Sguardi Rubati sul Lago con la Moglie dell'Amico
Marco e Rosa si scambiano sguardi proibiti e finiscono col tradire i coniugi sul prato del lago.
Il sole di fine pomeriggio si spegneva lento sul lago, tingendo l’acqua di un arancio denso che sembrava caldo al tatto. Marco stava seduto sulla sedia a sdraio di legno, le gambe aperte, la birra sudata tra le dita, e non riusciva a staccare gli occhi da Rosa. Lei era distesa a pancia sotto sul prato, a pochi metri, il bikini nero ridotto a due strisce di tessuto che sparivano tra le chiappe piene e sode. Trentadue anni, seni pesanti che spingevano contro l’asciugamano ogni volta che si sollevava sui gomiti, cosce morbide e la linea della schiena che scendeva fino a quel culo da far peccare. Simone, il suo migliore amico da vent’anni, stava preparando la griglia più in là con Chiara, la moglie di Marco. Le risate dei due coniugi arrivavano attutite. E ogni volta che si voltavano, gli sguardi di Marco e Rosa si agganciavano.
Era un furto. Un furto ripetuto, silenzioso, devastante. Rosa alzava gli occhiali da sole sulla fronte, lo fissava con quelle iridi scure umide di desiderio, e le labbra si schiudevano appena, come se già assaporasse qualcosa di proibito. Marco sentiva il cazzo indurirsi nei boxer, pesante, traditore. Sapeva cosa sarebbe successo se qualcuno li avesse scoperti: l’amicizia fatta a pezzi, due matrimoni in frantumi, le vacanze trasformate in un tribunale di rabbia. Eppure non riusciva a smettere. Quando Simone e Chiara si allontanavano verso la casa sul lago a prendere il ghiaccio, Rosa si girava di lato, un seno quasi fuori dal costume, e passava la lingua sulle labbra guardandolo dritto. Marco stringeva la bottiglia fino a far scricchiolare il vetro.
«Stai guardando di nuovo», mormorò lei a voce bassissima, abbastanza forte solo per lui, mentre sistemava i capelli scuri.
«Non riesco a fare altro», rispose lui, la gola secca. «Da tre giorni. Sei un cazzo di problema, Rosa.»
Lei sorrise, lenta, e si alzò in ginocchio per riaggiustare la bretellina del bikini. I capezzoli duri disegnavano due punte sotto il tessuto bagnato. «Anche tu. Ogni volta che Simone mi tocca la sera penso alle tue mani. È una merda, vero?»
Marco annuì, il sangue che gli ruggiva nelle tempie. Il tradimento pendeva tra loro come un filo elettrico teso, pronto a scoppiare.
Quando calò la sera e le luci della casa si spensero una a una, Simone e Chiara già profondamente addormentati dopo il vino e la carne, Marco uscì sul sentiero che costeggiava l’acqua. L’aria era fresca, piena di odore di pino e di limo. Sentì i passi leggeri dietro di sé prima ancora di vederla. Rosa aveva indossato solo un vestitino corto di cotone sopra il bikini, i capelli sciolti, i piedi nudi sull’erba umida.
Si avvicinò fino a sfiorargli il braccio. La voce era un soffio caldo contro il suo orecchio.
«Da mesi sogno le tue mani su di me, Marco. Le sogno che mi aprono le cosce, che mi toccano dove Simone non arriva più. Mi sveglio bagnata e odio me stessa. Ma non smetto.»
Marco si voltò. Il volto di lei era vicino, le labbra socchiuse, gli occhi lucidi di paura e di voglia. «Anch’io. Ogni volta che ti vedo ridere con lui mi viene da spingerti contro il muro e fotterti finché non dimentichi il suo nome. È sbagliato. Distruggerebbe tutto.»
«Lo so.» Rosa gli prese il polso, le dita calde. «Fanculo. Baciami.»
Si lanciarono l’uno contro l’altra come se il tempo stesse per scadere. La bocca di Marco scese sulla sua con una fame grezza, lingua che premeva, denti che beccavano il labbro inferiore. Rosa gemette basso nel bacio, le mani che gli salivano sotto la maglietta a grattare il petto peloso, le unghie che lasciavano scie. Lui la spinse contro il tronco di un pino, una mano che le stringeva una tetta pesante sopra il vestito, il pollice che cercava il capezzolo duro. Il bacino di lei si strofinava contro il cazzo già di pietra, avanti e indietro, il tessuto sottile che non nascondeva niente.
Si toccavano sopra i vestiti come adolescenti disperati, ma con la rabbia di chi sa esattamente quanto sta rischiando. Marco le scese con la mano lungo la pancia, le sollevò l’orlo del vestitino, le dita che scivolavano sulla pelle calda dell’interno coscia. Rosa gli afferrò il polso e, guardandolo dritto negli occhi mentre ansimava, se lo portò tra le gambe. Il bikini era già fradicio. La fessura gonfia, scivolosa, si aprì sotto i polpastrelli di lui. Marco sentì il calore denso, le labbra bagnate che gli si chiudevano intorno alle dita.
«Cazzo, Rosa… sei un fiume.»
«Per te», sussurrò lei, muovendo i fianchi contro la sua mano. «Toccami. Toccami come se fossi tua.»
Superarono il limite lì, con le dita di Marco che le circondavano il clitoride gonfio e le facevano piccoli cerchi lenti mentre lei gli sbottonava i pantaloni e gli stringeva il cazzo grosso e pulsante sopra i boxer. Il brivido del proibito gli stringeva lo stomaco: Simone dormiva a duecento metri, Chiara pure, e loro stavano diventando animali.
Si spostarono sul prato nascosto, oltre gli alberi bassi, dove l’erba era alta e l’acqua del lago batteva piano a pochi passi. Rosa si mise in ginocchio senza aspettare, gli tirò giù pantaloni e boxer in un gesto solo e gli prese il cazzo in bocca con avidità. Labbra strette, lingua calda che girava intorno alla testa già lucida di liquido precome, poi discese fino a ingoiarlo quasi tutto, la gola che si apriva con un suono bagnato e osceno. Marco le afferrò i capelli scuri a due mani, i fianchi che spingevano avanti, sentendo le labbra di lei che gli strofinavano la base.
«Ecco così… succhialo tutto, puttana mia», ringhiò basso, la voce spezzata dal piacere. Rosa gemette intorno al cazzo, le vibrazioni che gli salivano lungo la schiena, una mano che gli massaggiava le palle pesanti mentre saliva e scendeva con ritmo sporco, saliva che le colava sul mento e sul seno.
Quando lui non ne poté più, la sollevò, la piegò a quattro zampe sull’erba. Le abbassò il bikini con un tiro secco, lasciandolo appeso a una caviglia. Il culo di Rosa era lì, tondo, bianco al chiaro di luna, la figa rosata e lucida che gli si offriva. Marco le diede uno schiaffo forte su una chiappa, il suono secco che si sparse tra gli alberi, poi un altro. Lei gemette forte, spingendo indietro.
Si infilò dentro di lei con una spinta sola, fino in fondo, il cazzo che spaccava la strettezza bagnata. Rosa gettò indietro la testa. «Ah— cazzo, sì…»
Cominciò a scoparla con forza da dietro, le mani che le stringevano i fianchi, le palle che sbattevano contro la figa a ogni colpo. Poi le spirò saliva sulle dita e le infilò due dita nel buco del culo stretto, spingendo piano all’inizio e poi più a fondo mentre continuava a trombarla. Rosa urlò soffocato, il corpo che tremava.
«Scopami più forte, tradisco mio marito per te», gemette, la voce rotta, il viso premuto contro l’erba. «Spaccami, Marco… usami… Simone non deve sapere quanto mi piace il tuo cazzo.»
Lui le diede schiaffi ripetuti sul culo mentre spingeva, le dita che le fottevano il buco del culo a ritmo con il cazzo nella figa. L’erba si piegava sotto le ginocchia di lei, i seni le pendevano e ballonzolavano a ogni botta. Il piacere era sporco, totale, fatto di sudore e di paura di essere scoperti.
Marco la fece girare di scatto, la mise sulla schiena, le alzò le gambe sulle spalle e la riinfilò in missionario. La guardò negli occhi mentre le veniva dentro a spinte profonde e lente, il seme caldo che le riempiva la figa a getti spessi. Rosa si strinse intorno a lui, le unghie nella sua schiena, e venne urlando il suo nome—«Marco… Marco, cazzo!»—il corpo che si inarcava, i fluidi che si mescolavano e colavano sull’erba.
Rimasero ansimanti e sudati, il cazzo di lui ancora dentro che pulsava gli ultimi brividi. Si rivestirono in fretta, le mani che tremavano mentre rimettevano a posto bikini, vestito, pantaloni. Rosa gli diede un ultimo bacio profondo, la lingua che gli assaggiava ancora la bocca, gli occhi pieni di qualcosa di più grande del semplice sesso.
«Non è finita», sussurrò contro le sue labbra. «Non posso tornare a fingere come prima. Domani… trova un modo. Ti voglio di nuovo.»
Si separarono. Lei tornò per il sentiero opposto, lui aspettò cinque minuti con il cuore che gli martellava e il sapore di lei ancora in bocca. La casa sul lago era buia e silenziosa quando rientrarono uno dopo l’altro. Il segreto bruciava già sotto la pelle, vivo, pericoloso, e Marco sapeva che al mattino, quando Simone gli avrebbe sorriso offrendogli il caffè, non sarebbe più riuscito a guardarlo allo stesso modo. La tensione restava tesa come un filo pronto a spezzarsi di nuovo.
Il mattino arrivò con la luce cruda che filtrava dalle tende, e Marco si svegliò con il sapore di Rosa ancora sulla lingua e il cazzo già duro contro i boxer. Chiara dormiva di fianco, nuda sotto il lenzuolo, il respiro regolare. Lui scivolò fuori dal letto senza fare rumore, il cuore che batteva come se Simone potesse sentirlo dalla stanza accanto.
In cucina l’odore del caffè copriva tutto. Simone stava alla moka, maglietta stropicciata, sorriso facile. «Hai dormito di merda anche tu? Il vino di ieri sera…» Marco annuì, la gola chiusa. Rosa entrò indossando solo la camicia da notte di Simone, troppo larga, che le lasciava scoperte le cosce fino all’inguine. I capelli sciolti, segni viola leggeri sul collo che solo lui riconosceva. Gli occhi di lei lo cercarono subito, scuri, ancora umidi di quella notte.
Si sedettero al tavolo. Chiara arrivò poco dopo, baciò Marco sulla tempia e si accoccolò contro Simone per rubargli un pezzo di cornetto. Le risate normali, le chiacchiere sul lago, sul tempo. Sotto il tavolo il piede di Rosa sfiorò la caviglia di Marco, poi salì lungo il polpaccio, lento, deliberato. Lui strinse la tazza fino a far male alle nocche. Quando Simone si alzò per prendere il latte, Rosa gli passò un pezzo di pane e le dita gli rimasero appoggiate sul dorso della mano un secondo di troppo. Il contatto bruciava.
«Andiamo a fare un giro in barca», propose Chiara, già in piedi. «Io e Simone. Voi due restiamo? Preparate il pranzo, fate i pigri.» Simone annuì, già afferrando le chiavi. «Esatto. Non fate casino.»
La porta si chiuse. Il motore della barca si allontanò sull’acqua. Il silenzio della casa divenne denso, elettrico. Rosa non aspettò. Si alzò, girò intorno al tavolo e gli strappò la maglietta con un gesto secco. «Adesso. Qui. Prima che tornino.»
Marco la sollevò sul piano di lavoro della cucina, le gambe aperte. Le strappò la camicia da notte. I seni pesanti gli riempirono le mani, i capezzoli già duri che lui prese in bocca uno alla volta, succhiando forte, denti che graffiavano. Rosa gemette, la testa buttata all’indietro, le unghie conficcate nelle sue spalle. «Più forte… cazzo, sì, come se fossi solo tua.»
Lui le scese con la bocca, le aprì le cosce, le leccò la figa ancora gonfia e salata della notte prima. La lingua le aprì le labbra, le girò intorno al clitoride gonfio, due dita che le entrarono subito fino in fondo. Rosa si inarcò, bagnata da fare schifo, i fluidi che gli colavano sul mento. «Marco… scopami la faccia, usami.» Lui la leccò come un affamato, il naso premuto contro il pube, mentre lei gli teneva la testa e spingeva i fianchi.
Quando non ne potè più la sollevò, la girò a pancia in giù sul tavolo, le cosce divaricate. Si calò i pantaloni e le entrò di botto, tutto il cazzo fino alle palle. Rosa urlò, il suono che rimbalzò sui mobili. Lui la scopò duro, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciar segni, le palle che sbattevano contro la figa a ogni spinta. «Dimmi di nuovo», ringhiò. «Dimmi che tradisci per me.»
«Tradisco mio marito per il tuo cazzo», ansimò lei, la guancia schiacciata sul legno. «Mi piace di più il tuo. Spaccami. Riempimi. Simone non mi fotte così da anni.» Marco le diede uno schiaffo sul culo, poi un altro, la carne che arrossiva. Le spirò di nuovo saliva sulle dita e le infilò nel culo, due, poi tre, mentre il cazzo le martellava la figa. Rosa tremava, veniva già, i muscoli che gli si chiudevano intorno a ondate.
Li spostò sul divano del salotto, ancora più esposti, le finestre aperte sul lago. Rosa gli salì sopra, si infilò il cazzo da sola e cominciò a cavalcarlo con rabbia, i seni che ballonzolavano, le unghie che gli graffiavano il petto. «Guarda come ti prendo», sussurrò. «Guarda come mi scopo l’amico di mio marito.» Marco le afferrò i fianchi e la spinse giù più forte, le anche che sbattevano. La baciò a morsi, le leccò il sudore dal collo, le mormorò contro la pelle quanto gli piaceva distruggere tutto per quella figa stretta.
Vennero quasi insieme. Lei prima, con un grido strozzato, la figa che gli pompava il cazzo a spastiche. Lui la seguì, spingendosi fino in fondo e sparandole dentro getti caldi e spessi, il seme che le colava già lungo le cosce mentre ancora pulsava. Rimasero così, ansimanti, appiccicati, il cuore che martellava contro le costole dell’altro.
Si pulirono in fretta, rimisero i vestiti. Rosa gli passò un panno umido, gli occhi ancora lucidi. «Non basta», disse. «Non basterà mai.»
Il pomeriggio li trovò di nuovo sul prato, Simone e Chiara di ritorno, tutti e quattro sdraiati a pochi metri. Marco leggeva un libro senza vedere le pagine. Rosa si spalmava la crema, le dita che scendevano troppo basse sulla pancia, lo sguardo che lo bucava ogni volta che gli altri parlavano. Quando Simone andò a fare una nuotata e Chiara si addormentò con gli occhiali da sole, Rosa strisciò più vicino, sotto il grande ombrellone. La mano di lui le scivolò tra le cosce aperte, le dita che le entrarono di nuovo sotto il costume mentre lei teneva gli occhi fissi sulla moglie addormentata a tre metri. Rosa morsicò il labbro per non gemere, muoveva i fianchi impercettibili contro le sue dita. Marco le massaggiò il clitoride fino a farla venire in silenzio, il corpo che si irrigidiva, i fluidi che gli bagnavano il palmo. Poi lei gli sbottonò i boxer sotto l’asciugamano e gli strinse il cazzo, lo pompò lento finché non sborrò tra le sue dita, il piacere che gli tagliava il respiro, la paura che gli stringeva lo stomaco come una mano.
La sera, dopo cena, mentre Simone e Chiara chiacchieravano sulla veranda, Marco e Rosa si ritrovarono nel bagno di servizio. Lui la spinse contro il lavandino, le alzò il vestito, le abbassò le mutandine e la scopò in piedi, una mano sulla bocca di lei per soffocare i gemiti. Il cazzo entrava e usciva lucido, le cosce di Rosa che tremavano, i suoi occhi che lo guardavano nello specchio. «Fanculo tutto», ansimò lei tra le dita. «Fottermi qui mentre lui è a dieci metri. Odio quanto mi eccita.» Marco le diede spinte corte e profonde, sborrò di nuovo dentro di lei, poi le pulì la figa con le dita e se le fece succhiare. Il sapore misto di entrambi.
Tornarono separati. La casa si spegneva. Nella camera da letto Marco sentiva Chiara respirare accanto, ma la mente era piena di Rosa, del suo odore, del modo in cui lo aveva chiamato mentre veniva. Il segreto non bruciava più soltanto: stava diventando l’unica cosa vera.
All’alba successiva, mentre il lago era ancora grigio, Rosa lo trovò di nuovo sul sentiero. Si baciaro senza parole, si spogliarono, si scoparono sull’erba bagnata di rugiada con una disperazione nuova, più lenta, più profonda. Lui la guardò negli occhi mentre le veniva dentro per l’ennesima volta, e lei sussurrò: «Non tornerò indietro. Mai più.»
Marco la strinse, il cuore che gli esplodeva di colpa e di voglia insieme. Tornarono alla casa uno dopo l’altro. Simone stava già in cucina, sorridente, offrendo caffè. Chiara lo baciò sulla bocca come se niente fosse. Rosa si sedette e allungò di nuovo il piede sotto il tavolo.
Solo allora Marco notò il biglietto piegato che Chiara gli aveva lasciato sotto la tazza la sera prima, e lesse le parole scritte con la sua calligrafia: «Divertiti con lei quanto vuoi. Io e Simone abbiamo fatto lo stesso con voi due in mente da mesi. Benvenuti al gioco.»
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