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Sottomessa nel Ritardo del Terminale

Una trentaduenne dirigente si fa legare e scopare brutalmente dal suo padrone quarantenne nel terminale deserto di notte.

11 min read September 28, 2026New

Il terminale dell’aeroporto era quasi deserto, immerso in una luce al neon fredda e monotona che faceva sembrare l’ora più tarda di quanto non fosse. L’annuncio aveva appena risuonato: ritardo di quattro ore. Camila, trentaduenne dirigente di successo con un tailleur grigio perla che le segnava i fianchi snelli e il seno fermo, si passò una mano sui capelli scuri raccolti. Al suo fianco Simone, quarantenne dal fisico atletico e dallo sguardo di chi sa esattamente cosa vuole, teneva la mano sul bracciolo con quella quiete dominante che lei conosceva da due anni di relazione BDSM consolidata.

«Quattro ore», mormorò lei, la voce già roca. Si chinò verso di lui, le labbra a un soffio dal suo orecchio. «Sono già bagnata, padrone. Le mutandine mi si attaccano. Ho bisogno di sottomettermi. Adesso.»

Simone non alzò la voce. Gli occhi scuri la trafissero. «Obbedisci immediatamente. Alzati e seguimi. Non fiatare finché non te lo dico.»

Il comando le scese lungo la schiena come una scossa. Camila si alzò, le gambe già un po’ molli, e lo seguì tra le file di sedili vuoti, oltre i banchi chiusi dei duty-free, fino a un angolo isolato dietro una vetrina spenta e una panca di metallo freddo. Lì il ronzio dei annunci era lontano. Simone si fermò, le spalle larghe che le bloccavano la vista del corridoio.

«La borsa», ordinò.

Lei la aprì con dita che tremavano di eccitazione, non di paura. Ne estrasse le manette di pelle nera che portava sempre, il metallo delle fibbie freddo contro i palmi. Gliele porse a mani unite, il gesto volontario, il cuore che batteva forte contro il reggiseno di pizzo.

«Brava puttana», disse lui a voce bassa, mentre le afferrava i polsi e li portava dietro la schiena. Le fibbie scattarono, tirate giuste, abbastanza da farle sentire l’immobilità senza tagliarle la circolazione. Camila sussultò quando le manette strinsero. Simone le girò di fronte a sé, le mani ancora libere di esplorare.

Le sfiorò il seno attraverso la giacca e la camicetta di seta, i pollici che trovavano i capezzoli già duri e li pizzicavano fino a farla gemere. «Guarda come sei vestita da dirigente seria e sotto sei solo una fichetta gocciolante. Dillo.»

«Sono… sono una fichetta gocciolante, padrone», ansimò lei.

Lui le alzò la gonna del tailleur fino a metà coscia, poi più su, e le passò due dita sulla mutandina già scura di umidità. La sfiorò, la premette, le unghie che graffiavano leggermente il tessuto. Camila spinse i fianchi in avanti, i polsi che tiravano inutilmente contro le manette.

«Supplica», ordinò Simone, la voce calma e sporca. «Chiedimi di usarti come meriti.»

«Per favore… usami. Scopami. Sono la tua puttana, ho bisogno del tuo cazzo, ti prego…» La voce le si spezzò quando lui le affondò le dita più forte, strofinando il clitoride attraverso la stoffa bagnata finché le ginocchia le tremarono.

La tensione era diventata fuoco. Simone la girò di scatto e la piegò sulla panca di metallo. Il freddo del sedile le colpì le guance e il petto. Le alzò la gonna fino in vita, le afferrò le mutandine di pizzo e le strappò con uno strappo secco che le fece gemere di sollievo e vergogna. L’aria le toccò la fica scoperta, le labbra gonfie e lucide.

Uno schiaffo secco le arrivò sul culo destro. Poi sinistro. Il calore esplose.

«Conta», ordinò lui, mentre si sbottonava i pantaloni e liberava il cazzo già duro, spesso, venato. «E chiamati come sei.»

«Uno… puttana sottomessa!» Il secondo schiaffo fu più forte. «Due… puttana sottomessa!»

Al quinto colpo lui la penetrò di colpo, tutto intero, spingendosi fino in fondo nella figa stretta e scivolosa. Camila urlò a denti stretti, il volto premuto sul metallo. Simone la scopò con spinte profonde e violente, le mani che le affondavano nei fianchi, alternando ogni due o tre penetrazioni a uno schiaffo sonoro.

«Sei solo un buco da usare nel terminale, vero?»

«Sì… sì, padrone… sei… sei…» Continuava a contare tra i gemiti. «Nove… puttana sottomessa… dieci!»

Le spinte diventarono più dure, il suono umido della carne che batteva contro la carne. Lui le afferrò i capelli raccolti e le tirò la testa indietro. «La tua fica mi stringe come una cagna in calore. Te la meriti questa scopata?»

«Sì, me la merito, usami…»

Simone la tirò indietro, la staccò dalla panca e la fece inginocchiare sul pavimento freddo. I polsi ancora legati dietro la schiena, il seno che si gonfiava a ogni respiro contro la camicetta aperta. Le prese il viso tra le mani e le spinse il cazzo lucido dei suoi succhi tra le labbra.

«Apri. Gola. Tutto.»

Camila obbedì con avidità, la lingua che gli lambiva il glande prima di accoglierlo in fondo. Simone le tenne la testa e le scopò la bocca con la stessa violenza con cui le aveva scopato la figa, spingendosi fino a farle toccare la gola, ritirandosi solo quanto bastava perché lei potesse respirare a strappi. Lacrime di sforzo le solcavano le guance; lei godeva in ogni centimetro di umiliazione, il clitoride che pulsaverà senza essere toccato, le cosce che si strofinavano.

«Ingoia tutto quando vengo», ringhiò lui.

Pochi secondi dopo si scaricò in gola con un gemito basso, le anche che spingevano. Camila deglutì a forza, il sapore caldo e salato che le riempiva la bocca e scendeva. Quando lui si ritirò, un filo di sborra le colò sul mento; lei lo leccò senza che glielo chiedesse, gli occhi alzati verso di lui, lucidi di piacere e di sottomissione.

Simone la sollevò delicatamente, ancora ansimante, le cosce di lei che tremavano così forte che a stento stava in piedi. La baciò in bocca, un bacio possessivo e profondo che sapeva di entrambi. Le mani le sistemarono la gonna, le abbottonarono la camicetta, le lisciarono i capelli.

«Brava schiava», mormorò contro le sue labbra, mentre le slacciava le manette e le massaggiava i polsi arrossati. «Hai preso tutto come dovevi. Ma quattro ore sono lunghe, Camila.» Le accarezzò la guancia, lo sguardo già carico di promesse più scure. «Questa era solo l’apertura. Adesso ti porto dove nessuno può sentirti urlare quando ti farò venire fino a non reggerti più in piedi. E poi vedremo quanto a lungo riesci a restare zitta mentre ti uso di nuovo.»

Simone la prese per un polso ancora caldo dalle manette e la trascinò oltre la vetrina spenta, lungo un corridoio laterale dove le luci al neon tremolavano più deboli. Camila lo seguiva a passi rapidi, le cosce che si strofinavano e gli facevano sentire quanto fosse ancora aperta e bagnata, la gonna rialzata di poco che nascondeva a malapena le tracce della scopata precedente. Il cuore le batteva in gola. Quattro ore. Lui aveva ragione: l’apertura era stata solo un assaggio, e il bisogno di essere di nuovo usata le bruciava tra le gambe come una ferita dolce.

Arrivarono a una porta di servizio socchiusa, un ripostiglio per il personale di terra abbandonato a quell’ora. Simone la spinse dentro e chiuse a chiave. L’odore di disinfettante e cartone, una luce alogena giallastra, scaffali metallici e un tavolo da lavoro basso. Nessun annuncio, nessun passo. Solo il respiro di entrambi.

«Spogliati. Tutto. Adesso.»

Camila obbedì senza esitazione, le dita che sbottonavano la camicetta di seta, facevano scivolare la giacca, sfilavano la gonna e il reggiseno di pizzo. Rimase nuda, i capelli scuri che le cadevano sulle spalle, i seni sodi con i capezzoli ancora arrossati dai pizzichi, la figa lucida e gonfia che gocciolava sulle cosce. Simone la guardò come si guarda una cosa che gli appartiene del tutto. Si tolse la cintura con un gesto lento, il cuoio che fischiò nell’aria.

«Ginocchia. Mani dietro la schiena. E non chiudere le gambe.»

Si inginocchiò sul pavimento freddo. Lui le legò di nuovo i polsi con la cintura, più stretti, il cuoio che le mordeva la pelle. Poi le sollevò il mento con due dita.

«Hai preso la sborra come una brava cagna. Adesso ti farò venire finché non riuscirai più a reggerti. E urlerai. Voglio sentirti.»

Le dita di lui scesero tra le sue labbra già aperte, due, poi tre, che le aprivano la figa e le strofinavano il clitoride con precisione crudele. Camila gemette, i fianchi che si muovevano da soli. Simone le infilò le dita fino alle nocche, le curvò e le massaggiò il punto che la faceva tremare, mentre il pollice le schiacciava il clitoride a ritmi corti e duri.

«Dillo mentre ti tocco. Chi sei.»

«La tua puttana… la tua fichetta da usare… padrone…» La voce le si spezzava. Lui accelerò, le dita che schizzavano nel suo succo. Camila venne la prima volta con un grido strozzato, le cosce che si chiudevano intorno alla sua mano, il corpo che si arcuava. Simone non si fermò. Continuò a pompare le dita dentro di lei mentre lei ancora convulsava, e il secondo orgasmo le arrivò quasi subito, più violento, le lacrime che le bruciavano gli occhi.

«Ancora», ordinò lui. La spinse a quattro zampe, le ginocchia sul pavimento duro, il culo alto. Le diede uno schiaffo sonoro su ciascuna chiappa, poi le aprì le natiche e le spinse la lingua dritta nella figa, leccandola in profondità, succhiandole il clitoride gonfio finché lei non urlò di nuovo. Camila sentiva ogni contrazione, ogni spinta della lingua, e il pensiero di essere nuda e legata in un ripostiglio di aeroporto la faceva gocciolare di più. Venne la terza volta contro la sua bocca, spingendo indietro il culo, ansimando «padrone… non ce la faccio…» ma il tono era di preghiera, non di rifiuto.

Simone si alzò, si sbottonò i pantaloni e liberò il cazzo ancora duro, lucido di saliva e di lei. La sollevò di peso e la piegò sul tavolo di metallo, le tette schiacciate contro la superficie fredda, i polsi legati dietro. Entrò in un colpo solo, fino in fondo, e cominciò a scoparla con spinte lunghe e brutali che facevano battere le sue cosce contro il bordo del tavolo. Ogni penetrazione le strappava un gemito alto.

«Conta gli orgasmi da adesso. Ad alta voce. E chiedi il prossimo.»

«Tre… ti prego fammi venire di nuovo…» Lui le afferrò i capelli e le tirò la testa indietro mentre le martellava la figa, le palle che sbattevano contro il clitoride. Camila venne la quarta volta stringendolo a morsa, urlando il numero, il viso contorto di piacere. Simone non rallentò. Le diede schiaffi sul culo a ogni spinta, il calore che si accumulava, la carne che arrossava.

Le dita le raggiunsero di nuovo il clitoride e lo strofinarono in cerchi stretti mentre lui la scopava più forte. «Cinque… ah… sei… puttana…» I numeri uscivano rochi. Al sesto orgasmo le gambe le cedettero del tutto; solo le mani di lui sui fianchi la tenevano in piedi contro il tavolo. Lui si ritirò, la girò a forza e la fece sedere sul bordo, le gambe aperte larghe, i polsi ancora legati. Si infilò di nuovo e la scopò frontale, guardandola negli occhi.

«Guarda come ti uso. Guarda che faccia da schiava hai quando ti riempio.»

Camila lo guardava, le pupille dilatate, la bocca aperta. Lui le pizzicò un capezzolo e lo tirò mentre le anche martellavano. Venne la settima volta con un urlo che le lacero la gola, il corpo che scuoteva così forte che il tavolo cigolò. Simone le diede appena il tempo di riprendere fiato prima di estrarre il cazzo, spingerle la testa in giù e farle leccare i suoi stessi succhi dal glande e dalla lunghezza.

«Pulisci. Poi ti ricasco dentro.»

Lei leccò con avidità, la lingua che gli puliva ogni centimetro, il sapore di entrambi. Quando lui la rialzò e la ripenetrò, le spinte erano ancora più profonde, quasi animali. Le mani le strinsero la gola quanto bastava per farle sentire il controllo, non per toglierle il respiro. Camila godeva della pressione, degli occhi di lui, della certezza di essere solo un buco da riempire in quel posto dimenticato.

«Otto… nove…» Contava tra i singhiozzi di piacere. Al nono orgasmo le lacrime le scorrevano libere, non di dolore ma di eccesso. Simone le slegò i polsi solo per ribaltarle di nuovo a pancia in giù, le braccia lungo il corpo, e riprese a scoparla da dietro tenendole i fianchi come maniglie. Ogni botta faceva sbattere le sue tette sul metallo. Le diede uno schiaffo dopo l’altro sul culo già rosso, e lei continuava a chiedere.

«Di più… usami di più… sono la tua merda da scopare…»

Lui ruggì basso e accelerò, il suono umido e osceno che riempiva il ripostiglio. Camila venne la decima volta senza fiato, il corpo che si irrigidiva e poi si scioglieva in scosse infinite. Solo allora Simone le affondò fino in fondo e si scaricò dentro di lei con gemiti rauchi, pompando sborra calda in profondità, tenendola bloccata finché non ebbe finito di svuotarsi.

La lasciò distesa sul tavolo un momento, ansimante, la figa che pulsava e lasciava colare un filo bianco sulle cosce. Poi la raccolse, la fece inginocchiare di nuovo e le fece leccare il cazzo ancora pulsante finché non fu pulito. Le massaggiò i polsi, le baciò la fronte sudata, ma lo sguardo era ancora carico.

«Alzati. Vestiti. Torna a sederti al gate come la dirigente di successo che fingi di essere.» Le sistemò i capelli, le riabbottonò la camicetta sopra i seni segnati. «Ma sotto sei piena della mia sborra e tremerai ogni volta che ti siedi. E se riesci a restare zitta per il resto del ritardo… forse ti ricompenso facendoti venire ancora una volta prima dell’imbarco. Altrimenti ti lego di nuovo qui e ti uso finché non perdi la voce.»

Camila lo guardò, le gambe molli, il sorriso di chi ha ottenuto esattamente ciò che voleva. «Sì, padrone.»

Uscirono. Il terminale era ancora deserto. Lei camminava con le cosce umide che si strofinavano, ogni passo un ricordo di quante volte era stata smontata. Si sedettero. Simone le posò una mano alta sulla coscia, sotto la gonna, le dita che sfioravano appena dove lei era ancora aperta e colante. Camila strinse le labbra e non emise un suono, ma gli occhi gli dicevano tutto.

Le ore scorrevano lente. Ogni tanto lui premeva un po’ di più, le faceva sentire le dita, e lei doveva mordere l’interno della guancia per non gemere. Quando finalmente annunciarono l’imbarco, Simone le sussurrò all’orecchio, la voce bassa e definitiva:

«Brava. Hai retto. Ma sappi che la prossima volta che un volo ritarda, ti farò venire in piedi in mezzo alla folla senza che nessuno capisca perché ti tremano le ginocchia.»

Camila chiuse gli occhi un istante, già bagnata di nuovo al solo pensiero, e capì che quattro ore non erano bastate a saziarla: l’avevano solo resa più affamata.

Quando l’aereo decollò, lei stringeva le cosce e sapeva che il vero ritardo era appena cominciato dentro di lei.

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