Scommessa Persa sul Tetto dopo la Chiusura
Dopo la chiusura, il barista 28enne Marco e il personal trainer 32enne Luca danno sfogo alla loro voglia reciproca sul tetto, con una scopata selvaggia e consenziente
Mi chiamo Marco, ho ventotto anni e da tre lavoro come barista in questo locale del cazzo nel centro. Ogni sera chiudo io, e ogni sera verso le undici e mezza compare lui: Luca, trentadue anni, personal trainer, spalle larghe che sembrano spaccare la maglietta, addome a tartaruga e quel sorriso da stronzo che mi fa venire duro solo a guardarlo. Per settimane ci siamo limitati a occhiate lunghe sopra il bancone, battute sul biliardo, dita che si sfioravano quando gli passavo il bicchiere. Poi la scommessa. Una partita a biliardo dopo la chiusura. Lui ha perso di brutto. La pena? Passare la notte nudo sul tetto del locale. Una stronzata, lo sapevamo entrambi. Era solo la scusa per trovarci soli, per dare sfogo a quella voglia che ci rodava da troppo tempo.
Ora siamo qui, sul tetto, l’aria di notte che ci leva il fiato. Le luci della città brillano sotto di noi come un mare di scintille. Luca sta in piedi vicino al parapetto, le braccia incrociate sul petto largo. Io chiudo il lucchetto del portello dietro di me e mi giro verso di lui. «Allora, perso per davvero, eh?» dico, cercando di tenere la voce ferma.
Luca ride basso, un suono caldo che mi arriva dritto ai coglioni. «Ho perso apposta, coglione. Lo sai. Da settimane ti guardo mentre pulisci i bicchieri e penso a come sarebbe avere quel tuo cazzo in gola. La scommessa era solo per non dover chiedere.»
Il sangue mi scorre giù tutto in un colpo. «Quindi ammetti che volevi finire qui nudo con me.»
«Cazzo sì.» Si morde il labbro inferiore. «E tu? Quanto ti eccita l’idea di avere un tipo come me completamente in tuo potere?»
Mi avvicino. Odora di sapone costoso e di sudore leggero, muscoli ancora caldi dall’allenamento di oggi. «Più di quanto dovrebbe. Mi piace dominare, Luca. Mi piace prendere e usare. Se resti, lo fai perché lo vuoi.»
«Lo voglio.» La voce gli trema di eccitazione, non di paura. «Usami. Voglio essere la tua troia per stasera.»
Comincia a spogliarsi lentamente, sotto il mio sguardo. Si tira via la maglietta nera, rivelando pettorali duri e quella linea a V che scende nei pantaloni. Le mani scendono sulla cintura, la slaccia, fa scivolare i jeans e il boxer insieme. Il cazzo gli saltella fuori già mezzo duro, grosso, venato, la testa lucida di un filo di liquido. Si piega per togliere le scarpe e i calzini, poi si raddrizza completamente nudo, tatuaggio sul fianco sinistro che trema al ritmo del respiro.
«Gesù Cristo,» borbotto. «Sei un cazzo di dio greco.»
«E tu sei vestito ancora.» Mi fa cenno. «Togli tutto. Voglio vedere quel corpo da barista che mi ha fatto venire in palestra più di una volta solo a pensarci.»
Mi svesto senza fretta, lasciando che mi guardi. Maglietta via, pantaloni, mutande. Il mio cazzo è già duro da far male, ventidue centimetri spessi che puntano dritti verso di lui. Luca fischia piano. «Fottuto mostro. Voglio sentirlo spaccarmi.»
Ci avviciniamo. Le nostre bocche si scontrano con una fame rabbiosa. Lingue che si avvolgono, denti che mordono labbra. Le sue mani grosse mi afferrano il culo, le mie scendono a prendere il suo cazzo bollente, lo strofino dal glande alla base mentre lui fa lo stesso col mio. Precome che scivola tra le dita, respiri corti contro la bocca.
«Mi piace dominare,» gli confesso tra un bacio e l’altro, stringendogli il cazzo. «Mi piace vederti piegarti e chiedere di più.»
«Allora usami, cazzo,» ringhia lui. «Sono qui nudo perché ho perso, ma anche perché voglio che mi tratti da puttana vogliosa. Ficcamelo in gola. Prendimi.»
Lo spingo a inginocchiarsi sul tetto freddo. Luca obbedisce subito, occhi scuri alzati verso di me, labbra già aperte. Gli afferro i capelli corti e gli ficco il cazzo grosso in bocca d’un colpo. La gola si stringe attorno alla testa, caldo umido che mi fa gemere. «Ecco, brava troia. Apri bene.»
Inizio a scopargli la gola con spinte decise, sentendo la lingua che preme sotto, il naso che sbatte contro il mio pube. Lacrime gli spuntano agli angoli degli occhi ma lui non indietreggia, anzi si afferra i miei fianchi e si spinge più in fondo, gorgogliando. «Troia vogliosa,» lo chiamo, martellandogli la bocca. «Guarda come ti piace. Inghiotti tutto.»
Saliva cola sul suo mento, scende sul petto. Lo tiro fuori un attimo, un filo di bava che collega le sue labbra al mio cazzo. «Parla.»
«Scopami la gola, Marco. Usami. Sono la tua puttana sul tetto.»
Gli rificco dentro più forte, spinte lunghe che gli fanno sbattere la gola. Quando sento che sto per venire troppo presto lo stacco, lo tiro su in piedi e lo giro verso il parapetto. «Piegati. Mani sul bordo.»
Luca si piega, culo perfetto esposto alla luce della città. Gli sputo sulla mano, mi lubrifico il cazzo e gli spalmo saliva sul buco stretto. Un dito, poi due, lo apro mentre lui geme basso. «Cazzo, sì…»
Allineo la testa e spingo. Il culo di Luca mi stringe come una morsa. Entro centimetro dopo centimetro, sentendolo tremare, finché sono sepolto fino alle palle. «Stretto da morire. Perfetto per me.»
Comincio a scoparlo in piedi, colpi profondi e decisi che gli fanno battere le cosce contro il cemento. Alterno spinte vigorose a pause in cui gli tiro il cazzo duro con la mano, segandolo forte mentre resto conficcato dentro. «Ti piace essere usato così? Nudo sul tetto come una merda di scommessa?»
«Sì, cazzo, sì! Martellami il culo. Più forte.»
Aumento il ritmo, il suono di pelle contro pelle che riempie la notte. Sudore che cola sulla schiena di entrambi. Gli stringo i fianchi e lo penetro fino in fondo a ogni spinta, sentendo le palle sbatacchiare. A un certo punto mi fermo, lo tiro fuori, ci giriamo l’uno di fronte all’altro e ci seghiamo a vicenda, mani veloci e lubrificate di precome, baci mori e affamati. Poi di nuovo lo piego e rientro nel suo buco caldo, martellando senza pietà.
Luca viene per primo. Un urlo soffocato, il cazzo che schizza getti caldi sul pavimento del tetto, muscoli del culo che mi strizzano a ritmo. Continuo a scoparlo attraverso l’orgasmo, finché il mio scatto arriva: mi conficco fino in fondo e sparo sborra calda dentro di lui, riempiendogli il buco a ondate, gemendo il suo nome contro la spalla sudata.
Restiamo così, esausti, ansimanti. Il mio cazzo ancora mezzo duro pulsando dentro di lui mentre ci baciamo languidamente, lingue lente ora, sapore di sale e di lui. Lo tengo stretto, sentendo la mia sborra che cola lenta lungo le sue cosce.
Trovo una vecchia coperta nel ripostiglio del locale, quella che usiamo per i tavoli esterni d’estate. La stendiamo sul tetto e ci sdraiamo nudi sopra, corpi appiccicati. Accendo una sigaretta, tiro una boccata e la passo a Luca. Lui fuma, testa appoggiata al mio petto.
«La scommessa persa…» dico io, passando le dita sui suoi addominali. «Diventa un appuntamento fisso. Ogni chiusura, se vuoi. Qui sul tetto.»
Luca sorride contro la mia pelle. «Prometto di perdere più spesso a biliardo. E la prossima volta… voglio che mi leghi. Voglio che mi usi ancora di più. Che mi lasci segni.»
La sigaretta si consuma tra di noi. L’aria è fresca, ma i nostri corpi ancora bruciano. Sento già il cazzo rinvenire al pensiero di cosa potremo farci la prossima notte. Luca scivola una mano tra le mie gambe, mi accarezza piano.
«Non abbiamo finito, vero?» mormora. «La notte è lunga. E io sono ancora la tua troia nuda sul tetto.»
Lo bacio di nuovo, lento, mentre sotto di noi la città non sa niente di cosa stia per succedere ancora.
Mi chiamo Marco e mentre la lingua di Luca si avvolgeva ancora alla mia, la sua mano scivolava già più giù, avvolgendo il mio cazzo che tornava duro sotto le dita callose. Il freddo del tetto non contava più un cazzo; bruciavamo entrambi. La coperta raschiava la schiena nuda mentre lui si spostava sopra di me, ginocchia ai miei fianchi, il culo ancora umido della mia sborra che gocciolava lenta sulle mie palle.
«Guarda che casino hai fatto,» mormorai, afferrandogli le natiche larghe e aprendole. Due dita entrarono facili nel buco caldo e scivoloso. Luca gemette basso, spingendosi contro la mano. «Lo voglio di nuovo. Subito. Voglio sentirlo esplodere un’altra volta.»
Lo tirai giù in un bacio morso, denti sul labbro inferiore, mentre le dita gli scoperavano il culo a ritmo lento. Precome gli colava già dal cazzo grosso sul mio addome. Lo segai con l’altra mano, pollice che strofinava il glande lucido. «Allora sali. Cavalcami come la troia che sei. Voglio vederti salire e scendere sul mio mostro finché non tremi.»
Luca non se lo fece ripetere. Si alzò in ginocchio, prese il mio cazzo a due mani e se lo spinse contro l’anello ancora molle. Scese centimetro dopo centimetro, il calore che mi risucchiava, i muscoli che si riadattavano attorno allo spessore. Quando fu sepolto fino in fondo emise un suono rauco, quasi un ringhio. «Cazzo… ti sento tutto. Come se mi spaccassi di nuovo.»
Cominciò a muoversi. Prima lento, anche che disegnavano cerchi, poi più forte, alzandosi fino a lasciare fuori solo la testa e riaffondando con slancio. Il suono umido di carne che sbatteva riempiva l’aria notturna. Io tenevo i suoi fianchi, spingendo su a ogni discesa, martellandogli la prostata. Le luci della città gli illuminavano il sudore che scendeva tra i pettorali, il tatuaggio sul fianco che pulsava. «Più forte, puttana. Usami tu adesso. Voglio che ti scopi da solo sul mio cazzo.»
«Sì… cazzo sì…» Ansimava, mani appoggiate sul mio petto per fare leva. Accelerò, culo che schiaffeggiava le mie cosce, palle che sbatacchiavano. Gli afferrai i capelli corti e lo costrinsi a chinarsi, bocca sulla mia. «Parla. Dimmi cosa sei.»
«La tua troia. La tua scommessa persa. Scopami, riempimi di nuovo, lasciami colare per ore.» La voce gli si spezzava a ogni botta. Gli misi una mano attorno al collo, non per strozzarlo ma per sentire il respiro corto, il battito accelerato sotto le dita. Lui strinse di più, occhi neri fissi nei miei mentre cavalcava come un dannato.
Sentivo già salire di nuovo. Lo spinsi di lato, lo feci a quattro zampe sulla coperta, ginocchia divaricate. Mi misi dietro, gli spalmai altra saliva e precome sul buco e rientrai d’un colpo solo. Luca urlò soffocato nel tessuto. «Fottimi. Martellami senza pietà.»
Lo feci. Spinte lunghe e violente che lo facevano avanzare sulla coperta, mani che gli lasciavano segni rossi sui fianchi. Una mano gli scese sotto, afferrò il cazzo duro e lo segò a tempo con le penetrazioni. «Vuoi i segni? Li vuoi davvero?» Gli diedi uno schiaffo secco su una chiappa, poi un altro più forte. La pelle arrossò subito. Lui spingeva indietro contro di me, cercando di più. «Ancora. Marchiami. Sono tuo stasera.»
Gli morsicai la spalla mentre continuavo a scoparlo, lasciando un morso scuro che avrebbe fatto discutere in palestra. Poi lo tirai su in ginocchio, schiena contro il mio petto, cazzo ancora conficcato fino alle palle. Una mano gli chiudeva la gola leggera, l’altra gli strofinava il cazzo a ritmo forsennato. «Vieni di nuovo. Voglio sentirti strizzarmi mentre ti riempio.»
Luca tremò tutto. Un gemito gutturale, getti caldi che schizzarono sulla coperta e sul mio pugno. Il culo gli si contrasse a ondate attorno al mio cazzo, milking me senza pietà. Non ressi. Mi conficcai fino in fondo e sparai di nuovo, sborra densa che lo inondava, mischiandosi a quella già dentro. Gemetti il suo nome contro l’orecchio, tenendolo stretto mentre le scosse ci scuotevano entrambi.
Cademmo di fianco, ancora uniti, ansimanti. Il mio cazzo rimasto dentro a pulsare, la sua sborra calda sulle dita. Ci baciammo lenti, sapore di fumo e sale. Gli passai le mani sui segni rossi, sui morsi, sulle impronte. «Guarda che casino. Domani in palestra ti guarderanno.»
«Che si fottano,» rise lui fioco, sforzandosi di muovere le anche ancora un poco, sentendo la sborra colare. «Voglio che restino. Voglio ricordare ogni centimetro.»
Restammo così a lungo, il mio cazzo che si ammorbidiva piano piano ma non usciva del tutto. Poi lo girai di nuovo a faccia in su, mi misi tra le sue gambe aperte e gli lecchai il cazzo ancora semi-duro, pulendo la sua stessa sborra, scendendo più giù a succhiargli le palle e a spingere la lingua nel buco pieno. Luca inarcò la schiena. «Gesù… ancora? Sei un mostro.»
«Hai detto che la notte è lunga.» Gli ficcai due dita dentro mentre lo succhiavo, trovando di nuovo la prostata gonfia. Lo feci venire una terza volta solo con bocca e dita, un orgasmo secco quasi doloroso che lo lasciò tremante e bagnato di lacrime di piacere. Poi mi rialzai, il mio cazzo di nuovo di ferro solo a guardarlo così distrutto e bellissimo.
Lo legai. Niente di elaborato: la mia cintura intorno ai polsi, tirata dietro la schiena, le sue caviglie afferrate e tenute divaricate dalle mie mani. «Adesso non ti muovi. Adesso ti uso come ho detto.»
Luca annuì, occhi lucidi. «Fallo. Sono la tua scommessa, la tua merda da tetto. Prendimi.»
Entrai di nuovo. Questa volta più lento, più profondo, quasi sadico. Ogni spinta faceva scricchiolare la coperta, faceva gemere lui contro il pavimento. Gli raccontavo tutto mentre lo scopavo: quanto l’avevo guardato per settimane, quanto mi ero segato pensando a quel culo, quanto volevo ridurlo a una massa sudata e piena di sborra. Lui rispondeva solo con «sì», «più», «tua».
Alla fine mi venii ancora, conficcato a fondo, riempiendolo finché non ne uscì più. Lo sciolsi, lo strinsi contro di me sotto la coperta leggera. L’alba iniziava a rischiarare l’orizzonte. Corpi appiccicati di sborra e sudore, respiri che si calmavano.
Passai le dita sul morso sulla sua spalla, sul culo ancora rosso. Luca alzò lo sguardo, sorriso stanco e sazio.
«Allora, barista… la prossima chiusura mi leghi per davvero con le corde, mi lasci appeso al parapetto e mi usi finché non riesco più a camminare. Ci stai?»
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