Sguardi Incrociati sull'Ultima Traversata

Marco, vergine di 19 anni, si fa sverginare da Sonia sul traghetto notturno per la Sicilia.

12 min read September 03, 2026New

Il traghetto tagliava il mare nero con un ronzio monotono, luci soffuse e poche anime sparse nell’area semi-deserta del salone di prua. Marco, diciannove anni appena compiuti, zaino tra le gambe e maglietta stropicciata, fissava il finestrino come se potesse succhiare coraggio dall’oscurità. Prima volta da solo verso la Sicilia, prima volta lontano da casa, prima volta che il sangue gli batteva così forte solo per esistere. Di fronte a lui, due file di sedili vuoti in mezzo, c’era lei.

Sonia. Ventidue anni, capelli neri sciolti sulle spalle, labbra carnose che sorridevano di sottecchi ogni volta che i suoi occhi castani incrociavano i suoi. Maglietta leggera che lasciava indovinare i seni senza reggiseno, gonna corta di jeans che saliva quando si sistemava le gambe. Ogni sguardo era una spinta: lui arrossiva e distoglieva lo sguardo, lei lo riacchiappava e gli faceva un sorrisetto lento, lingua che sfiorava il labbro inferiore. L’aria sapeva di salsedine e di qualcosa di più denso, una corrente elettrica che gli faceva gonfiare il cazzo nei jeans senza che potesse farci niente. Pensava: cazzo, se continua mi sborro solo a guardarla. Lei invece lo mangiava con gli occhi, sicura, spregiudicata, già di casa in quel corpo che sapeva esattamente cosa voleva.

A un certo punto Sonia si alzò. Camminò verso di lui con passo lento, si piantò nel sedile accanto e si chinò appena, voce roca e bassa che gli arrivò dritta all’orecchio.

«Mi stai fissando da mezz’ora, bello. Ti piaccio o hai paura?»

Marco deglutì, le guance in fiamme. «I-io… scusa. Sei… sei bellissima.»

Lei rise piano, un suono sporco, e gli posò la mano sul ginocchio. Le dita calde scivolarono un centimetro più su, sfiorando la stoffa.

«Sono Sonia. Torno a casa dopo l’università. Tu?»

«Marco. Studio… vado dai nonni. Prima volta che prendo il traghetto da solo.»

La mano di lei premette un po’ di più. «Prima volta di molte cose, mi sa.» Gli occhi gli si conficcarono addosso. «Sei tutto rosso. Dimmi la verità. Sei vergine, vero?»

Il cuore gli esplose. Balbettò, guardandosi le scarpe: «Sì. Mai… mai fatto niente di vero. Solo… da solo.»

Sonia emise un gemito basso, quasi un ringhio di piacere. «Cazzo, che sfiga dolce. Un verginello tutto mio sull’ultima traversata.» Si avvicinò fino a sfiorargli le labbra con le sue. «Voglio essere la tua prima volta. Qui. Stasera. Vuoi?»

Lui annuì, troppo teso per parlare. Allora lei lo baciò. Bocca aperta, lingua calda che gli entrò dentro senza chiedere permesso, succhiandogli il fiato, leccandogli i denti, facendogli sentire il sapore di menta e di voglia. La mano di Sonia gli afferrò il polso e lo trascinò sotto la gonna. Niente slip di cotone ingenuo: mutandine di pizzo già zuppe, la fessura gonfia e scivolosa che gli inondò le dita appena le toccò.

«Senti com’è bagnata per te», sussurrò contro la sua bocca. «Per il cazzo vergine di un ragazzino timido. Toccala. Spingi un dito.»

Marco obbedì, confuso e duro da far male. L’indice scivolò lungo la stoffa bagnata, sentì il calore della figa, il clitoride già duro. Lei gemette e gli morse il labbro. «Basta. Andiamo. Corridoio delle cabine, buio come la merda. Nessuno ci guarda a quest’ora.»

Si alzarono. Lei lo guidò per mano tra le scale strette, giù verso i corridoi laterali dove le luci tremolavano e l’odore di gasolio e mare si faceva più forte. Un angolo cieco tra due porte di cabina vuote, ombra totale. Appena ci furono, Sonia si inginocchiò sui talloni, aprì la cerniera dei suoi jeans con le mani esperte e gli tirò fuori il cazzo. Era duro, gonfio, la testa già lucida di precome, le vene che pulsavano.

«Cazzo grosso per essere la prima volta», mormorò soddisfatta. Poi lo prese in bocca tutto d’un fiato. Labbra strette, lingua larga che gli leccava il frenulo mentre scendeva fino a far battere il naso contro il pube. Succhia va rumorosa, bava che gli colava lungo le palle, gola che si apriva e lo inghiottiva. Marco gemette forte, schiena contro il muro freddo, mani goffe nei suoi capelli.

«Tienimeli», ordinò lei tirandosi indietro un secondo, filo di saliva che collegava la bocca alla sua uccello. «Tirami i capelli mentre ti pompino. Impara.»

Lui afferrò le ciocche nere e la spinse di nuovo giù. Sonia si fece scopare la faccia con gusto, gorgoglii umidi, occhi alzati a guardarlo mentre gli inculava la gola. Il pompino era profondo, schifosamente rumoroso, la lingua che gli girava intorno alla testa ogni volta che risaliva. Quando sentì le palle tirarsi, lei si staccò con un suono bagnato.

«Non ancora. Voglio il tuo primo sborro dentro la figa.»

Si alzò, si girò, alzò la gonna sulle natiche sode e abbassò le mutandine bagnate fino a metà coscia. Si appoggiò con le mani al muro, schiena inarcata, culo offerto. La figa era aperta, rosa scuro, lucida di sborro femminile che già gli colava lungo l’interno coscia.

«Mettilo. Piano all’inizio. Poi spezzami.»

Marco afferrò il cazzo tremante, lo appoggiò tra le labbra gonfie e spinse. La testa entrò con uno schiocco umido. Calore stretto, velluto bagnato che lo succhiava dentro. Avanzò centimetro dopo centimetro, sentendo la resistenza cedere, finché le palle gli sbatterono contro la figa. Era dentro. Finalmente. La prima figa della sua vita lo strinse come un pugno caldo.

«Gesù… è… è strettissima», rantolò.

«Muoviti. Scopami. Tira fuori e rifica. Più forte.»

Cominciò lento, spinte incerte che facevano uscire il cazzo lucido e lo riaffondavano. Sonia si toccava il clitoride con due dita veloci, gemendo contro il muro. «Così… cazzo sì… ora dalle belle spinte. Inculami la figa come se volessi sfondarmi. Dai, verginello, mostra i coglioni.»

Marco afferrò i fianchi e cominciò a marciare. Più forte, più fondo, il suono di pelle contro pelle che riempiva il corridoio, schiaffi umidi, il suo cazzo che usciva e rientrava a pistone. Lei spingeva indietro incontrando ogni botta, la figa che gli schizzava succhi addosso. «Più duro, Marco. Spaccami. Voglio sentire che è la tua prima e che me la stai dando tutta.»

Sudore che gli scorreva sulla schiena, palle che sbattevano, il piacere che saliva troppo in fretta. Si fermò un attimo, tirò fuori, la girò di scatto. Sonia capì, gli saltò addosso: gambe intorno alla vita, schiena al muro. Lui la tenne sotto il culo, lei si infilò da sola il cazzo fino in fondo e cominciò a cavalcare. Selvaggia. Anche in vertical. Anche contro il ferro freddo. Si alzava e si conficcava giù con forza, tette che sbattevano sotto la maglietta, unghie nella sua nuca.

«Guarda come ti monto il cazzo», ansimava. «Prima figa della tua vita e ti sto spremendo i coglioni. Sborra. Sborrami dentro. Riempimi.»

Marco non resisté. Un gemito grosso, animale, le anche che si contrassero e sparò. Getti caldi, densi, uno dopo l’altro in fondo alla figa stretta. Continuò a spingere mentre sborrava, sentendo il proprio come che gli colava indietro lungo le palle. Sonia si strinse, si strinse ancora, e venne con un urlo soffocato contro la sua spalla, figa che gli pulsava intorno al cazzo ancora duro, succhiandogli fino all’ultima goccia.

Rimasero così, ansimanti, sudati, il mare che batteva fuori e il motore che ronzava sotto i piedi. Lei gli baciò le labbra con dolcezza improvvisa, lingue lente, sapore di sale e di sesso.

«È stata una bellissima prima volta», sussurrò. «Hai scopato come un dio, per essere vergine. Il tuo cazzo mi ha riempito tutta.»

Lui la tenne stretta, ancora dentro di lei, il seme che colava caldo. Fuori, all’orizzonte, la linea grigia dell’alba cominciava a spuntare. Il traghetto rallentò, le sirene lontane, l’attracco che si avvicinava.

Scesero le scale ancora con le gambe molli, lei che sistemava la gonna e lui che chiudeva la cerniera con le mani tremanti. Sul ponte, tra i primi passeggeri che si affacciavano, si scambiarono i numeri sul telefono di lei. Sonia gli accarezzò la guancia.

«A casa mia c’è un letto vero. E un secondo round. Anzi, un terzo e un quarto. Ti insegno a leccarmi la figa finché non sborro in faccia, e poi ti faccio venire di nuovo. Mi chiami appena metti piede a terra, capito?»

Marco annuì, il cuore che martellava ancora, il cazzo che già si risvegliava al solo pensiero. Il traghetto diede l’ultimo scossone contro le bitte. Lei gli strinse la mano un secondo più a lungo del necessario, occhi scuri pieni di promesse sporche, e i passeggeri cominciarono a muoversi verso l’uscita mentre la luce dell’alba li investiva entrambi.

Il rumore metallico della passerella che si abbassava li spinse fuori insieme alla folla assonnata. Marco barcollava, le cosce ancora viscide del casino che gli colava dai jeans, il cazzo sensibile che gli pulsava a ogni passo. Sonia gli strinse i dita più forte e lo trascinò oltre i controlli senza guardare nessuno in faccia. L’aria di Palermo all’alba sapeva di fritto e di salsedine pesante. Un taxi giallo li inghiottì. Sul sedile posteriore lei non perse tempo: gli riaprì la cerniera, gli tirò fuori il cazzo ancora lucido del primo sborro e lo strinse forte alla base.

«Guarda come ti cola ancora la sborra mia mescolata alla tua», sussurrò leccandogli l’orecchio. «A casa ti faccio leccare tutto quanto dalla mia figa prima di rinzupparmi. Vuoi sentire di nuovo quel caldo stretto intorno al tuo cazzo vergine, eh?»

Marco annuì con un gemito rauco. Il tassista fingueva di non sentire mentre lei gli pompava la mano lenta, pollice che spalmava il precome sulla glande già di nuovo viola. Arrivarono in un vicolo stretto di case basse. Lei pagò in fretta, lo spinse su scale di pietra scura che sapevano di umido e di gatto. Al secondo piano aprì una porta scrostata e lo cacciò dentro a spinte.

L’appartamento era piccolo, un monolocale con il letto disfatto che occupava quasi tutto, le lenzuola bianche già macchiate di chissà cosa. Appena il chiavistello scattò Sonia si strappò la maglietta. Le tette sode ballarono libere, capezzoli scuri e duri come sassi. Si sfilò la gonna e le mutandine di pizzo ancora zuppe, le lanciò in faccia a Marco. L’odore lo colpì dritto al cervello: sesso, sborra sua, figa fermentata.

«In ginocchio, verginello. Adesso ti insegno a mangiare come si deve. Voglio che mi pulisca tutta la fica dal tuo primo carico e poi mi faccia squirtare in bocca finché non anneghi.»

Marco cadde in ginocchio sul pavimento freddo. Lei si sedette sul bordo del materasso, gambe spalancate a forza, e allargò le labbra gonfie con due dita. Il buco era un disastro meraviglioso: rosso, aperto, pieno ancora del suo sborro bianco che cola va in filamenti densi lungo il buco del culo e il perineo. «Lecca. Succhia fuori la tua roba. Divorami.»

La lingua di Marco avanzò tremante. Il sapore lo stordì: amaro, salato, metallico, il suo stesso come rancido mescolato al dolce acido di lei. Spinse dentro il buco caldo, succhiò forte, sentì il liquido denso scendere in gola. Lecò le labbra interne piegate, trovò il clitoride ancora duro e ci batté contro con la punta flatta. Sonia gli afferrò i capelli a due mani e se lo strinse contro la figa come un bavaglio. «Più a fondo, cazzo. Infila la lingua fino alla gola. Due dita. Scopami mentre mangi. Così… ahììì bravo cagnolino… bevi tutto il casino.»

Lui obbedì come un affamato. Le dita medio e anulare scivolarono dentro il velluto già allargato dal cazzo, curvate a cercare quel punto spugnoso mentre la bocca lavorava il clit a suzione rumorosa. I suoni erano schifosi: succhi, schlurp, gemiti umidi. Sonia cominciò a scuotersi, le cosce che gli stringevano le orecchie. Venne con un urlo gutturale e un getto caldo di liquido chiaro che gli schizzò su lingua, naso e mento. Marco bevve, tossì, bevve ancora, la faccia un pantano di succhi e sborra vecchia.

«Bravo puttana», ansimò lei tirandolo su per i capelli. Lo baciò a bocca aperta assaggiando se stessa, poi lo spinse a peso morto sul letto e gli strappò via maglietta e jeans. Il cazzo di Marco sbatteva contro il ventre, venato, la testa lucida che gocciolava di nuovo. Sonia gli montò a rovescio, schiena dritta, e si abbassò lentamente. Marco vide tutto dal basso: le natiche sode che si aprivano, il buco rosa che inghiottiva centimetro dopo centimetro il suo cazzo fino a fargli sbattere le palle contro la figa gocciolante. «Senti come ti riprendo tutto», gemette iniziando a saltare. «Prima figa della tua vita e già ti sto mungendo i coglioni di nuovo. Guarda come ti esce il casino vecchio mentre ti monto.»

Cavalcò selvaggia, culo che sbatteva con schiaffi umidi sulle sue cosce, tette che non vedeva ma sentiva oscillare. Marco afferrò le chiappe, le aprì a forza e spinse in su a pistone, guardando il proprio cazzo sparire e riemergere lucido di bianco. Il suono era osceno, carne bagnata contro carne. «Parlami sporco», ordinò lei guardandolo da sopra la spalla. «Dimmi che mi sfondi la figa da verginello. Dimmi che mi riempi l’utero.»

«Ti… ti sto spaccando la figa», rantolò lui, la voce spezzata. «La tua fica mi strozza il cazzo… sto per sborrarti di nuovo dentro… cazzo Sonia prendilo tutto…»

Lei accelerò, si toccò il clit a due dita veloci e venne di nuovo stringendosi a morsa. Il spasmo la fece piegare in avanti; Marco non resistette. Un grugnito animale, le anche che schizzarono in su e sparò il secondo carico a getti densi in fondo al canale caldo. Continuò a pomp ar e mentre sborrava, sentendo il proprio seme che gli tornava indietro lungo le palle e le lenzuola.

Sonia si staccò con uno schiocco bagnato, si girò e gli si mise a cavalcioni sul petto. «Adesso lecca di nuovo. Pulisci. Voglio vederti mangiare la sborra fresca dalla mia fica fresca.» Gli abbassò la figa aperta dritta sulla bocca. Marco leccò e succhiò il casino caldo che ne usciva a fiotti, la lingua che entrava e usciva mentre lei si sfre gava il clit sul naso. Il sapore era ancora più forte, vivo, salato di entrambi. Quando fu pulita a modo suo scese, gli prese il cazzo ancora semi-duro in bocca e lo rianimò con gola profonda, bava che gli colava sulle palle, gorgoglii da troia esperta. «Impara», diceva tra una pompata e l’altra. «Quando ti faccio così tieni i fianchi fermi e spingi solo quando te lo dico. Ora scopami la gola.»

Lui obbedì, mani nei capelli neri, anche che andavano avanti piano poi più forte. La sentiva tossire e goderci lo stesso, le vigne del collo che si gonfiavano. La tirò fuori un attimo prima di venire di nuovo; lei lo afferrò e se lo sborrò dritto in faccia e sulla lingua aperta, poi gli leccò le gocce dalle labbra.

Non finì lì. La spinse a pecora sul materasso, le aprì le natiche con le palme e le rificò il cazzo fino in fondo in un colpo solo. Lei ululò e spinse indietro. Marco scopò come una bestia, schiaffi secchi sulle chiappe che diventavano rosse, una mano che le tirava i capelli indietro finché la schiena non si inarcava a U. «Più duro, sfondami, usa quel cazzo da prima volta come un martello», ansimava lei. Lui le riempì di nuovo la figa, terzo carico, palle che si svuotavano a scosse lunghe. Poi lei lo fece sdraiare e gli si mise a 69, figa sulla faccia mentre gli succhiava l’uccello già dolorante. Si scambiarono liquidi, gemiti, morsi.

Passarono ore. Lo scopò al muro della cucina, gambe intorno alla vita, piatti che tintinnavano. Lo fece venire sulle tette sotto la doccia e si spalmò lo sborro sui capezzoli come crema. Gli insegnò a schiaffeggiarle la fica con il cazzo, a sputarle in bocca, a chiamarla troia e cagna mentre la usava. Marco, che poche ore prima non aveva mai toccato una figa, adesso le parlava sporco senza vergogna, le dita sempre dentro qualcosa di caldo e bagnato, il cervello fuso dal piacere bestiale.

Quando la luce del pomeriggio entrò di sguincio dalle persiane erano entrambi distrutti, sudati, puzzolenti di sesso rancido. Sonia gli accarezzò il petto con unghie lente.

«Hai imparato in fretta, verginello. Ora sei un uomo che sa fottere. Mi chiami stasera e ti faccio il quarto e il quinto round. Magari ti provo pure il culo con le dita, così completiamo il corso.»

Marco rise esausto, il cazzo che gli dava ancora piccoli sobbalzi di eco. Si vestirono lenti, lei gli ficcò le mutandine di pizzo usate in tasca come trofeo. Lo accompagnò fino alla porta, lo baciò con lingua lenta e gusto di figa e sborra.

«Vai dai nonni. Poi torna. Il letto è tuo adesso.»

Lui scese le scale a gambe molli, il sapore di lei ancora denso in gola, il numero salvato nello smartphone che gli bruciava in tasca come una promessa sporca. Il sole di Sicilia gli picchiava sulla nuca mentre camminava verso la fermata dell’autobus, già duro di nuovo al solo pensiero della sera.

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