L’ scommessa persa di proposito con lo sposo nero
Roxanne perde apposta la scommessa e si fa scopare forte dal cazzo nero di Julius nel privé.
Roxanne aggiustò la cintura del trench corto sopra il miniabito rosso e si infilò nel locale con l’aria di chi sa di non dover esserci. Venticotto anni, sposa italiana tra una settimana, spiritosa fino al midollo e provocante per istinto: organizzare il matrimonio con Marco le stava togliendo il sonno, ma l’addio al celibato del futuro marito le sembrava un’occasione d’oro per spiare le cazzate degli amici maschi e poi tormentarli a tavola. Il testimone aveva portato un ospite che faceva voltare metà della sala. Julius: alto, pelle scura lucida sotto le luci viola, spalle da palestra, sorriso largo che sembrava scusarsi in anticipo per i guai che avrebbe combinato. Quando la vide, alzò il bicchiere.
«La sposa in persona. Marco non ha detto che eri così… pericolosa.»
«E tu non hai detto di esistere», ribatté lei, occhio a mandorla, bocca già storta in un sorriso. «Se ti metto nella foto di gruppo mi confondono con una che ha vinto la lotteria.»
Le risate partirono subito. Tra un shot e l’altro qualcuno tirò fuori le scommesse sceme da addio al celibato: chi reggeva di più l’alcol, chi indovinava la canzone, e infine la sfida idiota sui «duri di bocca». Julius propose di tenere un ghiacciolo in bocca senza morderlo mentre si raccontavano barzellette porche; chi mordeva per primo doveva una penitenza. Roxanne lo guardò dritto negli occhi, sentì il battito accelerare e pensò: questa la perdo di proposito, cogliona che non sono altro. Il ghiacciolo le scivolò tra le labbra, Julius le raccontò una storiella su un prete e una suora in discoteca, lei rise, strinse i denti e crack. Il ghiaccio saltò. Tutti urlarono.
«Penitenza», decretò Julius con quel sorriso da diavolo elegante. «Un ballo privato. Là dietro, nel privé. Solo noi due. Cinque minuti. Niente mani sotto i vestiti… a meno che tu non inizi.»
«Che gentiluomo», fece lei, già in piedi, già nuda sotto il trench a livello di fantasia. «Vieni, sposo nero del testimone. Fammi vedere se sai tenere il tempo.»
Il privé era piccolo, divanetto di velluto scuro, muro a specchi a metà, musica bassa che filtrava dalla porta. Appena la porta si chiuse le risate diventarono complici, basse, elettriche. Julius le girò intorno come un predatore educato, poi le mani grandi e scure le posarono sui fianchi, sopra il tessuto sottile.
«Corpo da italiana vera», mormorò, pollice che sfiorava l’incavo della vita. «Curve che fanno venire voglia di fare brutta figura al matrimonio di un altro.»
Roxanne sentì chiaramente l’erezione imponente premerle contro la pancia: calda, pesante, già mezza dura sotto i pantaloni. Invece di scostarsi, premette di proposito, si strusciò un centimetro avanti e indietro, e si morse il labbro inferiore.
«Ho perso apposta», sussurrò contro il suo collo, fiato caldo. «Volevo sentire quanto fosse grosso un nero vero. Marco mi racconta le barzellette, tu mi fai la scommessa e io… casco. Prevedibile, no?»
Julius rise, un suono basso e divertito che le vibrò contro il seno. «Allora la sposa è una truffatrice. Mi piace.» Le mani scivolarono più in basso, le strinsero le chiappe, la sollevarono di un millimetro contro di lui. «Dimmi quanto lo vuoi sentire, Roxanne.»
Lei non rispose a parole. Si inginocchiò sul tappeto morbido, gli aprì la cerniera con dita frettolose e un po’ tremanti dall’eccitazione e dalla voglia di ridere della situazione assurdamente sporca. Il cazzo di Julius le spuntò fuori grosso, scuro, venato, già lucido in punta. Roxanne gli lanciò un’occhiata da sotto in su.
«Gesù, sembra un premio di consolazione esagerato.»
Poi lo prese in bocca con avidità, le labbra tese intorno alla circonferenza, la lingua che girava sulla testa mentre scendeva. Julius le afferrò i capelli — non tirando da bestia, ma tenendola, guidandola — e gemette quando lei lo ingoiò fino in gola, occhi lucidi, gola che si apriva per abitudine e per sfida. Sali e scese, suoni umidi e schiocchi, qualche risata strozzata quando lui sbuffò «più a fondo, campionessa delle scommesse perse». Lei tirò fuori il cazzo solo per leccare dal basso fino alla punta e dire, rauca:
«Se Marco mi chiede com’è andata la serata gli dico che ho ballato. Tecnico, no?»
Julius la sollevò come una bambola, la schienò contro il muro, le alzò il miniabito, le spostò lo slip di pizzo di lato. Lei era già bagnata, scivolosa, e quando lui la penetrò d’un colpo solo — profondo, pieno, il grosso cazzo nero che le apriva la figa stretta — Roxanne urò di piacere contro la sua spalla, un suono mezzo risata mezzo gemito.
«Cazzo, Julius—»
«Sì, è il mio», ribatté lui, divertito e arrapato, e iniziò a scoparla forte in piedi, tenendola sollevata, cosce bianche aperte intorno ai fianchi scuri, colpi ritmati e profondi che le facevano rimbalzare il seno e le strappavano urla corte ogni volta che toccava fondo. Il muro batteva piano, la musica copriva abbastanza, e loro due ridevano tra una spinta e l’altra come due complici che sapevano di star combinando un casino bellissimo.
«Ti piace la passera italiana stretta, eh?» ansimò lei, unghie nella sua schiena.
«Mi piace da morire. Calda, stretta, e la proprietaria che perde le scommesse apposta. Perfetto.»
La girò, la piegò a pecorina sul divanetto basso. Roxanne allargò le ginocchia, il culo bianco esposto, e Julius le diede uno schiaffo sonoro sulla chiappa destra, poi sinistra, mentre rientrava in figa ancora più duro, più fondo. Ogni botta faceva ondeggiare la carne, ogni spinta le strappava un «ah cazzo, più forte» misto a risatine strozzate perché lui, tra una martellata e l’altra, mormorava cazzate tipo «firma qui il verbale della penitenza» e «Marco ti deve un ringraziamento postumo». Le mani scure le tenevano i fianchi, il bacino batteva contro il suo culo con ritmo da macchina, e lei sentiva l’orgasmo arrivare come un treno: il clitoride strofinato, la figa piena fino all’impossibile, le parolacce che le uscivano da sole.
«Vieni dentro», soffiò, voltando la faccia sudata e sorridente. «Voglio sentirlo.»
Julius accelerò, gemendo basso, e scoppiò con un grugno lungo mentre le veniva dentro a getti caldi, profondi, riempiendola. Roxanne venne subito dopo, tremando, figa che pulsava intorno al cazzo ancora duro, un urlo affogato nel cuscino del divanetto e le gambe che ballavano. Restarono agganciati qualche secondo, respiri pesanti, sudore misto, il seme che già iniziava a colarle lenta lungo la coscia interna.
Poi lei si voltò abbastanza da raggiungerlo, gli diede un bacio scherzoso, umido, con un morso leggero al labbro inferiore e gli occhi ancora lucidi di piacere.
«Penitenza evasa con lode», mormorò contro la sua bocca. «Però adesso ho un problema, Julius. Mi hai fatta venire così forte che le gambe non mi reggono, e tra sei giorni mi sposo. E tu… tu hai ancora questo affare mezzo duro che mi sfiora la coscia come se la scommessa non fosse finita.»
Julius rise piano, le pulì una ciocca di capelli dalla fronte con due dita, e le strinse di nuovo il fianco con possessione leggera, giocosa e pericolosa allo stesso tempo.
«Allora resta un altro minuto. O due. Il privé non scade a orario fisso… e io non ho ancora finito di dirti quanto mi piace la tua figa italiana piena del mio sperma.»
Roxanne sentì il cazzo muoversi ancora dentro di lei, un piccolo strattone che le fece chiudere gli occhi e sorridere storta, e pensò che la notte — e i guai — erano solo all’inizio.
Roxanne sentì il cazzo muoversi ancora dentro di lei, un piccolo strattone che le fece chiudere gli occhi e sorridere storta, e pensò che la notte — e i guai — erano solo all’inizio. Julius non tirò fuori. Restò lì, conficcato fino in fondo, mezzo duro che si faceva di nuovo di pietra mentre le mani scure le massaggiavano il culo ancora arrossato dagli schiaffi. Lei ridacchiò contro il cuscino del divanetto, la voce roca e felice.
«Sei un mostro, lo sai? Mi hai appena riempita come un bombolone e già ti stai ricaricando. Marco la mattina del matrimonio mi troverà zoppa e sorridente e penserà che sia lo stress delle bomboniere.»
Julius le diede un altro colpetto di bacino, lento, provocante, e il seme caldo gli scivolò fuori lungo le labbra della figa mescolandosi ai suoi succhi. «Se zoppi benedetta, sposina. Vuol dire che ho fatto il lavoro per bene. Adesso alzati un secondo, che voglio vederti.»
La aiutò a rialzarsi, il cazzo che uscì con un suono bagnato e osceno. Roxanne si voltò, le guance rosse, i capelli scompigliati, lo slip di pizzo ancora spostato di lato e il miniabito arrotolato sotto le tette. Il liquido bianco le colava lento lungo la coscia interna, lucido sotto le luci soffuse del privé. Julius se ne accorse e fischiò piano, divertito.
«Guarda che pasticcio. La figa italiana in versione crema chantilly. Vieni qua.»
La prese per i fianchi, la fece sedere a cavalcioni sulle sue cosce sul divanetto. Il cazzo nero, già di nuovo duro e lucido del loro mixed mess, le sfiorò la fessura. Roxanne si morse il labbro, poi si abbassò da sola, inchiodandosi su di lui centimetro dopo centimetro, gemendo e ridendo insieme mentre la circonferenza la riapriva con una facilità scandalosa.
«Porca puttana, sembra ancora più grosso adesso. È un effetto ottico o mi stai crescendo dentro per farmi dispetto?»
«È il tuo entusiasmo, truffatrice. Continua a perdere scommesse così e ti ritrovi a camminare a gambe larghe fino all’altare.» Julius le afferrò le tette attraverso il tessuto del miniabito, i pollici che strofinavano i capezzoli già duri, e iniziò a spingere dal basso. Lei lo cavalcava con ritmo regolare, il culo bianco che sbatteva contro le cosce scure, le chiappe che ondeggiano, la figa che lo ingoiava tutto a ogni discesa. Ogni botta le strappava un «ah—cazzo—sì» misto a una risatina perché lui, senza perdere il fiato, continuava a sparare cazzate.
«Allora, quando firmi il verbale di collaudo? “Dichiaro che il cazzo del testimone è più grosso delle aspettative e che la sottoscritta ha perso apposta”. Con tanto di firma e data.»
Roxanne gli diede uno scappellotto leggero sulla spalla, ma non rallentò. Anzi, accelerò, ruotando il bacino in modo che la punta le strofinasse quel punto interno che le faceva venire i brividi. «Lo firmo col rossetto sul tuo pene, idiota. E poi lo mando a Marco come souvenir. “Tieni, tesoro, un ricordo dell’addio al celibato”.»
Julius rise di gusto, un suono basso che le vibrò contro il petto, e la sollevò di colpo. La girò di nuovo, la mise in ginocchio sul divanetto con le mani contro lo specchio a metà muro. Dietro di lei si vide: pelle chiara contrasta con quella scura, il culo sollevato, la figa aperta e lucida, il cazzo nero che spariva e riemergeva a martellate. Lui la prese forte, tenendole i fianchi, e cominciò a scoparla di brutto, profonde, ritmate, il suono umido di pelle contro pelle che copriva quasi la musica bassa. Roxanne guardava tutto nello specchio, gli occhi lucidi, la bocca aperta in un sorriso stupefatto e porco.
«Gesù, guarda che scena. Sembro una che ha vinto alla lotteria del nero grosso. E tu… tu hai la faccia di chi sa di star combinando un casino da trecento invitati.»
«Un casino bellissimo», ribatté lui, dandole uno schiaffo sonoro sulla chiappa sinistra che la fece gemere. «Dimmi che ti piace. Dimmi che vuoi questo cazzo nero fino al giorno prima delle nozze.»
«Mi piace da morire», ansimò lei, spingendo indietro il culo per prenderlo ancora più fondo. «Mi piace quando mi riempi, mi piace quando mi dici cazzate mentre mi sfondi, mi piace che sei il segreto più stupido e più bagnato della mia vita. Ora scopami più forte, sposo nero del testimone, che voglio venire di nuovo guardandomi allo specchio.»
Julius obbedì. Le mani le strinsero i fianchi con forza, il bacino diventò un pistone, e ogni botta le faceva rimbalzare le tette e le strappava urla corte, strozzate, miste a risate perché lui mormorava cose tipo «penitenza fase due, approvata» e «Marco ti deve pure il cenone di ringraziamento». Roxanne sentì l’orgasmo arrivare come un’ondata calda, il clitoride strofinato dall’angolo delle spinte, la figa che si stringeva a spasmi intorno a quel monumento di carne scura. Venne con un urlo soffocato contro il dorso della mano, le gambe che tremavano, il succo che le colava lungo le cosce mescolato allo sperma precedente.
Julius non si fermò. Continuò a martellare attraverso le sue contrazioni, godendosi la strettezza pulsante, finché non tirò fuori all’improvviso, la girò di scatto e le scaricò il secondo carico caldo sulle tette e sul collo, gemendo basso mentre i getti le schizzavano la pelle. Lei lo guardò da sotto in su, sorridente, una goccia che le scendeva tra i seni, e leccò la punta ancora palpitante con un gesto lento e deliberato.
«Due volte in mezza ora. Complimenti, campione. Io invece ho le gambe di gelatina e un appuntamento con il sarto fra tre giorni. Come gli spiego che non riesco a chiudere le ginocchia?»
Julius le pulì una striscia di sperma dal collo con il pollice, poi se lo succhiò con aria teatrale. «Digli che hai fatto yoga tantrico. O che hai vinto una scommessa idiota. Tanto lui non saprà mai che la sposa è una truffatrice professionista.»
Si sistemarono alla meglio. Roxanne si tirò giù il miniabito, sistemò lo slip (ormai un pezzo di tessuto bagnato e inutile), e allacciò di nuovo il trench corto. Julius si riallacciò i pantaloni, ma il gonfiore evidente diceva che la voglia non era del tutto placata. Si guardarono allo specchio, due complici sudati e sorridenti, e scoppiarono a ridere di nuovo.
«Senti», disse lei, avvicinandosi, la voce bassa e già scheming. Gli posò una mano sul petto largo, le unghie che gli grattavano piano. «Tra sei giorni mi sposo. Ma prima… prima c’è la prova del menù al ristorante di Marco, mercoledì. Lui arriva tardi perché ha il fitting del completo. Io ci sarò alle sette. Tu potresti… non so… “passare a salutare il testimone” e trovarmi nel bagno riservato del piano di sopra. Cinque minuti. O dieci. Con quella cosa ancora carica.»
Julius alzò un sopracciglio, il sorriso da diavolo elegante che tornava. «Bagno del ristorante. Classico. E se ci beccano?»
«Ci inventiamo che stavi controllando se sapevo ancora tenere un ghiacciolo in bocca senza mordere.» Roxanne gli diede un morso leggero al labbro inferiore, poi si staccò, già verso la porta. Il seme le scivolava ancora un po’ lungo la coscia, un ricordo caldo e sporco che la faceva sorridere storta. «E dopo il matrimonio… beh. Luna di miele a Bali. Marco gioca a golf due mattine a settimana. Io mi annoio facile. Tu potresti scoprire all’improvviso di avere un cugino a Denpasar. Caso, no?»
Julius rise piano, le diede un’ultima pacca sul culo attraverso il trench e le aprì la porta. «Vai, truffatrice. Io resto qui un minuto a riprendere fiato e a pensare a quanti ghiaccioli posso ancora farti perdere.»
Roxanne uscì nel corridoio affollato con l’aria di chi aveva solo ballato un po’ troppo stretto. Il cuore le batteva forte, la figa le pulsava ancora piena e soddisfatta, e nella testa già organizzava i dettagli: l’orario esatto del bagno del ristorante, il messaggio finto da mandare al testimone, il vestito senza slip che avrebbe indossato mercoledì. Sorrise tra sé, spiritosa e provocante fino al midollo, mentre si rimescolava alla festa. La scommessa l’aveva persa di proposito stanotte. Quella successiva l’avrebbe persa pure, e con ancora più gusto.
Rate this story
Popular Collections
Browse Categories