Brewery Tour Con Lui
Un tour privato con Imani, la turista nera, si trasforma in una scopata sudata tra birre e banconi.
Rafael aprì la porta secondaria della birreria artigianale con un sorriso stanco ma caldo, la maglietta nera aderente ancora un po’ umida di sudore dopo le ultime cotte del mattino. Aveva trentadue anni, spalle larghe da chi solleva fusti tutto il giorno, barba curata e occhi scuri che sapevano già cosa voleva. Di fronte a lui stava Imani, ventotto anni, turista americana nera, alta un metro e settantacinque, curve che spingevano contro il top bianco corto e lo short di jeans che lasciava vedere cosce morbide e tonde. Il sorriso malizioso le apriva le labbra carnose mentre gli porgeva la mano.
«Private tour, giusto? Solo noi due?» chiese lei, la voce bassa e un po’ rauca, lo sguardo che già scendeva sul torace di lui, sulle braccia cordate, sul pacco evidente nei jeans scuri.
«Solo noi due. Benvenuta nella mia casa di luppoli e lievito», rispose Rafael, stringendole le dita un secondo di troppo. La condusse dentro, tra i tini di acciaio lucido e l’odore forte di malto tostato e birra fermentata. Il locale era vuoto, chiuso al pubblico per il pomeriggio. Solo il ronzio dei compressori e il loro respiro.
Cominciò dal primo assaggio. Versò due bicchieri di una IPA amara, densa, alcolica. Imani lo tenne tra le dita lunghe, rosse di smalto, e bevve senza staccargli gli occhi di dosso. Una goccia le scivolò sul labbro inferiore; la leccò lentamente con la lingua.
«Cazzo, è forte», mormorò. «Mi scalda tutta qui.» Si toccò il petto, giusto sotto il seno, dove il tessuto bianco era già un po’ trasparente di sudore. «Tu bevi sempre così o solo quando hai una nera davanti che ti guarda il pacco?»
Rafael rise basso, ma il cazzo gli diede già un primo rimescolio. «Bevo quando la compagnia merita. E tu… tu meriti tutta la cantina.» Le porse il secondo bicchiere, una stout scura e cremosa. Le dita si sfiorarono. Imani lo bevve a piccoli sorsi, lasciando la schiuma sulle labbra, poi si avvicinò di un passo. Il seno pesante si mosse sotto il top; i capezzoli già duri spingevano contro la stoffa.
«Dimmi la verità, birraio. Ti piace come sto guardando? Perché io sto immaginando queste labbra intorno al tuo cazzo mentre mi fai assaggiare la prossima.» La frase uscì pura, sporca, e i suoi occhi castani brillavano di fame. Rafael sentì il sangue scendere dritto tra le gambe. Il cazzo si indurì contro la cerniera, pesante, già a metà.
«Continua pure a parlare così», disse lui, la voce più roca. «E ti faccio assaggiare roba che non è in menu.» La condusse più in fondo, oltre i tini, verso l’area di stoccaggio dove fusti e casse di bottiglie creavano un corridoio stretto e ombroso. L’aria era più calda, densa di odore di legno bagnato e di birra. Erano soli. Completamente.
Imani posò il bicchiere vuoto su una cassa e si voltò verso di lui. Si avvicinò fino a sfiorargli il petto con le unghie. Le dita scivolarono sulla maglietta nera, sentendo i pettorali duri, i capezzoli già tesi. «Sei fottutamente sexy, Rafael. Da quando ti ho visto aprire quella porta… cazzo, mi si è bagnata la figa. Alta, nera, tette grosse e culo sodo, e tu che mi guardi come se volessi scoparmi contro questi fusti. Dimmi che lo vuoi anche tu.»
Lui non rispose a parole. La afferrò per la nuca e la baciò. Bocca aperta, lingua che entrava subito, sapore di birra amara e di desiderio. Imani gemette contro le sue labbra, le mani che scendevano rapide, palmo piatto sul pacco già duro. Lo strinse attraverso i jeans, sentendo lo spessore, la lunghezza che cresceva sotto le dita. «Gesù… è grosso. Voglio sentirlo fuori. Voglio che mi riempia la bocca e poi la figa.»
Rafael le palpeggiò le tette con entrambe le mani, pesanti, calde, i capezzoli che premevano contro i polpastrelli. Le strinse, le sollevò, le massaggiò forte mentre la baciava più a fondo, denti che graffiavano il labbro inferiore di lei. Poi le mani scesero, agguantarono il culo sodo sotto lo short, le dita che si conficcavano nella carne morbida e tesa, tirandola contro di sé finché il cazzo duro premeva contro il suo ventre.
«Fottiti, quanto sei bagnata già», borbottò lui contro la sua bocca, sentendo il calore che saliva dallo short di lei. Imani ansimava, la mano che continuava a strofinare su e giù lungo l’asta imprigionata, il pollice che premeva sulla punta dove già un po’ di umidità aveva macchiato il denim. «Sì… palpeggiamele forte. Strizzami queste tette nere mentre ti tocco il cazzo. Voglio che mi scopi qui, tra le casse, sudati e puzzolenti di birra. Spingiti oltre, cazzo. Non fermarti.»
Le dita di lei aprirono il primo bottone dei suoi jeans, poi la cerniera, abbastanza da far uscire la base del cazzo grosso e venoso. Lo strinse a pelle, la mano calda e sicura che lo pompava lenta, dal glande già lucido fino alle palle pesanti. Rafael gemette basso, le mani che le alzavano il top, scoprendo le tette enormi, capezzoli scuri e duri. Li prese in bocca uno dopo l’altro, succhiando forte, la lingua che girava, i denti che graffiavano finché lei non gettava la testa all’indietro e spingeva il petto contro la sua faccia.
«Così… succhiami le tette mentre ti sborro quasi in mano. Dio, che cazzo di bocca hai.» Imani allargò le gambe, spinse il bacino in avanti, e la mano libera di Rafael scivolò dentro lo short, sotto la mutandina già inzuppata. Trovò la figa calda, le labbra gonfie, il clitoride duro. Ci passò due dita sopra, poi le spinse dentro, sentendo quanto era stretta e bagnata. Lei ansimò forte, il suono che rimbalzava tra i fusti.
«Più a fondo… scopami con le dita mentre ti stronzo il cazzo. Voglio arrivare al limite e poi farmelo ficcare tutto.» Rafael la baciò di nuovo, sporco, lingue che si accavallavano, saliva e birra mescolate. Le dita di lui entravano e uscivano dalla figa di lei con un suono umido e obsceno, il pollice che strofinava il clit. Lei gli pompava il cazzo più veloce, il pollice che spalmava il pre-sborra sulla testa, i fianchi che si muovevano contro la sua mano.
Erano entrambi sudati, ansimanti, la tensione che li stava spingendo oltre ogni freccia di controllo. Rafael le abbassò lo short quanto bastava per avere il culo nudo tra le mani, le dita che si conficcavano nelle guance, aprendo e chiudendo la fessura. Imani gli abbassò i jeans e i boxer, liberando il cazzo completamente: grosso, scuro di sangue, le vene in rilievo, le palle tirate. Lo strinse con entrambe le mani, lo strofinò contro la figa bagnata ancora coperta dalla mutandina laterale, lasciando scie di liquido lucido sulla sua asta.
«Mettilo dentro», sussurrò lei contro la sua bocca, ma non del tutto. Si strusciava solo, lo faceva scivolare tra le labbra gonfie senza farlo entrare, solo per sentirlo pulsare. «Non ancora. Prima voglio che mi lecchi tutta questa figa nera, che mi bevi i sughi mentre io ti succhio le palle. Poi mi metti sul bancone e mi scopi finché non grido. Siamo d’accordo, cazzo di birraio sexy?»
Rafael annuì, gli occhi scuri di lussuria, le mani che le tenevano le tette strette mentre i fianchi spingevano avanti, il cazzo che scivolava su e giù contro la figa di lei, bagnandosi sempre di più. Il desiderio era carnale, puro, senza filtri. Lei gli morse il collo, gli leccò il sudore, gli strinse il cazzo alla base come per impedirgli di venire troppo presto.
«Continua», ansimò lui. «Parlami sporco. Dimmi cosa vuoi che ti faccia con questo cazzo italiano.»
Imani sorrise maliziosa, la voce rotta dal piacere mentre le dita di lui le strofinavano ancora il clit. «Voglio che me lo ficchi in gola finché mi vengono le lacrime, poi che mi giri e mi prendi il culo con le mani mentre mi scopi la figa da dietro, forte, da birraio che sa solo lavorare sodo. Voglio sentire le palle che mi sbattono contro il clitoride. Voglio che mi riempi e che mi faccia colare la sborra sulle cosce mentre beviamo l’ultima bottiglia. E poi di nuovo. Finché non cammino storta.»
Le loro bocche si ritrovarono, bacio umido e disperato. Le mani di lei non lasciavano il cazzo, lo strofinavano contro le labbra della figa, la punta che ogni tanto scivolava appena dentro l’apertura calda e poi usciva di nuovo. Rafael le strizzava i capezzoli, le mordicchiava la spalla, ansimava contro la sua pelle scura e lucida di sudore. L’odore di birra, di sesso e di corpi caldi riempiva lo stoccaggio. Non c’era nessuno a interromperli. Solo il bisogno che cresceva, il cazzo duro che pulsava nelle sue mani, la figa che gocciolava sulle sue dita.
Si spingevano l’uno contro l’altra con più urgenza, i fianchi che si muovevano in un ritmo già da scopata, anche se non era ancora entrato del tutto. Imani gli guardò negli occhi, le pupille dilatate, le labbra gonfie dal bacio. «Non fermarti adesso. Portami oltre. Fammi sentire quanto cazzo mi vuoi.»
Rafael la sollevò appena, le cosce di lei che gli si avvolgevano intorno ai fianchi, il culo sodo nelle sue mani grandi, il cazzo che premeva dritto contro l’ingresso bagnato. Non entrò. Rimasero così, sudati, ansimanti, il desiderio al limite, pronti a esplodere nel prossimo momento, tra i fusti e l’odore di malto, entrambi consapevoli che la vera scopata stava per cominciare e che non si sarebbero fermati finché non fossero rimasti vuoti e dorati di birra e di sborra.
Rafael non resistette un secondo di più. Con un ringhio basso afferrò Imani per i fianchi e la fece scivolare giù, le cosce che si aprirono mentre le ginocchia toccavano il pavimento freddo e appiccicoso di birra versata. Lei non esitò: le labbra carnose si aprirono e inghiottirono il glande già lucido di pre-sborra, la lingua calda che girava intorno alla testa gonfia prima di spingersi avanti. Il cazzo grosso e bianco di Rafael scomparve centimetro dopo centimetro tra quelle labbra scure, le vene che pulsavano contro il palato finché il naso di Imani non premette contro il suo pube.
«Gllk— cazzo, sì…» gorgogliò lei, la gola che si apriva con un suono umido e rumoroso, saliva che colava lungo l’asta e le palle pesanti. Le mani di Imani gli strinsero le natiche, spingendolo ancora più a fondo mentre le lacrime le bruciavano gli angoli degli occhi. Succhiava forte, guance cave, la lingua che strisciava sotto mentre lui le afferrava i capelli ricci e iniziava a scoparle la bocca con spinte corte e profonde. Il suono era obsceno— schiocchi, gorgoglii, respiri affannosi— e l’odore di malto si mescolava al sapore salato del suo cazzo. Rafael guardava in basso, ipnotizzato dal contrasto: le labbra nere e lucide tesa intorno alla sua carne chiara, le tette enormi che penzolavano e ondeggiano a ogni spinta, i capezzoli scuri duri come sassolini.
«Ingoiato tutto, troia di merda… così, fino in gola», borbottò lui, la voce rotta. Imani annuì quanto poteva, le unghie che gli graffiavano i fianchi, e pompò più veloce, la testa che andava avanti e indietro con fame rabbiosa. Sputava e risucchiava, le labbra che facevano schiocchi bagnati ogni volta che il glande usciva e rientrava. Il cazzo le batteva in gola, le palle che le sbattevano il mento, e lei gemette intorno a lui, il suono vibrante che gli faceva contrarre l’addome. Stava per esplodere, ma non ancora. La tirò su per i capelli, un filo di saliva che collegava ancora la bocca di lei alla punta lucida.
La sollevò come se non pesasse nulla, le braccia cordate che la girarono e la piegarono di forza sul bancone di legno scuro della birreria. Le bottiglie tintinnarono. Imani allargò le gambe, lo short e la mutandina già a metà coscia, e spinse indietro il culo sodo e nero, le guance che si aprivano mostrando la figa gonfia e gocciolante. Rafael le diede uno schiaffo sonoro su una natica, lasciando l’impronta rossa sulla pelle scura, poi afferrò la base del cazzo e lo infilò d’un colpo. Entrò tutto, fino alle palle, con un suono bagnato e un grido gutturale di lei.
«Fottiti— che cazzo di mona stretta…» ansimò lui, e iniziò a scoparla. Spinte lunghe e dure da dietro, stile doggy selvaggio, i fianchi che sbattevano contro il culo di Imani con schiaffi umidi e ritmici. Le palle gli sbattevano contro il clitoride a ogni affondo, il cazzo bianco che entrava e usciva lucido dei suoi sughi, le labbra scure della figa che si aggrappavano all’asta. Imani aggrappò il bordo del bancone, le tette che sbattevano contro il legno, e urlò: «Più forte, cazzo di birraio… spaccami questa figa nera, riempila… aaah!»
Rafael le afferrò i fianchi con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne morbida, e martellò più veloce, sudore che gli colava dal petto sulla schiena curva di lei. L’odore di sesso e birra era denso, i loro corpi scivolosi. Guardava il cazzo sparire tra quelle natiche scure, il contrasto che gli faceva pulsare le palle. Lei spingeva indietro incontro a ogni colpo, il culo che ondeggava, la figa che schizzava liquido sulle sue cosce. «Sì, così… senti come mi bagno sul tuo cazzo bianco… scopami da puttana, non fermarti!»
Poi la girò di scatto. La sollevò e la stese sul tavolo accanto, le bottiglie che rotolarono, le gambe di Imani che gli si aprirono larghe intorno ai fianchi. Entrò di nuovo in missionary, il petto contro le tette pesanti, e ricominciò a spingere con forza bruta. Il legno scricchiolava sotto di loro. Imani gli avvolse le braccia intorno al collo e gli graffiò la schiena a sangue, le unghie lunghe che lasciavano strisce rosse sulla pelle chiara mentre urlava di piacere puro. «Rafael— cazzo, sì, più a fondo… sento le palle… aaah, mi fai venire!»
I loro corpi sudati scivolavano l’uno contro l’altro, pelle scura di lei contro quella chiara e pelosa di lui, il contrasto che rendeva tutto più sporco e visivo. Lui le succhiò un capezzolo duro mentre la scopava a fondo, il cazzo che sfregava il punto dolce a ogni spinta, i fianchi che battevano un ritmo selvaggio e disordinato. Imani gli morsicò la spalla, la voce che si spezzava in urla acuti ogni volta che lui andava fino in fondo. «Dio, che cazzo grosso… mi stai aprendo tutta… continua, non tirarlo fuori, voglio sentirlo esplodere dentro!»
Il bancone e il tavolo erano un disastro di sudore, saliva e liquido di figa. Rafael le afferrò le cosce e le piegò verso il petto, aprendo ancora di più quella figa nera e gonfia, e martellò più forte, le palle che sbattevano, il suono umido che riempiva lo spazio tra i fusti. Lei gli graffiava la schiena a ogni colpo, le unghie che scavavano, il corpo che tremava sotto di lui. «Vieni con me… sborrami dentro, riempimi di sborra calda… aaah, sì, così!»
L’orgasmo li colpì insieme come un pugno. Imani urlò, la schiena che si inarcò, la figa che si strinse a morsa intorno al cazzo pulsante, onde di piacere che le facevano tremare le cosce e schizzare liquido caldo sulle palle di lui. Rafael ruggì e spense a fondo, lo sborro spesso e abbondante che schizzava in profondità dentro di lei a getti caldi e ripetuti, riempiendola finché non colava fuori intorno all’asta ancora sepolta. Continuò a spingere piano mentre veniva, spremendole ogni goccia, il corpo che si contraeva contro il suo in un amplesso sudato e selvaggio. Imani tremava ancora, l’orgasmo che la scuoteva a ondate, le unghie conficcate nella sua schiena, la voce roca che gemette il suo nome.
Restarono così un momento, ansimanti, il cazzo che si ammorbidiva piano dentro di lei, lo sborro che colava caldo sulle cosce scure. Poi Rafael uscì con un suono umido e le aiutò a scendere dal tavolo. Si rivestirono ridendo, complici, le mani che si sfioravano mentre lei rialzava lo short inzuppato e lui riallacciava i jeans ancora macchiati. Imani gli passò le dita sulla maglietta sudata, gli occhi ancora lucidi di piacere.
«Numero», disse lei, prendendogli il telefono dalle tasche e digitando veloce. Poi lo baciò sporco, lingua e denti, sapore di sborra e birra. «Tornerò la settimana prossima per un altro tour privato. Questa volta voglio assaggiare anche la stout… e il tuo cazzo di nuovo.»
Uscì dalla porta secondaria con le gambe ancora tremanti, un filo di sborra che le scendeva lungo la coscia interna sotto lo short, e un sorriso soddisfatto e malizioso stampato sulle labbra carnose. Rafael la guardò sparire, il sorriso stanco che gli allargava la barba, già duro di nuovo al solo pensiero.
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