Risveglio Notturno Nel Museo
Uno studente spia la guardia notturna Vanessa mentre si masturba davanti alla statua erotica.
Mi ero nascosto tra le colonne di marmo del museo da quasi un’ora quando l’ho vista. Io, studente di ventiquattro anni, tornavo ogni notte a fissare quella scultura erotica che di giorno restava dietro il cordone; di notte, invece, sembrava viva. Il silenzio era spesso, spezzato solo dal ronzio dei climatizzatori. Poi ho sentito i passi.
Vanessa, la guardia notturna. Trentadue anni, uniforme grigia tirata sui fianchi, capelli scuri raccolti. Il corpo sinuoso si muoveva lento nel corridoio delle statue. Si è fermata proprio davanti alla mia, quella donna di pietra con le cosce aperte e il seno teso. Io trattenevo il respiro dietro un plinto. Lei ha alzato una mano e ha sfiorato il seno sinistro con due dita, seguendo la curva come se la statua potesse rispondere. Quel gesto intimo mi ha colpito allo stomaco: capivo che anche lei veniva qui per il proibito, per toccare con lo sguardo ciò che di giorno doveva solo sorvegliare.
Il desiderio è salito mentre la guardavo. Ha fatto scivolare la mano sotto la gonna dell’uniforme, ha aperto leggermente le gambe e ha iniziato ad accarezzarsi tra le cosce. Gemiti bassi, quasi un soffio. Le dita si muovevano a cerchio, poi più in profondità. Io ero duro, confesso, e non riuscivo a staccare gli occhi. Lei ha alzato lo sguardo verso le ombre dove stavo. Non ha gridato. Non ha chiamato nessuno. Mi ha sorriso, un sorriso lento e invitante, e mi ha fatto cenno di avvicinarmi con due dita. Il tacito accordo era chiaro: potevo guardare, e lei voleva essere guardata.
Sono uscito dalle ombre. Il cuore mi batteva forte. Vanessa si è seduta sulla panchina di legno scuro davanti alla statua, ha spalancato le gambe e ha sollevato la gonna fino all’anca. Non indossava mutandine. La fica era già lucida, le labbra gonfie. «Guardami», ha ordinato a voce bassa. Ha infilato due dita dentro di sé con un movimento fluido, le ha ritirate bagnate e le ha rimesse, spingendo fino alle nocche. Gemiti più forti, gli occhi fissi nei miei. «Più piano… no, così. Voglio che tu veda tutto.» Continuava a masturbarsi, il pollice sul clitoride, le anche che si alzavano incontro alla mano. Poi ha alzato il mento verso di me. «Tiralo fuori. Voglio vederti mentre mi guardi.»
Ho sbottonato i pantaloni con mani tremebonde e ho tirato fuori il cazzo già duro, scivoloso sulla punta. Ho iniziato a masturbarmi davanti a lei, lento all’inizio, poi più stretto, seguendo il ritmo delle sue dita. Lei guardava il mio pugno muoversi e allargava di più le cosce, offrendosi allo sguardo. «Più forte. Voglio sentire che ti piace guardarmi.» Lo facevo. Il museo intorno a noi era vuoto, solo noi e la statua di pietra che sembrava assistere.
Quando è stata abbastanza bagnata, si è alzata, mi ha spinto gentilmente a sdraiarmi sul pavimento freddo di marmo. Si è tolta l’uniforme dalla vita in giù, è salita a cavalcioni in posizione cowgirl e ha preso il mio cazzo con una mano, guidandolo all’ingresso. È scesa con una spinta profonda, avvolgendomi tutta d’un colpo. Il caldo umido della sua fica mi ha strappato un gemito. Ha iniziato a cavalcarmi con spinte ritmiche, profonde, le cosce che battevano contro i miei fianchi. Io le ho afferrato i seni ancora coperti dalla camicia, ho sbottonato e le ho strizzato i capezzoli duri tra le dita. Lei gemheva a bocca aperta, gli occhi negli occhi miei, godendo di essere osservata così da vicino, di sapere che ogni movimento finiva dritto nella mia testa. «Guardami mentre ti monto», sussurrava. «Più forte i capezzoli… sì.» Le anche acceleravano, il suono bagnato di lei che mi prendeva riempiva la sala. Io spingevo dal basso, incontrando ogni discesa, stringendole i capezzoli mentre lei digrignava i denti di piacere.
È venuta con forti spasmi intorno al mio cazzo, la fica che mi strizzava a ondate, il corpo che si piegava in avanti. Il suo orgasmo mi ha trascinato: sono esploso dentro di lei con spinte corte, sentendo il caldo spargersi. Lei ha continuato a muoversi piano finché le scosse non sono calate. Poi si è alzata lentamente, il mio seme che le scivolava lungo l’interno coscia. Si è pulita con due dita, le ha portate alla bocca e le ha leccate guardandomi con un sorriso complice, assaporando il sapore misto di noi. Si è china, le labbra vicino al mio orecchio.
«Torna domani notte se vuoi rivedermi così», ha sussurrato. Ancora nudi a metà sul marmo freddo, il respiro che si riallineava, il calore del suo corpo ancora stampato sulla mia pelle, io restavo a guardarla mentre sistemava la gonna con calma, sorridendo ancora, e il museo taceva intorno a noi.
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