Pioggia Torrenziale: La Mia Migliore Amica nel Telo Bagnato
Due ventottenni single si bagnano fradice durante un temporale e finiscono per leccarsi la figa a vicenda sotto lo stesso telo.
Avevo ventotto anni compiuti da tre mesi quando ho capito che non sarei più riuscita a fingere con Giulia. Anche lei ne aveva ventotto, single come me, stessa città, stessi orari da smontare la sera e inventarsi una vita. Lavoravamo entrambe da anni—io in uno studio di grafica, lei come copywriter freelance—e da troppo tempo il weekend in baita era diventato il nostro unico rito sacro: niente uomini, niente scuse, solo noi due e il silenzio della montagna.
Quella domenica di luglio il cielo si era rotto senza preavviso. Stavamo rientrando dal sentiero corto sotto i larici quando il temporale estivo ci ha investite come una lastra d’acqua gelida. In meno di un minuto eravamo fradice, i capelli incollati al collo, le magliette trasparenti appiccate ai seni, i pantaloncini che scendevano pesanti sulle cosce. Giulia ha riso per prima, quella risata che conoscevo da sempre, poi ha preso a correre verso il portico di legno e io le ho corso dietro, i piedi che sguazzavano nelle scarpe.
Dentro la baita faceva fresco e odorava di cera e legno vecchio. Ci siamo tolte le scarpe bagnate, ci siamo guardate e abbiamo capito nello stesso istante che non c’era tempo per il pudore. «Telo. Quel telo enorme nell’armadio del bagno», ha detto lei, già che si sfilava la maglia. L’ho preso io: un telo da bagno enorme, spugna beige, ancora un po’ umido dall’uso del mattino. Quando mi sono voltata, Giulia era già nuda fino alla vita. I seni piccoli e sodi, i capezzoli scuri induriti dal freddo e dall’acqua. Mi ha sorpreso la naturalezza con cui ha continuato, sfilandosi i pantaloncini e le mutandine zuppe, restando completamente nuda di fronte a me senza abbassare lo sguardo.
Io ho imitato il suo gesto. La maglia mi si è staccata dalla pelle con un suono umido. I jeans bagnati mi hanno lottato contro le caviglie. Quando sono rimasta nuda anche io, il telo grande l’abbiamo tirato sopra entrambe, stretti corpo contro corpo perché c’era un solo pezzo di tessuto e il freddo iniziava a farmi battere i denti. I nostri seni si sono sfiorati. La punta del suo capezzolo ha graffiato il mio, un contatto leggero e accidentale che mi ha tirato un brivido dritto in basso, tra le gambe già umide di pioggia e di qualcosa d’altro.
«Dio, quanto sei gelata», ha mormorato lei, ma la voce non era solo preoccupata. Le nostre cosce si toccavano sotto il telo. Il pube di Giulia, rasato corto, premeva contro il fianco del mio. Ho sentito il calore del suo fiato sul collo mentre cercavamo di asciugarci a vicenda, passando e ripassando la spugna già umida sulle spalle, sulla schiena, sui fianchi. Ogni passaggio diventava meno funzionale. Le mie mani, fingendo di asciugarle i lati del torace, le hanno sfiorato il seno. Lei non si è scostata. Anzi, ha sospirato e ha premuto un po’ di più il corpo contro il mio.
Gli sguardi si sono allungati. Prima ridevamo nervose, «che figura di merda, fradice come due stracci», poi le risate si sono affievolite. I respiri si sono fatti corti. Guardavo le gocce che le scendevano ancora lungo il collo, scivolavano tra i seni, e volevo leccarle. Mi sono morsa l’interno del labbro per non dirlo ad alta voce.
Giulia ha posato una mano sulla mia guancia, bagnata di pioggia e di sudore freddo. «Kiara…», ha cominciato a voce bassissima. Il mio nome pronunciato così mi ha fatto chiudere gli occhi un secondo. «Sento la tua pelle e… cazzo, sono eccitata. Davvero. Il contatto, il modo in cui i nostri corpi si toccano sotto questo cazzo di telo. Mi si è bagnata la figa solo a sentirti così vicina.»
Il cuore mi ha martellato contro le costole. Ho aperto gli occhi e l’ho trovata a pochi centimetri, le pupille dilatate, le labbra semiaperte. «Anch’io», ho ammesso, e la voce mi è uscita roca. «Da anni, Giulia. Da cazzo di anni che ti guardo quando ti cambi e poi mi tocco da sola la notte pensando a te. Non te l’ho mai detto perché avevo paura di rovinare tutto.»
Lei ha fatto una risata strozzata, quasi un singhiozzo di sollievo. «Idioti. Siamo due idiote.» Le sue dita sono scese dal mio collo alla spalla, poi più in basso, disegnando cerchi lenti intorno al mio seno senza ancora prenderlo del tutto. Io ho posato la mano sulla sua schiena nuda, scivolando fino alla curva del culo, e l’ho stretta. Il telo è scivolato un po’ da una spalla, lasciando scoperti i nostri petti che si sfioravano di nuovo, pelle calda contro pelle bagnata.
«Allora lo facciamo?», ha chiesto lei, e non c’era più gioco nella domanda. Solo desiderio lucido, adulti, cosciente. «Adesso. Qui. Sotto questo telo di merda. Ci abbandoniamo a quello che vogliamo da troppo tempo. D’accordo?»
Ho annuito, e le ho preso il viso tra le mani. «Sì. Voglio sentire la tua figa contro la mia. Voglio leccarti. Voglio che tu mi lecchi. Tutto.» Le parole mi sono uscite crude, senza filtro, e le ho sentite accendere qualcosa negli occhi di lei. Si è spinta in avanti e mi ha baciata. Bocca aperta, lingua calda, sapore di pioggia e di lei. Il bacio non era timido: era affamato, anni di silenzio rotti in un colpo solo. I suoi denti mi hanno graffiato il labbro inferiore, io le ho succhiato la lingua, i nostri seni premuti forte, i capezzoli che si strofinavano in un ritmo già sporco.
Sotto il telo le mani sono diventate intenzionali. Le mie dita le hanno trovato il seno, l’hanno pesato, hanno stropicciato il capezzolo finché lei ha gemuto nella mia bocca. La sua mano è scesa tra le mie cosce, ha trovato il calore, le labbra già gonfie e scivolose. Mi ha accarezzato piano, solo l’esterno, e io ho aperto le gambe di più, offrendomi, tremando. «Cristo, quanto sei bagnata», ha sussurrato contro le mie labbra. «Non è solo la pioggia, Kiara. Sei gocciolante per me.»
«Da sempre», ho risposto, e le ho ricambiato il gesto: dita tra le sue pieghe, trovando l’apertura calda, il clitoride già duro sotto il polpastrello. L’ho circondato con piccoli cerchi lenti, e Giulia ha spinto il bacino contro la mia mano, un gemito basso che mi ha fatto stringere le cosce intorno alle sue dita. Il telo ci avvolgeva ancora, una cocoon umida e calda, i nostri corpi nudi che si cercavano, si strofinavano, si scoplavano a metà strada tra l’asciugatura e la scopata.
Ci siamo allontanate solo quanto bastava per guardarci. Occhi lucidi, petti che salivano e scendevano troppo in fretta. «Sul letto», ho detto io. «Voglio sdraiarmi e averti sopra. Voglio leccarti la figa mentre tu fai lo stesso con me.»
Giulia ha sorriso, quel sorriso da complici che mi aveva sempre fatto perdere la testa, e ha tirato il telo con sé mentre mi trascinava verso il materasso di legno della baita. Le lenzuola erano fredde, ma i nostri corpi no. Ci siamo sdraiate una di fianco all’altra prima, ancora baciandoci, le mani che esploravano con sempre più fame: il solco della schiena, la curva interna della coscia, le labbra di sotto che si aprivano sotto le dita. Io le ho infilato un dito piano, sentendo quanto fosse stretta e calda, e lei ha fatto lo stesso con me, due dita che entravano lente, che cercavano il punto giusto.
Il temporale batteva ancora contro i vetri, un rumore sordo e continuo. Dentro, c’erano solo i nostri respiri, i suoni umidi delle dita che entravano e uscivano, i gemiti bassi che non riuscivamo più a trattenere. Giulia si è alzata a cavalcioni su una mia coscia e ha cominciato a strusciarsi, la figa aperta che lasciava una scia calda sulla mia pelle. Io le ho tenuto i fianchi e ho spinto il bacino in su, cercando più contatto, più pressione. «Così», ha ansimato. «Strofiniamoci così finché non riesco più a pensarci. Poi voglio la tua bocca.»
Le ho afferrato il culo a piene mani, l’ho stretto, l’ho aiutata a muoversi più forte. I nostri clitoridi si sfioravano a intermittenza, un contatto elettrico che mi faceva piegare la schiena. Le ridevo contro il collo, nervose e eccitate allo stesso tempo, perché era surreale e perfetto: la mia migliore amica, nuda, bagnata di pioggia e di sesso, che si strofinava sulla mia coscia confessandomi tutto quello che avevo sperato di sentire per anni.
«Anni», ho ripetuto io, le labbra contro il suo orecchio. «Anni che mi fingavo normale quando ti abbracciavi a me sul divano. Anni che sognavo di aprirti le gambe e leccarti fino a farti venire.»
Giulia ha gemuto forte e ha accelerato. Le sue dita mi hanno ritrovato la figa, sono entrate di nuovo, hanno pompato mentre lei si strusciava. Io le ho preso un seno in bocca, ho succhiato il capezzolo duro, l’ho graffiato coi denti. Il telo era ormai tutto aggrovigliato sotto di noi, un pezzo di tessuto bagnato e inutile, testimone silenzioso di come eravamo finite: due corpi adulti, consenzienti, che avevano smesso di far finta.
Quando si è piegata per baciarmi di nuovo, il bacio era disordinato, lingue e denti e saliva. «Adesso», ha detto contro la mia bocca. «Giratemi. Voglio la tua figa sulla faccia e la mia sulla tua. Voglio leccarti mentre mi lecchi. Non mi fermo finché non vieni nella mia bocca, Kiara.»
Mi sono girata sotto di lei, il cuore che batteva da scoppiare, le cosce che già si aprivano. Sentivo il suo fiato caldo scendere lungo il ventre, avvicinarsi al punto in cui ero più bagnata e più scoperta. Le mie mani le hanno afferrato i fianchi per tirarla verso il mio viso, per avere finalmente quel sapore che avevo immaginato troppe notti. Il temporale fuori continuava a scaricare acqua a dirotto, ma noi eravamo già perdute in un altro diluvio, uno fatto di pelle, di lingua e di anni di desiderio represso che finalmente, finalmente, stava per rompere gli argini del tutto.
Il suo fiato caldo mi ha lambito il ventre un attimo prima che la lingua di Giulia scivolasse tra le mie labbra già spalancate. Non ho avuto tempo di prepararmi: l’ha affondata dritta, piatta e avida, raccogliendo tutto il liquido che mi colava lungo la fessura. Ho gettato la testa all’indietro contro il materasso e ho gridato il suo nome mentre le mani le affondavano nei capelli bagnati. Il temporale batteva ancora sui vetri, ma il rumore era lontano, sommerso dal suono umido e schioccante della sua bocca che mi divorava.
«Vieni sul divano», ha mormorato lei tra una leccata e l’altra, alzando appena il viso lucido del mio sapore. «Voglio più spazio per aprirti bene.» Ci siamo trascinati a fatica, ancora nude, il telo aggrovigliato che ci seguiva come un’ombra. Sul divano di legno della baita ci siamo ritrovate una sull’altra, seni schiacciati, bocche che si cercavano di nuovo con una fame che non conosceva più freni. Le lingue si sono intrecciate lente e profonde, scambiandoci il sapore della pioggia e della figa. Le mie mani le hanno preso i seni piccoli e sodi, i pollici che strofinavano i capezzoli già turgidi, scuri, duri come sassolini. Li ho pinzati, li ho tirati delicatamente, li ho stropicciati finché Giulia ha gemuto nella mia bocca e ha spinto il bacino contro il mio.
«Li senti quanto sono duri?», ha ansimato contro le mie labbra. «Solo per te, Kiara. Solo perché mi stai toccando così.» Io le ho succhiato il labbro inferiore e le ho risposto stringendole un seno intero nel palmo, pesandolo, massaggiandolo mentre l’altra mano scendeva a stringerle il culo. I nostri capezzoli si strofinavano l’uno contro l’altro a ogni respiro, un contatto elettrico che mi faceva gocciolare ancora di più sulle cosce.
Giulia mi ha fatto sdraiare sulla schiena, spingendomi piano ma decisa. Si è inginocchiata tra le mie gambe aperte e ha guardato la mia figa con un’espressione affamata, quasi devota. «Dio, quanto sei gonfia e lucida», ha sussurrato. Poi ha abbassato la testa e mi ha leccata con avidità, senza preamboli. La lingua larga che spazzava dalle labbra inferiori su fino al clitoride, poi di nuovo giù, entrando un poco, assaggiandomi. Ha succhiato le pieghe una alla volta, le ha separate con le dita e ha affondato il naso contro di me, respirandomi. Quando ha preso il clitoride tra le labbra e ha cominciato a succhiarlo a ritmi regolari, alternando pressione e scosse rapide della punta della lingua, ho sentito l’orgasmo salirmi dalle dita dei piedi.
«Così, così, non fermarti», ho gemuto, i fianchi che si alzavano da soli contro la sua faccia. Lei mi ha tenuto ferme le cosce, le ha aperte ancora di più, e ha succhiato più forte, aspirando il clitoride come se volesse tirarmelo fuori dal corpo. Due dita mi sono entrate di colpo, curve, che cercavano e trovavano subito quel punto gonfio e sensibile all’interno. Le ha mosse in sincronia con la bocca, pompando, strofinando. Il piacere si è accumulato in un’ondata calda che mi ha fatto inarcare la schiena e stringere le cosce intorno alla sua testa. Sono venuta gridando, un urlo lungo e rotto che ha riempito la baita, il corpo che scuoteva a scosse mentre il mio succo le bagnava il mento e le labbra. Lei non si è fermata: ha continuato a leccare e a bere finché i tremiti non si sono calmati un poco, sussurrando contro la mia figa ancora pulsante: «Brava. Dammi tutto. Tutto quello che hai.»
Ancora tremante, ancora con le gambe deboli, l’ho tirata su e l’ho baciata assaggiandomi sulla sua bocca. Poi mi sono messa sopra di lei a rovescio, sistemandomi in posizione sessantanove sul divano stretto. Il culo di Giulia era davanti al mio viso, la sua figa aperta, rosa, lucida di eccitazione e di residui di pioggia. L’ho afferrata per i fianchi e ci sono piombata sopra con la bocca spalancata, divorandola. La lingua dritta che entrava in lei, che leccava in profondità, che succhiava le labbra gonfie e poi si concentrava sul clitoride duro e sporgente. Lei ha gemuto forte contro la mia figa e mi ha ricambiato il favore: due dita mi sono scivolate dentro di nuovo, più profonde stavolta, e hanno cominciato a piegarsi e a strofinare con precisione il punto G mentre la sua bocca tornava a succhiarmi il clitoride ancora ipersensibile.
«Fottimi con le dita mentre ti lecco», le ho detto contro la sua passera, la voce roca. «Voglio venire di nuovo sulla tua lingua mentre tu mi bagni la faccia.» Giulia ha accelerato, le dita che entravano e uscivano con un suono bagnato e ritmico, curvandosi ogni volta contro quel punto che mi faceva vedere stelle. Io le ho allargato le natiche con le mani e le ho leccato dal buco del culo fino al clitoride in lunghe strisciate lente, poi ho succhiato forte, ritmicamente, mentre spingevo la lingua dentro di lei il più possibile. I nostri corpi si muovevano insieme, bacini che spingevano, seni che premevano contro pancia e cosce, sudore e succhi che si mescolavano.
Sentivo il suo orgasmo arrivare dalle contrazioni della figa intorno alla mia lingua. Allo stesso tempo le sue dita mi stavo portando di nuovo sull’orlo. Abbiamo accelerato insieme, bocche a loro, lingue e dita e gemiti che si confondevano. Quando è arrivato, è stato simultaneo e violento: io ho urlatto nella sua figa mentre lei scuoteva e spruzzava un po’ sulla mia bocca e sul mento, un’ondata calda e dolce che ho leccato e bevuto avidamente. Lei ha gemuto il mio nome contro il mio clitoride e ha continuato a pompami le dita finché anche io non sono esplosa di nuovo, un secondo orgasmo più lungo e bagnato del primo, che mi ha fatto gocciolare sulle sue labbra e tremare da capo a piedi.
Esauste, ancora con le gambe che tremavano a scosse, ci siamo girate piano piano senza staccarci del tutto. Ci siamo baciate dolcemente tra le cosce dell’altra, le labbra gonfie e lucide che si sfioravano, lingue lente che pulivano i residui, baci teneri e saturi di sapore. Poi mi sono trascinata su fino al suo viso. Ci siamo guardate negli occhi, pupille ancora dilatate, capelli appiccicati alla fronte, sorrisi stanchi e increduli.
«Questo è solo l’inizio», ho detto io, accarezzandole la guancia. «Non torno più indietro, Giulia. Voglio la tua figa ogni volta che posso.»
Lei ha annuito, gli occhi lucidi. «Ogni cazzo di volta che pioverà. Ogni temporale, ogni scroscio. Veniamo qui, ci spogliamo, e ci leccchiamo finché non riusciamo più a muoverci. È un patto?»
«È un patto.» L’ho baciata ancora, dolce, sulle labbra salate. Ci siamo coperti con la coperta di lana che stava piegata sul bracciolo del divano, i corpi ancora nudi e caldi uno contro l’altro, le gambe intrecciate. Il temporale fuori iniziava a calmarsi in un pioggerellina costante. Io le ho posato la testa sul petto, ascoltando il cuore che le batteva ancora forte, e già stavo progettando il prossimo weekend di pioggia: come l’avrei spogliata appena entrati, come l’avrei messa in ginocchio sul tappeto davanti al camino, come le avrei leccato la figa per ore mentre lei mi raccontava quanto mi aveva desiderata in tutti quegli anni. Mi sono addormentata con il sapore di lei ancora sulla lingua e il sorriso di chi sa che la propria migliore amica è finalmente, finalmente, anche la propria amante.
Rate this story
Qualcosa non va in questa storia?
Popular Collections
Browse Categories