e che domani tornerò con la collana al collo e la fame ancora più grande. Marco mi bacia la fronte e mi sussurra: «Vestiti piano. Voglio guardarti mentre la mia sborra scende lungo le tue cosce fino alle scarpe. E ricorda: l’atelier non ha ancora finito con te.»

Io mi rialzo, le cosce lucide, il cuore che batte troppo forte, e so che Act 4 ci aspetta già dietro la porta chiusa, più sporco, più profondo, più mio.

Mi rialzo ancora tremante, le cosce lucide della sua sborra che già cola fino alle ginocchia, e Marco non mi lascia andare. Mi afferra i fianchi con quelle mani ancora macchiate di carminio e mi tira di nuovo contro il suo corpo nudo. Il cazzo gli si indurisce di colpo contro il ventre, caldo e pesante, e io sento il vuoto tra le gambe che urla di essere riempito un’altra volta. «Non ancora», mormora contro la mia bocca. «Voglio vederti crollare completamente. Voglio che questa figa non ricordi più come si stava prima di me.»

Mi spinge di nuovo contro i grandi vetri. Fuori Roma si accende di luci arancioni, le auto scorrono lontane, e il vetro freddo mi fa rizzare i capezzoli già tinti di rosso. Lui mi alza una gamba, mi apre e mi penetra con un colpo solo, fino in fondo. Il suo cazzo mi sfonda la figa ancora gonfia e usata, ogni vena che mi sfrega le pareti sensibili. Gemisco forte, la fronte premuta contro il vetro, e spingo indietro per prenderlo tutto. «Così… cazzo Marco, riempimi… non fermarti.» Lui mi scopa con spinte lunghe e pesanti, le palle che schiaffeggiano il clitoride a ogni rientrata. Una mano mi afferra i capelli e mi tira la testa indietro, l’altra scende e apre una chiappa. Il pollice, ancora scivoloso d’olio di lino, preme contro il buco del culo e entra piano. Il bruciore dolce mi fa stringere i denti e contrarre la figa intorno al suo cazzo.

«Respira e apriti», ordina con voce roca. «Hai detto che vuoi tutto. Allora lo prendi.» Spinge il pollice più a fondo mentre continua a scoparmi. Io tremo, vedo il mio riflesso sfocato nel vetro: seni schiacciati, bocca aperta, occhi lucidi di piacere. L’orgasmo arriva improvviso, violento, mi fa spruzzare un po’ lungo le cosce mentre lui mi pompa senza pietà. «Brava puttanella… bagna tutto.» Non si ferma. Mi tiene impalata e continua a muovere il pollice nel culo, avanti e indietro, allargandomi quel tanto che basta a farmi gemere il suo nome come una preghiera sporca.

Mi gira di scatto, mi fa scendere in ginocchio sul cotto freddo. Il cazzo lucido di sborra e di me mi sfiora le labbra. «Aprila. Voglio sentire la gola.» Lo prendo in bocca con fame, assaggio il sapore acre di noi due, e scendo fino a toccare il fondo. Lacrime mi salgono agli occhi, saliva cola sul mento e sui seni. Marco geme, le mani nei miei capelli, e mi scopa la bocca con ritmi controllati. «Usa la lingua… sotto… così. Dio, Chloe, che bocca da prima volta.» Succhio, leccio le palle gonfie, le prendo una alla volta in bocca mentre lui ansima. Poi mi solleva di peso come se non pesassi nulla e mi porta al cavalletto.

Mi fa salire a cavalcioni sullo sgabello alto, schiena contro di lui. Afferro il suo cazzo e me lo riaffondo nella figa fino alle palle. Cavalco lenta all’inizio, sentendo ogni centimetro che mi apre di nuovo. Lui mi tiene i fianchi e spinge dal basso, incontrandomi. Una mano mi scende davanti e mi strofina il clitoride a cerchi veloci, l’altra torna al buco del culo e ci ficca due falangi scivolose. «Un giorno te lo prenderò tutto qui», ringhia all’orecchio. «Stasera ti preparo soltanto. Senti come ti allargo.» Io dondolo più forte, i seni che rimbalzano, la figa che schiocca bagnata. Il piacere mi sale a ondate, mi fa stringere i denti. «Marco… vengo… cazzo vengo di nuovo…» Scatto, la figa che gli pulsa intorno a spasmi mentre il dito nel culo mi fa vedere stelle. Lui continua a spingere attraverso l’orgasmo, allungandomi il piacere finché non crollo ansimante contro il suo petto.

Non mi dà respiro. Mi porta al divano di velluto rosso, prende le strisce di tela grezza e me le avvolge intorno ai polsi, legandoli stretti al bracciolo. «Stai ferma e prendi quello che ti do.» Mi mette a quattro zampe, culo alzato, faccia contro il cuscino. Entra di nuovo con una spinta netta e profonda. Stavolta il ritmo è lento, possessivo, ogni centimetro che mi fa sentire le pareti che lo abbracciano strette. Una mano mi scende sotto e mi massaggia il clitoride, l’altra tiene una chiappa aperta mentre il pollice torna a giocare col buco. «Dimmi cosa vuoi ancora, Chloe. Tutto.» La voce mi esce rotta, confessionalе: «Voglio la lingua nel culo… le dita a tre nella figa… voglio che mi riempi e poi mi lecchi pulita… voglio succhiarti le palle mentre mi sfondi la gola… voglio che domani la collana mi stringa il collo mentre mi prendi contro questi vetri.»

Lui ringhia di puro piacere e accelera. Le strisce di tela mi tengono ferme mentre mi scopa a fondo, le cosce che sbattono contro le mie, il velluto che mi graffia le ginocchia. Sento un altro orgasmo costruirsi, più profondo, più sfinente, che parte dal basso ventre e mi esplode nella testa. «Vieni sul mio cazzo. Adesso.» Grido il suo nome, la figa che gli stringe a ondate violente. Lui non viene ancora. Si sfila, mi slega i polsi con urgenza e mi gira sulla schiena. Si siede sul bordo e mi fa mettere a testa in giù, spalle sul cuscino, gambe aperte in aria. Mi spinge il cazzo in gola fino alle palle. «Impara. Respira dal naso e prendi.» Io lo prendo, saliva che cola ovunque, lacrime agli angoli degli occhi. Mi scopa la bocca con spinte lunghe, poi si sfila e mi abbassa di nuovo sulla figa. Entra lento e profondo mentre io gli leccio le palle pesanti e saporite di me. «Così… brava ragazza… succhia mentre ti riempio di nuovo.»

I suoi fianchi accelerano. Ringhia basso, spinge fino in fondo e si scarica a getti caldi e spessi dentro di me. Sento ogni pulsazione, la sborra che mi riempie, che cola fuori mentre lui continua a spingere piano, a farla uscire e a rimetterla dentro con le dita. Mi lecca poi, raccogliendo tutto, la lingua calda che mi fa venire ancora una volta, un orgasmo piccolo e tremolante che mi lascia senza fiato. Mi prende in braccio, mi porta sotto la doccia di fortuna, mi lava via il rosso e la sborra con mani lente, possessive. L’acqua calda scorre sui nostri corpi, i suoi baci sul collo, il cazzo semi-duro che mi sfiora la pancia. «Non hai ancora finito di scoprire», mormora. «Domani la collana. Ti farò venire con quella stretta mentre ti prendo da dietro. E poi ti lego le caviglie al cavalletto e ti apro il culo piano piano, centimetro dopo centimetro.»

Mi asciuga con lo straccio di tela. Mi guarda mentre mi rivesto piano, la gonna che scivola sulle cosce ancora umide, la camicia che lui mi abbottona con dita ancora calde. La sborra continua a colare lenta fino alle scarpe, proprio come voleva. Il cuore mi batte troppo forte, la figa pulsa, il buco del culo brucia dolcemente del suo dito. So che camminerò con le gambe molli e che domani tornerò con la fame ancora più grande. Marco mi bacia la fronte, mi sussurra all’orecchio: «Vestiti lento. Voglio guardarti mentre la mia sborra scende. L’atelier non ha ancora finito con te, Chloe.»

Mi rialzo del tutto, le cosce lucide, e sto per allacciarmi i bottoni quando sentiamo il rumore netto della chiave che gira nella serratura della porta dell’atelier. La maniglia si abbassa. Una voce maschile, familiare, chiama dall’ingresso: «Marco? Sei ancora qui? Ho lasciato i pennelli nuovi…»

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