Sussurri nel Fieno: La Mia Coinquilina Finalmente Mia
La mia coinquilina di 32 anni chef mi ha finalmente scopata nel fieno come volevo da settimane.
Il sole calava lento dietro le colline, ma l’afa di quella sera d’estate restava appiccicata alla pelle come uno sciroppo denso. Io, Naomi, ventottenne grafica freelance dal carattere completamente caotico, vivevo da sei mesi in quel vecchio casolare di campagna insieme a Yvonne. Lei aveva trentadue anni ed era una chef professionista, con un sarcasmo tagliente che usava come arma e come carezza. Da settimane la desideravo in un modo che mi faceva sentire stupida. Yvonne cucinava in shorts cortissimi, quelli di jeans sdruciti che le salivano tra le natiche ogni volta che si chinava sul bancone. I suoi modi burberi, le battute volgari lanciate a bruciapelo, i “incidenti” in mutande mentre girava per casa con i capelli ancora bagnati e i capezzoli che premevano contro la canottiera leggera… tutto questo mi stava facendo impazzire.
Ogni mattina la guardavo dalla mia postazione di lavoro, fingendo di ritoccare un logo mentre lei preparava la colazione. «Oggi il bacon è croccante come il tuo sguardo su di me, Naomi» diceva con quel mezzo sorriso stronzo, e io sentivo un calore liquido raccogliersi tra le gambe. Poi usciva dalla doccia con solo un paio di slip neri, passava davanti alla mia porta senza chiudere la sua, si piegava a prendere qualcosa dal cassetto e io dovevo mordermi la lingua per non gemere. Sapeva. Lo sapeva di sicuro. Eppure continuava a provocarmi, come se fosse un gioco privato. Io, nel mio letto la notte, mi toccavo pensando alla sua lingua sarcastica tra le mie cosce, venendo in silenzio con il suo nome strozzato in gola. La tensione era diventata insopportabile.
Quella sera decidemmo di sistemare il fienile per farci stare i vecchi mobili che ingombravano la casa. L’aria era immobile, il caldo quasi tropicale. Il fieno fresco, tagliato da poco, emanava un odore dolce e pungente. Yvonne indossava una canottiera bianca ormai trasparente per il sudore e quegli shorts maledetti. Io ero in top elasticizzato e pantaloncini corti, con il tessuto che mi si incollava alle curve. Spostavamo casse, sudavamo, imprecavamo. Ogni volta che si alzava sulle punte per spingere un armadio, i muscoli delle sue cosce si tendevano e lo sguardo mi cadeva lì, proprio dove la stoffa scolorita spariva tra le natiche.
A un certo punto Yvonne si fermò, si passò l’avambraccio sulla fronte e rise, quel suono rauco che mi piaceva da morire. «Cazzo, Naomi, questo caldo fa venire voglia di togliersi tutto. Sul serio. Mi sento come un arrosto nel mio stesso forno. Potrei cucinarmi da sola qui dentro.»
Il cuore mi esplose nel petto. Era la frase perfetta, la crepa che aspettavo da settimane. Con un sorriso scherzoso ma la voce più bassa del solito, risposi senza pensare: «Allora toglitelo, Yvonne. Che aspetti? Qui non ci vede nessuno.»
Lei si bloccò. Per un secondo pensai di aver esagerato. Poi scoppiò a ridere, ma questa volta la risata era diversa, più nervosa, e vidi il rossore salirle dal collo fino agli zigomi. Yvonne non arrossiva mai. Mai. Invece di tirarsi indietro con una delle sue battute al vetriolo, fece un passo verso di me. Il fieno scricchiolò sotto le sue sneakers. Mi arrivò il suo odore: sudore pulito, erba, un accenno di spezie che si portava sempre addosso dalla cucina. «Solo se lo fai anche tu» sussurrò, vicinissima. I suoi occhi scuri erano fissi sulle mie labbra.
Non ci fu bisogno di altre parole. Ci buttammo l’una contro l’altra come se stessimo cadendo da una scogliera. Il bacio fu famelico, bagnato, quasi ridicolo per quanto era atteso. Le nostre lingue si intrecciarono subito, aggressive, mentre ridevamo tra un respiro e l’altro perché era assurdo, bellissimo, stupido e inevitabile. Le sue mani grandi da chef mi strinsero i fianchi, mi tirarono contro di sé. Io le infilai le dita tra i capelli corti sulla nuca, tirandoli appena. Sentivo i suoi seni premere contro i miei attraverso la stoffa umida. Il bacio diventava sempre più sporco, più profondo, con piccoli morsi sul labbro inferiore e gemiti che non riuscivamo a trattenere.
Cademmo insieme nel mucchio di fieno. Risate. Imprecazioni divertite. «Cazzo, punge!» dissi mentre il fieno mi graffiava la schiena, ma non mi importava. Ci spogliammo ridendo e ansimando. Le tirai via la canottiera, liberando i suoi seni pesanti e sodi, capezzoli scuri già durissimi. Lei mi abbassò i pantaloncini insieme alle mutande con un gesto deciso, guardandomi la figa già lucida e gonfia. «Porca puttana, Naomi… sei messa peggio di me» ringhiò con quel tono sarcastico che mi fece ridere e bagnare ancora di più.
Yvonne prese il comando, come sempre. Mi spinse sulla schiena, mi aprì le gambe senza gentilezza e si buttò tra le mie cosce come se stesse assaggiando un piatto nuovo. La prima leccata fu lunga, larga, dalla fessura fino al clitoride. Urlai. La sua lingua era calda, insistente, vorace. Succhiava, girava, picchiettava mentre due dita spesse mi entravano dentro senza preavviso, curvandosi subito verso quel punto che mi faceva vedere le stelle. Il rumore era osceno: il risucchio bagnato, i miei gemiti sempre più alti, il fruscio del fieno.
«Yvonne… cazzo, sì… leccami più forte, stronza» ansimai, ridendo tra un gemito e l’altro perché era troppo bello per essere vero. Lei alzò gli occhi lucidi tra le mie gambe e sorrise contro la mia figa. «Zitta e godi, grafica del cazzo. Questo è meglio di qualsiasi dolce abbia mai preparato.» Poi tornò a divorarmi, pompando le dita più veloce, succhiando il clitoride tra le labbra. Venni gridando, il corpo che si inarcava, le mani che afferravano manciate di fieno, le cosce che le stringevano la testa mentre l’orgasmo mi squassava.
Non le diedi il tempo di riprendersi. La ribaltai con una spinta giocosa, mi misi a cavalcioni sulla sua faccia e abbassai la figa ancora pulsante sulla sua bocca. Nello stesso momento mi chinai in avanti e affondai la faccia tra le sue gambe. Era un 69 rumoroso, bagnato, quasi animalesco. La leccavo con tutta la fame accumulata in settimane: lingua piatta sul clitoride, due dita dentro di lei che entravano e uscivano con schiocchi umidi, succhiavo le sue labbra gonfie. Yvonne mugolava forte sotto di me, le vibrazioni del suo piacere mi arrivavano dritte al clitoride. Il fieno volava ovunque. I nostri corpi sudati scivolavano uno sull’altro.
«Cazzo, Naomi, cavalcamela in faccia, sì… così, troia bellissima!» ringhiò lei tra una leccata e l’altra, la voce soffocata dalla mia figa. Io rispondevo succhiandole il clitoride più forte: «Taci e mangiami, chef puttana… mi fai impazzire da settimane!» Ridevamo, imprecavamo, gemevamo. Il piacere saliva di nuovo, violento. Venimmo quasi insieme, urlando insulti affettuosi nel fieno: «Vengo, cazzo… vengo sulla tua lingua deliziosa, stronza!» «Prendilo tutto, Naomi, sì, porca troia, sì!» I nostri corpi tremavano, scossi, bagnati di saliva, succhi e sudore.
Restammo lì, ancora unite, sudate fradice, con fili di fieno appiccicati ovunque: tra i capelli, sui seni, sulle cosce lucide. Ci guardammo e scoppiammo a ridere come due matte, una risata liberatoria, stupida, felice. Yvonne, con le labbra ancora lucide dei miei umori, mi passò un dito sul capezzolo sporco di paglia e disse, con quel suo ghigno sarcastico ma gli occhi improvvisamente teneri: «Sai che dovremmo dichiarare ufficialmente questo fienile la nostra nuova camera da letto. Niente più letti cigolanti, niente più muri sottili. Solo fieno, fighe e parolacce.»
Io, ancora col respiro corto e il cuore che batteva fortissimo, annuii e sigillai l’accordo con un bacio lento, profondo, che sapeva di noi due. «Affare fatto. Ma pretendo il servizio completo: colazione nuda e scopate prima di pranzo.»
Stavamo per baciarci di nuovo quando il rumore di un’auto che risaliva il vialetto di ghiaia ci gelò. Yvonne imprecò sottovoce. «Merda… è Sergio. Gli avevo chiesto di venire domani ad aiutarmi con quei mobili pesanti, ma evidentemente ha deciso di anticipare. Tempismo di merda.»
Ci guardammo, nude, sporche di fieno, con l’odore del sesso che aleggiava ancora denso nell’aria calda del fienile. Il motore si spense. Una portiera sbatté. La tensione, quella nuova, diversa, tornò a stringerci la gola mentre cercavamo i vestiti sparsi ridendo nervosamente. Non era finita. Anzi, stava solo cominciando.
Ridendo nervosamente mentre i passi di Sergio si facevano sempre più vicini sul vialetto di ghiaia, io e Yvonne ci gettammo sui vestiti sparsi nel fieno. Il mio cuore martellava nel petto come un tamburo impazzito, un casino di adrenalina per il rischio di essere scoperte e di un desiderio che invece di spegnersi mi stava facendo pulsare la figa ancora fradicia. Yvonne, con quel ghigno da chef stronza che mi faceva impazzire da settimane, si infilò gli shorts sdruciti senza mutande, i seni pesanti che ballonzolavano mentre si chinava a recuperare la canottiera. «Muoviti, Naomi, copri quella figa che ancora gocciola o Sergio capisce subito che te l’ho leccata fino a farti urlare,» ringhiò sottovoce, gli occhi scuri ancora lucidi di piacere.
Io ridacchiai come un’idiota, infilandomi il top elasticizzato che si incollò subito alla pelle sudata e sporca di paglia. I capezzoli mi dolevano, durissimi, e i pantaloncini corti sfregavano contro il clitoride gonfio a ogni movimento, mandandomi fitte di eccitazione dritte allo stomaco. «Colpa tua, puttana,» pensai mentre raccoglievo fili di fieno dai capelli corti. «Mi hai ridotto a una troia bagnata e ora dobbiamo fingere di essere normali dopo che mi hai fatto squirtare sul tuo braccio.» L’aria del fienile puzzava di figa, sudore e erba tagliata, un odore denso e osceno che non se ne voleva andare.
Sergio entrò dal portone, un uomo di quarantacinque anni con le mani callose da muratore e la pancia da birra, salutandoci con il solito tono gioviale. «Ehilà, ragazze! Ho anticipato perché domani ho altro da fare. Pronti a spostare questi mostri?» Yvonne, padrona del sarcasmo come della cucina, rispose senza battere ciglio: «Tempismo da dio, Sergio. Stavamo giusto scaldando gli strumenti. Iniziamo da quell’armadio pesante laggiù?» Io annuii, cercando di non guardarle le cosce muscolose ancora lucide di sudore e di me.
Il lavoro cominciò nel caldo bestiale. Ogni cassa che sollevavamo faceva colare rivoli di sudore tra i seni e lungo la schiena. Yvonne si chinava, i muscoli delle gambe che si tendevano, quegli shorts che le sparivano tra le natiche sode. Io non riuscivo a staccare gli occhi. Sergio parlava di grigliate e di suo figlio all’università, ma io ero persa: la figa mi pulsava a ogni respiro, i succhi mi scivolavano lungo l’interno coscia perché non avevo messo le mutande. Yvonne lo sapeva. Passandomi accanto per spingere un mobile mi premette il fianco contro il culo, poi mi sussurrò all’orecchio: «Appena questo coglione se ne va ti ribalto nel fieno, ti apro le gambe e ti infilo quattro dita nella figa mentre ti succhio il clitoride fino a farti piangere, troia grafica.»
Il respiro mi si bloccò in gola. Sentii un nuovo fiotto caldo bagnarmi i pantaloncini. «Se non la smetti ti scopo la gamba qui davanti a lui,» risposi piano, ridendo per coprire il gemito che voleva uscire. Lei rise rauca, quel suono che mi faceva contrarre la fica. Durante il lavoro i tocchi diventarono più audaci: la sua mano “scivolò” sul mio seno mentre prendevamo una cassettiera, il suo pube premette contro il mio culo quando ci chinammo insieme. Ogni sfregamento era una tortura deliziosa. Il fieno ci si attaccava addosso, solleticando i capezzoli e l’interno delle cosce. Pensavo solo a quanto volevo sentirla di nuovo tra le gambe, a come il suo sarcasmo sporco mi faceva venire più forte di qualsiasi cosa.
Un’ora passò così, tra doppi sensi, sudore e desiderio che montava come una pentola a pressione. Sergio era sudato e rosso in faccia, ignaro che io e Yvonne stessimo praticamente scopando con gli sguardi. Quando finalmente si stiracchiò e disse «Per oggi basta, ragazze. Domani finiamo. Andate a farvi una doccia che sembrate due che hanno corso nella melma», io e Yvonne ci scambiammo un’occhiata che valeva mille parolacce.
Appena il rumore dell’auto svanì in fondo al vialetto, il fienile esplose. Yvonne mi afferrò per i capelli corti sulla nuca e mi spinse con violenza contro una balla di fieno fresco. «Ora sei mia, lurida troia,» ringhiò, strappandomi i pantaloncini con un gesto secco. Mi aprì le gambe senza gentilezza e ci affondò la faccia. La sua lingua era larga, calda, famelica: mi leccò dal buco del culo fino al clitoride in una passata lunghissima, poi succhiò il bottone gonfio come se volesse strapparlo. Tre dita spesse mi entrarono dentro di colpo, pompando forte, curvandosi contro quel punto che mi faceva vedere le stelle.
«Cazzo, sì! Leccami più forte, chef puttana!» urlai, ridendo tra i gemiti mentre il fieno mi graffiava la schiena. Lei alzò gli occhi tra le mie cosce, labbra lucide dei miei umori. «Zitta e godi, grafica del cazzo. Questa figa è il mio nuovo piatto preferito e stasera lo riempio fino a farlo scoppiare.» Aggiunse un quarto dito, stirandomi la fica con forza, pompando così veloce che i rumori bagnati riempivano tutto il fienile. Venni urlando, il corpo che si inarcava, squirtando sulla sua mano e sulla sua faccia mentre lei rideva e beveva tutto.
Non le diedi il tempo di riprendersi. La ribaltai, le salii sulla faccia e le schiaffai la figa ancora contratta sulla bocca, chinandomi in avanti per divorare la sua. Era un sessantanove brutale, rumoroso, sporco. Le succhiai le labbra gonfie, le infilai la lingua dentro e due dita nel culo, mentre lei mi mordeva il clitoride e mi scopava con quattro dita senza pietà. «Cavalca la mia faccia, troia! Sfregami quella figa fradicia sul naso mentre ti mangio viva,» ringhiava lei, la voce soffocata dalla mia carne.
Ridevamo, imprecavamo, ci insultavamo tra le leccate. «Taci e succhiami il clitoride, stronza! Ti sto infilando la lingua nel culo e ti piace, puttana!» Il piacere risalì rapido, violento. Venimmo insieme, urlando parolacce nel fieno, i corpi scossi, umori che schizzavano ovunque.
Ma non bastava. Ci staccammo solo per girarci figa contro figa, strusciandoci come due animali in calore. I clitoridi sbattevano, le fiche bagnate scivolavano una sull’altra, i fianchi pompavano frenetici. Il fieno volava, i nostri corpi sudati sbattevano, i seni rimbalzavano. «Sfrega più forte quella figa schifosa sulla mia, troia!» gridava Yvonne, le mani che mi artigliavano i fianchi. «Voglio sentirti venire come una fontana rotta!»
Venni di nuovo, urlando insulti, il corpo squassato da spasmi mentre lei mi seguiva, ridendo rauca. Solo allora, ancora ansimanti e coperte di paglia, umori e sudore, Yvonne mi guardò con quel sorriso arrogante e disse: «La prossima volta ti apro il culo con tutta la lingua e ti ficco il pugno nella figa finché non squirti come la troia schifosa e insaziabile che sei.»
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