Mascherati nel buio, la prima volta con lei
Un ventenne timido si fa una MILF divorziata mascherata al buio della villa.
Il buio della terrazza avvolgeva la villa come un velluto caldo. Le luci della festa filtravano appena dalle finestre alte, e la musica sorda pulsava dentro le mura di pietra. Silas stava lì, maschera nera sul volto, il cuore che gli batteva forte sotto la camicia bianca. Vent’anni e ancora si sentiva un ragazzo fuori posto tra quegli adulti eleganti, ma era proprio quello che cercava: donne mature, corpi sicuri, sguardi che sapevano già tutto.
La vide prima di sentirla. Carmen emerse dall’ombra con un passo lento, il vestito scuro aderente che disegnava seni pesanti e fianchi larghi. Maschera rossa, labbra carnose, capelli neri raccolti. Quarantadue anni, divorziata da poco, e lo sguardo che lo mangiava già.
«Non balli, ragazzo?» chiese lei, voce bassa e roca. Si avvicinò fino a quasi sfiorarlo. «O stai aspettando qualcuno che ti insegni come si fa?»
Silas deglutì. L’odore del suo profumo — vaniglia e qualcosa di più caldo — gli salì dritto al cazzo. «Sto… guardando. Sei bellissima.»
Carmen rise piano, un suono malizioso. Le dita le sfiorarono il petto attraverso la camicia, tracciando i pettorali giovani e tesi. «E tu sei duro già solo a guardarmi. Che fisico da sborrare. Giovane, fresco, pieno di voglia. Sai che desidero proprio un amante inesperto stasera? Qualcuno che non sa ancora come scopare una donna come me… ma che muore dalla voglia di imparare.»
Il tocco le restò sul petto, pollice che strofinava un capezzolo attraverso la stoffa. Silas sentì il sangue scendere tutto in basso. «Voglio te,» mormorò. «Da quando ti ho vista.»
Si misero a ballare senza musica vera, solo il battito lontano. Carmen premette i seni pesanti contro il torace di lui, calda e morbida. La mano di Silas scese quasi da sola; lei la prese e la guidò sul suo culo sodo, facendoglielo stringere. La gonna scivolò su, e sotto c’erano solo calze e la carne nuda, tesa.
«Senti com’è bagnata,» sussurrò contro il suo orecchio, la voce già rotta. «Solo al pensiero di essere la tua prima MILF. Di farti venire per la prima volta dentro una figa matura che sa esattamente cosa vuole. Dimmi che mi vuoi.»
«Ti voglio da impazzire,» rispose Silas, e la baciò. Labbra aperte, lingua calda, denti che pizzicavano. Il bacio crebbe, diventò affamato. Carmen gli succhiò il labbro inferiore e gli strinse il cazzo già duro attraverso i pantaloni.
«Vieni,» ordinò. Gli prese la mano e lo trascinò dentro, lungo un corridoio buio, fino a una camera laterale dove le tapparelle erano abbassate e solo la luna filtrava. Chiuse la porta a chiave. «Voglio che mi scopi forte. Qui. Ora. Scegli: resti o scappi. Io voglio il tuo cazzo giovane fino in fondo.»
Silas non scappò. La spinse contro il muro e la baciò di nuovo, mani già sotto il vestito, dita che trovarono la figa calda e scivolosa. Carmen gemette nel bacio.
Si inginocchiò davanti a lui senza perdere tempo. Aprì la cerniera, liberò il cazzo teso e gocciante. Lo guardò negli occhi attraverso le fessure della maschera mentre lo prendeva in bocca tutto d’un colpo, fino in gola. La gola si strinse, calda e stretta; Carmen succhiava con avidità, saliva che scendeva, mano che gli massaggiava le palle. Silas le afferrò i capelli e spinse piano, sentendo la lingua che gli lavorava sotto il glande.
«Cazzo… Carmen…»
Lei si staccò solo per dire, labbra lucide: «Scopami. Adesso.»
Silas la sollevò, la piegò sul letto a quattro zampe. Il vestito alzato sulla schiena, il culo esposto, la figa gonfia e lucida che lo chiamava. Entrò con una spinta sola, profonda, fino in fondo. Carmen urlò di piacere, le natiche che si scontravano contro i suoi fianchi. Lui la prese da dietro con colpi potenti, palmo aperto che le schiaffeggiava le chiappe rosse, il suono secco che riempiva la stanza.
«Più forte… sì, così… scopami da marito giovane che non ne ha mai avuta una come me…»
Silas le afferrò i fianchi e accelerò, il cazzo che spariva tutto nella figa stretta e bagnata. Poi la girò, la mise sulla schiena, le divaricò le cosce e la rifece missionario. Occhi negli occhi. Le succhiò i capezzoli scuri e duri mentre spingeva intenso, profondo, il pube che le strofinava il clitoride a ogni colpo. Carmen venne la prima volta stringendosi intorno a lui, un grido lungo, le unghie nella sua schiena. Non si fermò. Continuò a fotterla attraverso le scosse, più lento e più duro, finché lei venne di nuovo, questa volta con un singhiozzo rotto, le gambe che gli tremavano ai fianchi.
Solo allora Silas si lasciò andare. Spinse fino in fondo e sborrò, getti caldi e spessi che le riempirono la figa, il seme che usciva ai lati mentre lui si contrava contro di lei. Restarono così, ansimanti, sudati, le maschere ancora sul volto.
Carmen lo strinse tra le cosce ancora tremanti, gli baciò il collo umido e gli sussurrò all’orecchio, voce roca di sesso:
«Questa è solo l’inizio, tesoro. Non ho ancora finito con te stasera… e c’è qualcosa che devo dirti prima che torniamo laggiù.»
Il buio della camera li avvolgeva ancora mentre Carmen stringeva Silas tra le cosce sudate, il seme caldo che gli colava lento lungo la coscia interna e macchiava le lenzuola. Lui ansimava contro il suo collo, la maschera nera che gli graffiava la guancia, il cazzo ancora semi-duro e pulsatile dentro di lei, immerso in quella figa matura che lo succhiava a ondate. Lei gli passò le unghie leggero sulla schiena, tracciando solchi rossi, e gli morse l’orecchio.
«Ascoltami bene, tesoro,» sussurrò con quella voce roca di chi ha appena goduto due volte di fila. «Prima che torniamo laggiù, devo dirtelo. Non sei un cazzo a caso stasera. Ti ho scelto. Ti ho spiato per mezz’ora da dietro le tendine del salone. Sapevo che eri giovane, che tremevi, che il tuo cazzo si sarebbe indurito solo a vedermi. E io… io voglio proprio questo. Voglio che tu mi riempia di nuovo. Voglio sentire il tuo sborro caldo che mi cola mentre balliamo tra la gente con le maschere ancora sul viso. Voglio che tu mi fotti finché le gambe non mi reggono più. Capisci? Non è finita. Anzi, adesso inizia davvero.»
Silas sentì il sangue rifluire di prepotenza nel cazzo, che si rinvigorì dentro di lei con un ticchio. La figa di Carmen era ancora spasmodica, scivolosa di liquido misto, e lui spinse piano solo per sentire quanto era stretta. «Lo voglio anch’io,» mormorò, la voce spezzata. «Dimmi cosa fare. Ti do tutto.»
Carmen sorrise sotto la maschera rossa, gli occhi lucidi di lustro. Lo spinse via delicatamente, facendolo scivolare fuori con un suono bagnato. Si alzò in ginocchio sul letto, il vestito ancora arrotolato sopra i fianchi, le tette pesanti che dondolavano libere, i capezzoli scuri e gonfi. «Prima leccami. Voglio che tu assaggi il tuo sborro sulla mia figa. Voglio vedere quel faccino da ragazzo che si sporca di noi due.»
Silas non esitò. Si chinò tra le sue cosce aperte, il profumo di sesso e vaniglia che gli riempiva le narici. La figa era gonfia, rosata, le labbra aperte e lucide di bianco e di lei. Passò la lingua piatta dal buco fino al clitoride, raccogliendo il sapore salato e amaro del proprio orgasmo mescolato al suo. Carmen gemette alto, le mani nei suoi capelli, spingendogli la faccia contro. «Così… succhia tutto. Puliscimi con la lingua, bravo ragazzo. Dio, come sei bravo già…»
Lui leccava con avidità, succhiando il clitoride turgido tra le labbra, infilando due dita nella figa ancora cremosa e facendole scivolare dentro e fuori mentre la lingua lavorava. Carmen dondolava i fianchi contro la sua bocca, i seni che ballavano, la maschera che le copriva solo gli occhi ma non nascondeva il sorriso lascivo. «Metti la lingua più a fondo… sì… leccami il buco del culo anche. Voglio sentirmi tutta tua.»
Silas obbedì. Le divaricò le natiche sode, scese con la lingua sulla strettissima ruga scura e la baciò, la leccò, la spinse piano dentro mentre le dita continuavano a fottere la figa. Carmen urlò un «cazzo sì» rotto, le cosce che gli tremavano ai lati della testa. Venne di nuovo così, con un grido soffocato, il corpo che si inarcava e i fluidi che gli bagnavano il mento. Lui non si fermò finché lei non lo tirò su per i capelli, ansimante.
«Adesso ti succhio di nuovo,» decise, la voce rotta dal piacere. «Voglio assaporare il mio sapore sulla tua lingua e poi voglio quel cazzo giovane duro di nuovo in gola.»
Si chinò, lo prese in bocca ancora lucido del loro sesso. Scese fino in fondo, la gola che si apriva e si chiudeva intorno al glande, la mano che gli massaggiava le palle piene di nuovo. Silas gemette, le mani sulla sua testa, spingendo piano ma fermo. «Carmen… cazzo, la tua bocca…» Lei succhiava con rumori umidi, saliva che scendeva lungo l’asta, gli occhi alzati verso di lui attraverso le fessure della maschera. Si staccò solo per dirgli: «Sborra di nuovo in bocca se vuoi… o tienila per la figa. Io voglio entrambe le cose stasera.»
Lo tirò su, lo fece sdraiare sulla schiena. Si arrampicò a cavalcioni, le cosce larghe che gli afferravano i fianchi, e si infilò il cazzo da sola con un gemito lungo. Scendeva lenta, centimetro dopo centimetro, finché non lo ebbe tutto dentro, il pube premuto contro il suo. «Senti come ti prendo,» ansimò. «Una figa di quarantadue anni che sa come stringere un cazzo da vent’anni. Guarda queste tette… toccale. Strizzale. Sono tue stasera.»
Silas le afferrò i seni pesanti a piene mani, i pollici che strofinavano i capezzoli duri mentre lei iniziava a cavalcarlo. Alzava e abbassava il culo con movimenti fluidi e profondi, la figa che lo inghiottiva e lo rilasciava con schiocchi bagnati. Lui la guardava, la maschera nera, il sudore che gli scendeva sul petto giovane. «Sei… sei troppo stretta. Continua così, non fermarti.»
Carmen accelerò, i fianchi che battevano contro di lui, le natiche che schiaffeggiavano. Si piegò in avanti, gli offrì un seno in bocca. «Succhia. Mordi. Fammi male dolce.» Lui le prese il capezzolo tra i denti, lo succhiò forte mentre lei rideva più duro, il clitoride che strofinava contro la base del suo cazzo a ogni discesa. Il letto scricchiolava. La luna filtrava sulle curve mature di lei, sulle maniglie d’amore, sul culo che si muoveva vorace.
«Voglio che mi scopi in culo dopo,» sussurrò contro la sua bocca, baciandolo affamata, assaporando sé stessa e lui. «Mai avuto un ragazzo così giovane lì dietro. Voglio sentire se mi dilati. Se mi riempi anche lì. Dimmi di sì.»
«Sì,» ansimò Silas, fuori di sé. «Ti do tutto. Ovunque.»
Lei scese più forte, più veloce, cavalcandolo come se volesse spezzarlo. Lui le afferrò i fianchi e la controspingeva dal basso, il cazzo che spariva tutto fino alle palle. Carmen venne di nuovo, stringendosi a unghie nella sua spalla, un urlo lungo e rotto che risuonò contro le tapparelle. La figa le pulsava a ondate, succhiandolo, e Silas sentì le palle stringersi. «Sto per… di nuovo…»
«Dentro,» ordinò lei. «Riempimi di nuovo. Voglio colare mentre balliamo.»
Lui esplose con un gemito gutturale, spingendo fino in fondo e sparando getti caldi e spessi che le riempirono di nuovo la figa già piena. Carmen si strinse intorno a lui, mungendolo, godendo i residui del suo orgasmo mentre il seme le usciva ai lati e gli scendeva sulle palle. Rimasero così, uniti, ansimanti, il cuore che batteva all’unisono.
Lei si sollevò lentamente, il cazzo che uscì con un plop umido, e un filo di sborro bianco le colò sulla coscia. Si chinò a leccarlo via, pulendo Silas con la lingua, poi si strinse contro di lui, la maschera ancora addosso, il vestito scucito.
«Non abbiamo finito,» mormorò all’orecchio, la voce carica di promesse. «Adesso ti porto in bagno. Voglio che mi fotti contro lo specchio, che mi apri il culo con le dita e poi col cazzo. E dopo… dopo ti dirò il resto. Perché c’è ancora qualcosa che devi sapere su di me, su perché ti ho portato qui. Qualcosa che ti farà sborrare ancora più forte. Ma prima… alzati. Seguimi. E non toglierti la maschera. Voglio rimanere la tua MILF sconosciuta ancora un po’.»
Silas si alzò tremante, il cazzo già che si rialzava a quelle parole, e la seguì verso la porta del bagno adiacente, il buio e il profumo di sesso che li avvolgevano ancora, la tensione che cresceva di nuovo, pronta a esplodere.
Il bagno adiacente era più stretto della camera, specchi che ricoprivano un’intera parete e riflettevano la luna debole che filtrava dalla finestra alta. Carmen chiuse la porta alle spalle di Silas senza accendere la luce: bastava il chiarore argentato e il bagliore caldo delle loro maschere. Si spinse contro di lui, seni pesanti che schiacciavano il torace giovane, e gli afferrò il cazzo ancora scivoloso di sborra e di lei.
«Guarda,» ordinò, girandolo verso lo specchio. «Guarda come mi prendi. Voglio vedere il tuo faccino da ragazzo mentre mi fotti qui.»
Silas la premette contro il vetro freddo. Il vestito scuro cadde del tutto; le tette mature schiacciate contro lo specchio si appannarono sotto il respiro di lei. Lui le divaricò le cosce da dietro, scese con due dita lungo la figa ancora gonfia e piena del suo sborro, e le infilò dentro fino alle nocche. Carmen gemette alto, il respiro che appannava lo specchio, le unghie che graffiavano il vetro.
«Cazzo… sì, spingi… senti quanto sono piena di te…»
Le dita di Silas scivolarono più in basso, unto di liquido misto, e premettero contro la strettissima ruga del culo. Carmen spalancò gli occhi dietro la maschera rossa e spinse indietro, offrendosi. Lui girò il pollice lento, massaggiò, poi spinse un dito dentro fino alla prima falange. Il calore la strinse immediatamente; lei urlò un «oh dio» rotto e si morsicò il labbro.
«Ancora,» ansimò. «Aprimi. Voglio sentire le tue dita giovani che mi allargano. Non ho avuto nessuno lì da mesi… e mai uno così duro e fresco.»
Silas aggiunse un secondo dito, lento, paziente, mentre l’altra mano le strofinava il clitoride turgido. Carmen dondolava i fianchi, il culo che si apriva centimetro dopo centimetro, saliva che le colava dalla bocca aperta sullo specchio. Lui le leccò la spalla nuda, morse la carne morbida, e le dita iniziarono a fotterla nel culo con ritmi corti e profondi. La figa le pulsava vuota, gocciolando sborra sui suoi polsi.
«Basta… adesso il cazzo,» gemette lei. «Mettilo. Lento all’inizio. Voglio sentire ogni vena che mi dilata.»
Silas ritirò le dita, si spalmò il cazzo già di nuovo duro con il loro liquido misto, e premette il glande contro l’anello stretto. Carmen tenne lo sguardo fisso nel riflesso: la maschera nera di lui, le spalle giovani tese, il ventre piatto che si contraeva. Entrò piano, solo la testa all’inizio. Lei singhiozzò di piacere-dolore, le cosce che tremavano.
«Più… tutto… cazzo sì…»
Lui spinse, millimetro dopo millimetro, finché le palle non le battevano contro la figa ancora cremosa. Il culo di Carmen era un fuoco stretto che lo mungeva a ondate. Restò fermo un secondo, ansimante, poi iniziò a muoversi: colpi corti e profondi, il cazzo che spariva e riemergeva lucido. Lei premeva le tette contro lo specchio, i capezzoli scuri che lasciavano aloni, e spingeva indietro a ogni affondo.
«Guarda come mi stai allargando,» sussurrò, voce rotta. «Un ventenne che mi scopa il culo per la prima volta… Dio, sei grosso… più forte adesso. Scopami come se volessi rompermi.»
Silas le afferrò i fianchi larghi e accelerò. Il suono bagnato e carnale riempiva il bagno: pelle contro pelle, gemiti, lo schiaffo delle natiche. Le dita di lei scesero sulla figa e si strofinarono il clitoride disperate mentre lui le martellava il culo. Venne così, con un urlo lungo che si spezzò contro il vetro, il corpo che si chiudeva a morsa intorno al cazzo di lui. Silas non si fermò; la fotté attraverso le scosse, più duro, più profondo, finché le gambe di lei non iniziarono a cedere.
La girò di scatto, la sollevò e la fece sedere sul bordo del lavabo. Le divaricò le cosce e rientrò nella figa con una spinta sola, poi tornò al culo ancora dilatato, alternando i due buchi come se non potesse scegliere. Carmen lo baciò affamata, lingua e denti, assaporando il sesso che ancora le bruciava sulla pelle.
«Sì… entrambi… riempimi ovunque…»
Lui la prese in culo di nuovo, tenendola aperta con le mani, e accelerò fino a perdere il ritmo. Le palle si strinsero; sborrò con un gemito gutturale, getti caldi e spessi che le riempirono l’intestino. Carmen sentì il calore spararsi dentro e venne di nuovo, stringendosi, mungendolo, il seme che le colava fuori quando lui si ritrasse e le scorreva sulla figa e sulle cosce.
Restarono appoggiati l’uno all’altra, sudati, ansimanti, le maschere ancora salde. Carmen gli accarezzò il petto giovane, poi gli prese la mano e la portò al suo culo ancora aperto e gocciolante.
«Senti… sei entrato fin qui. Sei stato il primo ragazzo a farmi questo stasera. Ma non è finita.»
Si chinò, gli leccò il cazzo pulito dalla sborra e dal suo, poi lo rimise in bocca per qualche succhiata lenta e profonda, occhi alzati verso di lui. Quando lo rilasciò già semi-duro di nuovo, sorrise maliziosa.
«Adesso voglio che mi fotti la figa di nuovo, qui, guardandoti nello specchio mentre mi riempi. E mentre lo fai… ascoltami. C’è ancora qualcosa. Qualcosa che ti ho tenuto nascosto da quando ti ho scelto laggiù. Non è solo lustro. Non è solo che mi piace il cazzo giovane e inesperto. C’è un motivo per cui ti ho seguito con lo sguardo mezz’ora, un motivo per cui ti ho trascinato qui, un motivo per cui voglio che mi sborri dentro finché non riesco più a camminare dritta. Qualcosa che… se lo sapessi adesso… ti farebbe indurire ancora di più. Ti farebbe sborrare più forte di così. Ma non te lo dico ancora. Prima voglio un altro orgasmo. Prima voglio sentire questo cazzo che mi spacca di nuovo.»
Silas la sollevò di peso, la spinse di nuovo contro lo specchio, le gambe avvolte ai suoi fianchi. Entrò nella figa con un colpo solo, profondo, fino al fondo. Carmen urlò di piacere, le unghie nella sua schiena. Lui iniziò a scoparla in piedi, colpi potenti che facevano sbattere le tette contro il vetro, il riflesso che mostrava tutto: il culo di lei che si apriva e si chiudeva, il cazzo lucido che spariva, le maschere, il sudore, il seme che ancora colava dal culo di lei sulle sue palle.
«Dimmi di più,» ansimò lui, fuori di sé. «Dimmi almeno un pezzo. Voglio sapere.»
Carmen rise, voce rotta dai gemiti. «Non ancora, tesoro. Prima scopa. Prima fammi venire di nuovo. Poi… forse… mentre balliamo laggiù con il tuo sborro che mi cola lungo le cosce sotto il vestito… forse ti sussurrerò all’orecchio chi sono davvero per te. O cosa ho visto. O perché il tuo nome mi faceva già venire prima ancora di toccarti. Ma adesso… più forte. Scopami finché non riesco più a stare in piedi.»
Silas obbedì. Le mani le afferrarono le natiche ancora unte, le dita scivolarono di nuovo nel culo dilatato mentre il cazzo martellava la figa. Carmen venne urlando, stringendosi, e lui continuò, inesorabile, il ritmo che non conosceva pietà. Il bagno era pieno del loro odore, di gemiti, di schiaffi di carne. Lei lo baciò, lo morse, gli sussurrò sporcizie all’orecchio mentre lui la fotté senza sosta.
Quando sentì le palle stringersi di nuovo, lei gli morse il lobo e mormorò: «Dentro. Sempre dentro. Voglio colare da entrambi i buchi mentre torniamo. E dopo… dopo ti dirò tutto. Ma solo se mi fai venire ancora una volta. Solo se mi dimostri che quel cazzo da vent’anni può spezzare una MILF di quarantadue anni finché non chiede pietà.»
Silas spinse più a fondo, più duro, lo sguardo fisso nel riflesso dei loro corpi uniti, e la tensione crebbe di nuovo, calda e pericolosa, mentre il mistero di lei pulsava tra di loro come un secondo cuore, pronto a esplodere ma ancora tenuto a freno, la notte che non era ancora finita e il buio della villa che li aspettava oltre la porta.
Il bagno restava avvolto in quel chiarore lunare che faceva luccicare il sudore sulle loro pelli. Silas teneva Carmen sollevata contro lo specchio, il cazzo sepolto fino alle palle nella figa ancora cremosa del suo sborro precedente, e spingeva con colpi lunghi e pesanti che facevano tintinnare il lavabo. Lei aveva le cosce avvolte ai suoi fianchi giovani, le unghie conficcate nelle spalle tese, e a ogni affondo il culo dilatato gocciolava ancora il seme caldo che lui le aveva sparato dentro poco prima. Lo specchio si appannava sotto il respiro di entrambi; il riflesso mostrava tutto senza pietà: le maschere, le tette mature schiacciate e che dondolavano, il ventre piatto di lui che si contraeva, il cazzo lucido che spariva e riemergeva tra le labbra gonfie.
«Più a fondo… cazzo, senti come mi prendi tutta,» gemette Carmen, la voce già spezzata. Spingeva il bacino incontro a lui, il clitoride che strofinava contro la base dura a ogni spinta. «Guarda nello specchio. Guarda come una MILF di quarantadue anni si fa spezzare da un ventenne. Dimmi che ti piace vedermi così.»
Silas guardò. Vide il proprio volto mascherato, gli occhi scuri di lussuria, e lei che si offriva senza pudore. «Mi piace da morire,» ansimò. «Sei stretta… e calda… e piena di me. Voglio scoppiare di nuovo.» Le mani scesero dalle natiche alle cosce, poi una risalì e due dita premettero di nuovo nell’anello ancora aperto del culo. Carmen urlò un suono gutturale, la schiena che si inarcò contro il vetro freddo.
«Sì… entrambe… fottici entrambi i buchi… Dio, sei un ragazzo crudele e bravo.»
Lui obbedì. Alternava: tre spinte profonde nella figa, poi usciva con un suono bagnato e rientrava lento nel culo stretto, facendola singhiozzare di piacere. Il ritmo diventò selvaggio. Il bagno riecheggiava di schiaffi di carne, di gemiti rochi, dello scrosciare dei fluidi che colavano sul pavimento di marmo. Carmen venne di scatto, le pareti vaginali che lo mungevano a ondate violente, il culo che si chiudeva a morsa intorno alle sue dita. Non si fermò; continuò a martellarla attraverso le scosse, più duro, più profondo, finché lei non piangeva di godimento e gli mormorava all’orecchio sporcizie rotte.
«Non basta… non mi basta ancora… Voglio che mi metti a quattro zampe sul pavimento. Voglio che mi monti come un cane. E mentre lo fai… parla. Dimmi cosa faresti se sapessi il segreto. Dimmi quanto sborreresti forte.»
Silas la calò giù. Carmen si piegò immediatamente, ginocchia sul tappetino, culo alto e esposto, la schiena inarcata, i seni pesanti che pendevano. Lui si inginocchiò dietro, le afferrò i fianchi larghi e rientrò nella figa con una spinta sola che le strappò un grido. Poi uscì e premette di nuovo contro l’anello del culo. Entrò tutto d’un colpo questa volta, fino in fondo. Carmen digrignò i denti e spinse indietro, prendendolo tutto.
«Cazzo sì… così… scopami il culo da giovane inesperto che non sa più dove finisce… più forte…»
Silas le diede tutto. Colpi potenti e regolari, le palle che sbattevano contro la figa gocciolante, una mano che le afferrava i capelli raccolti e le tirava la testa indietro. L’altra mano le girava intorno e le strofinava il clitoride con dita veloci e umide. Carmen dondolava indietro incontrando ogni spinta, la maschera rossa che le copriva ancora gli occhi ma non nascondeva la bocca aperta e lecca. Il mistero pulsava tra loro come calore extra. Lui pensava a quelle parole: “chi sono davvero per te”, “perché il tuo nome mi faceva già venire”. Il sangue gli ruggiva nelle vene. Il cazzo gli pulsava più grosso solo a immaginare.
«Dimmi un pezzo,» ansimò lui, fuori di sé. «Anche solo una parola. Ti riempio meglio se so.»
Carmen rise, un suono rotto e lascivo mentre lui le martellava il culo. «Non ancora, tesoro. Prima voglio sentire queste palle giovani svuotarsi di nuovo. Prima voglio che mi fai venire finché non piango. Poi… forse mentre camminiamo di nuovo tra la gente… forse ti faccio toccare qualcosa. O ti faccio annusare qualcosa. O ti sussurro un nome. Ma adesso… più veloce. Spezzami.»
Lui accelerò. Il ritmo diventò brutale, carnale, le natiche di lei che arrossivano sotto gli schiaffi aperti del suo palmo. Carmen venne di nuovo, un urlo lungo che si spezzò contro il marmo, il corpo che si scuoteva a ondate. Silas sentì le palle stringersi. Usci dal culo all’ultimo secondo, rientrò nella figa con una spinta cieca e sborrò con un gemito gutturale, getti spessi e caldi che le riempirono di nuovo il canale già saturo. Lei lo strinse, lo muls e, godendo i residui, e quando lui si ritrasse un filo bianco le colò dalla figa e dal culo insieme, scorrendo lungo le cosce interne fino alle calze.
Restarono un attimo così, ansimanti. Carmen si girò a quattro zampe, lo guardò attraverso le fessure della maschera, e gli leccò il cazzo pulito con lingue lente e deep, assaporando il misto di sborra e di sé. Poi si alzò, gambe tremanti, e lo spinse a sedere sul bordo della vasca. Si arrampicò a cavalcioni di nuovo, gli infilò il cazzo ancora pulsante nella figa e iniziò a muoversi con circoli lenti e profondi, i seni che dondolavano davanti alla sua faccia.
«Succhiali,» ordinò. «Mordili. Voglio i segni dei tuoi denti. E mentre lo fai… pensa. Pensa a cosa potrebbe essere il segreto. Pensa se ti farebbe sborrare ancora di più sapere che ti ho scelto per un motivo che va oltre questa notte. Che non è solo lustro. Che c’è qualcosa di… personale. Qualcosa che ti lega a me più di quanto immagini.»
Silas le prese un capezzolo scuro in bocca e lo succhiò forte, denti che pizzicavano, mentre lei cavalcava più veloce. L’altra mano le strizzava l’altro seno. La figa di Carmen lo inghiottiva e lo rilasciava con schiocchi umidi. Lui sentiva il mistero bruciargli sotto la pelle come una seconda erezione. «Ti voglio sapere,» mormorò contro la carne morbida. «Voglio tutto. Ti do il cazzo finché non cammini più dritta. Ma dimmi…»
«Non ancora.» Carmen accelerò, i fianchi che battevano, il clitoride che strofinava. «Prima un altro. Prima fammi venire così forte che dimentico il mio nome. Poi ti porto di nuovo in camera. Voglio che mi leghi i polsi con la cravatta. Voglio che mi fotti la bocca finché non lacrimo sotto la maschera. E solo dopo… solo se mi avrai spezzata abbastanza… forse ti farò toccare la prova. Qualcosa che ho portato con me. Qualcosa che ti farà indurire di nuovo anche se hai già sborrato quattro volte.»
Silas le afferrò i fianchi e la controspingeva dal basso, il letto della vasca che scricchiolava. Carmen venne urlando, stringendosi a morsa, i fluidi che gli bagnavano le palle. Lui non si fermò; la sollevò, la girò, la piegò in avanti con le mani sul bordo della vasca e rientrò nel culo ancora aperto e lubrificato di sborra. La prese con colpi lenti e profondi questa volta, godendo ogni centimetro di strettezza, mentre lei gemava e spingeva indietro.
«Guarda nello specchio,» ordinò lei. «Guarda il ragazzo che mi scopa il culo. Guarda la donna che lo prende tutto. E sappi che il segreto… il segreto ti farebbe venire solo a sentirne una sillaba. Ma non te la do. Non finché non mi avrai riempito di nuovo. Non finché non cammineremo laggiù con il tuo sborro che mi cola sotto il vestito e la gente che non sa niente. Voglio ballare con te così. Voglio che mi tocchi il culo pieno in mezzo agli altri. E solo allora… forse… ti dirò perché il tuo nome mi bagnava già prima di vederti.»
Silas sentì il sangue ribollire. Le diede colpi più duri, più disperati. Le dita le raggiunsero la figa e la fotterono insieme al cazzo nel culo. Carmen venne di nuovo, un singhiozzo rotto, le ginocchia che piegarono. Lui la seguì subito dopo, spingendo fino in fondo e sparando l’ennesima carica calda e spessa nell’intestino stretto. Restarono uniti, sudati, il cuore che batteva all’unisono, le maschere ancora salde, il mistero più denso di prima.
Carmen si staccò lentamente, il cazzo che uscì con un suono umido, e un rivolo bianco le scese lungo la coscia. Si voltò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò a fondo, assaporando tutto. «Alzati,» sussurrò. «Sistemiamoci abbastanza da non farci cacciare. Poi torniamo. Voglio che mi tieni la mano mentre balliamo. Voglio che senti quanto sono piena e calda. E mentre la musica ci avvolge… ti darò un indizio. Solo un pezzo. Qualcosa che ti farà tremare le gambe e indurire di nuovo sotto i pantaloni. Ma solo se mi prometti che dopo mi porterai di nuovo qui. O in un’altra stanza. O sul tavolo del salone se serve. Perché stasera non ho ancora finito di usarti. E tu non hai ancora finito di scoprire cosa sono per te.»
Silas annuì, la voce spezzata. «Te lo do tutto. Ovunque. Dimmi pure solo una parola adesso…»
Lei sorrise sotto la maschera, maliziosa e potente, e gli passò un dito sulle labbra lucide di sesso. «Non ancora. Prima la festa. Prima il buio della villa che ci nasconde di nuovo. Prima il tuo sborro che mi cola mentre sorrido agli altri. Poi… poi ti faccio vedere. O toccare. O sapere. E quando lo saprai, tesoro, sborrerai così forte che ti tremeranno le ginocchia. Adesso vestiti. Seguimi. E tieni la maschera. Voglio restare la tua sconosciuta ancora un poco… mentre il segreto brucia tra noi e ci rende ancora più duri.»
Si sistemarono alla meglio: lei il vestito tirato giù, il seme che già macchiava le calze, lui i pantaloni chiusi sul cazzo ancora semi-duro e pulsatile. Uscirono dal bagno tenendosi per mano, il corridoio buio che li riassorbiva, la musica lontana che pulsava di nuovo, la tensione del mistero che cresceva come un terzo corpo tra i loro fianchi, pronta a esplodere ma ancora tenuta a freno, la notte lunga e il buio della villa che li richiamava verso nuove stanze e nuove promesse.
Uscirono nel corridoio buio tenendosi per mano, il seme di Silas che già macchiava l’interno delle cosce di Carmen e le faceva scivolare a ogni passo. La musica della festa li investì di nuovo come un pugno sordo, le luci basse, le maschere che si muovevano tra i corpi eleganti. Lei lo trascinò dritto in mezzo alla pista senza una parola, gli fece posare le mani sui fianchi larghi e iniziò a dondolare il culo contro il suo cazzo ancora semi-duro sotto i pantaloni.
«Senti?» sussurrò contro il suo orecchio, la voce roca e carica di sborra. «Cola ancora. Dal culo e dalla figa. Guarda come ballo con il tuo cazzo giovane che mi gocciola lungo le calze mentre tutti questi stronzi sorridono senza sapere niente.»
Silas premette il bacino avanti, sentendo il tessuto umido della gonna e sotto la carne calda ancora aperta. Il sangue gli scese di colpo; il cazzo si rialzò pieno, premente contro la fessura delle natiche di lei. Ballavano stretti, sudati, il profumo di sesso che saliva tra di loro più forte del profumo di vaniglia. Carmen gli prese la mano e la fece scivolare sotto il vestito, dritta sulla figa gonfia e cremosa. Due dita di lui entrarono senza sforzo, pescando il liquido caldo e riportandolo su.
«Leccale,» ordinò. Lui obbedì, succhiandosi le dita davanti agli occhi di lei dietro la maschera rossa. Il sapore salato e amaro gli riempì la bocca. Carmen rise basso e gli strinse il cazzo attraverso i pantaloni finché non gemette.
Lo trascinò via di nuovo, questa volta verso una saletta laterale quasi buia, dove un divano di velluto scuro stava contro il muro e la porta non aveva chiave ma solo un chiavistello leggero. Lo chiuse. Il rumore della festa restava a un metro, risate e musica, ma lì dentro c’era solo il loro respiro.
«In ginocchio,» disse. Silas obbedì. Lei alzò il vestito fino alla vita, gli aprì le cosce in faccia e gli premette la figa sporca contro la bocca. «Pulisci. Tutto. Lingua a fondo, anche nel culo. Voglio che assaggi quanto mi hai riempito prima di riempirmi di nuovo.»
Lui leccò come un cane affamato. Lingua piatta che raccoglieva il bianco denso dalla figa, poi scendeva sulla ruga ancora allargata e la spingeva dentro, succhiando, bevendo. Carmen gli afferrò i capelli e gli cavalcò la faccia, i seni pesanti che dondolavano fuori dal vestito scucito. Venne così, con un gemito soffocato contro il dorso della mano, i fluidi che gli colavano sul mento e sul collo.
«Adesso alzati e scopami la gola.»
Silas si alzò, aprì i pantaloni, gli cacciò il cazzo teso e lucido in bocca fino alle palle. Carmen lo prese tutto, la gola che si chiudeva e si apriva, saliva che scendeva, occhi alzati attraverso la maschera mentre lui le teneva la testa ferma e spingeva. Il suono umido e strozzato riempiva la saletta. Lei si staccò solo quando lui stava per scoppiare, un filo di bava che le pendeva dal labbro inferiore.
«Non ancora. Voglio il resto nel culo. Piega.»
Si voltò, mani sul bracciolo del divano, culo alto, schiena inarcata. Silas le spalmò il glande sulla strettissima ruga ancora unta e entrò con una spinta sola, fino in fondo. Carmen urlo un «cazzo sì» rotto. Lui iniziò a fotterla duro, le palle che sbattevano contro la figa gocciolante, una mano che le schiaffeggiava le natiche rosse, l’altra che le tirava i capelli raccolti.
«Più forte… spezzami il culo… voglio sentirlo domani quando cammino…»
Il ritmo divenne brutale. Carne contro carne, schiaffi, gemiti. Carmen spinse indietro incontrando ogni colpo, poi abbassò una mano e si strofinò il clitoride disperata. Venne stringendosi a morsa intorno al cazzo di lui, un urlo lungo che si perse nella musica lontana. Silas non si fermò; la fotté attraverso le scosse, poi uscì, rientrò nella figa con un colpo cieco e sborrò getti spessi che le riempirono di nuovo il canale già saturo. Il seme uscì subito ai lati, colando sul divano.
Lei si girò ancora ansimante, gli leccò il cazzo pulito con lingue lente e deep, poi lo risucchiò fino a sentirlo indurire di nuovo contro il palato. Quando lo rilasciò, lucido e pulsante, sorrise sotto la maschera.
«Il segreto, tesoro. Ascolta bene mentre mi metti a cavalcioni.»
Si arrampicò su di lui sul divano, gli infilò il cazzo nella figa con un gemito lungo e iniziò a cavalcarlo con movimenti lenti e profondi, i seni che gli sbattevano in faccia. Silas le afferrò le tette a piene mani, denti sui capezzoli scuri.
«Ti ho scelto perché ti conoscevo già,» ansimò lei, stringendosi intorno a lui. «Non di nome solo. Ti ho visto tre settimane fa al club di tuo zio, quello dove lavoro dietro al bancone nei weekend. Stavi lì in fondo, timido, cazzo già mezzo duro solo a guardare le tette di una cinquantenne che ballava. Ti ho spiato. Ho chiesto il tuo nome. Silas. L’ho ripetuto mentre mi toccavo quella notte. Mi sono venuta tre volte pensando a come ti avrei preso. Stasera ti ho seguito dalla terrazza. Non sei un cazzo a caso. Sei il ragazzo che mi sono scopata nella testa per settimane. E adesso ti sto scopando sul serio finché non cammini più dritto.»
Il sangue di Silas ribollì. La strinse più forte ai fianchi e la controspingeva dal basso, il cazzo che spariva tutto. «Allora usami. Tutto. Digli al tuo culo e alla tua figa che sono tuoi.»
Carmen accelerò, i fianchi che battevano selvaggi, il letto del divano che scricchiolava. «Sì… mio… questo cazzo da vent’anni è mio stasera… guardami mentre ti monto… guarda come una divorziata ti sborra addosso.»
Venne di scatto, fluidi che gli bagnavano le palle, un grido soffocato. Lui la sollevò, la girò a quattro zampe sul divano e rientrò nel culo ancora aperto. La prese con colpi lunghi e pesanti, una mano che le affondava tre dita nella figa cremosa, l’altra che le schiaffeggiava le natiche. Carmen piangeva di piacere, spingeva indietro, la maschera che le scivolava un po’ ma restava sul viso.
«Riempimi… cazzo… entrambi i buchi… voglio colare fin sul pavimento della festa…»
Silas accelerò fino a perdere il respiro. Le palle si strinsero; sborrò nel culo con un gemito gutturale, getti caldi che le riempirono l’intestino e uscirono subito intorno all’asta quando lui continuò a spingere. Non si fermò. Uscì, rientrò nella figa, diede ancora dieci colpi duri e le sparò l’ultimo carico contro la cervice, tenendola premuta finché non smise di pulsare.
Carmen crollò in avanti, il culo alto e aperto, il bianco denso che le colava dalla figa e dal culo insieme, scendendo lungo le cosce interne, macchiando le calze, gocciolando sul velluto scuro del divano. Silas restò in piedi dietro di lei, cazzo ancora semi-duro e lucido, guardando il casino che le scorreva tra le labbra gonfie.
Lei girò appena la testa, maschera ancora addosso, labbra carnose aperte e sporche.
«Adesso rimettiti i pantaloni, portami laggiù e fottimi di nuovo contro il muro del salone mentre balla la gente. Voglio che mi tieni aperta con le dita così il tuo sborro continua a colare mentre sorrido. E se qualcuno guarda… che guardi. Perché stasera questa figa e questo culo sono pieni solo del tuo cazzo da ragazzo e non ho ancora finito di farmeli spaccare.»
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