Lezione di Maneggi nel Fienile

Victor insegna a cavalcargli la figa vergine nella stalla.

3 min read August 26, 2026New

Sono Hana, diciotto anni compiuti da tre mesi, e questa è la mia prima estate in un maneggio toscano tra colline di olivi e odore di fieno secco. Lui è Victor, il figlio ventenne del proprietario: spalle larghe, braccia abbronzate dal sole, cosce da cavaliere e un sorriso che mi ha fatto tremare fin dal primo giorno. Mi insegnava a stare in sella, ma era nel fienile caldo che tutto cominciava davvero.

Quella sera l’aria era densa, il sole ancora alto filtrava dalle fessure del tetto e la polvere di fieno danzava. Victor mi aveva fatto salire su una balla, per correggermi la postura «come se fossi sul cavallo». Le sue mani grosse mi stringevano i fianchi, le dita sfioravano la cintura dei jeans. «Schiena dritta, Hana. Apri il petto.» La camicetta leggera mi si era appiccicata al seno sudato; sentivo i capezzoli duri contro il cotone. I suoi occhi scivolarono lì, una sola volta, lenta, e io arrossii fino al collo. Da giorni ci guardavamo così: sguardi troppo lunghi, sorrisi complici quando nessuno vedeva, il gomito che si sfiorava mentre sella vamo. Il desiderio cresceva come un caldo lento sotto la pelle.

«Victor…» la voce mi uscì piccola. Lui alzò il mento, attendendo. «Non ho mai… toccato un ragazzo. Mai niente. E quando mi tocchi tu, io… mi bagno.» Lo dissi arrossendo fortissimo, le cosce strette sulla balla. Victor restò immobile un secondo, poi la gola gli si mosse. «Vuoi davvero esplorare? Con me? Dimmi di sì solo se lo vuoi tutto.» Annuìi con entusiasmo, il cuore che batteva ovunque. Fui io a baciarlo per prima: labbra calde, sapore di sale e tabacco leggero. Le sue mani mi strinsero i fianchi con forza contenuta, le lingue si intrecciarono subito, umide, affamate. Mi sollevò come se non pesassi e mi adagiò sulla balla di fieno. Tremavamo entrambi mentre ci spogliavamo a vicenda: io gli sbottonai la camicia scoprendo il petto peloso e gli addominali, lui mi sfilò la camicetta e il reggiseno, poi i jeans e le mutandine già zuppe. Restammo nudi, la mia figa vergine che pulsava all’aria calda, il suo cazzo già duro e grosso che mi faceva allargare gli occhi.

Mi fece sdraiare dolcemente sul fieno. Mi baciò il collo, scese al seno, succhiò un capezzolo poi l’altro finché non gemetti. Le dita forti mi aprirono le cosce. «Guarda come sei bagnata…» mormorò rauco. Un dito mi sfiorò le labbra gonfie, poi entrò piano nella fighetta stretta. Dio, quanto faceva male e bene insieme. Lo mosse piano, cercando un punto che mi fece inarcare la schiena. «Vieni per me, Hana. La prima volta.» Continuò a masturbarmi con quel dito dentro, il pollice sul clitoride gonfio, finché l’orgasmo mi scoppiò addosso: scosse violente, un grido soffocato, il succo che gli scorreva sulla mano. Tremavo ancora quando alzò lo sguardo. «Vuoi che ti prenda? Dimmi chiaro.» «Sì, Victor, ti prego, scopami, rompimi, voglio sentirlo.» Con consenso esplicito e impaziente si sistemò tra le mie gambe. La punta del cazzo premette contro l’ingresso vergine. Entrò lentamente, centimetro dopo centimetro, allargandomi fino a farmi lacrimare. Sentii lo strappo dell’imene, un bruciore acuto che si fuse col piacere. Spinte profonde e controllate, missionaria, il suo peso su di me. Gli strinsi la schiena con le unghie. «Più forte… andiamo più forte.» Lui obbedì, accelerando, il fieno che scricchiolava sotto di noi, i nostri gemiti che riempivano la stalla.

Poi mi fece salire sopra: cowgirl. «Cavalcami. Impara.» Impugnai il suo cazzo, me lo infilai tutta e cominciai a muovermi. All’inizio goffa, poi sempre più sicura, i seni che rimbalzavano a ogni discesa, il clitoride che sfregava sulla sua base. Lui mi teneva i fianchi e spingeva dal basso. «Così, brava… usa la figa.» Il piacere saliva di nuovo, più grosso. Mi girò a pecorina senza tirarsi fuori del tutto: mani sulle mie chiappe, mi scavò con vigore, il cazzo che mi sfondava fino in fondo, le palle che battevano. Gridai quando venii di nuovo, stretta intorno a lui. Victor ruggì, mi piantò fino all’osso e mi sborrò dentro a getti caldi, pieni, riempiendomi mentre entrambi urlavamo di piacere nel fienile vuoto.

Dopo l’orgasmo restammo aggrovigliati sul fieno sudato, il suo seme che mi colava lenta tra le cosce, l’odore di sesso e stalla. Lui mi accarezzava i capelli, ma io fissavo il tetto di legno e sentivo qualcosa di storto aprirsi nel petto. Non era solo la fitta residuale tra le gambe. Era il pensiero improvviso, freddo: l’avevo voluto, l’avevo chiesto, mi ero bagnata e goduta… e adesso, mentre il suo cuore rallentava contro la mia schiena, mi chiedevo se avessi regalato troppo in fretta quella prima volta, se il calore di Victor non fosse soltanto estate e fieno, e se domani, guardandomi allo specchio, avrei ancora riconosciuto la ragazza che ero entrata in questa stalla.

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