Amici che si Arrendono
Due vecchi amici, Sonia e Marco, si arrendono alla voglia e si scopano selvaggiamente sul divano.
L’ultimo bicchiere di vino rosso tremava ancora sul tavolino quando la porta si chiuse dietro gli altri. Il click della serratura echeggiò nell’appartamento di Sonia come un colpo di pistola amichevole: finalmente soli. Marco restò in piedi un attimo di troppo, le mani conficcate nelle tasche dei jeans scuri, lo sguardo che non sapeva più dove posarsi senza bruciare. Sonia, ventotto anni compiuti da tre mesi, single da quasi due anni e con i capelli castani ancora un po’ mossi dalla risata di mezz’ora prima, girò le chiavi tra le dita e lo fissò.
«Alla fine se ne sono andati tutti», mormorò lei, la voce un filo più bassa del solito. «Solo noi due. Di nuovo».
Marco sentì il cazzo muoversi già a quelle parole. Da mesi succedeva così: ogni volta che restavano soli, anche solo cinque minuti in cucina a preparare un caffè, il sangue gli scendeva dritto tra le gambe. Sonia lo sapeva. Lo sapeva dal modo in cui lui le mangiava col sguardo quando rideva a una battuta sporca, dal modo in cui lei rispondeva alzando un sopracciglio e allargando appena le cosce sul divano, “per sbaglio”.
Si sedettero. Il divano di pelle scura era ancora caldo dei corpi degli amici, ma adesso c’erano solo loro due, ginocchia a pochi centimetri. Sonia aveva indosso una maglietta nera leggera che segnava i capezzoli duri — l’aria condizionata, si diceva, ma entrambi sapevano che non era l’aria. Sotto la gonna corta di jeans le cosce erano lisce, bronzate, e quando si sistemò tirò appena il tessuto all’insù, abbastanza da far vedere l’inizio della curva interna.
«Ti ricordi quella sera da Luca?», chiese Marco, la voce roca. Non aspettò risposta. «Quando hai detto che l’ultima volta ti sei venuta immaginando di farti leccare da qualcuno che conoscevi da una vita. Hai guardato me. Non gli altri. Me».
Sonia rise, un suono basso, umido. Prese il bicchiere, lo portò alle labbra, leccò una goccia di vino che le scendeva all’angolo della bocca. «E tu hai risposto che ti saresti fatto succhiare il cazzo da un’amica solo se lei avesse saputo esattamente come ti piace. Lento all’inizio, poi profondo fino a farti venire in gola. Anche tu guardavi me, Marco. Non fingere».
Il silenzio che seguì fu denso, carico di mesi di sguardi rubati, di messaggi mandati alle due di notte con emoji ambigue, di abbracci di saluto che duravano un secondo di troppo, con il cazzo di lui che premeva contro la pancia di lei e la figa di lei che si bagnava all’odore del suo dopobarba. Erano amici da otto anni. Avevano pianto insieme, litigato, ballato ubriachi, dormito sullo stesso divano dopo feste infinite senza mai attraversare quella linea. Ma la linea adesso era una riga sottile di saliva sulle labbra di Sonia, e Marco non riusciva più a non guardarla.
Si chinò in avanti. «Da quanti mesi, Sonia? Dimmi la verità. Da quanti mesi ti tocchi pensando al mio cazzo?».
Lei non arrossì. Anzi, gli occhi scuri si fecero ancora più scuri. «Da gennaio. Dopo quella cena in cui ti sei alzato con il cazzo mezzo duro e hai finto di sistemarti la maglia. Io sono andata in bagno e mi sono messa due dita in figa immaginando che fossero le tue. Mi sono venuta mordendomi il labbro per non farmi sentire. E tu?».
«Da prima», ammise lui. La mano destra si mosse, quasi senza volerlo, e andò a posarsi sulla coscia di lei, alta, dove la pelle era calda e morbida. «Da quando ti ho vista uscire dalla doccia a casa di Gideon, l’asciugamano che scivolava, e ho capito che avrei fatto qualsiasi cosa per metterti le mani addosso. Da allora ogni volta che mi segheggio penso alla tua bocca. A come mi succhieresti le palle mentre ti spingo le dita dentro fino a farti squirtare sul mio polso».
Sonia emise un suono basso, un gemito a metà tra la risata e il bisogno. La sua mano scese e coprì quella di Marco, premendola più su, verso l’interno della coscia, verso il calore umido che già le macchiava le mutandine. «Toccamì», sussurrò. «Basta chiacchiere. Toccamì prima che impazzisca».
Marco non se lo fece ripetere. Le dita scivolarono sotto il bordo della gonna, trovarono il cotone già inzuppato, lo sfiorarono con la punta dell’indice. Sonia spalancò le cosce di scatto, un movimento grezzo, animale. Lui sentì la scia calda della sua figa attraverso la stoffa e il cazzo gli diventò di pietra, dolorosamente stretto nei jeans.
«Sei già così bagnata… cazzo, Sonia. Senti quant’è gonfia». Fece scorrere il dito lungo la fessura coperta, su e giù, sentendo le labbra gonfie che si aprivano sotto la pressione. «Vuoi che te le tolga? Vuoi che ti lecchi i succhi dritti dalla figa mentre mi guardi?».
«Sì. Toglimile. Adesso». La voce di lei era rotta. Si sollevò appena il bacino per aiutarlo. Marco afferrò le mutandine sottili e le tirò giù lungo le gambe, lentissimo, godendosi ogni centimetro di pelle che si scopriva. Quando le ebbe alle caviglie, Sonia le scalciò via con un piede. Rimase lì, gonna rialzata fino alla vita, la figa liscia e lucida di liquido, le labbra aperte che mostravano il buco rosa già pulsante.
Marco si inginocchiò sul pavimento tra le sue ginocchia. L’odore di lei lo colpì dritto al cervello: muschio, vino, desiderio grezzo. Spinse il naso contro il clitoride gonfio e inspirò a fondo, poi tirò fuori la lingua e diede una lunga leccata dalla fessura fino in cima. Sonia urlò, le mani che gli affondavano nei capelli.
«Fanculo… così. Leccamì proprio lì. Succhiami il clit come se fossi la tua troia personale».
Lui obbedì. Succhiò il bottone gonfio tra le labbra, lo fece scoppiettare con la lingua, mentre due dita si spingevano dentro di lei senza preavviso, fino alle nocche. La figa di Sonia era rovente, stretta, si strinse attorno alle dita con una fame che lo fece gemere contro la carne bagnata. Spingeva, ritirava, apriva le dita a forbice per stirarla, e intanto leccava come un disperato, bevendo ogni goccia.
Sonia muoveva i fianchi contro la sua faccia, cercando di fottersi la bocca. «Marco… cazzo… mi sto per venire già. Non fermarti. Voglio venire sulla tua lingua prima di succhiarti il cazzo. Voglio assaggiare il mio sapore sulla tua bocca mentre mi metti il tuo grosso cazzo in gola».
Lui accelerò. Le dita pompavano più forte, il pollice strofinava il clitoride insieme alla lingua, e Sonia scoppiò. Un orgasmo lungo, umido, che le fece spruzzare un filo di liquido contro il mento di Marco. Lei digrignò i denti, gli occhi chiusi, il corpo che si contorceva sul divano mentre la figa pulsava e spremeva le dita di lui.
Quando riaprì gli occhi, Marco era ancora inginocchiato, la bocca lucida dei suoi succhi, gli occhi neri di lussuria. Si alzò, si sbottonò i jeans con mani tremanti e liberò il cazzo. Era grosso, venato, la testa già lucida di precome. Sonia lo fissò e leccò le labbra.
«Vieni qui», disse lei, la voce ancora roca dall’orgasmo. «Mettilo in bocca. Voglio sentire quanto sei duro per me dopo tutti questi mesi. Voglio che mi fotte la gola prima di fottermi la figa su questo divano fino a farmi urlare il nome».
Marco si avvicinò, il cazzo a pochi centimetri dalle labbra di lei. Sonia lo prese in mano, lo pesò, lo strinse alla base e ci sputò sopra, poi lo ingoiò d’un colpo fino a sentire la testa premere contro la gola. Marco gemette un «Sonia, cazzo» gutturale, le mani nei suoi capelli, e iniziò a spingere piano, poi più forte, scopandole la bocca mentre lei lo guardava dal basso con gli occhi lucidi di eccitazione.
Ma non andò fino in fondo. Non ancora. Si ritrasse, il cazzo che usciva lucido di saliva, un filo che collegava ancora la punta alle labbra di Sonia. Lei respirava a fatica, le cosce ancora aperte, la figa che gocciolava sul divano.
«Non ancora», mormorò Marco, la voce spezzata dal bisogno. «Se continuo così ti sborro in gola in trenta secondi. E io voglio scoparti. Voglio metterlo dentro quella figa bagnata e spingerti le gambe dietro la testa mentre ti riempio. Ma prima… prima voglio sentirti chiederlo. Voglio che mi supplichi di arrendermi a te, Sonia. Di smettere di fingere che siamo solo amici».
Sonia si alzò sulle ginocchia sul divano, afferrò il suo cazzo di nuovo e lo strusciò contro la propria guancia, poi contro le labbra gonfie. «Ti prego», sussurrò, guardandolo dritto negli occhi. «Arrenditi. Fottemi. Usami come hai sempre voluto. Sono tua stasera. Tutta. Figa, bocca, culo se lo vuoi. Basta che mi scopi finché non riesco più a camminare».
Marco la spinse indietro sul divano, si sistemò tra le sue cosce spalancate, la testa del cazzo che già baciava l’ingresso scivoloso. Non entrò. Restò lì, premendo appena, sentendo il calore che lo chiamava, mentre Sonia muoveva i fianchi cercando di ingoiarlo.
«Dimmi ancora», ordinò lui. «Dimmi quanto lo vuoi».
«Lo voglio tutto», gemette lei. «Voglio sentirlo che mi spacca. Voglio che mi fotte forte, sporco, senza pietà. Voglio i tuoi coglioni che mi sbattono contro il culo mentre mi riempi di sborra. Marco… per favore… mettilo dentro».
Lui sorrise, un sorriso da predatore, e spinse solo il glande, appena un centimetro, abbastanza da farla gridare e contrarsi. Poi si fermò di nuovo, il sudore che gli colava sulla fronte, il controllo che stava per spezzarsi del tutto.
Fuori la città continuava a vivere, ma dentro quell’appartamento c’erano solo il respiro affannato di due amici che non potevano più fingere, il odore di sesso che già impregnava l’aria, e la promessa grezza di tutto ciò che stava per arrivare sul quel divano di pelle scura.
Marco restò fermo con solo il glande sepolto in quella figa rovente, il resto del cazzo che pulsava all’aria aperta, le vene gonfie contro le labbra scivolate di Sonia. Lei gemette e strinse i muscoli interni cercando di succhiarlo più a fondo, ma lui rise, un suono basso e roco, e si ritrasse del tutto. Il cazzo uscì con un suono umido, lucido dei suoi succhi, e sbatacchiò pesante contro la pancia di lei.
«Aspetta», mormorò lui, la voce spezzata dal bisogno. «Se continuo adesso ti sborro al terzo colpo. Voglio godermelo. Mettiamo qualcosa, cazzo. Un film. Qualsiasi cazzata. Voglio sentire quanto riesci a resistere mentre ti sfioro soltanto».
Sonia rise, una risata affamata e un po’ isterica, ancora con le cosce spalancate e la figa che gocciolava sul divano di pelle. «Sei un sadico di merda. Ok. Accendi quella roba».
Marco si alzò solo il tempo di afferrare il telecomando, il cazzo dritto e lucido che oscillava pesante. Accese la televisione a caso: una commedia americana vecchia, dialoghi doppiati di merda, battute ovvie. Si risedettero, nudi dalla vita in giù, lei con la gonna ancora arrotolata sui fianchi e la maglietta tirata su che lasciava liberi i seni, i capezzoli duri che puntavano all’aria condizionata. Lui con i jeans aperti e abbassati sulle cosce, il cazzo che restava dritto contro il ventre come un’accusa.
La risata arrivò subito. Una battuta cretina sullo schermo e Sonia scoppiò a ridere, il corpo ancora scosso dai resti dell’orgasmo di prima. Si appoggiò di lato, la testa che trovò naturalmente la spalla di Marco, i capelli castani che gli solleticavano il collo. L’odore di lui — sudore, dopobarba, sesso — le riempì il naso e le fece contrarre di nuovo la figa. La mano sinistra scese «per sbaglio» sulla sua coscia, poi più su, finché le dita non sfiorarono volutamente l’inguine, il dorso che strusciò contro le palle pesanti e poi avvolse la base del cazzo ancora bagnato dei suoi succhi.
Marco sentì il sangue battere nelle tempie. Afferrò il polso di lei con una stretta ferrea, fermandola lì, le dita di Sonia ancora avvolte a metà intorno al suo cazzo duro. La girò di scatto verso di sé, gli occhi neri che la foravano.
«Guardami», ordinò, la voce grave, filosa. «Dimmi la verità adesso. Lo vuoi quanto lo voglio io? O stai solo giocando, Sonia? Perché io sto per esplodere. Da mesi. Ogni cazzo di notte. Lo vuoi davvero?».
Sonia non rispose a parole. Si lanciò avanti e lo baciò come una affamata, la bocca che si aprì sulla sua, la lingua che entrò subito a succhiare, a morderlo, a bere il sapore di sé stessa ancora appiccicato sulle sue labbra. Il bacio era umido, rumoroso, pieno di denti e saliva. Quando si staccò di un millimetro, il fiato caldo contro la sua bocca, sussurrò con voce roca e rotta:
«Muoio dalla voglia di farmelo scopare da te da mesi, Marco. Da gennaio ti immagino che mi sfondi su questo divano. Voglio il tuo cazzo grosso che mi spacca la figa finché non urlo. Voglio che mi usi. Lo voglio più di te, se è possibile. Adesso smettila di farmi supplicare e fottemi».
Marco non regse più. La spinse di schiena sul divano con violenza controllata, le afferrò le caviglie e le aprì fino a piegarle indietro, quasi dietro le orecchie. La figa di Sonia era un disastro lucido, labbra gonfie e aperte, il buco rosa che si contraeva a vuoto. Lui si sistemò, la testa del cazzo che trovò l’ingresso scivoloso al primo colpo, e questa volta non si fermò.
Spinse tutto d’un fiato. Un colpo solo, lungo, brutale, finché i coglioni non sbattejarono contro il suo culo. Sonia urlò, un suono acuto e grosso che riempì l’appartamento, le unghie che gli si conficcarono nei glutei. «Cazzo… Marco… sei enorme… mi stai spaccando… non fermarti».
Lui iniziò a scoparla con colpi lunghi e pesanti, ritirandosi quasi tutto e rientrando fino in fondo, il suono bagnato e osceno di carne contro carne che copriva i dialoghi stupidi del film. Ogni spinta faceva ondeggiare i seni di Sonia, i capezzoli duri che lui afferrò e strinse tra le dita, torturandoli mentre la fotteva.
«Senti come ti prendi tutto», grugnì lui contro il suo orecchio, sudore che gli colava sulla schiena. «Otto anni a fare gli amici e adesso la tua figa mi succhia il cazzo come una puttana affamata. Sei stretta da pazzi. Ti stai venendo un’altra volta già? Lo sento. Mi stringi».
Sonia muoveva i fianchi incontro a ogni spinta, cercando di ingoiarlo ancora più a fondo. «Sì… sì cazzo… mi sto per venire di nuovo… scopami più forte… usami… voglio sentire i tuoi coglioni che mi sbattono mentre mi riempi». La sua mano scese tra i loro corpi e si mise a strofinare il clit gonfio in circoli frenetiche, le dita che sapevano esattamente dove premere. L’orgasmo arrivò come un pugno: la figa che si chiuse a morsa intorno al cazzo di Marco, un getto caldo di liquido che gli bagnò le palle e il divano, il corpo di lei che si inarcò e tremò mentre urlava il suo nome a gola spiegata.
Marco non si fermò. Continuò a pompella attraverso l’orgasmo, i colpi più corti e più furiosi, godendosi ogni contrazione che lo spremeva. Quando lei iniziò a gemere di nuovo, troppo sensibile, lui uscì di scatto, la afferrò per i fianchi e la girò a quattro zampe sul divano. Il culo di Sonia in alto, la figa rossa e sborra-pronta che gocciolava, la faccia premuta contro il cuscino.
Lui rientrò da dietro con un colpo secco che le fece perdere il fiato. Le mani grandi le afferrarono i fianchi e iniziarono a usarla come un bastardo, il ritmo da animale, le palle che sbattevano rumorosamente contro il suo clit a ogni spinta. «Guarda come ti fotto», ansimò lui. «Amici un cazzo. Sei la mia troia adesso. Questa figa è mia. Dillo».
«È tua… cazzo… è tutta tua… scopami il culo se vuoi… mettimelo dove ti pare… solo non smettere», singhiozzò Sonia, la voce strozzata dai cuscini, una mano che tornava indietro a tenersi aperta una chiappa per fargli vedere meglio tutto. Marco sputò sulla sua figa e poi più su, verso il buco del culo stretto, e ci premette il pollice, facendolo entrare piano mentre il cazzo continuava a sfondarle la figa.
Lei esplose di nuovo, un orgasmo più lungo e sporco, il corpo che si scuoteva, la saliva che le colava dalla bocca aperta sul divano. Marco sentì i coglioni tirarsi su, il bisogno di sborrare che lo accecava, ma strinse i denti e si ritrasse all’ultimo secondo. Il cazzo uscì pulsante, rosso, lucido di tutto, una corda di precome che gocciolò sulla schiena sudata di lei.
«Non ancora», ansimò lui, la mano che si strofinava piano il glande per non esplodere. «Voglio farti venire un’altra volta con la bocca prima di riempirti. Voglio vederti leccare i tuoi succhi dal mio cazzo mentre mi guardi. Poi ti metto sulla schiena di nuovo e ti scopro le gambe dietro la testa e ti sborro così in fondo che la senti per giorni».
Sonia si voltò, il viso rosso, gli occhi lucidi, i capelli appiccicati alla fronte. Si mise in ginocchio di fronte a lui sul divano e prese il cazzo con entrambe le mani, lo leccò dalla base alla punta con la lingua larga, raccogliendo tutto il sapore di sé stessa, poi lo ingoiò fino in gola con un suono gorgogliante. Marco le afferrò i capelli e iniziò a scoparle la bocca piano, poi più forte, i gemiti bassi che gli uscivano dal petto mentre lei lo guardava dal basso, le lacrime di sforzo agli angoli degli occhi, la saliva che le colava sul mento e sui seni.
Il film continuava a blaterare in sottofondo, ridicolo e lontano. Loro non lo sentivano più. C’erano solo il calore umido della gola di Sonia, il modo in cui la sua lingua girava sotto il glande, il bisogno grezzo che li stava consumando. Marco la tirò su di nuovo per i capelli, la baciò assaggiando sé stesso sulla sua bocca, e la spinse di nuovo a gambe aperte.
«Ancora un po’», sussurrò contro le sue labbra, il cazzo che già trovava di nuovo l’ingresso gonfio e rovente. «Voglio sentire quanti orgasmi ti riesco a strappare prima di arrendermi del tutto e riempirti. Dimmi di nuovo quanto mi vuoi mentre ti entro».
Sonia aprì le cosce al massimo, lo guidò dentro con una mano e gemette lungo quando lui ricominciò a spingere, lento e profondo questa volta, ogni centimetro che la stirava. «Ti voglio da morire… da mesi… ogni giorno… scopami finché non riesco più a pensare… Marco… amore… amici un cazzo… adesso sei dentro di me e non voglio più uscire».
Lui sorrise contro il suo collo, i denti che le morsero la pelle, e riprese il ritmo, il divano di pelle che scricchiolava sotto di loro, l’aria piena del suono umido e osceno di due corpi che finalmente smettevano di fingere. La tensione restava alta, il bisogno di lui di sborrare trattenuto a fatica, la figa di lei già che ricominciava a stringersi verso un altro orgasmo, e fuori la città che non sapeva niente di ciò che stava succedendo su quel divano scuro.
Sonia si aggrappò alle spalle di Marco mentre lui le entrava fino in fondo con quella spinta lenta e brutale che le stirava la figa come non le era mai successo. Il divano scricchiolava sotto il peso dei loro corpi sudati, il film in sottofondo ormai un rumore lontano e ridicolo. Lei muoveva i fianchi incontro a ogni centimetro, sentendo le vene del suo cazzo grosso che le sfregavano le pareti interne, e pensò che otto anni di amicizia erano finiti proprio lì, sepolti dentro di lei insieme a quel cazzo duro.
«Salì», grugnì Marco, ritraendosi di scatto. Il cazzo uscì lucido, pulsante, una corda di liquido che gocciolò sulla pancia di lei. «Mettiamoci come voglio io adesso. Cavalcami, Sonia. Voglio vederti saltarmi addosso come la troia che sei diventata».
Lei non se lo fece ripetere. Si sollevò a quattro zampe, gli spinse le spalle indietro sul divano di pelle e gli si mise a cavalcioni, le ginocchia che affondavano ai lati dei suoi fianchi. Afferrò il cazzo duro con una mano, lo pesò, lo strinse alla base sentendo il sangue battere sotto le dita, poi lo guidò dritto contro la fessura gonfia. Si abbassò d’un colpo solo. Il glande spaccò l’ingresso e scivolò dentro fino alle palle con un suono umido e osceno. Sonia urlò, la testa che le andò indietro, i capelli castani che le cascavano sulle spalle scoperte.
«Cazzo… Marco… mi riempi tutta…» gemette, e iniziò a cavalcarlo con furia. Saliva e ridiscendeva, i fianchi che battevano contro i suoi con colpi secchi e disperati, la figa che lo succhiava e lo spremeva a ogni discesa. I seni le ballavano liberi, i capezzoli duri che puntavano verso di lui. Marco li afferrò con entrambe le mani, li strinse forte, le dita che li torturavano, poi si sollevò a metà e le morse un capezzolo, succhiandolo, graffiandolo coi denti mentre lei gemiva più forte.
«Così, troia… salta più forte… senti come ti apro…» ansimò lui contro il seno, la lingua che girava attorno al capezzolo prima di morderlo di nuovo. Sonia accelerò, le cosce che tremavano per lo sforzo, il clitoride che sfregava contro il pube di lui a ogni botta. Il liquido le colava lungo le palle di Marco, macchiava il divano, faceva schiocchi umidi a ogni cavalcata. Dentro di lei un altro orgasmo stava salendo già, caldo e violento, e lei lo inseguì spingendosi più giù, ingoiandolo tutto, gemendo il suo nome a gola spiegata mentre lui continuava a strizzarle le tette e a morderle i capezzoli fino a farli bruciare di piacere.
Quando il corpo di lei si contorse e la figa si chiuse a morsa, Marco non le diede tregua. La afferrò per i fianchi, la sollevò dal cazzo ancora pulsante e la girò di scatto. La piegò sul bracciolo del divano, il culo all’aria, la faccia premuta contro i cuscini, le gambe che pendevano a metà. Lei sentì l’aria fredda sulla figa aperta e gocciolante, poi il calore del suo corpo che si sistemava dietro.
«Adesso ti prendo come meriti», disse lui, la voce roca, e le conficcò il cazzo dentro da dietro con una spinta profonda e violenta che le fece perdere il fiato. I coglioni le sbattejarono contro il clitoride, le mani grandi le tennero i fianchi fermi mentre iniziava a scoparla con colpi lunghi, pesanti, da animale. Ogni spinta la faceva scivolare in avanti sul bracciolo, i seni che pendevano e oscillavano, la saliva che le colava dalla bocca aperta.
«Più forte… sfondami…» urlò Sonia, e Marco obbedì. Il ritmo diventò furioso, il suono della carne che sbatteva contro la carne riempiva l’appartamento insieme ai suoi gemiti. Poi lei sentì un dito bagnato di sputo premere contro il buco del culo, stretto e che si contraeva. Marco lo fece entrare piano, poi ne aggiunse un secondo, stirandola mentre il cazzo continuava a sfondarle la figa con spinte profonde e violente.
«Due dita nel culo, puttana… senti come ti riempio tutto…» grugnì lui, pompando le dita dentro e fuori dal culo mentre la scopava senza pietà. Sonia urlò di piacere puro, un suono acuto e rotto che le uscì dalla gola, il corpo che si scuoteva tra il bracciolo e le spinte di lui. La doppia penetrazione la faceva impazzire: il cazzo grosso che le apriva la figa, le dita che le fottavano il culo, il bruciore dolce che si mescolava al piacere e la spingeva verso un altro orgasmo più sporco, più lungo. Lei si venne stringendo entrambi i buchi, un getto caldo che gli bagnò le palle e le dita, le unghie che graffiavano la pelle del divano.
Marco sentì i coglioni tirarsi su, il bisogno di sborrare che lo accecava. Si ritrasse all’ultimo secondo, il cazzo che uscì rosso e lucido, le dita che le lasciarono il culo con un suono umido. La afferrò per i capelli e la tirò giù dal bracciolo, facendola inginocchiare sul pavimento di fronte a lui. Sonia cadde in ginocchio, le cosce ancora tremanti, la faccia all’altezza del cazzo che le oscillava davanti, gocciolante dei suoi succhi e di precome.
«Apri la bocca», ordinò lui, la mano ancora nei suoi capelli castani. «Voglio sborrarti in gola. Voglio vederti ingoiare tutto».
Lei obbedì subito, le labbra che si spalancarono, la lingua che uscì piatta e pronta. Marco le conficcò il cazzo in bocca fino in fondo, sentendo la gola che si apriva attorno al glande, poi iniziò a scoparla con colpi corti e furiosi. Sonia gorgogliava, le lacrime agli angoli degli occhi, la saliva che le colava sul mento e sui seni ancora marchiati dai morsi. Lui non durò. Con un grugnito basso e animale si venne, il cazzo che pulsava forte, schizzando tutto il seme dritto sulla lingua di lei, fiotti caldi e spessi che le riempirono la bocca. Sonia lo tenne in gola finché non finì, poi si ritrasse appena, la lingua fuori, piena di sborra bianca e filosa che le colava agli angoli delle labbra. La ingoiò avidamente, deglutendo a fondo, leccandosi le labbra per non perderne una goccia, gli occhi scuri che lo fissavano dal basso mentre il sapore salato le scendeva in gola.
Marco restò in piedi ansimando, il cazzo ancora mezzo duro e lucido che le pendeva davanti alla faccia. Sonia restò in ginocchio, il respiro affannato, la figa che ancora pulsava e gocciolava sul pavimento, il culo che bruciava dolcemente dalle dita. Si leccò un’ultima traccia di sborra dal labbro inferiore e sussurrò, la voce roca:
«Non basta… Marco… ti sento ancora duro… voglio di più… voglio che mi usi finché non resta più niente».
Lui la guardò, gli occhi neri di una fame che non si era spenta affatto, e la tirò su per i capelli, baciandola a fondo, assaggiando il proprio seme sulla sua lingua. Il cazzo gli batteva già di nuovo contro la pancia di lei, e fuori la città continuava a ignorarli mentre sul divano scuro la notte era ancora lunga e piena di cose che due amici non avevano ancora finito di farsi.
Dopo aver ripreso fiato, Marco la tirò su dal pavimento con le mani ancora umide di saliva e sborra, il cazzo che gli batteva già di nuovo contro la coscia, mezzo duro e lucido. Sonia tremava ancora alle ginocchia, la figa che pulsava vuota e gocciolante, il sapore salato di lui che le restava appiccicato alla lingua. Si lasciò trascinare sul divano di pelle, dove i cuscini erano già un disastro di macchie scure e peli, e si sistemò a cavalcioni sulle sue cosce nudi, le ginocchia che affondavano ai lati dei suoi fianchi. Era ancora completamente nuda, i seni marchiati dai morsi, i capezzoli gonfi e rossi, la figa aperta che gli strofinava piano contro il cazzo che le premeva sotto, caldo e appiccicoso dei suoi stessi succhi.
Lui la guardò dal basso, gli occhi neri ancora pieni di quella fame che non si era spenta nemmeno dopo averle riempito la gola. Sonia si chinò, gli leccò le labbra con la lingua lenta e sporca, raccogliendo l’ultima traccia di sborra che gli era rimasta all’angolo della bocca, poi lo baciò a fondo, succhiandogli la lingua come se volesse strappargli l’anima. Quando si staccò di un millimetro, il fiato caldo contro la sua bocca, sussurrò con voce roca, ancora spezzata dai gemiti di prima:
«Da oggi in poi, ogni volta che vorremo scopare basterà un messaggio. Uno solo. “Vieni”. E io ti apro le gambe dove cazzo vuoi, sul divano, in macchina, sul tavolo della cucina. Otto anni buttati via a farci i cazzoni. Adesso questa figa è tua quando la chiedi».
Marco sorrise, un sorriso da animale sazio e ancora affamato, le mani che le scesero sulla schiena sudata, scivolando giù fino ad afferrarle le chiappe e aprirle, le dita che le sfioravano il buco del culo ancora dolce e un po’ bruciato dalle due dita di prima. La baciò di nuovo, profondamente, la lingua che le entrò in bocca a succhiare, a morderle il labbro inferiore finché lei non gemette contro i suoi denti. Il cazzo gli diventò di pietra sotto di lei, la testa che le sfregava contro le labbra gonfie della figa, e lui la sollevò appena per farla scivolare avanti e indietro, bagnandolo di nuovo con i suoi liquidi.
«La prossima volta ti lego», mormorò contro le sue labbra, la voce grave, filosa di lussuria. «Caviglie e polsi al telaio del letto, o qui, a questo divano di merda. Ti lascio aperta e impotente, e ti leccio finché non urli così forte da perdere la voce. Ti metto il cazzo in gola mentre ti strizzo le tette, ti spingo le dita nel culo e ti faccio squirtare sul pavimento. Poi ti sfondo la figa così a fondo che quando cammini il giorno dopo senti ancora le mie palle che ti battono contro. E tu mi manderai quel messaggio ogni cazzo di volta che ti brucia, Sonia. Perché adesso siamo fottuti. Amici un cazzo. Sei la mia troia personale».
Sonia rise, un suono basso e umido che le vibrò contro il petto di lui, e si strusciò più forte, il clitoride gonfio che premeva contro la vena spessa del suo cazzo. Dentro di lei il bisogno tornava già, caldo, vischioso, le pareti della figa che si contraevano a vuoto cercando di risucchiarlo. Pensò ai mesi passati a segarsi da sola nel buio, immaginando proprio questo: il peso di Marco sotto di lei, l’odore di sesso che impregnava tutto, la promessa grezza di poterlo chiamare con un messaggio e trovarselo tra le gambe senza più finzioni. Si chinò di nuovo, gli leccò il collo, il pomo d’Adamo, poi scese a mordergli un capezzolo mentre muoveva i fianchi in circoli lenti, spalmando i suoi succhi su tutto l’albero duro.
«Fallo adesso», gemette lei, la mano che scese tra i loro corpi e gli strinse il cazzo alla base, guidandolo contro l’ingresso scivoloso. «Prima di legarmi. Mettilo dentro ancora una volta. Voglio sentirlo che mi riempie mentre mi dici quanto mi userai. Voglio venire sulla tua sborra mentre mi racconti come mi legherai i polsi dietro la schiena e mi scoprai a quattro zampe finché non piango di piacere».
Marco non se lo fece ripetere. La sollevò, la testa del cazzo che trovò il buco rosa al primo colpo, e la fece scendere piano, centimetro dopo centimetro, godendosi ogni contrazione che lo stringeva. Sonia urlò a denti stretti quando lo ebbe tutto dentro, i coglioni premuti contro il suo culo, il glande che le batteva contro il fondo. Si mise a cavalcarlo di nuovo, ma più lenta, più profonda, i seni che gli ballavano davanti alla faccia. Lui li afferrò, li strinse, ci succhiò i capezzoli a turno mentre lei saliva e ridiscendeva, il suono umido e osceno che riempiva di nuovo l’appartamento.
«Ti legherò con le cinture dei jeans», grugnì lui tra un morso e l’altro, spingendo i fianchi all’insù per incontrarla. «Ti lascerò la bocca libera solo per succhiarmi le palle. Ti metterò un vibratore sul clit e te lo lascerò acceso mentre ti fotte il culo con le dita. E quando urlerai abbastanza forte da far scoppiare la gola, ti sborrerò sulla faccia e ti farò leccare tutto. Sei mia adesso, Sonia. Ogni buco. Ogni orgasmo. Ogni cazzo di messaggio che mi manderai alle tre di notte».
Lei accelerò, le cosce che bruciavano, il clitoride che sfregava contro il pube di lui a ogni discesa. L’orgasmo salì improvviso, violento, la figa che si chiuse a morsa e spremette il cazzo di Marco mentre lei digrignava i denti e gli graffiava il petto. «Cazzo… Marco… mi vengo… riempimi… sborrami dentro… voglio portarti a casa tra le gambe».
Lui la afferrò pei fianchi e la tenne giù, pompando dal basso con colpi corti e furiosi, i coglioni che si contraevano. Con un grugnito animale si venne, fiotti caldi e spessi che le schizzarono in fondo alla figa, riempiendola fino a far colare la sborra lungo le palle e sul divano già distrutto. Sonia continuò a muoversi, spremendolo, godendosi ogni pulsazione, finché non restò più niente e crollò avanti, il petto contro il suo, il respiro che si mescolava.
Restarono così a lungo, sudati, appiccicati, il cazzo di lui che si ammorbidiva piano dentro di lei mentre la sborra calda le colava fuori. Sonia gli leccò l’orecchio, poi sussurrò con un sorriso sporco contro la pelle:
«Allora… mi mandi tu il primo messaggio stasera, o lo mando io mentre mi tocco ancora bagnata della tua sborra?»
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