Sposa Consenziente al Ballo Nuziale
Petra, 42 anni, si fa scopare dal figliastro ventiquattrenne Xavier durante il ballo nuziale.
Sono Petra, ho quarantadue anni e da tre mesi sono la moglie di Malik, un imprenditore di sessantadue anni che mi ha fatto conoscere un mondo di agi e sicurezza che non avevo mai toccato prima. Quando l’ho sposato sapevo che avrei dovuto affrontare anche suo figlio Xavier, un architetto di ventiquattro anni tornato apposta dall’estero per il matrimonio. Alto, spalle larghe, capelli neri pettinati all’indietro con quella ciocca ribelle che gli cade sempre sulla fronte, Xavier ha uno sguardo che mi trapassa. Da mesi, da quando mi sono trasferita nella villa di famiglia per preparare le nozze, tra noi è scoppiata una guerra silenziosa di sguardi.
Ogni volta che entravo in cucina al mattino con la vestaglia di seta leggera, sentivo i suoi occhi scivolare sulle mie cosce, sui seni pesanti che premevano contro la stoffa. Io, invece, non riuscivo a staccare lo sguardo dalle sue mani forti, dalle vene che gli correvano sugli avambracci quando disegnava al tavolo. Sapevamo entrambi che era proibito. Io ero la sua matrigna, la donna che aveva promesso fedeltà a suo padre davanti a un altare. Eppure, ogni sorriso rubato, ogni “buongiorno Petra” pronunciato con quella voce bassa e calda, mi faceva contrarre la fica di desiderio colpevole.
Al ballo nuziale, la villa era illuminata da centinaia di lanterne dorate. L’abito da sposa mi fasciava il corpo come una seconda pelle: scollatura profonda che metteva in risalto il solco tra i miei seni maturi, vita stretta e gonna di raso e pizzo che si apriva in uno strascico regale. Sotto, indossavo solo un perizoma di pizzo bianco, così sottile che già solo camminare mi faceva sentire esposta. Malik ballava con le sue sorelle, orgoglioso e un po’ brillo, mentre io sentivo lo sguardo di Xavier bruciarmi la nuca.
Quando l’orchestra attaccò un lento profondo, lui si avvicinò. «Posso ballare con la sposa?» chiese a suo padre con un sorriso innocente. Malik acconsentì ridendo, e un attimo dopo le braccia di Xavier mi avvolsero. Il suo corpo era caldo, solido. Il profumo di legno e spezie del suo dopobarba mi entrò nei polmoni. All’inizio mantenemmo una distanza rispettabile, ma a ogni giro la distanza diminuiva. Sentivo il suo respiro sul mio orecchio. Il cuore mi batteva così forte che temevo lo sentissero tutti.
Le sue mani, grandi e decise, scesero lentamente lungo la mia schiena fino a posarsi sul mio culo. Non fu un tocco casuale. Le dita affondarono nella carne morbida attraverso il raso sottile, stringendo con possesso. Un brivido mi attraversò la spina dorsale e mi scappò un piccolo ansito. «Xavier…» mormorai, ma la voce mi uscì debole, tradita.
Lui avvicinò le labbra al mio orecchio, fingendo di sussurrarmi un complimento per gli ospiti che ci guardavano. «Da quando sei diventata la mia matrigna non penso ad altro che a scoparti, Petra. Ogni notte ti immagino piegata sul mio tavolo da disegno, con questo culo alto che prende il mio cazzo. Sei una tortura.»
Le sue parole mi colpirono come una scarica elettrica. Sentii la figa inondarsi all’istante. I capezzoli si indurirono contro il corpetto del vestito. Sapevo che era sbagliato. Malik era a pochi metri, gli invitati ridevano e brindavano, eppure il mio corpo si scioglieva contro quello del mio figliastro. Il suo cazzo era già duro; lo sentivo premere contro il mio ventre attraverso i pantaloni eleganti. Invece di ritrarmi, premetti impercettibilmente contro di lui, facendogli capire che lo volevo anch’io.
Non parlammo più. Con un cenno complice della testa, gli presi la mano e lo trascinai fuori dalla pista da ballo. Attraversammo il terrazzo illuminato, scendemmo i gradini di pietra verso il giardino sul retro della villa. C’era una vecchia dépendance usata come ripostiglio per gli attrezzi da giardino, nascosta tra siepi alte. La porta era socchiusa. Entrammo. L’aria era calda, profumata di terra e gelsomino. Appena chiusi la porta, la confessione esplose.
«Xavier, è una follia,» dissi con voce tremante, ma i miei occhi dicevano altro. «Tuo padre è là fuori. Questa è la nostra festa di nozze.»
Lui mi spinse contro il muro con urgenza controllata, le mani sui miei fianchi. «Lo so. E so anche che da mesi ci desideriamo. Ti ho vista guardarmi mentre facevo la doccia in piscina. Ho visto come stringi le cosce quando ti chiamo “matrigna” con quel tono. Dimmi che non lo vuoi e me ne vado subito.»
Non lo dissi. Invece gli presi il viso tra le mani e lo baciai. Fu un bacio famelico, lingue che si cercavano con disperazione. Le sue mani salirono a stringermi i seni attraverso il corpetto, pizzicando i capezzoli già dolorosamente turgidi. «Lo voglio,» confessai tra un bacio e l’altro. «Dio, Xavier, ti voglio da impazzire. Scopami. Solo questa volta. Facciamo questa cosa proibita.»
Le sue dita trovarono la cerniera laterale del vestito. La abbassò quel tanto che bastava per liberarmi i seni. Li divorò con la bocca, succhiando forte un capezzolo mentre con la mano mi strizzava l’altro. Io gemetti, passandogli le dita tra i capelli. La mia figa pulsava, bagnata in modo osceno. Sapevo che il pizzo delle mutandine era già fradicio.
Xavier mi sollevò di peso come se non pesassi nulla e mi mise seduta sul vecchio tavolo di legno al centro della stanza. Con un gesto deciso mi aprì le gambe, spingendo il vestito fino alla vita. Guardò il perizoma di pizzo bianco con occhi famelici. «Queste mutandine nuziali sono un insulto,» ringhiò. Afferrò il tessuto sottile e lo strappò con uno strattone secco. Il rumore della stoffa che cedeva mi fece contrarre la fica di eccitazione.
Si inginocchiò tra le mie cosce aperte. Il suo respiro caldo sulla mia figa depilata mi fece tremare. «Guardati. La mia matrigna troia già grondante per il cazzo del figliastro.» Poi la sua lingua affondò tra le mie labbra bagnate. Un lamento mi sfuggì dalle labbra mentre gli afferravo la testa con entrambe le mani, premendolo più forte contro di me. Leccava con abilità feroce: lunghi colpi piatti dal perineo al clitoride, poi cerchi rapidi intorno al bottoncino gonfio, infine succhiava forte. Due dita spesse entrarono dentro di me, curvandosi a cercare quel punto che mi faceva vedere le stelle.
«Oh cazzo… Xavier… sì, lì,» ansimavo piano, mordendomi il labbro per non urlare. Il rischio di essere scoperti rendeva tutto più intenso. Sentivo la musica lontana del ballo, le risate degli ospiti. Mio marito era là fuori a festeggiare mentre suo figlio mi divorava la fica sul tavolo del giardino. L’orgasmo arrivò velocissimo, violento. Le cosce mi tremarono intorno alla sua testa mentre venivo sulla sua lingua, bagnandogli il mento con i miei umori.
Non mi diede il tempo di riprendermi. Si alzò, si aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era grosso, venato, la cappella lucida di precum. Mi fece alzare, mi girò e mi piegò sul tavolo. Sentii la punta premere contro la mia apertura fradicia. Con una spinta potente entrò tutto fino in fondo. Il mio gemito fu soffocato dalla sua mano che mi coprì la bocca.
«Shhh, matrigna,» mi sussurrò all’orecchio mentre cominciava a scoparmi con colpi profondi e regolari. «Non vorrai farti sentire da tutti mentre prendi il cazzo di tuo figlio al tuo matrimonio, vero?» Ogni parola sporca mi faceva contrarre intorno a lui. Mi strizzava un capezzolo con la mano libera, tirandolo forte, mentre l’altra mi teneva premuta la bocca. Il suono bagnato dei nostri corpi che sbattevano riempiva la piccola stanza.
«Sei così stretta… così calda. Questa figa è fatta per me. Dillo. Dì che sei la mia troia.»
Tolsi per un secondo la sua mano. «Sono la tua troia,» gemetti. «Scopami più forte, Xavier. Riempimi.»
Lui aumentò il ritmo, martellandomi con spinte potenti che mi facevano sbattere i seni contro il legno ruvido del tavolo. Sentivo il suo cazzo toccarmi il fondo, la sacca pesante che sbatteva contro il mio clitoride. Un altro orgasmo mi travolse, più violento del primo. La mia fica si contrasse intorno a lui in spasmi incontrollabili. Xavier imprecò, mi morse la spalla attraverso il vestito e spinse fino in fondo. Lo sentii pulsare, poi il calore denso del suo sperma che mi inondava. Schizzi lunghi, caldi, che mi riempirono fino a colare lungo le cosce quando finalmente uscì.
Restammo così per qualche secondo, ansimanti, sudati, il suo petto contro la mia schiena. Il suo cazzo ancora dentro di me che dava gli ultimi spasmi. Poi si ritrasse. Mi girai, lo guardai. Aveva le labbra lucide dei miei umori, gli occhi ancora brillanti di desiderio. Ci sistemammo in silenzio: io cercai di sistemare il vestito strappato, lui si chiuse i pantaloni. Le mie mutandine erano inutilizzabili; le infilai nella tasca della sua giacca con un sorriso complice.
Prima di uscire, mi prese il viso tra le mani e mi baciò con una dolcezza sorprendente. «Questo non è finito, Petra. Anzi, è appena iniziato.»
Tornammo al ballo separatamente, con qualche minuto di distanza. Malik mi accolse con un bacio sulla guancia, chiedendomi dove fossi stata. Mentii con un sorriso radioso, dicendo che avevo preso un po’ d’aria. Xavier era dall’altra parte della sala, a chiacchierare con degli amici, ma ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano. Ogni volta era come una scarica. Sentivo il suo sperma colarmi lentamente lungo l’interno coscia mentre ballavo un valzer con mio marito. Il sapore proibito di ciò che avevamo fatto mi restava sulla lingua.
Sapevo che questa trasgressione era solo l’inizio. La prossima volta sarebbe stato più rischioso, più sporco, più lungo. E io, la sposa consenziente, non vedevo l’ora di tradire di nuovo.
Sono Petra, ho quarantadue anni e il valzer con Malik stava per finire ma il mio corpo era ancora in fiamme. Lo sperma di Xavier mi colava lento tra le cosce, caldo e denso, mentre mio marito mi stringeva la vita con quella sua mano da imprenditore soddisfatto. Ogni volta che spostavo il peso da un piede all’altro sentivo il risucchio viscido tra le grandi labbra gonfie, il perizoma strappato ridotto a uno straccio inutile nella tasca della giacca di suo figlio. La fica mi pulsava senza sosta, aperta, usata, eppure affamata di altro. Non bastava. La sveltina nella dépendance aveva solo aperto la porta a qualcosa di più oscuro, più sporco, più rischioso.
Quando la musica si spense Malik mi diede un bacio umido sulla guancia e io gli sorrisi come la sposa perfetta, poi mormorai che dovevo ritoccare il trucco. Attraversai la sala con lo strascico che frusciava, sentendo gli occhi di Xavier bruciarmi il culo attraverso il raso. Lui aspettò qualche secondo, poi lo vidi muoversi tra gli invitati come un lupo che segue l’odore della preda. Il corridoio che portava al grande bagno padronale era quasi deserto. Entrai, accesi la luce soffusa e mi appoggiai al lavandino di marmo freddo. Nello specchio enorme vidi una donna con le pupille dilatate, le labbra gonfie, i capezzoli che tendevano il corpetto come se volessero bucarlo. Tra le gambe il disastro era evidente: rivoli bianchi e lucidi mi segnavano l’interno delle cosce fino al ginocchio.
La porta si aprì di scatto. Xavier entrò, girò la chiave e in due passi mi fu addosso. Non disse una parola dolce. Mi afferrò per la nuca, mi spinse il viso contro lo specchio freddo e con l’altra mano alzò di colpo tutta la gonna fino alla vita, scoprendo il culo nudo e la figa ancora colante.
«Guardati, matrigna troia,» ringhiò contro il mio orecchio, la voce bassa e cattiva. «Quarantadue anni, abito da sposa, e già grondi di sborra del figliastro. Ti è piaciuto farti riempire mentre papà ballava con le zie, eh?»
Annuii contro il vetro, il respiro che appannava il riflesso. «Sì… cazzo, sì. Non è bastato. Ho ancora bisogno del tuo cazzo, Xavier. Scopami più forte stavolta.»
Lui rise, un suono basso e crudele. Mi aprì le natiche con entrambe le mani, guardò il mio ano e la figa che stillavano il suo sperma precedente. Senza preavviso infilò tre dita nella fica, pompando forte, facendo uscire schizzi bianchi che caddero sul marmo con rumore osceno.
«Senti che casino hai tra le gambe? Sembri una puttana da autostrada il giorno del suo matrimonio. E ora voglio il resto.»
Mi fece girare, mi spinse in ginocchio sul pavimento freddo. Il suo cazzo era già fuori, duro come marmo, la cappella viola e lucida di umori, le vene gonfie che correvano lungo tutta l’asta. Me lo sbatté sulle labbra senza gentilezza.
«Apri quella bocca da moglie di mio padre e succhia. Voglio sentirti strozzare sul cazzo che ti ha appena sborrato dentro.»
Lo presi fino in gola in un colpo solo. Il sapore era forte: la mia fica, il suo sperma, il mio stesso culo leggermente, tutto mescolato. Xavier mi tenne la testa con entrambe le mani e iniziò a scoparmi la faccia con spinte profonde, i testicoli che mi sbattevano sul mento. Lacrime mi rigavano il trucco, ma la fica mi si contraeva ogni volta che mi chiamava matrigna troia.
«Brava, così. Ingoia fino alle palle, Petra. Immagina se Malik entrasse adesso e vedesse sua moglie a quattro zampe che si fa usare la gola dal figlio ventiquattrenne. Gli verrebbe un colpo, cazzo.»
Dopo qualche minuto mi tirò su di peso, mi piegò di nuovo sul lavandino e mi entrò nella figa con una stoccata violenta che mi fece urlare. Mi coprì la bocca con la mano mentre cominciava a martellarmi. I colpi erano brutali, secchi, il suono bagnato delle sue anche contro il mio culo riempiva il bagno. I miei seni pesanti uscivano del tutto dal corpetto e sbattevano contro il marmo a ogni affondo.
«Stringi, troia. Stringi quella figa di matrigna intorno al cazzo del tuo figliastro. Dimmi a chi appartiene questa fica adesso.»
«A te,» gemetti tra le sue dita. «Appartiene al tuo cazzo, Xavier. Scopala, usala, rovinamela. Sono la tua puttana da matrimonio.»
Venni la prima volta così, guardando nello specchio il mio viso distorto dal piacere, l’abito da sposa ridotto a uno straccio alzato intorno alla vita, mentre lui mi martellava senza pietà. Le gambe mi tremavano, la fica schizzava umori che colavano sul suo cazzo e sui suoi testicoli.
Ma lui non rallentò. Uscì dalla fica con un suono osceno e puntò la cappella ancora bagnata contro il mio ano.
«Ora ti apro il culo, matrigna. Voglio sborrare dove nessuno ti ha mai preso, soprattutto non quel vecchio di mio padre.»
Sputò due volte, una sul cazzo e una direttamente sul buchetto stretto, poi spinse. Il bruciore fu feroce, ma la mia figa pulsava di eccitazione proibita. Lo sentii entrare centimetro dopo centimetro, largo, caldo, invadente. Quando le sue anche toccarono le mie natiche capii che ce l’aveva tutto dentro il culo. Il dolore si trasformò in un piacere sporco, profondo, animalesco.
«Muoviti,» lo implorai, la voce rotta. «Scopami nel culo. Sfondami mentre ballano là fuori.»
Xavier non se lo fece ripetere. Iniziò a pompare con colpi sempre più lunghi e forti, una mano che mi strofinava il clitoride come un ossesso, l’altra che mi strizzava un capezzolo tirandolo fino a farmi male. Lo specchio rifletteva tutto senza pietà: io, la sposa consenziente, piegata in due con il vestito nuziale intorno alla vita, il culo spalancato dal cazzo grosso del figliastro ventiquattrenne che la inculava senza freni.
«Senti come ti si allarga il buco, Petra? Senti come il tuo culo di quarantaduenne ingoia il cazzo del ragazzo che chiamavi “figliolo” fino a ieri? Sei solo una lurida matrigna troia che vuole essere usata in tutti i modi il giorno del suo matrimonio.»
Venni di nuovo, questa volta un orgasmo anale devastante che mi fece contrarre tutto il corpo. La fica schizzò sul pavimento, le ginocchia cedettero, ma lui mi tenne su per i fianchi e continuò a sfondarmi senza pietà. Il suo respiro era sempre più corto, i colpi più secchi.
«Prendi, troia. Prendi tutta la sborra nel culo.»
Spinse fino in fondo e lo sentii esplodere. Getti potenti, caldi, densi mi inondarono le viscere. Pulsò a lungo, svuotandosi completamente dentro di me mentre io gemevo come una puttana disperata. Quando uscì, il mio ano rimase aperto per qualche secondo, poi un fiotto spesso di sperma bianco e cremoso colò fuori, scendendo lungo la figa, mescolandosi ai miei umori e gocciolando sul pavimento tra le mie scarpe da sposa.
Xavier si pulì il cazzo sulle mie natiche, lo rimise nei pantaloni e mi diede un ultimo schiaffo sul culo.
«Torna da mio padre con entrambi i buchi pieni del mio sperma, matrigna. E la prossima volta ti farò pisciare mentre ti scopo, così capisci davvero quanto sei diventata la mia lurida vacca personale.»
Uscì per primo. Io rimasi qualche minuto a fissarmi nello specchio: viso distrutto, vestito sgualcito, sperma che continuava a colarmi dal culo e dalla figa senza sosta. Mi sistemai alla meglio, tornai nella sala da ballo e lasciai che Malik mi prendesse di nuovo tra le braccia per l’ultimo lento della serata. Sentivo tutto quel caldo denso muoversi dentro di me a ogni passo.
E mentre mio marito mi baciava teneramente sulla tempia, io pensavo solo a quanto mi piaceva avere il culo dilatato e pieno di sborra calda del mio figliastro, pronta a farmi sfondare di nuovo tutti e due i buchi come la troia matrigna più lurida del mondo.
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