Il Desiderio Proibito della Strega nel Buio della Cantina

In cantina, Miriam la strega si fa scopare selvaggiamente dal centauro Otto.

13 min read September 06, 2026New

La villa toscana si ergeva isolata tra i cipressi neri e le colline avvolte dalla nebbia del crepuscolo, le sue pietre antiche impregnate di secoli di segreti. Miriam scese i gradini di pietra umida con il cuore che batteva forte contro le costole, la gonna di lino scura che le sfiorava le cosce nude. Aveva ventiquattro anni, discendente di una stirpe di streghe che aveva custodito quei muri dal Settecento, e stasera stava per preparare il filtro d’amore proibito, quello che i grimori di famiglia vietavano a parole ma che il sangue le imponeva. La cantina odorava di terra bagnata, di legno antico e di erbe secche. Una sola candela tremolava sul tavolo di rovere massiccio, proiettando ombre lunghe sui barili e sugli scaffali carichi di fiale.

Otto era già lì. Il guardiano della dimora, centauro di nascita ma in forma umana da quando aveva accettato di proteggere i segreti magici della casa. Trentadue anni, spalle larghe che riempivano la camicia bianca aperta sul petto villoso, cosce potenti strette nei pantaloni di cuoio, capelli castani raccolti alla rinfusa. Il fascino selvaggio gli irradiava dalla pelle come calore. Miriam lo sentì prima di vederlo, il desiderio represso da anni che le bagnava già le mutandine sottili.

«Sei scesa», disse lui con voce grave, senza sorpresa. I suoi occhi scuri la fissarono mentre lei si avvicinava al tavolo dove giaceva il grimorio rilegato in pelle scura.

«Devo preparare il filtro», rispose Miriam, ma lo sguardo le scivolò sul torace di lui, sulle mani grandi che riposavano a pochi centimetri dal libro. Anni di tensioni non dette, di sguardi rubati nei corridoi, di notti in cui si era toccata pensando a quelle cosce, a quel membro che intuiva pesante. Lei lo provocò di proposito, abbassando le ciglia e mordendosi il labbro inferiore mentre le dita sfioravano la copertina del grimorio. Le sue e quelle di Otto si toccarono. Un brivido elettrico corse su entrambi.

Otto non ritirò la mano. «Miriam… ti desidero da troppo tempo. Il tuo potere mi chiama, il tuo corpo mi fa impazzire. Ogni volta che scendi qui, sento l’odore della tua figa bagnata e mi viene duro come pietra.»

Lei sentì il calore salirle tra le gambe, le labbra della vulva già scivolose. «Allora dillo tutto», sussurrò, la voce roca. Iniziò a flirtare apertamente, le dita che tracciavano rune invisibili nell’aria mentre pronunciava parole antiche di seduzione. «Arde, legati a me, lascia che il desiderio ti marchi…» Rune dorate brillarono all’improvviso sul petto nudo di Otto, rivelato dalla camicia sbottonata, pulsando al ritmo del suo respiro. Lui gemette basso, afferrandola per i fianchi con mani forti ma di una gentilezza che la faceva fremere. La baciò. La bocca di Otto era calda, esigente, la lingua che si spingeva contro la sua mentre la stringeva contro di sé.

«Voglio possederti», le confessò tra un bacio e l’altro, il fiato caldo contro le labbra. «Voglio ficcarti il cazzo fino in fondo, sentirti stringermi, vederti venire sul mio membro. Anni a trattenermi… basta.»

Miriam era fradicia, la figa che pulsava. Lo spinse contro il muro di pietra fredda, il corpo di lui solido come roccia sotto le sue palme. Si strofinò deliberatamente contro il rigonfiamento enorme nei pantaloni di lui, sentendo la durezza calda premere contro il proprio ventre. Il cazzo di Otto era già dritto, spesso, e lei muoveva i fianchi con movimenti lenti e osceni, la gonna che si alzava. «Prendimi», ordinò con voce roca, gli occhi lucidi di lussuria. «Scopami qui, adesso. Voglio sentirlo. Sono consenziente, Otto, lo voglio più di ogni cosa. Fottimi.»

La lussuria li fece precipitare oltre ogni limite. Miriam scese in ginocchio sulla pietra fredda, le dita che sbottonavano i pantaloni di lui con urgenza. Il cazzo di Otto balzò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di precome. Miriam lo prese in mano, lo pesò, poi lo ingoiò con avidità. Le labbra si tesero intorno al glande, la lingua che leccava il sapore salato mentre spingeva in avanti, facendolo scivolare fino in gola. Otto gemette grosso, le mani che le afferravano i capelli castani, non forzando ma tenendola, guidandola. «Cazzo, Miriam… così profondo… la tua bocca è un forno.» Lei succhiava con rumori umidi e osceni, saliva che colava lungo l’asta mentre tirava indietro solo per riaffondare, la gola che si apriva per accoglierlo. I suoi occhi alzati incontravano i suoi, pieni di fame. Sentiva le proprie cosce tremare, il clitoride gonfio che chiedeva attenzione.

Otto la sollevò come se non pesasse nulla, le labbra ancora lucide del suo sapore. La piegò sul tavolo di legno antico, la gonna tirata su fino alla vita, le mutandine strappate via con un gesto netto. Miriam era esposta, la figa rosa e gonfia, bagnata che gli luccicava sulle cosce interne. Lui si allineò dietro di lei e spinse. Il cazzo grosso aprì le sue labbra e sprofondò in un colpo solo, fino in fondo, riempiendola di una pressione deliziosa che le strappò un grido. «Otto— sì, così!» Lui iniziò a scoparla da dietro con spinte potenti e profonde, le anche che sbattevano contro il suo culo, le palle che le picchiavano il clitoride a ogni affondo. Il tavolo cigolava. Miriam stringeva i bordi del legno, i seni che dondolavano fuori dalla camicetta sbottonata, i capezzoli duri che sfregavano contro la superficie ruvida. Ogni spinta le faceva vedere stelle, il membro di lui che strofinava quel punto interno che la faceva gemere sempre più forte.

«Girati», ordinò lui dopo lunghi minuti di quella follia, la voce spezzata. La sollevò di nuovo, si sedette sul bordo del tavolo e la fece montare sopra di sé. Miriam scese a cavalcioni, impalandosi sul cazzo con un lamento di puro piacere, e iniziò a cavalcarlo selvaggiamente. Le cosce le bruciavano, ma non si fermava: saliva e ridiscendeva, i fianchi che ruotavano, la figa che lo ingoiava fino alla radice. Stringeva le spalle di Otto, le unghie che gli graffiavano la schiena, lasciando scie rosse sulle rune ancora luminose. «Mi fotti così bene», ansimava lei, la testa gettata indietro. «Il tuo cazzo… mi riempie tutta. Non smettere.» Otto la afferrava per i fianchi, la aiutava a spingere più forte, la bocca che le succhiava un capezzolo mentre lei lo montava come una forsennata. Il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la cantina, misto ai gemiti e al crepitio della candela.

Poi lui si alzò di scatto, ancora dentro di lei, e la spinse contro la parete di pietra. Miriam avvolse le gambe intorno alla sua vita, la schiena contro il muro freddo che contrastava con il calore del suo corpo. Otto la penetrò in posizione del missionario verticale, spinte lunghe e pesanti che la sollevavano quasi da terra a ogni colpo. Il cazzo le sfregava il punto più profondo, il pube di lui che schiacciava il clitoride. Miriam digrignava i denti di piacere, le unghie conficcate nella carne delle sue spalle. «Più forte… più a fondo… voglio sentire ogni centimetro.» Lui obbediva, il respiro caldo contro il suo collo, le parole sporche che le soffiava all’orecchio: quanto era stretta, quanto voleva riempirla di sborra, quanto l’aveva desiderata in silenzio mentre lei preparava i suoi filtri. Le rune sul suo petto pulsavano più intensamente, reagendo al potere di lei, alla magia grezza del sesso che li avvolgeva.

Miriam sentiva l’orgasmo costruirsi come una tempesta, ma lo tratteneva a fatica, volendo durare, volendo di più. Otto rallentò all’improvviso, rimanendo sepolto dentro di lei fino all’hilt, i loro sguardi che si incatenavano nella penombra. Il sudore luccicava sul torace di entrambi. Lei contrasse i muscoli intorno al suo cazzo, un sorriso malizioso e affamato che le piegava le labbra.

«Non abbiamo finito», sussurrò Miriam, la voce spezzata dal piacere. «C’è ancora il filtro da preparare… e io voglio che tu mi fotta mentre lo mescolo. Voglio sentire il tuo sesso pulsare dentro di me mentre la magia si completa. Prendimi di nuovo, Otto. Fallo adesso.»

Lui sorrise, selvaggio, e riprese a muoversi con una spinta lenta e devastante che le strappò un gemito lungo. La cantina restava immersa nel buio, piena dei loro respiri e del odore di sesso e potere antico, e la notte intorno alla villa non aveva ancora finito di ascoltare.

Otto restò sepolto fino alla radice, il cazzo grosso e pulsante che le stirava le pareti strette della figa, mentre Miriam contrasse i muscoli interni con deliberata cattiveria, stringendolo come una morsa viva. Il sorriso selvaggio di lui si allargò, gli occhi scuri lucidi di lussuria nella luce tremolante della candina. «Come vuoi, strega», ringhiò, e con un movimento fluido la portò verso il tavolo di rovere senza mai sfilarsi da lei. Ogni passo faceva scivolare il membro dentro e fuori di un paio di centimetri, un tormento delizioso che le strappava gemiti rochi. La schiena di Miriam urtò il bordo del tavolo; lui la sollevò e la adagiò sul piano di legno freddo e ruvido, le gambe ancora avvolte intorno ai suoi fianchi potenti. I seni nudi le dondolarono, i capezzoli duri e arrossati dal suo succhiare precedente.

«Il filtro», ansimò lei, allungando un braccio tremante verso il grimorio e le fiale disposte in cerchio. Le dita le tremavano di piacere mentre afferrava un mortaio di pietra e un mazzetto di erbe secche—radice di mandragora, petalì di rosa nera, una goccia di sangue di pipistrello conservato. Otto riprese a muoversi con spinte lente e devastanti, il cazzo che entrava fino in fondo e usciva quasi del tutto, lasciando solo il glande a tenerle le labbra gonfie spalancate. Il precome e i suoi succhi creavano un suono umido e osceno a ogni affondo. Miriam digrignò i denti, cercando di concentrarsi, ma ogni spinta le faceva perdere il filo del pensiero. «Cazzo… Otto… più forte mentre mescolo. Voglio sentirlo pulsare.»

Lui obbedì, afferrandole le cosce e aprendole ancora di più, le anche che iniziarono a battere con ritmo più duro. Il tavolo cigolava sotto i colpi. Miriam versò le erbe nel mortaio, pestandole con il pestello di legno mentre il membro di Otto le martellava il punto più profondo, il collum dell’utero che veniva baciato dalla testa calda e spessa. «Arde… lega… desiderio proibito…» mormorava tra un gemito e l’altro, la voce spezzata. Rune dorate si accesero nell’aria intorno a loro, fluttuando come faville, e sul petto di Otto le marche magiche pulsarono all’unisono, inviando scariche di calore dritto al suo cazzo. Lei sentì il membro gonfiarsi ulteriormente dentro di sé, le vene che battevano contro le sue pareti. «Senti? La magia ti rende ancora più grosso… cazzo, mi stai spaccando.»

Otto chinò il busto su di lei, le labbra che le mangiavano la bocca in un bacio affamato mentre continuava a scoparla senza pietà. «La tua figa mi strozza, Miriam. Così bagnata, così stretta… anni a sognare di riempirti così.» Una mano le scese tra i corpi, il pollice grezzo che trovò il clitoride gonfio e lo strofinò in cerchi duri, sincronizzati con le spinte. Miriam urlò contro la sua bocca, il pestello che le scivolò di mano. Il liquido nel mortaio iniziò a brillare di una luce rossastra, ma lei non se ne curò. Afferrò i capelli di lui e lo costrinse a guardarla negli occhi. «Non fermarti. Fottimi mentre finisco. Voglio venire sul tuo cazzo proprio quando il filtro si completa.»

Lui la girò di scatto, sfilandosi solo il tempo di ribaltarla a pancia in giù sul tavolo. Il legno le premette contro i seni e il ventre; le gambe le vennero divaricate di forza e Otto le piantò il cazzo dentro da dietro con un colpo unico e brutale che le fece vedere stelle. «Ecco, strega. Prendilo tutto.» Le mani enormi le afferrarono i fianchi, sollevandole il culo e spalancandolo, e riprese a martellare con spinte selvagge, le palle che sbattevano contro il clitoride a ogni affondo. Miriam allungò di nuovo le braccia, afferrò una fiala di olio di notte e la versò nel mortaio mentre veniva scopata come una cagna in calore. Il liquido scintillò, la magia che si avvolgeva intorno al loro coito. «Sì… così… più a fondo, Otto. Riempimi. Sborra dentro mentre lo chiudo.»

Il ritmo diventò forsennato. Otto le montò addosso con forza primitiva, il torace sudato premuto sulla sua schiena, le rune che bruciavano di luce dorata tra i loro corpi. Ogni spinta faceva schizzare i suoi succhi sulle cosce e sul tavolo. Miriam sentiva l’orgasmo salire come un’ondata nera, il ventre che si contraeva, la figa che succhiava il cazzo come se volesse mungerlo. «Vengo… cazzo, vengo forte—» Le sue unghie graffiarono il legno, il corpo che si contorse in spasmi violenti mentre l’orgasmo la attraversava. La figa le pulsò a ritmi frenetici intorno al membro di lui, spremendolo, bagnandolo di più fluido caldo. Le rune esplosero in una luce accecante; il filtro nel mortaio bollì e si solidificò in un liquido rosso sangue che luccicava di potere.

Otto non si fermò. Continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, allungandolo, facendola gemere e singhiozzare di piacere eccessivo. «Ancora», ringhiò lei, la voce roca. «Non ho finito di usarti. Voglio un altro. Fottimi la gola adesso, poi riempimi di nuovo.» Lui sfilò il cazzo lucido di sughi, grosso e pulsante, la testa viola e gonfia. La sollevò di peso, la fece inginocchiare di nuovo sulla pietra fredda della cantina e le cacciò il membro in bocca fino in gola. Miriam lo accolse con avidità, la lingua che leccava il sapore misto di lei e di lui, saliva e fluidi che colavano dal mento. Soffocò di piacere, le mani che gli massaggiavano le palle pesanti mentre lui le scopava la gola con spinte controllate ma profonde. «Succhia, strega. Puliscilo e poi te lo rimetto nella figa.»

Dopo lunghi minuti di quella follia umida, Otto la trascinò di nuovo in piedi e la piegò contro un barile di rovere. Le cosce di Miriam tremavano, la figa ancora aperta e groundosa dall’orgasmo precedente. Lui le allineò il cazzo e spinse dentro con un gemito grosso, affondando fino alle palle. «Cazzo, sei ancora stretta… e bagnata come un fiume.» Riprese a martellare, questa volta con angolo più basso, il glande che le sfregava senza pietà quel punto spugnoso interno. Miriam spingeva il culo indietro contro di lui, incontrando ogni colpo, le tette che sbattevano. «Sborra. Riempimi. Voglio sentire la tua sborra calda mentre bevo il filtro.» Allungò una mano, afferrò il mortaio e ne bevve un sorso mentre veniva scopata. Il liquido le bruciò la gola di potere, e all’istante una scarica di magia le fece contrarre la figa in un secondo orgasmo improvviso e violento. Urlò, il corpo che si piegò in avanti, i muscoli che mungevano il cazzo di Otto come pazzi.

Lui ruggì, le spinte che diventarono irregolari e disperate. «Miriam— cazzo, ti riempio—» Affondò fino in fondo e esplose. Getti spessi e caldi di sborra le invasero la figa, pulsavano in profondità, traboccando intorno all’asta ancora conficcata e colando lungo le cosce interne in rivoli bianchi e densi. Otto continuò a spingere attraverso l’eiaculazione, pompando ogni goccia dentro di lei, le palle che si contraevano contro il suo culo. Miriam gemette di godimento puro, la magia del filtro che amplificava ogni sensazione, facendole sentire ogni spruzzo come una scossa elettrica al clitoride. «Ancora… spremimi tutto il cazzo. Voglio ogni goccia nella mia figa.»

Quando lui iniziò a rallentare, ancora duro e pulsante, Miriam si staccò, si girò e si lasciò scivolare a terra. Afferrò il membro lucido di sborra e di sughi e lo leccò pulito, succhiando la testa con rumori osceni, la lingua che raccoglieva i resti cremosi. Poi si sdraiò sulla pietra fredda, le gambe aperte a esporre la figa gonfia e colante. «Rimettimelo. Scopami finché non esci di nuovo. Voglio un’altra sborrata.» Otto non esitò. Si chinò su di lei, le infilò di nuovo il cazzo dentro con un colpo solo e riprese a fotterla selvaggiamente sul pavimento della cantina, le anche che sbattevano, il suono umido e schiocchianti che riempiva l’aria. Le rune ancora brillavano, il filtro faceva il suo effetto, legando i loro desideri in un loop di lussuria infinita. Miriam si toccò il clitoride con dita frenetico mentre lui la martellava, un terzo orgasmo che la scosse dalle radici dei capelli alle dita dei piedi. «Sì— sborra di nuovo— riempimi come una troia magica—»

Otto affondò e venne di nuovo, getti caldi che si aggiungevano al primo carico, la figa di lei che traboccava di sborra densa e appiccicosa. Continuò a spingere finché non fu svuotato, poi sfilò il cazzo gocciolante e le spruzzò gli ultimi getti sui seni e sul ventre, marchiandola. Miriam si toccò, si raccolse la sborra con le dita e se la portò alla bocca, succhiandole pulite mentre lo guardava con occhi affamati. La cantina odorava di sesso, di magia e di liquido seminale. Lui la rialzò, la piegò di nuovo sul tavolo e le infilò due dita nella figa colante, pompando i suoi stessi getti dentro e fuori. «Ancora no. Non basta.» Le rimpiazzò le dita col cazzo ancora mezzo duro, che si indurì di nuovo sotto l’effetto del filtro, e riprese a scoparla con colpi lunghi e pesanti finché non venne una terza volta, riempiendola fino a farle colare la sborra sul pavimento in pozzanghere sporche.

Miriam rideva di piacere roco, il corpo tremante, la figa che pulsava e perdeva sborra a ogni contrazione. «Continua. Usami. Fottimi la figa piena di sborra finché non crolli.» Otto le afferrò i capelli, le tirò indietro la testa e le cacciò la lingua in gola mentre la martellava ancora, il cazzo che schizzava dentro il casino cremoso. Le spinte finali furono brutali, primitive, il tavolo che quasi si spezzava. Quando esplose l’ultima volta, un getto lungo e spesso che le riempì l’utero, Miriam venne con lui, urlando, la figa che si chiudeva a ritmo di mungitrice intorno al membro che vomitava l’ultimo carico. Lui restò conficcato, pompando gli ultimi spasmi, poi sfilò lentamente, facendo uscire un fiume di sborra bianca e densa che le scese lungo le cosce, gocciolò sulle pietre e si mescolò alla terra umida della cantina.

Miriam si voltò, si accovacciò e leccò il cazzo ancora gocciolante fino a lasciarlo lucido, poi aprì le labbra della figa con le dita e spinse fuori ancora più sborra con un sospiro di puro godimento, guardandolo colare sul pavimento mentre sussurrava: «La prossima volta me la ficchi anche nel culo fino a farmi uscire la sborra dalla gola, centauro di merda.»

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