Risveglio Rovente al Ring: La Mia Prima Volta con Lei
Carla, 32enne campionessa, seduce la 28enne wrestler Giulia nello spogliatoio e la fa impazzire di piacere lesbico.
Nel camerino umido e male illuminato del piccolo circuito underground, Giulia, ventottenne wrestler professionista dal fisico atletico scolpito da anni di pesi e prese al volo, si stringeva le fasce intorno ai polsi con gesti nervosi. Il cuore le batteva forte contro le costole, un misto di adrenalina pura e quella sensazione di vuoto allo stomaco che precede ogni grande salto. Questo non era un allenamento qualunque: era il suo primo match importante, quello che poteva lanciarla nel giro vero o rispedirla a fare la comparsa nei locali puzzolenti di periferia. Controllò per l’ennesima volta i lacci degli stivali da lotta, poi si passò una mano tra i capelli corti e sudati. Il suo corpo, gambe lunghe e muscolose, addominali che sembravano piastrelle di marmo sotto la pelle abbronzata, brillava sotto la luce giallastra delle lampade.
Fu allora che lo sentì. Il nome. Pronunciato dal promoter con quella voce rauca che sembrava sempre sul punto di morire di sigarette.
«Stasera Giulia contro Carla.»
Giulia si bloccò. Carla. La trentaduenne campionessa indiscussa del circuito, quella con il sorriso storto e gli occhi che promettevano guai. Da mesi, negli spogliatoi condivisi, Giulia aveva imparato a riconoscere quello sguardo. Carla la fissava mentre si cambiava, mentre si legava i seni generosi nel reggiseno sportivo, mentre si passava l’olio sulle cosce potenti. Occhi famelici, diretti, che dicevano senza parole: ti voglio sotto di me, non solo sul ring. E il peggio era che Giulia ricambiava. Ogni volta che incrociava quello sguardo sentiva un calore traditore tra le gambe, un desiderio sporco e divertito che si mescolava alla rivalità sportiva come due lottatrici che si rotolano sul tappeto.
«Porca puttana», mormorò tra sé con la sua lingua tagliente di sempre. «Proprio lei. Se pensa di spaventarmi con quegli sguardi da troia esperta, si sbaglia. Anche se, cazzo, mi fa bagnare solo a pensarci.»
Rise da sola, una risata nervosa che echeggiò tra gli armadietti di metallo. L’attrazione era reciproca e dichiarata, anche se mai consumata. Battute a mezza voce, sfioramenti “accidentali” durante gli allenamenti di gruppo, sorrisi che duravano un secondo di troppo. Ora tutto stava per esplodere. E Giulia, dentro di sé, non sapeva se voleva vincere il match o perdere in un modo molto più divertente.
L’allenamento privato era stato fissato un’ora prima del match vero e proprio, per “riscaldarsi”. Quando Giulia entrò nella saletta laterale, Carla era già lì. Trentadue anni portati da dea del peccato: spalle larghe, vita stretta, culo alto e sodo che riempiva i leggings neri come se fossero stati dipinti addosso. I capelli legati in una coda alta, il top che a malapena conteneva due tette che sembravano voler scappare a ogni respiro. La campionessa la guardò dal basso verso l’alto con quel ghigno che Giulia conosceva fin troppo bene.
«Guarda un po’ chi c’è. La mia vittima preferita», disse Carla, la voce bassa e piena di ironia. «Pronta a farti mettere al tappeto, ragazzina? O vuoi che ti insegni prima qualche presa… intima?»
Giulia alzò un sopracciglio, incrociando le braccia sotto il seno. «Intima? Oddio, Carla, se volevi dirmi che hai intenzione di leccarmi invece di placcarmi, bastava mandarmi un messaggio. Risparmiamo tempo.»
Carla rise, una risata roca e sincera che fece vibrare qualcosa dentro lo stomaco di Giulia. Iniziarono a muoversi sul tappeto morbido, finte, schivate, qualche presa di prova. Ma le battute non smettevano.
«Sai», ansimò Carla dopo aver schivato un calcio alto, «ogni volta che ti vedo piegata a raccogliere l’asciugamano nello spogliatoio mi viene voglia di metterti in quella posizione e farti urlare il mio nome invece del tuo coach.»
Giulia arrossì ma non si tirò indietro. Fece una finta, poi rispose: «E io ogni volta che ti vedo sudata dopo un match penso che la tua figa debba sapere di vittoria… o di sconfitta. Dipende da chi vince stasera.»
L’aria era elettrica. Un placcaggio scherzoso, nato per gioco, finì con Carla che spingeva Giulia contro il muro imbottito. I loro corpi premuti, sudore contro sudore, respiri mescolati. Gli occhi si incontrarono. Per un secondo ci fu solo silenzio. Poi Carla si sporse e la baciò.
Fu un bacio affamato, bagnato, desiderato da entrambe da mesi. Le lingue si intrecciarono senza gentilezza, denti che sbattevano, mani che afferravano capelli e fianchi. Giulia gemette nella bocca dell’altra, sorpresa da quanto fosse giusto. Quando si separarono, un filo di saliva le univa ancora.
«Cazzo, Giulia», ringhiò Carla, la fronte contro la sua, «ti voglio sottomettere. Voglio farti inginocchiare e leccarti fino a farti tremare, voglio sentirti ridere e implorare mentre ti scopo con la lingua. Da mesi sogno di farti venire urlando il mio nome nello spogliatoio.»
Giulia scoppiò a ridere, una risata libera e eccitata, mentre le sue mani stringevano il culo sodo di Carla. «Anch’io, campionessa del cazzo. Voglio esattamente lo stesso. Voglio vederti sotto di me che lecchi come se il titolo dipendesse da quanto mi fai godere. Facciamolo.»
La tensione esplose. Si baciarono di nuovo, più aggressive, mani che strappavano vestiti sportivi, unghie che graffiavano pelle sudata. Quasi correndo si spostarono nel camerino vuoto accanto, quello riservato alle star, chiudendo la porta con un calcio.
Dentro, Carla prese subito il comando con un sorriso dominante ma giocoso. Spinse Giulia contro il divanetto di pelle consumata. «In ginocchio, bellezza. Subito.»
Giulia, ridendo tra i denti, obbedì. Carla le infilò una mano tra le gambe senza preavviso, trovando la figa già fradicia sotto gli slip. Due dita forti scivolarono tra le labbra bagnate mentre la baciava con forza, lingua che invadeva la bocca allo stesso ritmo delle dita che entravano e uscivano. Giulia gemeva, i fianchi che si muovevano da soli.
«Sei già zuppa, troietta», ridacchiò Carla tra un bacio e l’altro. «Tutto questo per me? Che vergogna.»
«Chiudi quella bocca e usala meglio», rispose Giulia tra i gemiti, ma rideva anche lei, eccitata dalla situazione assurda.
Carla la fece sdraiare sul divano, le tolse del tutto gli slip e si mise tra le sue gambe aperte. La sua lingua esperta trovò subito il clitoride, lo succhiò, lo leccò con movimenti larghi e poi rapidi, penetrando con due dita la figa stretta e calda di Giulia. Il rumore era osceno: risucchi bagnati, gemiti, risate soffocate.
«Oh cazzo, Carla… sì, leccami così, puttana del ring!» gridò Giulia, le mani nei capelli della campionessa, spingendola più forte contro di sé. L’orgasmo arrivò veloce, violento: le gambe tremarono, la schiena si inarcò, e Giulia venne ridendo e imprecando, il corpo che sussultava mentre Carla continuava a leccare senza pietà.
Ancora ansimante, Giulia ribaltò la situazione con una mossa da wrestler. Spinse Carla sul divano, si tolse del tutto il top liberando i seni sodi e si mise a cavalcioni sulla sua faccia. «Ora tocca a me, campionessa.»
Si abbassò, strofinando la figa bagnata e sensibile sulla bocca e sul naso di Carla, cavalcandola con movimenti decisi dei fianchi. Carla gemette sotto di lei, la lingua che lavorava dal basso, le mani che stringevano le natiche muscolose di Giulia. I suoni erano umidi, rumorosi, ridicoli e eccitantissimi. Giulia rideva tra i gemiti: «Leccami bene, altrimenti ti faccio un pin che non dimentichi!»
Dopo qualche minuto, Giulia si girò, mettendosi nella posizione 69. Le due donne si ritrovarono una sopra l’altra, fighe fradice premute sulle bocche. Leccavano con foga, succhiavano clitoridi, infilavano due o tre dita dentro, scopando con ritmo sempre più frenetico. Il camerino si riempì di rumori osceni: risucchi, schiocchi di dita bagnate, gemiti soffocati, risate che si trasformavano in urla di piacere.
«Leccami la figa più forte, troia!» ringhiò Giulia con la bocca piena.
«Vieni sulla mia faccia, ragazzina del cazzo!» rispose Carla, la voce vibrante contro il clitoride dell’altra.
Vennero insieme, gridando insulti erotici mescolati a risate genuine. I corpi si tesero, le dita affondarono più forte, le lingue non smisero un secondo. L’orgasmo fu lungo, rumoroso, bagnato. Quando finì, rimasero lì, ansimanti e sudate, gambe intrecciate, facce lucide di umori.
Si guardarono. Prima un sorriso, poi scoppiarono a ridere tutte e due, una risata liberatoria che fece tremare i loro corpi ancora sensibili.
«Cazzo, abbiamo appena scopato come matte invece di allenarci», disse Carla, asciugandosi la bocca con il dorso della mano.
«Già. E ora che facciamo?» chiese Giulia, ancora ridacchiando, il cuore che batteva forte.
Carla la guardò con occhi ancora affamati, passando un dito sul labbro inferiore di Giulia. «Saltare il match. Tanto il vero scontro l’abbiamo già fatto. E non ho ancora finito con te.»
Giulia sentì un nuovo calore tra le gambe. Il match, il pubblico, il titolo… tutto sembrava improvvisamente ridicolo rispetto al corpo caldo di Carla premuto contro il suo. Ma proprio mentre stavano per baciarsi di nuovo, sentirono la voce lontana dell’annunciatore che chiamava i nomi e i passi pesanti di qualcuno che si avvicinava nel corridoio. Il tempo stava per scadere. La tensione tra loro non era finita: era solo diventata più calda, più sporca, più pericolosa.
E nessuna delle due aveva intenzione di fermarsi.
Nel camerino umido, con il suono dei passi che si allontanavano lungo il corridoio dopo un paio di colpi secchi alla porta, Carla non perse un secondo. Il suo corpo da trentaduenne scolpito da mille match spingeva ancora contro quello di Giulia, le tette grandi e pesanti premute sui seni sodi della ventottenne. «Hanno bussato e se ne sono andati, bellezza. Pensano che siamo già sul ring a scaldarci. Invece noi scaldiamo qualcos’altro», ringhiò con quel tono ironico che faceva ridere e bagnare allo stesso tempo. Giulia, ancora con il fiato corto e la figa che pulsava dopo l’ultimo orgasmo condiviso, sentì una scarica fresca di eccitazione salirle dalla pancia. Cazzo, questa donna è un incendio. E io voglio bruciarmi tutta, pensò mentre le sue mani afferravano i fianchi stretti di Carla come se stesse preparando una presa al volo.
Carla la trascinò verso la panca imbottita addossata al muro, quella riservata alle campionesse, e la fece sedere con le gambe spalancate. Si inginocchiò tra le cosce muscolose di Giulia, gli stivali da lotta ancora ai piedi che stridevano sul pavimento. «Guarda qua quanto sei gonfia. La tua figa ride ancora dal piacere di prima», disse ridacchiando, poi passò la lingua larga e calda dal basso verso l’alto, raccogliendo tutto il sapore salato e dolce che colava. Giulia gettò la testa indietro, una mano tra i capelli della campionessa, l’altra che stringeva il bordo della panca fino a farsi sbiancare le nocche. «Porca troia, Carla… non hai appena finito di mangiarmi? Sei una cazzo di macchina», ansimò, ma la risata le uscì lo stesso, nervosa ed eccitata, perché in fondo adorava quel dominio giocoso.
La lingua di Carla diventò più cattiva. Succhiava il clitoride con piccole vampate veloci, poi lo rilasciava con un rumore osceno di risucchio, solo per infilare tre dita insieme nella fica stretta di Giulia, curvandole subito verso quel punto ruvido che la faceva vedere le stelle. L’acqua dei loro corpi sudati colava sulla pelle, rendendo ogni movimento scivoloso e sporco. Giulia sentiva i muscoli delle gambe tremare; cercava di chiudere le cosce ma Carla le teneva aperte con le spalle larghe, ridendo contro la carne bagnata. «Resta aperta, ragazzina. Voglio sentire ogni contrazione. Scommetto che se ti scopo così vieni ridendo come una deficiente proprio come prima». E Giulia lo fece: rise tra i gemiti, imprecando «Sei una puttana del ring, una lecca-fighe di professione!», mentre l’orgasmo la colpiva di lato, improvviso e violento. La schiena si inarcò tanto che quasi cadde dalla panca, le dita dei piedi che si arricciavano negli stivali, umori che schizzavano sulla bocca di Carla.
Non le diede tregua. Ancora scossa dai brividi, Giulia la tirò su per i capelli e la baciò con furia, assaggiando se stessa sulle labbra dell’altra. «Adesso basta fare la dominatrice, campionessa del cazzo. Tocca a me farti urlare». Con una mossa da wrestler vera, la rovesciò sulla panca, facendola mettere a quattro zampe. Il culo alto e sodo di Carla era proprio lì, perfetto, tondo, con la pelle lucida di sudore. Giulia ci passò le mani, lo aprì, poi ci affondò la faccia senza preavviso. La lingua le penetrò la figa da dietro mentre il pollice premeva sul buchetto stretto più su, giocando con quel limite che sapevano entrambe piacere a Carla. «Oh merda, Giulia… sì, leccami tutta, infilala dentro», gemeva Carla, spingendo indietro il bacino come se stesse facendo un bridge sul tappeto.
Giulia rideva mentre leccava, il suono soffocato tra le natiche muscolose. «Sembri una che sta prendendo un suplex, ma invece è solo la mia lingua che ti fa impazzire. Quanto sei bagnata, troia. Scommetto che il promoter sente l’odore da qui». Infilò due dita nella figa e una nel culo, scopando entrambe le entrate con ritmo costante, la bocca che non smetteva di succhiare il clitoride da sotto. Carla tremava, le tette pesanti che ondeggiavano, i capezzoli duri che sfregavano contro la pelle consumata della panca. «Non fermarti, cazzo… sto per venire come una fontana, continua a scoparmi così!». L’orgasmo la prese di sorpresa, forte, rumoroso: Carla urlò imprecazioni mescolate a risate, il corpo che si contraeva intorno alle dita di Giulia, schizzando umori caldi che colarono sulle cosce di entrambe.
Ansimanti, si guardarono per un secondo, occhi lucidi e capelli appiccicati alla fronte. Ma l’escalation non era finita. Carla si alzò, prese Giulia per mano e la portò sotto la doccia aperta del camerino privato. L’acqua calda scese su di loro come una cascata, rendendo ogni centimetro di pelle scivolosa. Si abbracciarono sotto il getto, tette contro tette, fighe che si strofinavano piano mentre si baciavano. «Voglio sentirti venire mentre mi sfreghi contro», disse Carla con voce bassa e divertita. Si misero a terra, gambe intrecciate nella posizione che entrambe amavano di più: clitoridi premuti, labbra bagnate che scivolavano una sull’altra, i fianchi che si muovevano in cerchi sempre più rapidi e aggressivi.
L’acqua rendeva tutto più bagnato, più rumoroso. Ogni spinta produceva schiocchi umidi, quasi ridicoli, che le facevano ridere tra un gemito e l’altro. Giulia afferrava il culo di Carla, tirandola più forte contro di sé. «Senti come ci scivoliamo? Sembriamo due lottatrici unte di olio per un match lesbo». Carla rispose pizzicandole un capezzolo e accelerando il ritmo. «Allora vinciamo insieme, troietta. Vieni sulla mia figa, fammi sentire quanto sei zuppa». I movimenti diventarono frenetici, quasi violenti, i clitoridi che sbattevano e sfregavano senza pietà. I gemiti salirono di tono, le risate si trasformarono in urla roche. Giulia venne per prima questa volta, la testa gettata indietro, l’acqua che le entrava in bocca mentre gridava «Carla, cazzo, sto venendo fortissimo!». Carla la seguì pochi secondi dopo, artigliandole le cosce, il corpo che si scuoteva come dopo un body slam, ridendo e imprecando «Sì, sì, prendilo tutto, puttana mia!».
I loro orgasmi si mescolarono in un lungo tremore bagnato, i succhi lavati via dall’acqua ma subito sostituiti da nuovi flussi. Quando finalmente il piacere calò, rimasero abbracciate sotto la doccia, respiri pesanti, corpi esausti e soddisfatti. Il sesso era finito. L’acqua continuava a cadere, calda e rilassante, mentre si guardavano con sorrisi stanchi ma complici.
Carla spense il getto e passò un asciugamano sulle spalle di Giulia, asciugandole con gesti sorprendentemente teneri. Si vestirono in silenzio, infilando leggings e top strappati alla meglio, ridacchiando ogni tanto per qualche livido o segno lasciato durante la lotta erotica. Giulia si legò i capelli corti, ancora con il cuore che batteva forte, convinta che avessero appena rischiato di farsi beccare e che il match fosse ormai compromesso. Carla invece la guardava con un luccichio diverso negli occhi, un segreto che non aveva nessuna intenzione di rivelare subito.
Ciò che Giulia non sapeva era che Carla aveva parlato con il promoter già due settimane prima. Aveva chiesto espressamente di mettere quel match, di organizzare l’allenamento privato e di ritardare l’annuncio di almeno quarantacinque minuti, pagando persino una piccola cifra extra dal suo cachet. Voleva questo momento da mesi, voleva sedurre la giovane wrestler atletica e farla impazzire prima ancora di salire sul ring. Il promoter aveva riso e accettato: per lui era solo spettacolo in più. Carla aveva pianificato tutto, dal primo sguardo negli spogliatoi all’ultimo orgasmo sotto la doccia. Mentre uscivano insieme verso il corridoio, pronte a fingere di aver solo fatto un riscaldamento molto intenso, Carla sorrise tra sé, sentendo ancora il sapore di Giulia sulle labbra. Il match poteva aspettare. Il vero titolo, per lei, era appena stato vinto. E Giulia, ignara, camminava al suo fianco con le gambe ancora molli, pronta a lottare senza sapere che la partita era già truccata fin dall’inizio.
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