Amici di Letto, Cuori che Cedono
Due amici di letto, l’idraulico di 32 anni Omar e il personal trainer di 28 anni Wesley, cedono alla voglia di scopare da fidanzati.
Omar aveva trentadue anni e le mani ancora segnate dal lavoro del pomeriggio quando la chiave di Wesley girò nella serratura del monolocale. Non era un’intrusione: da mesi quella copia stava nel portachiavi del personal trainer di ventotto anni, un accordo tacito quanto il resto. Si vedevano, si scopavano, si separavano. Niente messaggi al mattino, niente cene, niente “come stai andato oggi”. Solo il monolocale di Omar, il divano che sapeva di sesso e deodorante barato, e i corpi che si cercavano con una fame che, fino a quella sera, aveva preteso di restare senza nome.
Wesley chiuse la porta con il piede. Indossava ancora la tuta nera del centro, la cerniera semiabbassata sul petto largo, il tessuto che disegnava cosce e pacco senza pudore. Omar, in canottiera grigia e jeans slacciati alla vita, lo squadrò dall’angolo cucina mentre finiva di lavarsi le mani. L’acqua scorreva, ma lui non sentiva quasi il rubinetto: sentiva solo il modo in cui Wesley respirava, un filo più corto del solito, e il modo in cui lo guardava — non con la fretta abituale di chi vuole soltanto venire e andarsene.
«Sei in anticipo», disse Omar, asciugandosi. La voce gli uscì già roca.
«Avevo bisogno di parlarti prima di… prima del resto.» Wesley lasciò cadere la borsa da palestra vicino alla porta e si avvicinò. L’odore di sapone e di pelle calda lo precedette. «Omar. Questi mesi… io… cazzo, non so come dirtelo senza sembrare un coglione.»
Omar spense l’acqua, si voltò del tutto. Il desiderio gli batteva già basso nella pancia, familiare e crudele: sapeva com’era fatto il culo di Wesley, sapeva quanto stringeva quando lo prendeva a fondo, sapeva il suono che faceva quando veniva con il cazzo di Omar conficcato fino alle palle. Ma quella sera c’era qualcosa d’altro negli occhi castani del trainer — una vulnerabilità che gli faceva venire voglia di spingerlo contro il muro e al tempo stesso di ascoltarlo fino in fondo.
«Dillo», fece Omar. Si avvicinò di un passo. «Siamo amici di letto, non monache. Parla.»
Wesley inspirò. «Ho iniziato a provarci qualcosa di più forte. Non solo voglia di scopare. Quando sto con un cliente, penso a come mi tieni le anche. Quando vado a dormire, mi batte il cazzo ricordandomi di come mi riempi. Voglio… voglio che sia da fidanzati. Possessivo. Tuo. E io tuo. Non solo stasera. Capisci che cazzo sto dicendo?»
Il silenzio che seguì fu denso. Omar sentì il sangue scendere dritto all’inguine. La canottiera gli era improvvisamente troppo stretta sul petto. Guardò Wesley — le spalle da chi solleva pesi ogni giorno, la bocca carnosa, il pacco già in evidenza sotto la tuta — e il desiderio gli salì alla gola come un sorso di qualcosa di forte.
«Ti guardo e mi si indurisce solo a sentirti parlare così», ammise Omar, senza abbellire. «Da settimane non riesco a riparare un rubinetto senza immaginarmi le tue gambe aperte sul mio divano. Credevo fossimo bravi a tenerlo leggero. Invece mi hai rovinato anche quello.» Un mezzo sorriso sporco gli piegò la bocca. «Vieni qui.»
Si sedettero sul divano come tante altre sere, ma niente era uguale. Le ginocchia si sfiorarono. Wesley posò una mano sulla coscia di Omar, alta, le dita che premevano il denim proprio dove il cazzo cominciava a tendere la zip. Omar rispose palpeggiandogli il petto attraverso la tuta, pinzandogli un capezzolo già duro, poi scendendo piano fino a prendere a piene mani il pacco gonfio.
«Cazzo, sei già gocciolante», borbottò Omar, stringendo. «Ammettilo. Sei venuto qui col buco che ti pruriva all’idea di dirmi che mi vuoi da fidanzato e poi farti sfondare lo stesso.»
Wesley emise un suono basso, mezzo risata mezzo gemito. «Sì. Ti voglio possessivo. Voglio che mi tratti come se fossi solo tuo. Niente altri cazzi, niente altre bocche. Solo il tuo. E io che ti succhio e ti prendo finché non ti spezzi.» Le sue dita aprirono i bottoni dei jeans di Omar con una familiarità oscena, scivolarono dentro, avvolsero il cazzo già pesante e caldo. «Senti quanto sei duro. Dillo anche tu. Dillo che non pensi ad altro.»
Omar gli afferrò il polso, non per fermarlo, ma per guidarlo in una stretta più decisa, su e giù lungo l’asta. «Non penso ad altro», raschiò. «Al lavoro sento il trapano e mi viene in mente quanto mi scopi forte la gola. A letto da solo mi seghe pensando al tuo culo che mi strizza il cazzo quando stai per venire. Wesley… se stasera diventiamo “da fidanzati”, io non ti mollo più. Ti prendo quando voglio. Ti lascio i lividi sui fianchi. Ti riempio e ti mando in palestra ancora gocciolante di me. Ti sta bene?»
«Mi sta da Dio», soffiò Wesley. Si sporse e gli leccò l’angolo della bocca, una provocazione. «Palpami il culo. Forte. Come se fosse già tuo di diritto.»
Omar non se lo fece ripetere. Con la mano libera gli abbassò la tuta e il boxer d’un colpo solo fino a metà coscia, esponendo il cazzo di Wesley — grosso, venato, la testa già lucida di precome — e il culo sodo, da chi fa squat come un ossesso. Gli affondò le dita tra le chiappe, trovò l’ingresso ancora stretto, ci stuzzicò intorno col polpastrello asciutto solo per sentirlo contrarsi.
«Troietta di un personal trainer», mormorò Omar contro la sua guancia, sporco e affettuoso nello stesso respiro. «Mesi a farmi entrare qui dentro “senza impegno” e adesso tremi perché vuoi il pacchetto completo. Fidanzati che si inculano come animali. È questo che ti eccita?»
«Sì— cazzo, sì.» Wesley muoveva i fianchi incontro alle dita, cercando più pressione. «Voglio che mi guardi mentre ti cavalco e sappia che non è solo una scopata. Voglio che mi dici “sei mio” mentre mi spacchi. Omar… baciami. Prima di spogliarmi tutto. Baciami come se fossimo già oltre.»
Il bacio arrivò affamato, senza prove. Bocche aperte, lingue che si cercavano con urgenza, denti che sfioravano labbra. Omar lo tirò sopra di sé a cavalcioni ancora mezzo vestito, il cazzo di Wesley che sbatteva caldo contro la pancia scoperta sotto la canottiera alzata, il proprio cazzo libero dai jeans che strofinava contro la fessura delle chiappe di Wesley. Si baciaro come gente che ha trattenuto troppo a lungo una verità: baci umidi, gemiti inghiottiti, saliva, il suono obsceno di labbra che non volevano staccarsi.
Quando si separarono per respirare, Wesley aveva le pupille dilatate e le mani già sotto la canottiera di Omar, a torcergli i capezzoli.
«Spogliami», chiese, la voce rotta. «Spogliami e poi spogliati. Voglio vederti nudo e duro sapendo che stasera non è “solo sesso”. È sesso da fidanzati. E poi…» Inginocchiò lo sguardo, sfacciato. «Poi ti prego di prendermi senza pietà. Niente preparazioni infinite, niente dolcezze da film. Voglio il tuo cazzo che mi apre e mi usa. Voglio sentirmi tuo finché non cammino storto domani in palestra.»
Omar lo spinse indietro sul divano quanto bastava per strappargli tuta e boxer del tutto, scarpe e calzini via in due gesti. Wesley nudo era una provocazione camminante: pettorali definiti, addome a tartaruga lucido di un filo di sudore, cosce grosse, cazzo che pulsava contro il ventre, buco che si contraeva sotto lo sguardo di Omar come se già invocasse. Omar si tolse la canottiera, calciò via jeans e slip. Rimasero nudi uno di fronte all’altro nella luce gialla della lampada, cazzi dritti, respiri corti.
Omar gli aprì le ginocchia con le mani, si chinò a morderli l’interno coscia abbastanza da lasciare il segno, poi risalì leccandogli le palle, la base del cazzo, senza però prendenderlo in bocca del tutto — solo per farlo imprecare.
«Senza pietà, hai detto», ripeté Omar, la voce un brontolio. Gli sputò sulla mano, portò due dita al buco di Wesley e le affondò con decisione, sentendolo cedere e stringere insieme. «Senti? Ti apri già per me. Da bravo fidanzato puttana. Dimmi di nuovo cosa vuoi. Ad alta voce.»
Wesley aveva la testa riversa sul bracciolo, le mani che si aggrappavano ai poggiatesta. «Voglio il tuo cazzo. Voglio che mi scoperi come se dovessi ricordarmi per una settimana a chi appartengo. Inculami. Usami. Fottimi senza freni — Omar, ti prego, prendimi stasera senza pietà. Sono tuo. Voglio essere tuo per davvero.»
Omar gli spinte le dita più a fondo, curvò le falangi cercando quel punto che faceva inarcare la schiena a Wesley ogni volta. Lo trovò. Wesley gettò un urlo strozzato, il precome che gli filava sul ventre.
«Guarda come goccioli solo perché ti dico che sei mio», ringhiò Omar, eccitato fino al dolore, il cazzo che batteva ignorato contro la coscia di Wesley. «Stasera ti apro. Ti metto a pecora su questo divano e ti monto finché non urli il mio nome. Poi ti giro e ti guardo in faccia mentre ti riempio. E non sarà “amici di letto”. Sarà io che mi prendo il mio fidanzato.»
Si chinò di nuovo a baciarlo, più lento ma non meno sporco, mentre le dita continuavano a lavorarlo, tre adesso, allargandolo con una pazienza crudele che era già una promessa di tutto il contrario. Wesley gli succhiava la lingua, gli muoveva il culo incontro alla mano, il corpo intero un’offerta dichiarata.
Fuori, la città faceva il suo rumore lontano. Dentro al monolocale c’era solo il suono umido delle dita di Omar nel culo di Wesley, i baci, i «cazzo» sussurrati, e la tensione che non esplodeva ancora — che restava lì, tesa come una corda, perché entrambi sapevano che la vera scopata, quella da fidanzati, quella senza pietà che Wesley aveva implorato, stava per cominciare sul quel divano disastrato, e che una volta iniziata non sarebbe più tornata indietro all’accordo leggero di un tempo.
Omar ritirò le dita, si passò il precome sulla propria asta, si allineò all’ingresso caldo e pulsante. Non spinse ancora. Restò lì, la testa del cazzo che baciava il buco di Wesley, gli occhi nei suoi.
«Ultima chance di restare solo amici che si trombano», disse, anche se la voce tradiva che non c’era più nessuna chance vera.
Wesley gli avvolse le gambe intorno alla vita, lo tirò più vicino, il respiro spezzato contro la bocca di Omar.
«Inculami. Sono già tuo. Fallo.»
Omar affondò il primo centimetro, lento solo per sentirlo cedere, e il gemito che condivisero riempì il monolocale come un giuramento sporco — l’inizio di qualcosa che non avrebbero più potuto fingere di chiamare “senza impegno”, mentre la notte davanti a loro restava ancora tutta da bruciare.
Omar restò fermo un secondo solo, il glande conficcato nell’anello stretto di Wesley, poi si ritrasse di scatto. Wesley gemé per la perdita, le cosce ancora spalancate, il buco che si contraeva a vuoto cercando ciò che gli era stato tolto.
«In ginocchio», ordinò Omar, la voce bassa e ruvida. «Prima mi apri la gola. Voglio vederti con le labbra intorno al mio cazzo sapendo che da stasera sei il mio fidanzato puttana.»
Wesley scivolò giù dal divano senza esitare, le ginocchia sul pavimento freddo del monolocale. Afferrò l’asta pesante di Omar con tutte e due le mani, la leccò dalla base fino alla fessura lucida, poi spalancò la bocca e lo ingoiò. Omar gli affondò le dita nei capelli castani e spinse. Il cazzo grosso e spesso scivolò oltre la lingua, urtò il fondo della gola; Wesley tossì intorno all’intrusione, gli occhi che lacrimavano, ma non si tirò indietro. Succhiava con rumore osceno, saliva che gli colava dal mento sulle palle di Omar, gola che si apriva a ogni spinta.
«Così, bravo», ringhiò Omar, muovendo i fianchi. «Ingoia tutto. Sento la tua gola che mi strozza il cazzo. Sei già mio, cazzo. Solo mio.» Continuò a scopargli la bocca con ritmi lunghi e profondi, fino a quando Wesley ebbe il viso rosso e il naso schiacciato contro il pube. Solo allora Omar lo staccò, un filo di bava che collegava ancora le labbra gonfie alla testa del cazzo.
Lo sollevò di peso, lo piegò in avanti sul tavolo della cucina. Wesley appoggiò le guance sul legno freddo, il culo alto e offerto. Omar si mise in ginocchio dietro di lui, gli aprì le chiappe sode con le mani e ci conficcò la lingua dritta nel buco. Leccó, succhiò, spinse la punta umida dentro l’anello già lubrificato dal precome e dalla saliva precedente. Wesley imprecò, i pugni chiusi sul tavolo.
«Omar— cazzo, sì, leccami lì… aprimi…»
Due dita entrarono accanto alla lingua, poi tre, allargandolo con scatti precisi. Omar lo lavorò finché il buco non fu morbido, lucido, pronto a prendere tutto. Si rialzò, sputò ancora una volta sull’ingresso e lo trascinò di nuovo sul divano.
Lo stese sulla schiena, gli alzò le gambe sulle spalle. Il cazzo di Omar spinse dentro d’un colpo solo, fino alle palle. Wesley urlò, la schiena che si inarcò, le unghie che graffiarono le braccia di Omar.
«Guardami», ordinò Omar, iniziando a scoparlo con spinte violente, pesanti, il divano che cigolava sotto di loro. «Guardami mentre ti sfondo. Sei il mio fidanzato e ti inculo come una troia di mia proprietà.» Ogni affondo faceva sbattere le palle contro il culo di Wesley; il suono umido e carnale riempiva la stanza. Omar gli afferrò i polsi e li tenne sopra la testa, conficcandosi più a fondo, cercando la prostata a ogni colpo. Wesley piangeva di piacere, la voce rotta.
«Più forte— cazzo, Omar, spacami… sono tuo… sono solo tuo…»
Omar lo scopò così finché il sudore non gli colò dal petto sugli addominali di Wesley. Poi lo girò di scatto, lo trascinò verso il letto matrimoniale disfatto, lo mise a pecora col culo all’aria e le spalle schiacciate sul materasso. Rientrò di nuovo, più grezzo, e riprese a sbatterselo con forza. Le mani gli afferrarono i fianchi lasciando già i segni rossi delle dita. Il rumore di pelle contro pelle era umido, forte, rabbioso.
Wesley si masturbava disperato, la mano che volava sul proprio cazzo gocciolante mentre Omar lo montava come un animale.
«Riempimi», singhiozzò. «Voglio il tuo sperma dentro. Voglio camminare domani in palestra ancora pieno di te. Inculami, fidanzato di merda, riempimi il culo—»
Omar accelerò, i colpi così profondi che Wesley urlava il suo nome a ogni affondo. Poi si ritrasse di nuovo, si stese sulla schiena e tirò Wesley sopra di sé.
«A cavalcioni. Impalati tu. Voglio vederti scendere sul mio cazzo finché non ci veniamo addosso.»
Wesley obbedì. Afferrò l’asta, se la allineò al buco allargato e si lasciò cadere. Entrò tutto, fino in fondo, un gemito gutturale che gli uscì dalla gola. Cominciò a cavalcare, alzandosi e riabbassandosi con forza, le cosce da trainer che lavoravano, il culo che ingoiava e stringeva. Omar gli teneva i fianchi, spingendo dal basso incontro a ogni discesa. Il letto scricchiolava. I corpi erano lucidi di sudore, i respiri spezzati, i cazzi pulsanti.
«Vieni con me», raschiò Omar. «Vieni sul mio cazzo mentre ti riempio. Adesso.»
Wesley strinse il pugno intorno alla propria asta e si segò rapido, il culo che si contraeva in spasmi intorno a Omar. Venne con un urlo strozzato, schizzi caldi e spessi di sperma che gli solcarono gli addominali a tartaruga, salendo fino al petto. La stretta del suo buco spinse Omar oltre il limite: affondò fino alle palle e esplose, getti densi che gli riempirono il culo, caldo, pulsante, infinito. Continuarono a muoversi l’uno contro l’altro finché non restò più niente da spremere, solo spasmi e respiro corto, lo sperma di Wesley che colava caldo tra i loro addomi sudati e quello di Omar che filtrava già lento fuori dal buco allargato.
Rimasero così, Omar ancora conficcato dentro di lui, i cuori che martellavano. Si baciaro lenti, lingue pigre, sapore di saliva e sesso. Wesley aveva la fronte appoggiata a quella di Omar, un sorriso stanco e sporco.
«Allora», mormorò, la voce roca. «Da fidanzati. Per davvero. Niente più “solo amici di letto”.»
Omar gli accarezzò la schiena sudata, ancora sepolto fino in fondo. «Sì. Sei mio. Io sono tuo. Ti prendo quando voglio, ti lascio i lividi, ti mando al lavoro ancora gocciolante. E tu fai lo stesso con me.» Un mezzo riso. «Adesso ordiniamo da mangiare prima che ci venga un malore. Poi restiamo abbracciati tutta la notte. E ti prometto altre notti così. Sporche. Da amanti ufficiali che si inculano come bestie.»
Wesley rise contro la sua bocca, esausto, felice, ancora pieno. Chiamarono il cibo dal telefono di Omar senza staccarsi del tutto, ordini confusi tra baci e mani pigre. Mangiarono nudi sul letto, risero delle cose banali, si promisero di svegliarsi insieme, di mandarsi messaggi al mattino, di non fingere più che fosse leggero. Poi si riarrotolarono uno contro l’altro, Omar che rientrava piano nel culo caldo e lubrificato di Wesley solo per restare lì, connessi, mentre la città fuori continuava a fare rumore e loro no.
Omar gli morse l’orecchio, la voce ancora carica di quella fame che non si era spenta del tutto.
«Dormi pure, fidanzato. Domani mattina ti sveglio col cazzo già dentro e ti riempio di nuovo prima che tu metta piede in palestra.»
Rate this story
Qualcosa non va in questa storia?
Popular Collections
Browse Categories