Vacanza sulla Casa Galleggiante con la Madre del Migliore Amico
Un ventenne seduce la matura vicina sul lago.
Callum aveva accettato l’invito senza pensarci due volte. Vent’anni, sempre arrapato, e la prospettiva di una settimana intera da solo con la signora Delphine sulla sua casa galleggiante lussuosa al centro del lago gli aveva fatto indurire il cazzo già mentre leggeva il messaggio. Delphine, quarantacinque anni, madre del suo migliore amico Victor — che in quel periodo era all’estero per lavoro — e vicino di casa da sempre. Corpo voluttuoso da far schiantare: tette enormi che tendevano ogni maglietta, culo sodo e rotondo, fianchi larghi e cosce morbide. Sapeva di poterselo permettere. Victor non c’era. Nessuno li avrebbe disturbati.
Appena salito a bordo il primo pomeriggio, lei lo accolse in un top bianco troppo stretto e un pantaloncino di jeans che le mangiava le chiappe. Gli occhi di Delphine gli scorrevano addosso famelici, fermandosi sulla pezza del paio di costumi da bagno di Callum. «Guarda che bel ragazzone sei diventato», mormorò, avvicinandosi a toccargli il bicipite. «Victor mi ha detto che stavi studiando come un matto. Ti serve una vacanza… e una donna che ti guardi come si deve.»
Callum sentì il sangue scendere dritto al cazzo. «E tu sei quella donna, signora Delphine?» Lei rise basso, leccandosi il labbro inferiore. «Chiamami solo Delphine. E sì. Da quando sei diventato maggiorenne non faccio che guardarti dal balcone quando torni a casa sudato dopo la palestra. Victor è lontano. Possiamo fare quel che ci pare.»
La tensione salì subito. Quella sera cenarono sul ponte, lei in un abito estivo scollato fino a metà della scollatura abbondante, e ogni volta che si chinava per versare il vino Callum vedeva i capezzoli scuri premere contro la stoffa. Flirtavano apertamente: lei gli sfiorava il ginocchio sotto il tavolo, lui le diceva quanto gli piacesse il suo profumo di crema solare e pelle calda. Quando andarono a dormire nelle cabine separate, Callum si segò pensando a quelle tette enorme, mordendosi il pugno per non gemere troppo forte.
Le giornate di sole successive furono una tortura deliziosa. Delphine compariva sempre in bikini striminziti — un pezzo nero a fascette che reggeva a stento le mammelle pesanti e un perizoma che le scompariva tra le natiche sode. Si stendeva a pancia in giù sul lettino, oliata e lucida, e “casualmente” allungava una gamba finché il piede non gli sfiorava l’interno coscia. «Mi fai il favore, Callum? La crema sulla schiena. Non arrivo.»
Lui si inginocchiò accanto a lei con le mani tremante. Sparse la crema dalle spalle giù per la colonna, poi più in basso, sui fianchi larghi, e quando le dita scivolarono sotto il laccio del perizoma Delphine emise un gemito basso, rauco. «Più forte… così. Tocca pure. Sai dove voglio che metti le mani.»
Callum premette i palmi sulle chiappe, le massaggiò aprendo leggermente le natiche, e il cazzo gli divenne duro all’istante, tendendo il costume. Delphine lo notò. Si girò a metà, le tette che si riversavano di lato, e gli strinse il polso guidandogli la mano sul seno enorme. «Sentile. Sono pesanti, vero? Pensavo solo a te mentre me le spalmavo stamattina.» Il suo palmo scese e sfiorò “per sbaglio” la erezione di Callum attraverso la stoffa bagnata. «Mmm. Già duro. Bravo ragazzo.»
Lui ansimò. «Delphine… se continui così ti scopo qui sul lettino.» «Fallo pure. Ma prima ascoltami.» Quella sera, dopo il tramonto, rimasero sul ponte illuminato solo dalle luci della cabina. Delphine si sedette a cavalcioni sulle sue ginocchia, il bikini ancora indosso, e gli prese il viso tra le mani. «Ti voglio da mesi, Callum. Ogni volta che venivi a prendere Victor ti guardavo il pacco e mi bagnavo. Mi tocco la figa pensando a te che mi rimpinzi.» Callum inghiottì. «Io… mi segno quasi ogni notte. Alle tue tette. Al tuo culo. Immagino di sborrarti in faccia e di scoparti come una troia mentre mi chiami per nome.»
Non ci fu altro da dire. Si baciarono con fame, lingue che si cercavano, denti che tiravano labbra. Lei gli aprì la bocca e succhiò la sua lingua gemendo, mentre lui le affondava le mani sotto il reggiseno del bikini e si riempiva i palmi di carne morbida e calda. I capezzoli erano già duri; li pizzicò e Delphine si strusciò il monte di Venere contro il cazzo eretto.
Si staccarono solo per riprendere fiato. Delphine scese in ginocchio sul legno del ponte, gli abbassò il costume e liberò il cazzo grosso e venato di Callum. Una filamento di liquido pre-sborro gli colava già dalla fessura. «Figlio della mia migliore amica… ma stasera sei solo il mio cazzo da succhiare», mormorò prima di aprirsi la bocca e ingoiarlo fino in fondo.
Il pompino fu profondo e bavoso. Delphine gli prese le palle in una mano e se le massaggiò mentre spingeva la gola contro l’attaccatura, saliva che le colava dal mento sui seni ancora coperti. Gargarizzava sul glande, tirava fuori il cazzo lucido e ci sputava sopra, poi lo riaffondava fino a soffocare con gli occhi lucidi di lacrime di piacere. Callum le afferrò i capelli e la scopò piano la bocca. «Cazzo, Delphine… la tua gola è una figa. Ingoia tutto.» Lei annuì con la bocca piena e succhiò più forte, la lingua che gli leccava le palle ogni volta che si ritraeva. Quando lui fu sul punto di venire lei si staccò con un filamento di bava che ancora li univa. «Dentro. Voglio il tuo cazzo nella figa matura.»
Lo trascinò giù in cabina. Si tolsero i costumi in fretta. Delphine si stese sul letto grande, le cosce aperte, la figa rasata e lucida di bagnato. Callum si mise tra le sue gambe e affondò tutto d’un colpo in missionario. Lei urlò di piacere, le tette enormi che rimbalzavano a ogni spinta pesante. «Più forte, spaccami. Usami. Sono la troia di tuo amico ma stanotte sono solo tua.» Lui le schiacciò i seni insieme e ci cacciò la faccia in mezzo, leccando e succhiando i capezzoli mentre martellava la figa stretta e calda. Il suono bagnato di pelle contro pelle riempiva la cabina. Delphine si aggrappava alle sue spalle e veniva una prima volta stringendolo con le pareti vaginali che pulsavano.
Non bastò. Callum la girò a pecorina e la portò di nuovo sul ponte, nudi sotto le stelle. Lei si piegò sul corrimano, il culo alto e offerto. Lui le entrò da dietro con una spinta secca e cominciò a scoparla selvaggiamente, una mano che le schiaffeggiava le chiappe fino a farle arrossare, l’altra che le tirava i capelli raccogliendoli in un pugno. «Guarda il lago mentre ti sfondu il culo… ah no, la figa. Ancora più stretta così.» Delphine spingeva indietro incontrando ogni botta, gemendo come una cagna in calore. «Schiaffeggiami di più. Tirami i capelli. Trattami da puttana, Callum. Sborra dentro quando vuoi.»
Lui la stancò in quella posizione finché le gambe di lei tremarono, poi si sedette su una sdraio e se la tirò addosso a cowgirl. Delphine gli cavalcò il cazzo con furia, le tette che sbattevano sul suo petto a ogni discesa. Si masturbava il clitoride mentre saliva e scendeva, urlando senza ritegno. «Vengo… vengo sul tuo cazzo giovane… riempimi, riempimi la figa matura!» Le contrazioni la presero forte; strinse Callum come una morsa. Lui le affondò le dita nelle chiappe, la tenne giù fino in fondo e sborrò a getti lunghi e caldi, pompandole lo sperma in profondità. Si sentiva ogni pulsazione, ogni schizzo che le riempiva il canale. Delphine continuò a dondolare piano, mungendolo fino all’ultima goccia, lo sguardo perso e sazio.
Rimasero abbracciati un pezzo, il cazzo ancora dentro di lei a rammollire tra i suoi succhi misti a sborra. Poi si pulirono alla meglio e tornarono a letto insieme, nudi e appiccicaticci.
Il mattino dopo Callum si svegliò con l’odore di caffè e di crostata. Sciese in cucina e trovò Delphine nuda tranne che per un grembiulino a fiori legato in vita: le tette pesanti scoperte, il culo nudo che si vedeva ogni volta che si chinava sul fornello, un filo di sborra secca ancora visibile sull’interno coscia. Gli sorrise sporca. «Colazione, bello. Siediti.»
Appena lui si accomodò al tavolo lei scomparve sotto la tovaglia. Gli aprì i pantaloncini con i denti, gli tirò fuori il cazzo già mezzo duro e se lo cacciò in bocca di nuovo, succhiando lento e profondo mentre lui cercava di mangiare. La lingua calda gli girava intorno al glande; una mano gli pesava le palle. Quando risalì aveva le labbra lucide. Gli bisbigliò all’orecchio, una mano ancora a strofinargli l’uccello duro: «La vacanza è appena iniziata, Callum. Da oggi ti farò usare la mia bocca, la mia figa e il mio culo come ti pare, quando ti pare. Victor torna solo tra sei giorni. Fino ad allora sei il padrone di questa casa galleggiante… e di questa troia matura. Stasera ti insegno come scoparmi il culo mentre ti racconto tutte le volte che ti ho spiate dalla finestra. Mangia. Ti serve energia.»
Callum la guardò alzarsi, le tette che oscillavano libere, e sentì il cazzo pulsare di nuovo tra le sue dita ancora umide di saliva. Sei giorni. E Delphine aveva appena cominciato a mostrargli quanto poteva essere sporca.
Callum non riuscì a finire la colazione. Le dita di Delphine gli strofinavano ancora il cazzo umido di saliva mentre lei si rialzava, le tette pesanti che gli sbattevano contro la spalla, e lui sentì solo il bisogno animale di prenderla di nuovo. La afferrò per i fianchi, la sollevò e la sedette sul tavolo tra i piatti di crostata e il caffè fumante. Il grembiulino a fiori le copriva a malapena il pube rasato; lui lo sollevò e le leccò la figa già inzuppata senza preamboli, la lingua piatta che le spartiva le labbra gonfie e le succhiava il clitoride fino a farla inarcare la schiena.
«Oh cazzo, sì… lecca la sborra di ieri, bravo ragazzo», ansimò lei, affondandogli le unghie nei capelli e spingendogli il viso contro il monte di Venere. Callum ci ficcò dentro due dita, le ricurvò e le pompò forte mentre la lingua le girava sul cappuccio. Delphine bagnò il tavolo in pochi minuti, le cosce che gli stringevano le orecchie, un gemito rauco che riempiva la cucina della casa galleggiante. Lui non si fermò: le leccò fino all’ultima goccia, poi si alzò, si calò i pantaloncini e le conficcò il cazzo teso fino alle palle in un colpo solo.
Il tavolo scricchiolò. Lei si aggrappò al bordo, le tette enormi che rimbalzavano a ogni spinta pesante, i capezzoli scuri già duri come sassi. Callum le schiaffeggiò una chiappa e le tirò i capelli indietro.
«Mi hai detto che sono il padrone. Allora ti scopo come voglio, Delphine. Figa di mia madre di merda, quanto sei stretta ancora.»
«Usami… spaccami questa figa matura, Callum. È tua. Tutta tua finché Victor non torna.» Le parole le uscirono bagnate di saliva e piacere. Lui la scopò duro, il rumore di pelle bagnata che schioccava contro pelle, finché non sentì le pareti di lei contrarsi di nuovo. Solo allora si sfilò, le sparò lo schizzo caldo sulle tette e sul grembiule, e le massaggiò lo sperma sui seni con entrambe le mani, come se le stesse oliando.
Delphine sorrise sporca, raccolse un po’ di sborra con due dita e se la leccò. «Buono. Ma non finisce qui. Andiamo a prendere il sole. Voglio che tutti i cormorani del lago vedano che cazzo mi sta distruggendo.»
Passarono il resto della mattinata sul ponte. Delphine indossò di nuovo il perizoma nero, ma senza il reggiseno: le mammelle pesanti libere al sole, lucide di olio che Callum le spalmò lentamente, attardandosi sui capezzoli, pizzicandoli finché lei non gemette e gli prese la mano per portarsela tra le gambe. Si strusciò contro le sue dita come una gatta in calore mentre lui le parlava all’orecchio.
«Ieri sera mi hai detto che mi spiate dalla finestra. Raccontami. Voglio sapere tutto mentre ti dito.»
Lei aprì le cosce più larghe, il perizoma già spostato di lato. «Ti guardavo tornare dalla palestra. Sudato, la maglietta attaccata ai pettorali, il pacco che si muoveva nei pantaloni larghi. Mi mettevo due dita in figa dietro le tende e mi venivo immaginando di inginocchiarmi nel tuo ingresso e succhiarti le palle finché non mi sborravi in gola. Una volta ti ho visto scoparti una ragazzina in giardino… mi sono fatta tre orgasmi di fila.»
Callum le aggiunse un terzo dito, le allargò la figa e le masturbò il clitoride con il pollice. Il cazzo gli pulsava di nuovo contro il costume. «Troia. Ti piaceva vedermi scopare altre mentre tu ti bagnavi per me.»
«Sì… e adesso ti ho tutto per me. Fottimi qui. Voglio che il lago mi sienta urlare.»
Lui la fece alzare, la piegò sul corrimano di legno caldo e le sfilò il perizoma con i denti. Le leccò il culo aperto, la lingua che le girava intorno al buco stretto e rosa mentre le dita le riempivano ancora la figa. Delphine spingeva indietro, ansimava, chiamava il suo nome come una preghiera obscena. Quando fu abbastanza bagnata lui si alzò, le spalmò saliva e succhi di figa sull’ano e le premette il glande contro l’apertura.
«Stasera te lo metto qui fino in fondo, come ti avevo promesso. Ma ora ti scopro la figa di nuovo finché non ti tremano le ginocchia.»
Entrò da dietro con una spinta secca. Delphine urlò, le mani che stringevano il corrimano bianco, i seni che pendevano pesanti e oscillavano a ogni botta. Callum le tenne i fianchi larghi e la martellò senza pietà, le chiappe che gli sbattevano contro l’inguine con uno schiocco umido. Le schiaffeggiò il culo a destra e a sinistra finché le natiche non diventarono rosse, poi le affondò il pollice nell’ano e lo mosse a tempo con le spinte.
«Cazzo, lo sento… il tuo dito nel culo mentre mi sfondi la figa… vengo, Callum, vengo di nuovo—»
Le contrazioni la scossero forte. Lei si strinse intorno a lui come una morsa bollente e lui dovette mordersi il labbro per non sborrare subito. Continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, rallentando solo quando lei tremava troppo, poi la tirò indietro e la fece inginocchiare sul legno del ponte.
«Apri. Pulisci il cazzo che ti ha appena crepata.»
Delphine obbedì con gli occhi lucidi di piacere. Gli leccò la sborra e i succhi dalla base fino al glande, ingoiò fino a farci sbattere il naso contro il pube, e gargarizzò bavosa finché lui non le tirò i capelli e le sfilò il cazzo lucido dalla bocca.
«Basta per ora. Voglio tenere le palle piene per stasera. Quando ti scoperò il culo voglio riempirti fino a farti colare sulle cosce.»
Lei annuì, le labbra lucide, e si alzò per andare a preparare il pranzo nuda. Callum la guardò muoversi per la casa galleggiante, il culo rosso di schiaffi, un filo di bagnato che le scendeva lungo l’interno coscia, e sentì il desiderio bruciargli ancora di più. Mangiarono poco. Le mani di lei finirono di nuovo sotto il tavolo, a pesargli le palle piene. Le sue finirono a spalmarsi crema sulle tette di lei “per non scottarsi”. Ogni contatto era un pretesto. Ogni sguardo una promessa.
Nel pomeriggio il caldo si fece afoso. Si rinchiusero in cabina con l’aria condizionata al minimo, sudati e appiccicosi. Delphine lo fece sdraiare e gli cavalcò la faccia per venti minuti interi, strofinandosi la figa gonfia sulla lingua di lui finché non venne due volte di seguito, i succhi che gli colavano sul mento e sul collo. Poi gli si mise a cavalcioni al contrario, gli succhiò il cazzo mentre lui le leccava di nuovo l’ano, e quando Callum fu sul punto di esplodere lei si staccò, gli strinse la base del cazzo e gli sorrise maliziosa.
«No. Te lo tieni. Stasera te lo scarichi nel mio culo stretto. Voglio sentirlo pulsare mentre mi riempi.»
Callum la guardò con gli occhi annacquati dal bisogno. «Sei una puttana sadica, Delphine.»
«Sono la puttana che ti ha sognato per mesi. E adesso ti faccio fare tutto quello che vuoi.»
Si lavarono insieme nella doccia stretta della cabina. Lui le insaponò le tette, le chiappe, le dita che le entravano di nuovo nella figa e nell’ano per “pulirla meglio”. Lei gli insaponò il cazzo duro e le palle pesanti, lo strofinò lento, ma non lo fece venire. Uscirono gocciolanti. Delphine si stese sul letto grande a pancia in giù, le cosce leggermente aperte, e gli porse un tubetto di lubrificante che aveva preparato sul comodino.
«È ora. Spalmamelo. Voglio che mi prepari bene. Voglio il tuo cazzo giovane fino in fondo al culo mentre ti racconto le altre volte che ti ho spiate.»
Callum si inginocchiò tra le sue gambe. Sparse il gel freddo sull’ano di lei, ci infilò prima un dito, poi due, poi tre, allargandola piano mentre lei gemava e spingeva indietro. La figa le cola ancora. Lui le massaggiò il clitoride con l’altra mano.
«Parla. Dimmi tutto.»
Delphine ansimò, la faccia premuta contro il cuscino. «Una sera… eri a casa di Victor a studiare. Ti sei toccato in bagno. Ti ho visto dallo spioncino della porta… il cazzo in mano, gli occhi chiusi… mi sono fatta venire tre volte immaginando di entrarti in bagno e di farmi sborrare in faccia. Un’altra volta ti ho sentito scopare quella biondina nella sua stanza. I gemiti. I colpi del letto. Mi sono seduta sulle scale e mi sono ditata finché non ho bagnato le mutandine.»
Callum le sfilò le dita, si posizionò e premette il glande contro l’anello stretto. Entrò piano, centimetro dopo centimetro, sentendo la resistenza calda che cedeva. Delphine emise un gemito lungo e gutturale.
«Cazzo… è grosso… spingi… spingi tutto.»
Lui le affondò i fianchi fino a sprofondare completamente. Restò fermo un secondo, godendosi la stretta incredibile, poi cominciò a muoversi. Lento all’inizio, poi più forte, le chiappe di lei che gli sbattevano contro l’inguine. Una mano le afferrò i capelli, l’altra le scese a frizionarle il clitoride.
«Guarda che culo maturo mi sto scopando… la madre del mio migliore amico che si fa sfondare l’ano come una cagna. Raccontami di più. Continua.»
«Ti voglio… da quando hai compiuto diciotto anni… ogni estate ti guardavo nuotare e mi bagnavo… ora sei dentro al mio culo e non voglio che esci mai… scopami più forte, Callum… trattami da troia… sborrami dentro quando vuoi, riempimi il culo di sborra giovane—»
Lui accelerò. Il rumore bagnato riempiva la cabina. Delphine veniva di nuovo, le pareti dell’ano che gli pulsavano intorno al cazzo, e Callum sentì le palle tirare. Ma si trattenne. Si sfilò quasi del tutto e rientrò con una spinta secca, poi un’altra, e un’altra ancora.
Sei giorni. Ne restavano ancora cinque pieni. E Delphine aveva appena cominciato a dargli tutto.
Callum affondò fino in fondo nel culo stretto di Delphine, sentendo l’anello caldo che gli stringeva il glande come una morsa viva. Lei spingeva indietro i fianchi larghi, le chiappe già rosse di schiaffi che gli sbattevano contro l’inguine a ogni spinta secca. Il lubrificante schizzava, mescolato ai succhi che le colavano ancora dalla figa gonfia.
«Più forte… cazzo, sento ogni vena», ansimò lei contro il cuscino, la voce rauca. «Raccontami pure tu adesso. Dimmi come mi userai nei giorni che restano mentre mi sfondi l’ano.»
Lui le afferrò i capelli con una mano e le piegò la schiena ad arco, l’altra che le frizionava il clitoride bagnato in cerchi veloci. Il cazzo scivolava dentro e fuori dal buco rosa, allargandolo a ogni botta pesante. Pensava solo a quanto fosse stretta, a quanto la madre di Victor si facesse scavare come una cagna in calore. «Ti terrò nuda tutto il giorno. Ti scopero la gola a colazione, la figa a pranzo e il culo a cena. Ti sborrerò sulle tette e te la farò leccare. Ti legherò al corrimano e ti userò finché non piangerai di piacere.»
Delphine venne di scatto, l’ano che gli pulsava intorno al cazzo in contrazioni rabbioso. Urlò il suo nome, le unghie che strappavano le lenzuola. Callum non si fermò: accelerò, le palle che gli sbattevano contro la figa, il suono umido e osceno che riempiva la cabina. Quando sentì le palle tirare le sfilò quasi del tutto e rientrò con una spinta brutale, sborrando a getti lunghi e caldi in profondità. Ogni schizzo gli faceva gemere tra i denti; la riempì finché lo sperma cominciò a colare fuori intorno al suo cazzo ancora duro, scendendo sulle labbra della figa e sulle cosce.
Si sfilò lentamente. Un filo denso di sborra gli pendeva dal glande e gocciolò sull’ano aperto e rosso di lei. Delphine restò a pancia in giù, ansimando, il culo che si contraeva ancora e spingeva fuori altro liquido bianco. Callum le leccò la fessura dall’ano alla figa, raccogliendo il suo stesso sapore misto al suo, poi le diede uno schiaffo leggero sulla chiappa.
«Pulisci.»
Lei si girò, gli occhi lucidi, e gli succhiò il cazzo floscio e lurido finché non tornò a luccicare di sola saliva. Poi lo baciò in bocca, facendogli assaggiare tutto.
I giorni successivi furono una discesa sporca e senza freni. La mattina dopo Delphine lo svegliò con il culo già oliato sopra al suo viso: si sedette sulla sua lingua e si fece leccare l’ano ancora dolorante mentre gli pompavano il cazzo con la mano. «Ingoia i resti di ieri», mormorò, strofinandosi. Callum obbedì, la lingua che le entrava nel buco stretto, le dita che le allargavano le natiche. Quando lei venne gli bagnò il mento; lui la sollevò, la mise a pecora sul materasso e le riaffondò il cazzo nell’ano ancora pieno di sborra secca e fresca. La scopò sveglio, lento e profondo, parlandole all’orecchio di quanto fosse una puttana matura a farsi usare dal ragazzo del migliore amico.
Sul ponte, a mezzogiorno, la legò con la cintura del vestaglia al corrimano. Nudi sotto il sole cocente, lui le spalò olio ovunque e la scopò in piedi da dietro mentre un paio di barche passavano lontane. Delphine doveva mordersi il labbro per non urlare troppo forte, ma quando lui le cacciò tre dita in figa e il pollice nell’ano insieme al cazzo lei non ce la fece: gemette come un’animale, le tette che oscillavano pesanti, e venne così forte che le gambe le cedettero. Callum la tenne su per i fianchi e le sborrò di nuovo nel culo, lasciandola colare sul legno caldo.
Nel pomeriggio la fece inginocchiare in cucina mentre preparava il pranzo. Lei gli teneva le palle in bocca, succhiando piano, mentre lui tagliava il pane e ogni tanto le spingeva la testa più giù. «Mangia pure tu», le disse, e le sborrò caldo sulla lingua e sul pane. Delphine lo ingoiò tutto, poi si unse le labbra con un pezzo e lo baciò. «Sapore di padrone», bisbigliò.
La sera del quarto giorno la tensione salì ancora. Delphine si era depilata di fresco e si era messa solo una collana di perle che le scendeva tra le tette. Lo portò sul pontile esterno, dove l’acqua nera del lago leccava lo scafo. Si mise a carponi sull’asse di legno, il culo alto, e lo pregò di spaccarglielo senza pietà. Callum le entrò nell’ano con una spinta secca, le afferrò la collana come un guinzaglio e la scopò a ritmo di onde. Lei raccontava ancora: «Ti ho visto pisciare nel giardino una notte… mi sono bagnata le dita immaginando di berlo… adesso scopami più forte, voglio sentire le tue palle picchiarmi la figa mentre mi riempi il culo». Lui le schiaffeggiò le chiappe a ritmo, le tirò i capelli e le sborrò così in profondità che lei sentì il calore salirle dentro. Restarono così, lui ancora conficcato, il respiro che si calma sopra il lago silenzioso.
L’ultimo giorno pieno fu una maratona. La mattina la svegliò con il cazzo già in gola: le tenne la testa ferma e le scopò la bocca finché non le lacrimarono gli occhi e non le colò la bava sui seni. Poi la girò e le leccò la figa per un’ora intera, due orgasmi di fila, i succhi che gli imbrattavano il mento. A pranzo la mise a sedere sul tavolo e la scopò in missionario tra i piatti, le gambe sulle spalle, guardandola negli occhi mentre le diceva quanto l’avesse sognata da adolescente. Delphine piangeva di piacere, stringendolo con le unghie nella schiena. «Sborra dentro… voglio camminare con la tua sborra che mi cola tutto il pomeriggio». Lui lo fece: getti caldi che le riempirono la figa fino a farla traboccare.
Nel pomeriggio la portò nella doccia e la lavò con le mani, le dita che le entravano in entrambi i buchi «per pulire meglio». Lei gli ricambiò il favore, inginocchiandosi sotto il getto e succhiandogli le palle finché non tornò duro. Poi lo montò contro la parete di vetro, il culo che gli sbatteva, le tette schiacciate contro il suo petto. Vennero insieme, lui nell’ano, lei con le dita sul clitoride, i gemiti coperti dal rumore dell’acqua.
Quando scese la sera restava solo quella notte. Delphine lo portò sul ponte illuminato dalle stelle. Si stesero su una sdraio grande, lei sopra di lui a cowgirl inversa, il culo che ingoiava il cazzo lento e profondo. Si toccava la figa mentre scendeva, raccontandogli l’ultima volta: «L’ultima settimana prima che partissi ti ho visto tornare ubriaco… mi sono masturbata sulla tua soglia immaginando di entrarti in camera e di sedermi sulla tua faccia». Callum le tenne i fianchi e la sollevò e la riaffondò, più forte, più veloce. Il lago era quieto. Solo i loro respiri e lo schiocco umido di carne contro carne.
Lei venne tre volte di fila, l’ultima così violenta che gli strinse l’ano fino a fargli male. Allora lui la rovesciò sulla schiena, le alzò le gambe e la scopò a fondo nell’ano, guardandola negli occhi. «Sei mia fino all’ultimo secondo», ringhiò. Delphine annuì, le labbra aperte, e lo pregò di riempirla. Callum accelerò, le palle che sbattevano, e sborrò con un gemito lungo, pompandole dentro ogni goccia finché non ebbe più niente.
Restò conficcato, il cazzo che rammolliva lentamente nel caldo stretto. Delphine gli accarezzò i capelli bagnati di sudore, le dita leggere. Non parlarono più. Il respiro di entrambi si fece regolare. L’acqua del lago batteva piano contro lo scafo. Le stelle non si mossero. Solo silenzio.
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