Il suo sussurro di “ti prego” dopo il matrimonio

Dopo il matrimonio di convenienza, Monica si fa scopare forte dal testimone nero Marco nella stanza dell'albergo.

10 min read September 02, 2026New

Non avrei mai immaginato di trovarmi qui, con il vestito da sposa ancora addosso e le gambe già molli, a confessare tutto questo. Avevo ventotto anni, italiana fino al midollo, e da meno di un’ora ero uscita dalla chiesa agganciata al braccio di Theo, un uomo d’affari bianco di quasi sessant’anni, ricco, distante, con cui avevo firmato un matrimonio di pura convenienza. Soldi, sicurezza, un cognome che apriva porte. Niente amore, niente desiderio. Solo un contratto elegante.

Al ricevimento, nell’enorme salone dell’albergo di lusso, le luci scintillavano e lo champagne scorreva. Io sorridevo per dovere, salutavo parenti e soci, ma il mio corpo era un involucro vuoto. Poi l’ho visto. Marco. Il testimone dello sposo. Un uomo nero alto, atletico, di origine senegalese, ma italiano di adozione da anni. Pelle scura e levigata, spalle larghe sotto la giacca scura, mani grandi che tenevano il calice come se potessero spezzarlo. I suoi occhi mi hanno trovata attraverso la folla e non mi hanno più lasciata.

È scattato qualcosa di immediato, magnetico, proibito. Sguardi lunghi, sorrisi complici che non dovevano esistere. Ogni volta che lui alzava il bicchiere nella mia direzione, io sentivo un brivido scendermi lungo la schiena e finirmi dritto tra le cosce. Pensavo: cazzo, Monica, sei appena sposata. Ma il mio corpo non ascoltava. Mi bagnavo solo a guardarlo camminare, a vedere come i pantaloni gli segnassero le cosce muscolose. Lui sapeva. Lo leggevo nel modo in cui mi fissava le labbra, il collo, il seno stretto nel corpetto del vestito.

Quando è iniziato il ballo nuziale, Theo era distratto a parlare di affari con due soci vicino al bar. Marco si è avvicinato. Mi ha teso la mano senza chiedere permesso a nessuno.

«Posso rubarti un ballo, signora sposa?» La voce grave, calda, con quell’accento leggero che mi ha fatto stringere le cosce.

Ho annuito. Non riuscivo a parlare. Sul dancefloor mi ha tirata contro di sé. Il suo corpo era duro, caldo, immenso rispetto al mio. Una mano sulla mia schiena nuda, l’altra che stringeva la mia. Il cazzo — già semi-duro, l’ho sentito — premeva contro il mio ventre attraverso i tessuti. Mi ha fatto girare lento, poi mi ha avvicinato le labbra all’orecchio.

«Hai un culo da peccato in quel vestito, Monica. Tette perfette. Da quando ti ho vista all’altare volevo solo saperti se sei già bagnata sotto quelle mutandine da sposa.»

Il respiro caldo mi ha fatto tremare. Un brivido mi ha attraversato la figa, e sì, ero fradicia. Le mutandine di pizzo erano un disastro. Lui l’ha capito dal modo in cui ho sospirato contro il suo collo.

«Marco… Theo è lì…»

«Non sta guardando. Senti quanto sono duro per te. Dimmi che lo vuoi anche tu.»

Gli ho stretto la mano più forte. «Sì. Cazzo, sì.»

Con uno sguardo d’intesa mi ha preso per mano e mi ha trascinato fuori dal salone, su per le scale di servizio, fino a una stanza appartata al piano superiore dell’albergo — una suite piccola usata come deposito fiori e tavoli di riserva. Ha chiuso la porta a chiave. Ci siamo guardati un secondo soli, ansimanti.

«Lo voglio», ho detto io, confessionalmente, senza filtri. «Prendimi. Adesso. Forte. Come se non fossi appena diventata di un altro.»

Marco ha sorriso, ferino. «Te lo darò tutto.»

Mi ha sollevata come se non pesassi niente e mi ha adagiata sul tavolo di legno massiccio al centro della stanza. Il vestito si è alzato sulle cosce. Lui mi ha strappato le mutandine con un gesto secco — il pizzo ha ceduto — e le ha portate al naso un attimo prima di buttarle via.

«Figa già zuppa. Deliziosa.»

Poi si è inginocchiato e mi ha aperto le gambe. La lingua calda, larga, mi ha leccato tutta la fessura con avidità bestiale. Ha succhiato il clitoride, ci ha passato sopra avanti e indietro, ha spinto la lingua dentro di me. Io gli tenevo la testa premuta tra le cosce, dita affondate nei suoi capelli corti, ansimando.

«Così… leccami… più forte… oh cazzo Marco…»

La barba gli raspava le cosce interne. Mi leccava come un affamato, bevendo i miei umori, facendo schiocchi umidi e obsceni. Le gambe mi tremavano. Stavo per venire già così, ma lui si è alzato improvvisamente. Mi ha girata, mi ha fatta scendere e mi ha spinta in piedi contro il muro. Ha sbottonato i pantaloni. Il suo cazzo nero è saltato fuori — grosso, grosso davvero, venato, la testa lucida già gocciolante. Me l’ha passato tra le chiappe un momento, poi mi ha aperto e mi ha riempita d’un colpo solo.

«Ah!» Ho gridato, la fronte contro il muro. Mi riempiva completamente, mi allargava, mi spingeva in fondo all’utero. Ha iniziato a scoparmi forte da dietro, spinte profonde e ritmate, le palle che mi sbattevano contro la figa. Di tanto in tanto mi dava uno schiaffo sonoro sul culo.

«Prendi questo cazzo nero, sposina. Sei stretta da far male. Dimmi quanto ti piace.»

«Mi piace… mi piace da morire… scopami più forte… schiaffeggiami il culo…»

Lo faceva. Spinte profonde alternate a pacche che mi bruciavano le chiappe e mi facevano stringere ancora di più intorno a lui. Il vestito da sposa era alzato sulla schiena, il seno quasi uscito dal corpetto. Sudavo, ansimavo, lo sentivo pulsare dentro di me a ogni spinta. Poi mi sono girata, gli ho spinto il petto e mi sono messa in ginocchio sul pavimento freddo. Gli ho preso il cazzo bagnato dei miei umori con entrambe le mani e me lo sono ficcato in bocca fino in gola.

Sapeva di me, di sesso, di proibito. Leccavo, succhiavo, lo guardavo negli occhi mentre lui mi teneva i capelli e mi fotteva la faccia piano. «Brava puttana di lusso… succhialo tutto…»

Quando era lucido di saliva e dei miei succhi, mi ha ripresa, mi ha piegata di nuovo sul tavolo a pancia in su, gambe aperte, e mi è entrato in missionario. Mi guardava dritto negli occhi mentre mi scopava. Profondo, regolare, poi più veloce. Una mano mi stringeva un seno, l’altra mi strofinava il clitoride.

«Vieni per me. Guardami mentre godi.»

Sono scoppiata. L’orgasmo mi ha squarciata, un grido lungo e rauco che ho soffocato a metà contro la sua spalla. La figa mi pulsava a ondate, stringendolo, bagnandolo ancora di più. Tremavo tutta, le unghie conficcate nella sua schiena sotto la camicia aperta.

Mentre ancora mi scuotevo, Marco ha spinto fino in fondo e mi è venuto dentro. Fiotti caldi, potenti, uno dopo l’altro che mi riempivano l’utero. Lo sentivo pulsare, schizzare, caldo e denso. Ha gemuto il mio nome contro il mio collo.

Poi, ancora dentro di me, ancora duro a metà, mi ha sussurrato all’orecchio con voce roca, quasi un’implorazione:

«Ti prego…»

«Ti prego…» ha ripetuto Marco, la voce rotta contro il mio orecchio mentre il suo cazzo ancora gonfio pulsava dentro la mia figa piena di sborra. «Non fermarti. Non tornare da lui così. Fammi riscopare questa figa da sposa finché non cammini storta.»

Il mio corpo ha risposto prima della testa. Ancora contrazioni, ancora bagnata, il vestito da sposa ridotto a uno straccio alzato sulle anche. «Sì… ti prego anche io», ho soffiato, confessionalmente, come se stesse registrando tutto per un diario che nessuno doveva leggere. «Riempimi di nuovo. Usami. Theo può tenersi i soldi, ma questo cazzo nero me lo prendo io stanotte.»

Si è sfilato con un suono umido e obsceno, la sborra che mi colava già lungo le cosce interne e gocciolava sul legno del tavolo. Mi ha sollevata di peso, mi ha girata a pancia in giù e mi ha piegata in avanti finché le tette non schiacciavano il piano freddo. Le mani enormi mi hanno divaricato le chiappe. Ha sputato sulla mia figa aperta, poi ha infilato due dita spesse, mescolando i suoi fiotti ai miei succhi.

«Guarda che casino hai fatto, Monica. Tutta questa crema bianca che esce dalla figa della novella sposa.» Le dita si muovevano a pistone, curvate, toccando quel punto che mi faceva vedere le stelle. «La vuoi di nuovo? Dimmelo. Diglielo al mio cazzo.»

«Lo voglio… cazzo sì, ficcamelo tutto… scopami come una troia, non come una moglie.»

Lui ha ridacchiato basso e mi ha spinto dentro d’un colpo solo. Ancora più grosso di prima, o forse ero io più stretta per l’orgasmo. Mi ha riempito fino in fondo all’utero, le palle pesanti che mi battevano sul clitoride a ogni spinta. Ha iniziato un ritmo bestiale, profondissimo, le anche che schiaffeggiavano il mio culo con un suono carnale, umido. Il tavolo scricchiolava. Io ansimavo a bocca aperta, saliva che mi filava dal mento, le unghie che graffiavano il legno.

«Più forte… ah… Marco, più forte… spaccami…»

«Come vuoi, sposina di merda.» Una mano mi ha afferrato i capelli, tirando la testa indietro finché il mio collo non si è teso. L’altra mi ha sculacciato a ritmo, ogni pacca più dura, lasciando il bruciore rosso sulle chiappe bianche. Il contrasto della sua pelle scura contro la mia mi faceva venire l’acqua in bocca solo a pensarlo. Mi scopava come se volesse cancellare il matrimonio, come se ogni spinta dicesse «questo cazzo è tuo padrone adesso».

Mi sentivo così piena, così aperta. La sborra precedente schizzava fuori a ogni affondo, scivolava giù e mi imbrattava le cosce. Lui accelerava, i fianchi che battevano furiosi. Poi si è chinato tutto su di me, petto caldo contro la mia schiena nuda, e mi ha morso la spalla mentre mi fotteva ancora più a fondo.

«Vieni di nuovo. Stringimi. Voglio sentire questa figa italiana succhiarmi il cazzo nero finché non esplodo.»

La sua mano è scesa e ha trovato il mio clitoride gonfio, lo ha strofinato con due dita ruvide in cerchi veloci. L’orgasmo mi ha travolta come un treno. Ho urlato, un suono gutturale che non riconoscevo come mio, la figa che si contraeva a spasmi violenti intorno a lui, spremendolo, milking him. Tremavo tutta, le ginocchia che cedevano, ma lui mi teneva su per i fianchi e continuava a spingere attraverso le mie contrazioni, prolungandole, facendomi venire a ondate successive finché non piangevo di piacere.

Appena ho smesso di scuotermi, mi ha tirato su, mi ha fatta scendere dal tavolo e si è seduto sulla sedia di riserva vicino al muro. Il suo cazzo splendeva, lucido dei miei umori e della sborra precedente, dritto verso il soffitto, venato, minaccioso. Mi ha fatto straddleare. «Sali. Cavalcami. Voglio vedere le tette di quella sposa saltare mentre ti impali da sola.»

Mi sono arrampicata, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi larghi. Ho preso il cazzo con una mano, l’ho allineato alla mia fessura gonfia e mi sono lasciata scivolare giù lentamente, centimetro dopo centimetro, gemendo mentre mi riapriva. Quando sono stata tutta seduta, il pube contro il suo, ho iniziato a muovermi. Su e giù, prima piano, assaporando ogni vena, poi più veloce, le cosce che bruciavano. Le sue mani enormi mi tenevano i fianchi, poi sono salite e hanno strappato il corpetto del vestito. I seni sono saltati fuori, capezzoli duri. Li ha presi in bocca a turni, succhiando, mordicchiando, mentre io bounceavo sul suo cazzo come una puttana affamata.

«Cazzo… sei così grosso… mi arrivi dove Theo non arriverà mai», ho ansimato, guardandolo negli occhi. La confessione usciva libera, sporca. «Da stasera voglio solo questo. Voglio che mi fotti in ogni albergo, in ogni viaggio di lavoro di mio marito. Voglio sentire la tua sborra colarmi mentre ballo con lui.»

Marco ha gemuto, occhi scuri di lussuria. «Lo farò. Ti riempirò ogni volta che lui ti volta le spalle. Ora salta più forte. Usami.»

Ho obbedito. Mi sono alzata e abbassata con forza, il suono della carne che sbatteva carne riempiva la stanza, mischiati ai miei gemiti e ai suoi grugniti bassi. Sudavo, i capelli scarmigliati che mi cadevano sul viso, il vestito a brandelli. Lui mi ha afferrato i seni e li ha stretto mentre mi spingeva dal basso, incontrando ogni mia discesa con un affondo verso l’alto. Un altro orgasmo stava montando, più lento, più profondo, che partiva dal basso ventre e saliva.

«Vengo… Marco, vengo di nuovo…»

«Insieme. Dentro. Prendi tutta la mia sborra.»

Ha ruggito il mio nome quando è esploso. L’ho sentito pulsare forte, fiotti caldi e densi che mi schizzavano contro le pareti interne, riempiendomi di nuovo fino a farmi colare. Il mio secondo climax mi ha squarciata nello stesso istante: ho gettato la testa indietro, un grido lungo e rotto, la figa che strizzava il suo cazzo in spasmi ritmici, succhiando fuori ogni goccia. Siamo rimasti bloccati così, uniti, ansimanti, la sua sborra che già rigurgitava fuori intorno all’asta ancora sepolta in me.

Dopo lunghi secondi mi ha alzata di poco, si è sfilato, e un rivolo denso e bianco mi è sceso lungo la coscia, gocciolando sul pavimento. Mi ha fatto inginocchiare di nuovo. «Puliscilo. Lecca tutto.»

Ho obbedito come un’ossessa. Gli ho preso il cazzo molle e umido in bocca, ho succhiato la sborra mista ai miei succhi, ho leccato le palle, ho pulito ogni centimetro finché non brillava di saliva. Lui mi accarezzava i capelli, guardandomi dall’alto con un sorriso possente.

Mi ha sollevata, mi ha baciata a fondo — il primo vero bacio, sapore di me e di lui — e mi ha sussurrato contro le labbra: «Adesso torna al tuo ricevimento, signora. Con la figa piena e le mutandine strappate. E ogni volta che lui ti tocca, pensa a questo cazzo.»

Mi ha aiutato a sistemare alla meglio il vestito, anche se il corpetto era rotto e il pizzo delle mutandine era un ricordo. Mi ha dato un ultimo schiaffo sul culo e ha aperto la porta.

Sono scesa le scale di servizio con le gambe che tremavano, la sborra che mi colava ancora e mi imbrattava l’interno coscia a ogni passo. Nel salone le luci erano ancora accese, Theo rideva con i soci, nessuno sembrava aver notato la mia assenza. Mi sono seduta accanto a lui, ho preso un calice di champagne con mano tremante, e ho sorriso il sorriso della sposa perfetta mentre sentivo il calore di Marco scorrermi tra le gambe.

Quella notte, mentre Theo russava nel letto matrimoniale dell’attico, io tenevo le dita conficcate nella figa ancora aperta e sussurravo il nome di Marco al buio, sapendo che il «ti prego» più vero l’avevo detto io.

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