Tempesta di Rimbalzo con lo Sconosciuto Nero

Divorziata di 32 anni si fa scopare selvaggiamente dal personal trainer nero di 28 anni sul lago di Como.

9 min read September 18, 2026New

La villa sul lago di Como affacciava sull’acqua scura come uno specchio nero. Vanessa, trentadue anni, divorziata da otto mesi e agente immobiliare di Milano, aveva preso l’appuntamento fuori orario proprio per evitare i clienti chiassosi. Tacchi alti e gonna stretta, entrò dal cancello laterale con le chiavi del proprietario. L’aria odorava di limone e cloro. Accanto alla piscina a sfioro, ancora in ristrutturazione, un uomo alto e scuro stava piegato sul bordo a sistemare le piastrelle. Quando si rialzò, Vanessa si fermò di botto.

Gideon aveva ventotto anni, pelle nera lucida di sudore, spalle larghe che riempivano la maglietta bianca fin quasi a farla strappare. I pantaloni da lavoro aderivano ai fianchi stretti e alle cosce poderose. I suoi occhi la fissarono senza sorriso, solo un’intensità che le strappò un brivido tra le cosce. «Signora?», chiese lui con voce bassa, accento lieve. «Sono il personal trainer del proprietario, ma stasera sto finendo i lavori in piscina. Non sapevo che venisse.»

Vanessa sentì il cuore battere più forte. Lui era immenso, muscoli scolpiti che luccicavano sotto le luci del giardino. «Vanessa. Sono qui per la valutazione. Non ti aspettavo.» Lo sguardo di lui scese sul decolleté, poi risalì lento. Quella tensione elettrica le bagnò subito la mutandina. Si trovarono a camminare insieme verso la cucina aperta, parlando di metri quadri e di concrete, ma le parole erano solo rumore. Il corpo di Gideon emanava calore e odore di sudore pulito e maschio.

Nella cucina di marmo bianco, Vanessa aprì il frigorifero per offrire acqua. Quando si voltò, lo vide appoggiato al bancone. Il rigonfiamento nei suoi pantaloni era evidente, grosso, lungo, che premeva contro il tessuto. Lei sorrise maliziosa, le labbra aperte. «Vedi qualcosa che ti piace, Gideon?»

Lui si avvicinò. La mano scura, ampia, le sfiorò il braccio nudo. La pelle di Vanessa sembrava latte sotto le sue dita. «Voglio assaggiare la tua pelle bianca», le sussurrò all’orecchio, labbra che sfioravano il lobo. «Da quando ti ho vista scendere le scale, cazzo, mi si è indurito tutto. Dimmi se lo vuoi anche tu.»

Vanessa sentì il fuoco tra le gambe. «Lo voglio. Ora.» Lo baciò con fame, spingendolo indietro contro il bancone di pietra. Le lingue si scontrarono, umide, aggressive. Le mani di lei strapparono la maglietta di lui; il torace nero e levigato apparve, pettorali duri, addominali a mattoncini lucidi di sudore. Gideon le abbassò la cerniera della gonna, le fece scivolare giù le mutandine bagnate. «Confermalo», gemette lui mentre le dita scure le trovavano la fessura già zuppa. «Dimmi che mi vuoi dentro.»

«Ti voglio. Scopami. Usami.» Si tolsero i vestiti in fretta. Il cazzo di Gideon saltò fuori pesante, scuro, venato, la testa larga e lucida di liquido. Vanessa lo strinse con entrambe le mani, meravigliata dalla misura. Lui la sollevò come se non pesasse nulla e la adagiò sul tavolo di legno. Le spalancò le cosce bianche, le guardò la figa rasata e gonfia, poi abbassò la testa.

La lingua nera e spessa di Gideon le leccò tutta la fessura in un colpo solo, larga, calda, che entrava e usciva. Vanessa urlò, schiena inarcata, mani nei capelli corti di lui. «Oh cazzo, così… mangiami…» Lui succhiò il clitoride con forza, due dita scure già dentro a dilatarla, poi la lingua di nuovo, più in profondità, facendola scivolare nei suoi stessi succhi. Lei veniva già, cosce che tremavano contro le spalle di lui, grida che rimbalzavano contro le vetrate sul lago.

Appena smise di pulsare, Gideon la trascinò giù, la voltò e la spinse contro il muro di pietra. Le sollevò una gamba, puntò il cazzo grosso all’ingresso bagnato e entrò d’un colpo solo. Vanessa gridò di piacere e di pienezza; la figa bianca si stirava intorno a quel toro nero che la riempiva fino in fondo. Lui la scopò selvaggio, spinte lunghe e dure che le facevano sbattere le chiappe contro il muro. «Tutta questa figa bianca stretta…», borbottò contro il suo collo, «fatta per il mio cazzo nero. Sentila come mi strizza.» Vanessa gli graffiava la schiena muscolosa, lasciando scie rosse sulla pelle scura, gemendo a ogni botta. «Più forte… riempimi…»

Lui la scaraventò sul divano di pelle. Vanessa ci salì a cavalcioni, prese il cazzo scuro e se lo infilò da sola, scendendo tutta d’un fiato. I seni bianchi e sodi rimbalzavano a ogni ondata. Gideon le stringeva i fianchi con le mani enormi, guidandola su e giù, più veloce, più profondo. «Guarda come ti scivola dentro, puttana mia… la tua figa bianca è una morsa sul mio cazzo nero. Dimmi chi ti sta scopando.»

«Tu… tu, Gideon… il tuo cazzo grosso mi sta spaccando…» Lei cavalcava con forza, capelli scuri che le battevano sulla schiena, gemiti rochi. Lui le morse un capezzolo, poi le parlò sporco contro il seno: «Voglio sborrarti dentro. Voglio che la mia sborra nera ti colmi tutta, che ti scenda lungo le cosce mentre cammini. Sei d’accordo?»

«Sì… vienimi dentro… riempimi…» L’orgasmo li colse insieme. Vanessa strinse le pareti intorno a lui e tremò tutta, un urlo lungo che le spezzò la voce mentre il piacere le esplodeva in ondate. Gideon ruggì, affondò fino alle palle e sparò getti caldi e potenti, spessi, che le riempirono la figa a pressioni successive. Lei sentiva ogni scarica, caldo, tanto, che già le usciva ai lati mentre lui continuava a spingere. Ancora dentro, ancora duro, la teneva stretta sui fianchi.

Il respiro di entrambi fischiava. Il cazzo di Gideon pulsava ancora contro il fondo del suo utero. Vanessa, sudata e piena, gli morse la spalla e sussurrò: «Non abbiamo finito. La villa è nostra tutta la notte… e io voglio sentire quel cazzo nero anche in gola e nel culo prima che l’alba arrivi sul lago.»

Gideon le sorrise per la prima volta, occhi scuri accesi di fame nuova, e senza uscire da lei la sollevò di peso verso le scale che salivano alle camere padronali, ancora conficcato fino in fondo mentre lei gli si aggrappava al collo, gocce di sborra che già le colavano lungo l’interno coscia.

Gideon la portò su per le scale senza mai sfilarsi da lei, ogni gradino che le faceva sentire il peso del suo cazzo ancora duro e grosso, la sborra calda che le colava lungo la coscia interna e gocciolava sul marmo. Vanessa gli stringeva il collo, le gambe avvolte intorno ai fianchi di ferro, e sentiva ogni vena pulsare contro le pareti ancora contratte. La camera padronale si aprì su un letto immenso affacciato sul lago nero; lui la depose di schiena e solo allora uscì, il suo membro scuro lucido di sborra e succhi, che saltò su pesante e già pronto di nuovo.

Lei scivolò subito in ginocchio sul tappeto, le labbra aperte, gli occhi fissi su quel monumento di carne nera. «Voglio sentirti in gola», mormorò, la voce rauca di piacere. «Usami la bocca come hai usato la figa.» Gideon le afferrò i capelli scuri con una mano enorme e le puntò la testa lucida sulle labbra. Vanessa le aperse larghe e lo accolse, la lingua che girava intorno al glande salato di entrambi i loro umori. Lui spinse lento all’inizio, lasciandola assaggiare, poi più a fondo, finché la gola di lei si dilatò intorno a quel diametro impossibile. Lei gorgogliò, occhi pieni d’acqua, ma non indietreggiò; le mani le strinsero le natiche di lui e lo tirò ancora più dentro, sentendo le palle pesanti batterle sul mento.

«Cazzo, Vanessa… la tua gola bianca mi strozza così bene», borbottò lui, le anche che iniziavano a muoversi a spinte corte e profonde. Lei saliva e scendeva, succhiando forte, saliva che le scorreva sul mento e sul petto, i seni che ballonzolavano a ogni botta. Il sapore di sborra e figa le riempiva la bocca; lo voleva tutto, voleva soffocare su di lui. Gideon accelerò, le tenne la testa ferma e la scopò la gola con ritmo selvaggio, il suono umido e gorgogliante che riempiva la stanza. Vanessa si toccava la figa con due dita mentre lo prendeva, già di nuovo zuppa, clitoride gonfio e sensibile. Quando lui ruggì e le sparò il primo getto caldo dritto in gola, lei inghiottì gola aperta, ma ce n’era troppa: le colò agli angoli delle labbra, scese sul collo, e lei lo leccò tutto, occhi alzati su di lui come una puttana affamata.

Lui la sollevò, la gettò sul letto a pancia in giù e le spalancò le chiappe bianche e sode. Vanessa sentì il pollice scuro premere sul buco stretto del culo, ancora lubrificato dalla sborra che le scendeva dalla figa. «Dimmi che lo vuoi anche qui», le ordinò, la voce grave. «Dimmi che vuoi il mio cazzo nero nel culo stretto.»

«Lo voglio», gemette lei, spingendo indietro il bacino. «Spaccami il culo, Gideon. Riempimi anche lì. Sono tua tutta la notte.» Lui sputò sulla fessura, ci lavorò due dita scure fino a farla cedere, poi puntò il glande grosso e spinse. Vanessa urlò nel cuscino, la strettezza che bruciava e si apriva intorno a quella invasione nera. Centimetro dopo centimetro lui entrò, finché le palle le battevano contro la figa ancora piena. Restò fermo un momento, lasciandola abituarsi, poi iniziò a scoparla il culo con spinte lunghe e possenti.

Ogni botta le faceva vedere stelle; il cazzo nero le stirava l’anello rosato, entrava fino in fondo e usciva lucido di saliva e sborra. Vanessa spingeva indietro incontro a lui, gemendo «più forte… più forte, cazzo… usami il culo come una troia». Gideon le afferrò i fianchi e la martellò, la pelle chiara che si arrossava sotto le sue mani scure, il suono di carne contro carne che rimbombava. Le diede uno schiaffo sulla chiappa, poi un altro, e lei venne di nuovo solo da quello, la figa che spremeva a vuoto mentre il culo si contraeva spasmodico intorno a lui.

Lui la voltò di scatto, le sollevò le gambe sulle spalle e rientrò nel culo di fronte, così poteva guardarla in faccia mentre la sfondava. Vanessa si toccava i seni, i capezzoli duri, e gli diceva sporcizie tra un gemito e l’altro: «Guarda come mi prendi… il tuo cazzo nero mi allarga tutto… sborrami anche nel culo, riempimi di sborra nera finché non ne posso più». Gideon accelerò, sudore che gli luccicava sul torace scolpito, e quando venne di nuovo ruggì il suo nome, sparando getti caldi e densi in profondità. Lei li sentì, caldo che la riempiva, che le usciva ai lati a ogni spinta residua.

Ancora non bastava. Si pulirono a vicenda con la lingua, lui le leccò la sborra che le usciva dal culo e dalla figa, lei gli ripulì il cazzo ancora pulsante. Poi lo risalì a cavalcioni, se lo infilò di nuovo nella figa gonfia e lo scopò a lungo, lenta e profonda, guardandolo negli occhi. «Ancora», sussurrò. «Voglio che mi fotti finché l’alba non ci trova morti di piacere.» Gideon la rovesciò, la prese di lato, poi a pecora sul bordo del letto con vista sul lago, poi contro la vetrata fredda mentre lei guardava l’acqua nera e lui la martellava da dietro, un braccio intorno al petto, l’altro che le strofinava il clitoride.

Vennero insieme l’ultima volta quando il cielo iniziò a schiarire di grigio. Vanessa strinse tutto intorno a lui e gridò, un orgasmo lungo che le fece tremare le gambe; Gideon le sborrò dentro l’ultima carica, densa e calda, tenendola stretta contro il vetro. Crollarono sul letto, corpi bianchi e neri intrecciati, sudati, pieni, la sborra che colava da ogni buco di lei. Lei gli accarezzò il petto largo, le labbra contro la pelle scura, e sussurrò: «Non me ne vado. Resta.»

Lui la baciò, lento stavolta, e restò conficcato in lei mentre fuori il lago di Como si tingueva di luce.

Quando l’alba toccò l’acqua, Vanessa capì che non avrebbe più chiamato nessun altro nome al momento di venire.

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