Mascherata alla Parete: Il Suo Corpo Contro il Mio

In una maschera veneziana, Ingrid spinge Miriam contro il muro e la fa venire con la lingua e le dita.

25 min read September 05, 2026New

La maschera di Carnevale annegava Venezia in un caos di piume, risate e corpi sudati che si strofinavano al ritmo di tamburi e violini fuori dai palazzi. Miriam, trent’anni, avvocata milanese in fuga da una settimana di udienze noiosissime, si era infilata in un abito nero lucido che le stringeva le tette come una seconda pelle, scollato fino al punto in cui il reggiseno non esisteva più. Due corna rosse lucide le spuntavano dai capelli scuri raccolti, e la coda di raso le dondolava contro la coscia ogni volta che camminava. Attraverso la fessura della mezza maschera di diavolo guardava la folla e sentiva già il calore tra le gambe, quel pizzicore che arrivava solo quando sapeva di poter essere cattiva senza conseguenze.

Fu allora che la vide.

Ingrid, ventotto anni, fotografa freelance con le mani sempre unte d’inchiostro e di luce, indossava una maschera da volpe argentata che le copriva gli occhi e lasciava libere le labbra carnose. Il costume grigio e argento le aderiva al culo sodo, le gambe lunghe strette in calze a rete che finivano sotto un corpetto corto. I loro sguardi si agganciarono sopra le spalle di un gruppo di ballerini mascherati da arlecchini. Miriam sentì un colpo secco in basso ventre, come se qualcuno le avesse premuto il dito sul clitoride attraverso i vestiti. Ingrid le sorrise — denti bianchi, labbra dipinte di un rosso scuro — e si leccò lentamente l’angolo della bocca. Miriam ricambiò alzando un sopracciglio e facendo scivolare una mano sul fianco, allargando le dita proprio sopra la curva del seno. L’aria tra loro diventò densa, calda, piena di promesse sporche.

Si mossero l’una verso l’altra tra i corpi che ballavano. Ogni passo era un gioco: Miriam passava vicino, Ingrid la seguiva di sbieco, le dita che sfioravano un braccio, un fianco, la base della coda di raso. Quando furono abbastanza vicine da sentirsi l’alito, Ingrid piegò la testa e sussurrò contro l’orecchio di Miriam, la voce roca sotto la maschera:

«Quelle tette ti scoppiano dal vestito. Mi vengono voglia di morderle fino a lasciarti i segni.»

Miriam sorrise, la figa già umida che le bagnava lo slip di pizzo. «E tu, volpe. Quel culo stretto… se ti girassi, te lo prenderei a morsi finché non mi chiederesti di leccarti.»

Ballarono. Prima a distanza di un palmo, poi petto contro petto. I seni di Miriam, pesanti e caldi, premevano contro quelli più piccoli e sodi di Ingrid. Le cosce si sfioravano a ogni movimento dei fianchi. Ingrid posò le mani sui fianchi di Miriam e le fece ruotare contro il proprio pube, facendole sentire il calore attraverso le stoffe. Miriam sentì le dita di Ingrid scendere più in basso, sotto l’orlo dell’abito, a palpare la carne nuda della coscia alta. Un brivido le salì lungo la schiena. Guardò Ingrid dritta negli occhi argentati della maschera e mormorò: «Più stretto. Voglio sentirti.»

Ingrid non aspettò altro. La trascinò fuori dalla piazza principale, lungo un vicolo stretto dove le torce a gas gettavano ombre lunghe e l’umidità del canale saliva dalle pietre. La spinse contro il muro di mattoni freddi e umidi. Il contatto fu immediato, violento di desiderio: seni schiacciati, respiri caldi che si mescolavano, bocche che si sfioravano senza ancora baciarsi. Le mani di Ingrid scivolarono sotto l’abito nero, salirono lungo le cosce, agganciarono i fianchi e le strinsero il culo a piene mani.

«Sei già bagnata, diavolessa», sussurrò Ingrid, le dita che premevano contro il tessuto umido dello slip. «Lo sento. Ti gocciola.»

Miriam gemette basso, afferrò il viso di Ingrid tra le palme e la baciò. Fu un bacio vorace, lingue che si cercavano subito, denti che graffiavano labbra, saliva che si mescolava. Miriam le succhiò la lingua come se volesse divorarla. Ingrid rispose spingendole il ginocchio tra le cosce e strofinandolo contro la figa vestita, mentre le mani le aprivano il corpetto abbastanza da farle uscire un seno. La bocca scese, catturò il capezzolo duro e lo succhiò forte, mordicchiandolo finché Miriam non gettò la testa all’indietro contro il muro e ansimò: «Cazzo… sì… più forte.»

Ingrid si inginocchiò sulle pietre umide. Sollevò l’abito di Miriam fino alla vita, le tirò giù lo slip bagnato lungo le gambe e lo lasciò penzolare a un polpaccio. L’odore di figa calda e arrapata le riempì le narici. Non perse tempo: aprì le labbra con le dita e le passò la lingua piatta dalla fessura al clitoride già gonfio. Miriam afferrò i capelli di Ingrid sotto la maschera da volpe e le premé la faccia contro la fica.

«Lecca… così… cascati dentro», ansimò, i fianchi che si muovevano contro la bocca.

Ingrid le ficcò due dita fino in fondo mentre le succhiava il clitoride con forza, le labbra che facevano rumore bagnato, la lingua che girava e spingeva. Le dita andavano e venivano, curve, cercando il punto che faceva tremare le cosce di Miriam. Il muro alle spalle era freddo, ma il calore tra le gambe era un incendio. Miriam gemette a piena voce, senza più ritegno, cavandosi l’altro seno dal vestito e stringendosi il capezzolo mentre Ingrid la scopava con la lingua e le dita.

«Vieni sulla mia bocca», ordinò Ingrid, la voce ovattata contro la carne. «Voglio berla.»

Ma Miriam scosse la testa, gli occhi lucidi di lussuria. «Prima tu. Alzati.»

Si scambiarono. Miriam spinse Ingrid contro lo stesso muro, le alzò il corpetto, le calò le calze a rete e le mutandine in un solo gesto. La figa di Ingrid era rasata, lucida di sesso, le labbra gonfie. Miriam le infilò due dita con decisione, profonde, mentre le mordeva il collo sotto la maschera e le strofinava il clitoride con il pollice in cerchi rapidi e sporchi. Ingrid si aprì di più, una gamba alzata contro l’anca di Miriam, ansimando:

«Più duro… fottermi le dita… così, cazzo…»

Miriam le pompò le dita più veloce, le baciò la bocca assorbendole i gemiti, le succhiò la lingua mentre il pollice le martellava il clitoride. Sentì le pareti interne di Ingrid contrarsi, stringerle le dita, e poi lo scatto: Ingrid venne con un urlo soffocato contro la spalla di Miriam, le cosce che tremavano, la fica che pulsava e bagnava il polso di Miriam fino al palmo. Miriam non si fermò finché Ingrid non le afferrò il polso gemendo «basta… troppo…».

Ma non avevano finito. Ingrid, ancora tremante, si voltò di tre quarti, alzò una coscia nuda e la premette contro la figa scoperta di Miriam. Si strofinarono. Tribbing frenetico, bagnato, pelle contro pelle, clitoridi che si urtavano a ogni spinta dei fianchi. Miriam tenne Ingrid per i capelli e per un seno, le strinse il capezzolo tra le dita mentre si sfregava più forte, più sporca, i liquidi che schizzavano tra le cosce e colavano giù. Il muro umido le graffiava la schiena, le maschere si scontravano, i respiri erano rantoli.

«Vieni pure tu», ansimò Ingrid contro la sua bocca. «Sulla mia coscia. Bagnami.»

Miriam scoppiò. L’orgasmo le arrivò come un pugno basso, violento, le gambe che cedettero, la figa che spasimava contro la carne calda di Ingrid mentre gemiti lunghi e rochi le uscivano dalla gola. Continuò a strofinarsi finché l’ultima ondata non la lasciò molle, il cuore che batteva in gola, la testa appoggiata alla spalla dell’altra.

Rimasero così, premuti al muro, respiri corti, cosce lucide di sesso. Le mani ancora aggrappate ai costumi spiegazzati. Miriam sistemò lentamente le corna rosse, Ingrid rialzò la maschera da volpe che le era scivolata di lato. Si guardarono e sorrisero, complici, le labbra gonfie, gli occhi ancora affamati. Ingrid le passò un dito sulle labbra e Miriam lo succhiò pulito, assaporando se stessa e l’altra mescolate.

«Non ho finito con te», mormorò Ingrid, la voce bassa, la mano che le carezzava ancora il fianco nudo sotto l’abito. «Ho una stanza in un palazzo sul canale. Niente maschere. Niente folla. Solo il tuo corpo contro il mio finché non riesci più a camminare.»

Miriam le sistemò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio, le dita ancora umide. Il battito non le si era calmato. Tra le gambe pulsava ancora, già pronta a ricominciare. «Allora portami», sussurrò. «E stasera non mi lasciare dormire.»

Si sistemarono i vestiti alla meno peggio, le mutandine di Miriam ancora a un collo del piede finché non le ricalzò con un sorriso sporco. Uscirono dal vicolo tenendosi per mano sotto i costumi, i corpi che si sfioravano a ogni passo, la tensione che non si era affatto spenta — anzi, cresceva di nuovo, calda e cattiva, mentre le luci di Carnevale li riassorbivano e la notte veneziana prometteva di essere lunghissima.

Uscirono dal vicolo tenendosi per mano, i costumi ancora stropicciati e le cosce che si toccavano a ogni passo sulle pietre umide. Venezia intorno a loro era un turbine di maschere e grida, ma Miriam sentiva solo il pollice di Ingrid che le accarezzava il dorso della mano e il calore che le tornava già tra le gambe. L’orgasmo di poco prima non aveva spento niente: aveva solo aperto la fame. Ingrid tirò più forte, guidandola tra i calli stretti, sotto archi bassi dove l’odore di mare e di spezie si mescolava al loro odore di sesso ancora fresco.

«Cammini come se avessi ancora le mie dita dentro», mormorò Ingrid senza voltarsi, la maschera da volpe che luccicava sotto una lanterna. «Mi piace. Voglio vederti zoppicare quando ti lascio.»

Miriam rise basso, la voce roca. «E tu hai ancora il sapore della mia figa sulla lingua. Non lo nascondi.» Le strinse la mano e le fece scivolare le dita tra le sue, umide ancora. «Portami lì prima che ti spogli qui in mezzo alla gente.»

Il palazzo sul canale era un edificio scuro, facciata di pietra invecchiata e una porta laterale che Ingrid aprì con una chiave pesante. Salirono una scala stretta di legno scricchiolante, due piani, senza parlare. Solo respiri e il fruscio delle calze a rete di Ingrid contro i gradini. Al pianerottolo Ingrid spinse un’altra porta e le luci basse di una stanza ampia le accolsero: soffitti alti, finestre sul canale nero, un letto a baldacchino con lenzuola scure già scompigliate, un divano di velluto, specchi antichi che moltiplicavano le ombre. L’aria sapeva di cera e di acqua salata.

Ingrid chiuse la porta a chiave e si tolse la maschera da volpe in un gesto solo, gettandola su una sedia. Il volto sotto era più tagliente di quanto Miriam avesse immaginato: zigomi alti, occhi grigi, bocca ancora gonfia e rossa del loro bacio. Miriam si tolse le corna e la mezza maschera da diavolo, scosse i capelli scuri e li lasciò cadere sulle spalle. Si guardarono nudi in faccia per la prima volta, senza filtri.

«Meglio», disse Ingrid, avvicinandosi. «Voglio vedere ogni smorfia quando ti faccio venire.»

La baciò di nuovo, ma questa volta fu più lento e più sporco. Lingue che si arrotolavano, denti che tiravano il labbro inferiore, mani che già tiravano i costumi. Miriam le aprì il corpetto grigio-argento e glielo fece scivolare giù dalle spalle; i seni di Ingrid erano piccoli, sodi, i capezzoli scuri già duri. Miriam li prese in mano, li strinse, li piegò verso la sua bocca e li succhiò a turno, forte, lasciando segni rossi. Ingrid gemette e le strappò l’abito nero, tirandolo giù finché Miriam restò solo con le mutandine ancora umide a un polpaccio e le scarpe. Le calze a rete di Ingrid seguirono, strappate in un punto sull’interno coscia; le mutandine furono ridotte a uno straccio sul pavimento.

Nude. Pelle contro pelle. Miriam spinse Ingrid all’indietro finché le ginocchia di lei non batterono contro il bordo del letto. La fece sedere e si inginocchiò tra le sue gambe aperte. L’odore di figa di Ingrid era più forte qui, chiuso nella stanza: acido, caldo, misto al sudore del ballo. Miriam le leccò prima l’interno delle cosce, mordicchiando la carne morbida, poi aprì le labbra gonfie con i pollici e ci cacciò la lingua dritta dentro. Ingrid gettò la testa all’indietro e afferrò i capelli di Miriam.

«Cazzo… così in fondo… succhiami il clitoride mentre mi scoperi con la lingua.»

Miriam obbedì. Due dita entrarono facili, bagnate, e si piegarono cercando il punto spugnoso mentre la bocca si chiudeva sul clitoride e lo succhiava a ritmi corti e veloci. Ingrid muoveva i fianchi incontro, bagnandole il mento, ansimando parole sporche: «Più dita… tre… voglio sentirmi piena…» Miriam ne aggiunse una terza, stirando, e le pompò con forza, il palmo che sbatteva contro la carne a ogni spinta. La lingua non si fermava. Ingrid venne di nuovo dopo pochi minuti, un gemito lungo e rotto, le cosce che le serrarono la testa, la figa che pulsava e spingeva liquido caldo contro la bocca di Miriam. Miriam bevve, leccò pulito, non si staccò finché Ingrid non la tirò su per i capelli e la baciò assaporando se stessa.

Si rotolarono sul letto. Ingrid salì sopra, ginocchia ai lati dei fianchi di Miriam, e le strinse i seni a piene mani, schiacciandoli, mordendo i capezzoli finché Miriam non sibilò di piacere-dolore. Poi scese, le aperse le gambe e le guardò la figa ancora lucida e aperta dall’orgasmo del vicolo.

«Sei ancora gonfia», disse Ingrid, la voce bassa. «E goccioli sul lenzuolo. Ti farò venire finché non piangi.»

Le passò la lingua piatta dal buco al clitoride, poi ci ficcò due dita e le mosse a forbice mentre succhiava. Miriam alzò il bacino, afferrò le caviglie di Ingrid per tenersela vicina, e gemé a gola aperta. Ingrid aggiunse la lingua dentro insieme alle dita, un movimento umido e rumoroso, e con l’altra mano le strofinò il clitoride a cerchi duri. Miriam sentì l’orgasmo arrivare come un’onda bassa, pesante; le gambe tremarono, la schiena si inarcò, e venne spingendo contro la faccia di Ingrid, bagnandole naso e bocca, un grido rauco che rimbalzò contro i soffitti alti. Ingrid non si fermò. Continuò a leccare e a scoparla con le dita attraverso le contrazioni, fino a un secondo picco più corto e violento che lasciò Miriam senza fiato, gli occhi umidi, le cosce che scattavano.

«Basta… un secondo…», ansimò Miriam, ma Ingrid scosse la testa e le strinse un capezzolo tra le dita.

«No. Hai detto di non farti dormire.»

Si girarono di nuovo. Miriam spinse Ingrid a quattro zampe sul materasso, le aperse le natiche e le leccò la figa da dietro, la lingua che entrava e usciva, il naso premuto contro il buco del culo. Ingrid spingeva indietro, chiedendo di più. Miriam le infilò due dita e le pompò mentre leccava più in alto, bagnando tutto. Poi le fece voltare di scatto, le montò sopra coscia contro coscia e riprese il tribbing, più lento stavolta, più pesante: clitoridi che si sfregavano bagnati, labbra che si aprivano e si chiudevano l’una sull’altra a ogni spinta dei fianchi. Si baciavano tra un gemito e l’altro, saliva e sesso mescolati. Miriam le teneva i polsi sopra la testa con una mano e con l’altra le strofinava un seno.

«Più forte», ansimò Ingrid. «Strofina più duro… voglio venire di nuovo sulla tua figa.»

Miriam accelerò, il suono umido delle loro fesse che sbattevano riempiva la stanza. Ingrid venne per terza volta, le unghie che si conficcavano nelle spalle di Miriam, un urlo soffocato contro la sua bocca. Miriam la seguì poco dopo, l’orgasmo che le strappò un rantolo lungo, il corpo che collassò sopra quello di Ingrid, entrambe sudate, i cuori che battevano l’uno contro l’altro.

Rimasero ferme qualche minuto, respiri corti, le mani che ancora esploravano. Ingrid le accarezzò la schiena scendendo fino al culo, le dita che scivolavano tra le natiche e accarezzavano piano l’ingresso ancora pulsante. Miriam rabbrividì e aprì di più le gambe senza alzarsi.

«Non ho ancora finito di assaggiarti», sussurrò Ingrid all’orecchio. «E tu non hai ancora usato la bocca abbastanza su di me.»

Miriam sorrise contro la sua pelle, stanca e già di nuovo arrapata. Si sollevò appena, le guardò negli occhi grigi e le morse il labbro inferiore. «Allora alzati. Voglio che ti sieda sulla mia faccia finché non mi riempi la gola. E dopo voglio le tue dita così in fondo da farmi venire in piedi.»

Ingrid rise, un suono basso e cattivo, e la baciò di nuovo. Fuori dal finestrone il canale batteva piano contro la pietra, le luci di Carnevale tremolavano lontane. Dentro, i corpi erano già pronti a ricominciare: gambe che si intrecciavano, bocche che scendevano, dita che cercavano buchi caldi e umidi. La notte era lunga, il letto grande, e nessuna delle due aveva intenzione di spegnere la fame. Ingrid scivolò più in alto, le ginocchia ai lati della testa di Miriam, e abbassò la figa bagnata proprio sulla bocca aperta che l’aspettava. Miriam la afferrò per i fianchi e la tirò giù, la lingua già dentro, pronta a bere tutto di nuovo mentre le dita di Ingrid le cercavano i seni e le stringevano i capezzoli con promessa di ore ancora più sporche.

Ingrid scese con i fianchi e premette la figa aperta dritta sulla bocca di Miriam. Il sapore era denso, salato, ancora caldo dall’orgasmo precedente; Miriam aprì le labbra e ci cacciò la lingua fino in fondo, succhiando e ingoiando mentre Ingrid si muoveva sopra di lei a cerchi lenti e pesanti. Le cosce di Ingrid le stringevano le orecchie, i muscoli già tesi. Miriam afferrò i fianchi nudi e la tirò ancora più giù, il naso schiacciato contro il clitoride gonfio, la lingua che entrava e usciva con rumori bagnati e volgari.

«Così… cazzo, così in gola», ansimò Ingrid, le mani che si aggrappavano alla testiera del letto. «Bevi tutto. Non lasciare una goccia.»

Miriam obbedì. Spinse tre dita dentro di sé mentre leccava, pompando in sincronia con i movimenti dei fianchi di Ingrid. Sentiva il calore salirle di nuovo tra le gambe, la figa che pulsava vuota e affamata. Ingrid accelerò, strofinandosi più duro, il clitoride che sbatteva contro la lingua e i denti di Miriam. Un gemito lungo le uscì dalla gola quando venne, le cosce che tremarono violentemente, il liquido caldo che colò nella bocca di Miriam. Miriam bevve, leccò, non si staccò finché Ingrid non si sollevò ansimante e scivolò di lato sul materasso.

Ma non diede tregua. Miriam si mise a quattro zampe sopra di lei, le tette che pendevano pesanti, i capezzoli ancora rossi dei morsi. «Adesso tocca a me riempirti», mormorò, e si girò di scatto, mettendosi a 69. La sua figa scese sulla faccia di Ingrid nello stesso istante in cui lei riabbassò la bocca sulla figa ancora pulsante dell’altra. Si leccarono a vicenda con furia, lingue profonde, dita che si conficcavano nei buchi caldi. Miriam ci ficcò due dita in Ingrid e le pompò mentre succhiava il clitoride; Ingrid rispose allo stesso modo, tre dita che stiravano Miriam, il palmo che schiaffeggiava la carne a ogni spinta.

I suoni riempivano la stanza: succhi, schiocchi umidi, gemiti soffocati contro la pelle. Miriam sentiva l’orgasmo salirle dalle cosce, un brivido che le faceva contrarre il ventre. Ingrid la sentì stringersi e accelerò, la lingua che girava e spingeva, le dita curve sul punto giusto. Miriam venne con un urlo contro la figa di Ingrid, il corpo che si scosse, i liquidi che le colarono lungo le cosce dritti sulla bocca dell’altra. Ingrid leccò tutto, poi venne a sua volta pochi secondi dopo, le anche che si sollevarono contro il viso di Miriam, un gemito rauco che vibrò tra le gambe.

Si staccarono ansimanti, sudate, i capelli appiccicati alle tempie. Ma la fame non si era spenta. Ingrid si alzò, gli occhi grigi lucidi di lussuria, e tirò Miriam in piedi. La spinse contro uno degli specchi antichi che riflettevano i loro corpi nudi e lucidi di sesso. Il vetro era freddo sulla schiena di Miriam; i seni di Ingrid si schiacciarono contro i suoi, capezzoli duri che si strofinavano.

«Guardati», sussurrò Ingrid, facendola voltare di tre quarti verso lo specchio. «Guarda come goccioli. Guarda le mie dita mentre ti scopano.»

Le aprì le gambe con un ginocchio e le infilò tre dita d’un colpo, profonde, curve, mentre l’altra mano le stringeva un seno e le pizzicava il capezzolo. Miriam guardò nello specchio: la propria faccia contratta di piacere, le tette che ballavano a ogni spinta, le dita di Ingrid che sparivano e riemergevano lucide. Ingrid le morse la spalla e le strofinò il clitoride con il pollice in cerchi duri e sporchi.

«Più forte… fottermi… cazzo sì», ansimò Miriam, spingendo i fianchi incontro. Sentiva le dita arrivare in fondo, stirarla, il palmo che sbatteva contro la carne. L’orgasmo arrivò di sorpresa, violento, le gambe che tremarono, la figa che strinse le dita di Ingrid in spasmi lunghi. Ingrid non si fermò. Continuò a pompare attraverso le contrazioni, fino a un secondo picco che lasciò Miriam piegata in avanti, le mani appoggiate allo specchio, il respiro a pezzi.

«In piedi», ordinò Ingrid. «Non ho finito.»

La fece camminare fino alla finestra che dava sul canale. Aprì le ante; l’aria fredda della notte veneziana entrò e le leccò la pelle sudata. Miriam si piegò in avanti, le mani sul davanzale di pietra, il culo offerto. Ingrid si inginocchiò dietro di lei e le aprì le natiche con le mani. Prima le leccò la figa da dietro, la lingua piatta che saliva e scendeva, poi salì più in alto e le girò intorno al buco del culo, bagnandolo, spingendo appena la punta. Miriam gemé e spinse indietro.

«Lì… anche lì…», ansimò.

Ingrid le ficcò due dita nella figa e una, lentamente, nel culo, pompando in ritmo opposto. La lingua tornò sul clitoride da sotto. Miriam urlò basso, il suono portato via dal vento del canale. Si sentiva piena, stretta, ogni nervo acceso. Ingrid accelerò, le dita che entravano e uscivano, la lingua che non dava tregua. Miriam venne di nuovo, più forte, le ginocchia che piegarono, il corpo che collassò quasi contro il davanzale mentre spasmi lunghi le attraversavano il ventre. Ingrid le tenne i fianchi e continuò finché Miriam non gemé «basta… troppa…».

Ma era una bugia e lo sapevano entrambe. Ingrid la tirò indietro verso il letto, la fece sdraiare a pancia in su e le montò sopra a cavalcioni, figa contro figa. Riprese il tribbing, questa volta lento e pesante all’inizio, clitoridi che si sfregavano bagnati, labbra che si aprivano l’una sull’altra. Miriam le tenne i seni, le strinse i capezzoli, la guardò negli occhi grigi.

«Più duro», disse. «Voglio sentire il tuo clitoride battere sul mio finché non veniamo insieme.»

Ingrid accelerò. I fianchi sbattevano, il suono umido e scurrile riempiva la stanza insieme ai loro respiri. Miriam alzò il bacino, incontrò ogni spinta, le unghie che si conficcavano nei fianchi di Ingrid. Sentiva l’orgasmo costruirsi di nuovo, basso e pesante, le cosce che tremavano. Ingrid piegò la testa e la baciò, lingue che si mescolavano al sapore di figa ancora fresco.

«Vieni con me», ansimò Ingrid contro la sua bocca. «Adesso.»

Vennero insieme, un grido condiviso, i corpi che si scossero l’uno contro l’altro, liquidi che schizzarono tra le cosce e macchiarono le lenzuola scure. Rimasero agganciate, respiri corti, cuori che battevano furiosi. Ingrid scivolò di lato ma non allontanò le mani: le dita le accarezzarono ancora la figa gonfia, piano, quasi tenero, poi di nuovo più deciso.

Miriam rise debole, già di nuovo arrapata. «Sei una porca. Non ti stanchi mai.»

«Tu mi hai detto di non farti dormire», rispose Ingrid, infilandole di nuovo due dita, lente, profonde. «E io intendo tenerti sveglia finché il sole non esce sul canale. Guarda.»

Si alzò, andò verso una cassapanca antica all’angolo della stanza e ne tirò fuori qualcosa: un dildo di vetro spesso e liscio, freddo al tatto. Lo mostrò a Miriam con un sorriso sporco.

«L’ho portato per me. Ma adesso lo voglio dentro di te mentre ti leccio. E dopo voglio che tu lo usi su di me contro il muro, finché non riesco più a stare in piedi.»

Miriam sentì un nuovo calore salirle tra le gambe, la figa che si contrasse a vuoto. Si aprì di più, le ginocchia divaricate, lo sguardo affamato. «Allora vieni qui. Ficcamelo dentro. E non fermarti quando piango.»

Ingrid tornò sul letto, si mise tra le sue cosce e le passò il vetro freddo lungo la fessura bagnata, bagnandolo del loro sesso misto. Poi lo spinse dentro, centimetro dopo centimetro, mentre abbassava la bocca sul clitoride e succhiava. Miriam gettò la testa all’indietro e gemé a gola aperta. Il freddo del vetro e il caldo della lingua si mescolavano in un piacere che le faceva tremare tutto il corpo. Ingrid lo pompava piano all’inizio, poi più forte, più a fondo, la lingua che non lasciava il clitoride.

Fuori il canale batteva piano contro le pietre. Dentro, Miriam sentiva già l’orgasmo successivo costruirsi, pesante, inevitabile. Ma Ingrid rallentò di proposito, le dita che le stringevano un capezzolo, la voce bassa e cattiva:

«Non ancora. Voglio che aspetti. Voglio che mi guardi mentre ti scopro a pezzi. E dopo… dopo ti faccio venire in piedi, con le gambe che non reggono più, e ti porto di nuovo al muro. Quello freddo. Quello dove tutto è iniziato. Solo che stavolta senza maschere e senza limiti.»

Miriam ansimò, i fianchi che cercavano di spingere incontro al dildo. «Allora fallo. Scopami. E poi portami dove vuoi. Ma non smettere. Stasera sono tua finché non crollo.»

Ingrid sorrise, gli occhi grigi che brillavano di fame ancora intatta, e riprese a muovere il vetro più forte, più sporco, la lingua che tornava a lavorare, le dita libere che scendevano a giocare anche con il buco del culo di Miriam. La notte era ancora lunga, il letto grande, le lenzuola già distrutte. E nessuna delle due aveva intenzione di spegnere nulla.

Ingrid spinse il dildo di vetro più a fondo, il freddo che si scioglieva subito nel calore denso della figa di Miriam. Lo faceva scorrere lento all’inizio, poi a spinte lunghe e pesanti, mentre la lingua le lavorava il clitoride gonfio con succhi corti e rumorosi. Miriam teneva le ginocchia aperte fino a far male, i talloni conficcati nel materasso, e guardava in basso: la bocca di Ingrid lucida di lei, i capelli scuri che le cadevano sugli occhi grigi, il braccio che andava e veniva tra le sue cosce.

«Cazzo… più forte… riempimi», ansimò Miriam, una mano nei capelli di Ingrid, l’altra che si strizzava un seno fino a lasciare segni rossi. Il vetro le stirava le pareti, le faceva sentire ogni millimetro, e quando Ingrid lo ruotò e lo premé sul punto spugnoso Miriam sentì le cosce scattare. «Non fermarti… ti prego… così in fondo che mi sento spaccata.»

Ingrid obbedì. Aumentò il ritmo, il dildo che usciva lucido e rientrava con uno schiocco umido, la lingua che non lasciava il clitoride neanche un secondo. Con la mano libera scese più in basso e le premette un dito contro il buco del culo già bagnato di prima, lo fece entrare piano, poi lo pompò in controcampo. Miriam urlò, la schiena che si inarcò, i seni che ballarono. L’orgasmo le arrivò come un’ondata che partiva dal basso ventre e le salì fino alla gola: la figa che si chiudeva a spasmi intorno al vetro, il culo che stringeva il dito, i liquidi che schizzarono sulla bocca e sul mento di Ingrid. Continuò a venire a ondate, tremando, finché non riuscì più a tenere gli occhi aperti.

Ingrid estrasse il dildo lentamente, lo leccò pulito sotto lo sguardo affamato di Miriam, poi lo passò sulle labbra di lei. Miriam lo succhiò, assaporando se stessa e il vetro ancora caldo. «Adesso tu», mormorò con la voce roca. «Contro il muro. Come hai promesso.»

Si alzarono. Le gambe di Miriam tremavano ancora, ma Ingrid la guidò fino alla parete di pietra accanto alla finestra, quella che dava sul canale scuro. La spinse a faccia al muro, le alzò un braccio sopra la testa e glielo tenne fermo. Con l’altra mano le aprì le natiche e le cacciò il dildo di nuovo dentro, dritto, fino in fondo, mentre si premeva contro di lei con tutto il corpo. I seni di Ingrid schiacciati contro la schiena sudata di Miriam, il pube che le strofinava il culo a ogni spinta.

«Guardati nello specchio di lato», sussurrò Ingrid all’orecchio, mordendole il lobo. «Guarda come ti scopro. Guarda come goccioli sul pavimento.»

Miriam girò la testa. Nello specchio antico vide il proprio viso contratto, le tette schiacciate contro la pietra fredda, il dildo che spariva e riemergeva tra le sue cosce, e dietro Ingrid con gli occhi grigi feroci, i fianchi che battevano. Ingrid le morse la spalla e accelerò, il vetro che la riempiva a colpi secchi, l’altra mano che le scendeva davanti a strofinarle il clitoride a cerchi duri e sporchi. Miriam spingeva indietro incontro a ogni botta, ansimando parole rotte: «Più duro… fottermi… voglio sentirlo domani quando cammino…»

Ingrid le estrasse il dildo, si voltò e se lo ficcò in gola per bagnarlo di nuovo, poi lo diede a Miriam. «Adesso usalo tu su di me. Stessa parete. Voglio le gambe che non reggono.»

Si scambiarono. Ingrid si piantò contro il muro, gambe divaricate, culo in fuori. Miriam le entrò dietro con il vetro in una sola spinta lunga, tre dita della mano libera che le aprivano le labbra e le strofinavano il clitoride. Si piegò su di lei, le morse la nuca, le parlò contro la pelle: «Senti com’è freddo e grosso… ti piace essere piena così, volpe? Dimmi.»

«Sì… cazzo sì… pompami… non smettere», gemé Ingrid, le unghie che graffiavano la pietra. Miriam la scopò con il dildo a ritmi profondi e veloci, il corpo intero che batteva contro il suo, seni contro schiena, sudore che si mescolava. Quando sentì Ingrid stringersi e tremare, accelerò ancora e le succhiò il collo finché non venne con un urlo soffocato, le cosce che collassarono, il liquido che colò lungo le gambe fino alle caviglie. Miriam non si fermò: continuò a spingere attraverso le contrazioni, poi si inginocchiò e le leccò tutto, figa e culo, bevendo ciò che usciva, la lingua che entrava nei buchi ancora aperti.

Si rialzarono tremante. Ingrid afferrò Miriam per i capelli e la baciò con violenza, assaporando se stessa sulla bocca dell’altra. Poi la trascinò di nuovo al letto, la fece sdraiare e le montò sopra a 69 invertito, figa sulla faccia, faccia sulla figa. Si leccarono con rabbia affamata: lingue che spingevano a fondo, dita che si conficcavano a tre, palmi che schiaffeggiavano la carne bagnata. I suoni erano volgari, schiocchi e succhi e gemiti che riempivano il soffitto alto. Miriam venne per prima, spingendo i fianchi contro la bocca di Ingrid, un rantolo lungo che le vibrò tra le cosce. Ingrid la seguì subito dopo, bagnandole il mento e il naso, le cosce che le serrarono la testa finché non le passò.

Ancora non bastava. Si misero di fianco, una gamba alzata sull’anca dell’altra, e ripresero il tribbing pesante, clitoridi che si urtavano e si strofinavano bagnati, labbra che si aprivano e chiudevano a ogni spinta. Si tenevano pei capelli e pei seni, si mangiavano la bocca, saliva e sesso mescolati. Vennero insieme di nuovo, un grido condiviso, i corpi che si scossero e collassarono l’uno sull’altro, liquidi che macchiarono ancora le lenzuola già distrutte.

Rimasero così a lungo, respiri che si calmarano piano, mani che ancora accarezzavano cosce e culi e seni segnati di morsi. L’aria della stanza sapeva di sesso e di canale. Fuori le luci di Carnevale si erano assottigliate; l’alba grigia filtrava dalle ante socchiuse.

Miriam tracciò con un dito il contorno delle labbra di Ingrid, ancora gonfie. «Non riesco più a sentire le gambe. Hai mantenuto la promessa.»

Ingrid sorrise, stanca e satolla ma con qualcosa che già si muoveva dietro gli occhi grigi. Si alzò un poco sul gomito, le guardò il corpo nudo e lucido, i segni rossi sui seni, la figa ancora aperta e pulsante. «Buono. Perché ho già deciso la prossima.»

Miriam alzò un sopracciglio, il cuore che le batteva ancora forte. «Racconta.»

Ingrid le scese la mano tra le cosce e le accarezzò piano la fessura gonfia, due dita che le entrarono senza fretta, solo per sentirla ancora calda. «Tra tre giorni. Io resto a Venezia fino a domenica. Tu annulli quel cazzo di volo per Milano. Prenoto una stanza in un altro palazzo, più isolato, con uno specchio da soffitto a pavimento e un letto più grosso. Niente costumi. Niente maschere. Solo noi due chiuse dentro da venerdì sera a domenica mattina. Porto altri giocattoli: uno più grosso di questo, delle manette morbide, e qualcosa che vibra. Voglio legarti e farti venire finché non piangi sul serio. Poi voglio che tu mi fotti contro ogni parete di quella stanza, e sul davanzale, e per terra. E domenica, prima che tu riparta, ti porto di nuovo in quel vicolo. Stessa pietra fredda. Stessa posizione. Solo che stavolta ti faccio urlare senza maschera, e qualcuno passerà e sentirà, e a me non fregherà un cazzo.»

Miriam sentì la figa contrarsi intorno alle dita di Ingrid. Rise basso, già di nuovo bagnata. «Sei una pazza. E io dico di sì a tutto. Ma aggiungo una cosa: la notte di mezzo voglio che tu mi svegli ogni ora. Lingua, dita, dildo, coscia, quello che ti pare. Finché all’alba non riesco più a chiudere le gambe.»

Ingrid le baciò il collo, il sorriso che le premeva contro la pelle. «Affare fatto. Adesso dormi un’ora. Poi ti sveglio io, e ripartiamo da dove abbiamo lasciato il vetro. E mentre dormi io già penso a come ti legherò le polsi al baldacchino di quella stanza nuova… e a quanto ti farò sudare prima di lasciarti venire la prima volta.»

Miriam chiuse gli occhi, il corpo molle e bruciato di piacere, ma la mente già piena di immagini: manette, specchi, il vicolo di nuovo, Ingrid che la spingeva e la leccava e la scopava senza pietà. Fuori il canale batteva piano. Dentro, le dita di Ingrid erano ancora dentro di lei, ferme, padrone, e la promessa della prossima volta le pulsava tra le gambe più forte di qualsiasi orgasmo. La notte non era finita. E la settimana, tanto meno.

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