Resa nel Retrobottega
Nel retrobottega Marco, 32 anni, meccanico robusto, si fa scopare con forza da Luca, 28 anni atletico, che è venuto apposta per farsi usare.
Non so ancora bene perché te lo stia raccontando, ma ce l’ho stampato addosso come l’odore di grasso e catena. Avevo trentadue anni, le mani sempre nere di olio, e il mio piccolo negozio di riparazioni bici a Roma, infilato in un vicolo che puzzava di scarico e caffè troppo lungo. Il retrobottega era angusto, pieno di pezzi, camere d’aria appese e un banco da lavoro graffiato da anni di lavori frettolosi. Io c’ero in mezzo, maglietta sudata che mi attaccava al petto tatuato, quando è entrato lui.
Luca aveva ventotto anni, fisico atletico, spalle strette nella maglia chiara, cosce da chi pedala sul serio. Era venuto a ritirare la mountain bike. L’avevo rifatta io, freni nuovi, sella regolata. Ci siamo guardati troppo a lungo già dal bancone davanti. Lui ha sorriso sfacciato, senza vergogna, e ha fatto una battuta sulla mia faccia unta: «Sei più sporco della mia catena, Marco. Ti sta bene». Io ho riso basso, sentendo il sangue scendere dritto all’inguine. Nello spazio stretto del retro dove l’ho portato a controllare l’ammortizzatore, le nostre braccia si sfioravano per forza. Ogni volta che mi chinavo, sentivo il suo sguardo sul culo. La tensione saliva rapida, grezza, perché entrambi la volevamo aperta, senza giri di parole.
«Sai perché ho scelto proprio il tuo negozio?» ha detto alla fine, con quel sorriso malizioso che gli spaccava la faccia. «Potevo andare da chiunque. Ma ho visto te una volta fuori, con le braccia piene di grasso, e ho deciso che dovevo flirtare con il meccanico tatuato. La bici era solo la scusa.»
Mi è partito un caldo alla base della schiena. Non ero abituato a clienti così diretti. Di solito i tipi guardano, fanno finta, pagano e spariscono. Luca no. Stava lì, vicino, e il cazzo mi si era già indurito nei jeans solo a sentirlo ammettere il gioco.
La tensione è salita ancora quando si è avvicinato fingendo di osservare una saldatura sul telaio. Mi ha sfiorato il braccio, le dita calde sulla pelle sudata, e mi ha sussurrato all’orecchio, abbastanza vicino da farmi sentire il fiato: «Mi eccita un casino il tuo odore. Sudore e metallo. Come se ti fossi scopato mezzo garage prima che arrivassi».
Cazzo. Quella sfacciataggine mi ha fatto perdere la pazienza buona. L’ho afferrato per la maglia, l’ho tirato contro di me e l’ho baciato con fame, bocca aperta, lingua che cercava la sua senza chiedere permesso perché il permesso era già tutto negli occhi. Lui ha risposto subito, denti contro labbra, un gemito basso che mi è finito dritto nelle palle. Eravamo entrambi duri, vogliosi, e non c’era dubbio su quanto fossimo consenzienti. Si è premuto all’inguine contro il mio e mi ha sentito. Poi mi ha sussurrato all’orecchio, caldo e chiaro: «Voglio essere usato. Qui. Subito. Scopami nel tuo retrobottega, Marco. Usami».
Non ho avuto bisogno di altro. L’ho spinto contro il banco da lavoro. Gli attrezzi hanno tintinnato. Gli ho sbottonato i pantaloni con mani svelti, glieli ho calati insieme al boxer, e il suo cazzo è saltato fuori già gocciolante, bello grosso, venato. Mi sono inginocchiato sui mattoni sporchi e gliel’ho preso in bocca con voracità, senza preamboli. L’ho succhiato fondo, sentendo la testa premermi la gola, il sapore salato già lì. Luca ha gemuto forte, le mani nei miei capelli, tenendomi la testa mentre spingeva piano. «Fanculo, sì… così… mangiami il cazzo…» Diceva roba sporca e io rispondevo solo con la gola che si apriva, saliva che mi colava sul mento e sul suo sacco. Gli ho massaggiato le palle con una mano unta di olio residuo, l’altra gli stringeva una coscia dura. Lui tremava, le anche che si muovevano, e ogni tanto mi guardava dall’alto con gli occhi lucidi di puro bisogno.
Quando l’ho sentito troppo vicino, l’ho tirato fuori con un filino di bava. L’ho girato di scatto, petto contro il legno del banco. Gli ho spalancato le chiappe, guardato quel buco stretto che già si contraeva in anticipo, e mi sono sputato sulla mano. Gli ho passato le dita umide, l’ho aperto piano poi più deciso, finché non ha spinto indietro il bacino cercando di più. Mi sono liberato il cazzo dai jeans — grosso, duro, venato quanto il suo — e l’ho allineato. Sono entrato con forza, un colpo solo che l’ha fatto gridare a denti stretti. «Cazzo, Marco—» Il calore stretto mi ha strizzato il cazzo dalla base alla punta. Ho iniziato a scoparlo in piedi da dietro, colpi profondi che facevano sbattere le sue anche contro il bordo del banco. Alternavo spinte lunghe a schiaffi secchi sul culo, la pelle che diventava rosa sotto i miei palmi.
«Scopami più forte, cazzo», implorava, spingendo indietro il bacino a ogni botta. «Usami. Riempimi. Non fermarti.» La sua voce rotta mi mandava fuori di testa. Gli tenevo i fianchi, le dita conficcate nella carne, e lo inculavo con ritmo pesante, il suono umido di pelle contro pelle che riempiva il retrobottega insieme ai suoi gemiti. Sudavo di più, la maglia appiccicata, i tatuaggi lucidi. Ogni tanto mi chinavo a morderlo sulla spalla, a leccargli il collo salato, e lui stringeva il culo intorno al mio cazzo come voleva tenermi dentro per sempre.
A un certo punto l’ho girato di nuovo, l’ho sollevato e sdraiato sul bancone di schiena, gambe aperte contro il mio petto. Posizione del missionario grezza, attrezzi spostati di lato, una chiave inglese che è cascata a terra. Sono rientrato dritto, fondo, e ho ricominciato a spingere guardandolo in faccia. Lui aveva le guance rosse, bocca aperta, e mi teneva i polsi. Gli ho preso il cazzo in mano e l’ho masturbato a tempo delle mie botte, il pollice che strofinava la fessura umida. «Vieni. Voglio sentirlo sul mio addome», gli ho grugnito. Lui ha annuito disperato, le cosce che mi stringevano i fianchi. Pochi secondi e si è sparato, getti caldi che gli sono usciti a scosse sul mio ventre tatuato, sul bordo dei jeans aperti, fino a toccarmi il pelo. Il suo buco ha pulsato intorno al mio cazzo e quello mi ha fatto esplodere. Mi sono svuotato dentro di lui con un ringhio basso, spingendo fino in fondo mentre venivo a ondate, sentendo il caldo spargersi, il culo di Luca che lo prendeva tutto.
Siamo rimasti così un attimo, ansimanti, il mio cazzo che ancora pulsava conficcato, il suo sborro che mi colava sull’addome mescolato al sudore. Poi l’ho tirato fuori piano, guardando un filo di sborra scendere tra le sue natiche. Non c’era imbarazzo, solo il respiro grosso e gli sguardi che ancora bruciavano.
L’ho aiutato a rivestirsi con gesti che non mi riconoscevo: gli ho tirato su i boxer, allineato la cerniera, gli ho battuto una mano leggera sul fianco come a sistemarlo. Gli ho ruba to un ultimo bacio lento, più tenero dei morsi di prima, lingue che si assaggiavano ancora. «La bici è pronta», gli ho detto contro la bocca, voce roca. «Ma la prossima volta non dovrai inventare una scusa per tornare. Lo sai, vero?»
Luca ha sorriso, ancora rosso, i capelli scompigliati. Mi ha guardato in un modo che non chiudeva niente, anzi apriva. Ha posato una mano sul mio petto sudato, proprio dove il suo sborro aveva lasciato traccia, e ha cominciato a dire qualcosa che non ho fatto in tempo a sentire tutta, perché fuori è suonata la campanella del negozio e una voce ha chiesto se c’era qualcuno.
Non so ancora perché continui a raccontarlo, ma il suono di quella campanella mi ha gelato il cazzo ancora mezzo duro e colante. Una voce da fuori: «C’è nessuno? Devo solo un attacco rapido alla catena». Luca mi ha guardato, ancora rosso, la mano sul mio petto dove il suo sborro si stava già asciugando tra i peli. «Vai», ha sussurrato, ma gli occhi dicevano altro. Mi sono sistemato i jeans alla meglio, ho tirato giù la maglia sudata a coprire la traccia calda sul ventre e sono uscito fingendo normalità.
Il tipo voleva solo oliare e tensionare. Dieci minuti di lavoro frettoloso, le mani che ancora sapevano di Luca, il cazzo che mi pulsava contro la zip ogni volta che mi chinavo. Luca era rimasto nel retro, lo sentivo muoversi. Quando il cliente se n’è andato e la porta s’è richiusa, ho girato la chiave nel chiavistello del negozio. Nessuno avrebbe disturbato di nuovo.
Sono tornato indietro e l’ho trovato già a torso nudo, maglia gettata su un mucchio di camere d’aria. Aveva riaperto i pantaloni, il cazzo di nuovo duro, grosso, lucido di residui. Mi ha fissato e ha sorriso di nuovo quella faccia da stronzo che mi aveva fatto perdere la testa all’inizio. «Avevo detto che volevo essere usato. Ma adesso tocca a te, meccanico. Voglio fotterti qui, contro i tuoi attrezzi. Mi fai scopare il culo grasso e tatuato?»
Il sangue mi è sceso di nuovo tutto giù. Avevo trentadue anni, le spalle larghe da chi solleva telai tutto il giorno, e invece di comandare ho annuito. «Fallo. Usami tu adesso.» Luca si è avvicinato, mi ha afferrato la maglia e me l’ha strappata via, le unghie che mi graffiavano i pettorali. Mi ha spinto contro il banco ancora scuro del nostro sesso di prima. L’odore di sborra e olio era ovunque. Mi ha sbottonato i jeans con mani ruvide, me li ha calati fino alle cosce insieme ai boxer. Il mio cazzo è balzato fuori, ancora semi-duro e sporco del suo buco. Lui l’ha preso in pugno e l’ha strizzato. «Bello grosso. Ma oggi te lo metto in culo io.»
Si è inginocchiato un secondo solo per sputarmi dritto sulla fessura del culo. Le dita untole mi hanno aperto le chiappe, un indice è entrato senza troppa delicatezza, poi due. Mi ha crogiolato il buco mentre mi leccava le palle da sotto, lingua calda che spingeva. «Cazzo quanto sei stretto per essere un troione di officina», ha borbottato. Io spingevo indietro, le mani aggrappate al legno graffiato, gemendo basso. «Allargami e mettilo. Non farmi aspettare.»
Luca si è alzato, si è allineato. La testa del suo cazzo caldo ha premuto contro il mio anello. È entrato con un colpo solo, fondo, senza pietà. Un urlo mi è uscito strozzato. Il calore mi ha riempito tutto, le vene che mi strofinavano le pareti. «Fanculo sì—» Ho stretto i denti mentre lui iniziava a scoparmi. Spinte lunghe e pesanti che facevano tintinnare di nuovo gli attrezzi sul banco. Mi teneva i fianchi con forza, le dita conficcate nella carne, e mi inculava come se il retrobottega fosse solo un buco da riempire. Ogni botta mi faceva avanzare il petto contro il legno, i capezzoli che strisciavano sui graffi.
«Più forte, Luca. Spaccami.» La mia voce era roca, confessionalmente sporca anche mentre la vivevo. Lui ha risposto con schiaffi secchi sulle chiappe, il suono che rimbalzava tra le pareti strette. «Prendi tutto, meccanico di merda. Sei venuto solo per questo, vero? Per farti allargare il culo da un cliente che ha pedalo fino a qui col cazzo già duro.» Mi scopava più veloce, il sacco che batteva contro le mie palle, il suono umido e osceno di pelle su pelle. Sudavo di nuovo, l’olio residuo sulle mie braccia che gli scivolava sotto le mani. Ogni tanto si chinava, mi mordeva la nuca, mi leccava l’orecchio. «Il tuo culo mi strozza il cazzo. Continua a stringere così che ti riempio.»
Mi ha tirato indietro pei capelli, mi ha fatto inarcare la schiena e ha cambiato angolo. Ora picchiava dritto sulla prostata. Vedevo stelle. Il mio cazzo ballonzolava dimenticato, gocciolando pre sborra sul pavimento di mattoni. «Toccati», ha ordinato. L’ho fatto, mi sono pompato il pugno a tempo delle sue botte. Lui accelerava, ansimava contro la mia spalla. «Voglio sentire quando sborri col mio cazzo piantato fino alle palle.»
L’ha girato di scatto di nuovo, mi ha steso a pancia in su sul banco tra chiavi e pezzi di catena. Mi ha sollevato le cosce, me le ha piegate contro il petto e si è rimmesso dentro con un tuffo. Posizione aperta, grezza, il suo viso atletico sopra di me, occhi scuri di pura voglia. Mi inculava a martellate, sudore che gli gocciolava sul mio petto tatuato. «Guarda come ti apro. Guarda il tuo buco che inghiotte tutto.» Parlava sporco e io rispondevo solo con gemiti e «sì, più fondo, usami come un pezzo di ricambio».
A un certo punto ha rallentato, mi ha fatto sentire ogni centimetro che entrava e usciva lento, poi ha ripreso a martellare. Mi ha preso il cazzo in mano e me l’ha segato svelto. «Vieni adesso. Sborra mentre ti sfondo.» Sono esploso a scosse, getti caldi che mi sono usciti sull’addome, sul suo pugno, fino a macchiare il bordo del banco. Il mio culo ha pulsato intorno al suo cazzo e quello l’ha fatto perdere il controllo. Luca ha ruggito, ha spinto fino in fondo e si è svuotato dentro di me a ondate grosse. Sentivo il caldo spargersi in profondità, il suo sborro che mi riempiva e cominciava già a colare quando tirava indietro di un po’.
Ha continuato a spingere piano mentre finiva di venire, spremendosi le ultime gocce nel mio buco allargato. Poi ha tirato fuori di colpo. Un filo spesso di sborra mi è sceso subito tra le natiche, caldo e denso, a macchiare i jeans calati e i mattoni sotto. Mi ha tenuto le gambe aperte un secondo a guardare il suo lavoro. «Che bel buco pieno. Guarda come cola.»
Non c’è stata tenerezza. Mi ha rifatto entrare due dita a spingere la sborra più dentro, poi me le ha portate alla bocca. «Leccami le dita. Assaggia quello che ti ho pompato in culo.» L’ho fatto, sapore salato e amaro sulla lingua. Lui ha sorriso, ancora duro a metà, e mi ha dato un ultimo schiaffo sulla coscia. «La prossima volta ti lascio il culo ancora più aperto, meccanico. E tu lo saprai già dall’odore di grasso e di sborra mescolati.»
Sono rimasto lì steso, ansimante, il culo che pulsava e perdeva il suo carico caldo giù per le cosce mentre Luca si rivesteva di fretta e raccoglieva la mountain bike. L’ultima cosa che ho visto è stato il suo sorriso sfacciato alla porta del retro, e l’ultima cosa che ho sentito è stato il mio stesso buco che si contraeva ancora, spingendo fuori un altro filo di sborra fresca sul legno graffiato del banco.
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