Vendemmia Rubata nel Cuore di Lei

Sofia si fa scopare selvaggiamente dal bracciante Luca mentre il marito impotente Marco guarda e lecca lo sperma dalla sua figa.

22 min read September 02, 2026New

Il sole di settembre batteva duro sulle colline toscane, facendo brillare i grappoli di Sangiovese come piccoli gioielli neri. Marco avanzava tra i filari con le forbici in mano, le spalle curve sotto la camicia di lino sudata. A trentotto anni il corpo gli pesava già, non per gli anni ma per quella maledetta impotenza che lo teneva prigioniero da quasi due stagioni. Il cazzo gli restava molle anche quando Sofia, sua moglie, si spogliava davanti a lui nuda e profumata di sole e di terra. Devoto, sì: le portava l’acqua fresca, le massaggiava la schiena la sera, le baciava le mani screpolate. Ma tra le gambe non succedeva più un cazzo. E lei lo sapeva.

Sofia aveva trentadue anni e un corpo da vendemmiatrice vera: seni pieni che tendevano la canottiera bianca, culo sodo che si muoveva sotto i pantaloncini corti di denim, cosce forti bruciate dal sole. I capelli castani raccolti in una coda alta le lasciavano scoperto il collo lucido di sudore. Ogni tanto si chinava per tagliare un grappolo e la scollatura le scivolava in avanti, offrendo a chiunque passasse la vista delle tette pesanti, dei capezzoli scuri che premevano contro la stoffa. Marco la guardava e sentiva solo un tuffo allo stomaco, un bruciore di vergogna. Il sangue gli arrivava alla testa, mai al cazzo.

Quella mattina, verso le dieci, arrivò Luca.

Il bracciante scese dal furgoncino bianco con uno zaino a tracolla e lo sguardo già sull’orizzonte dei vigneti. Ventisei anni, spalle larghe da chi solleva casse tutto il giorno, braccia cordate di muscoli, petto largo sotto la maglietta scura già appiccicata. I jeans gli calzavano stretti sulle cosce e sul pacco evidente che si muoveva a ogni passo. Capelli neri un po’ lunghi, sorriso da ragazzo di campagna che sa di far venire l’acquolina. Marco lo vide e sentì qualcosa stringersi in gola. Sofia, invece, alzò gli occhi e lasciò che lo sguardo le restasse addosso un secondo di troppo.

«Marco, Sofia… il padrone mi ha mandato per la vendemmia», disse Luca con voce bassa, rauca. «Dove mi metto?»

Sofia si asciugò le mani sul sedere, spingendo i pantaloncini un po’ più in su, e si avvicinò. «Vieni con me, ti mostro i filari di sotto. Sono i più carichi.» La voce le era uscita dolce, quasi un sussurro. Marco notò come lei gli avesse già dato del tu, come se lo conoscesse da sempre.

I tre camminarono tra le viti. Luca si chinava con facilità, tagliava i grappoli con mosse sicure, e ogni tanto alzava gli occhi su Sofia. Lei non si tirava indietro. Quando si abbassava per raccogliere i grappoli caduti, allargava un po’ le ginocchia e i pantaloncini le si tendevano sull’inforcatura, disegnando il profilo della figa. Una volta, di proposito, si sporse troppo e la canottiera scivolò di lato, lasciando scoperto un capezzolo scuro e turgido. Luca fissò. Sofia non si coprì subito. Sorrise soltanto, un sorriso malizioso che faceva brillare gli occhi.

«Scusa», mormorò lei, ma non c’era nessun pentimento nella voce. «Il caldo mi fa diventare così… disordinata.»

Marco stava a due filari di distanza, ma sentiva tutto. Il cuore gli batteva forte, e tra le gambe – meraviglia delle meraviglie – qualcosa si muoveva. Non un’erezione vera, solo un formicolio, un bruciore dolce e umiliante. Guardava la moglie flirtare apertamente con quel ragazzo muscoloso e sentiva la faccia bruciargli. Eppure non riusciva a distogliere lo sguardo.

A pranzo si sedettero all’ombra di un olivo. Sofia aveva portato panini e una bottiglia di rosso aperto. Si mise di fronte a Luca, con le gambe leggermente aperte, e mentre mangiava leccava le dita unghiute di olio con gesti lenti, lascivi. «Hai le mani grandi», disse all’improvviso, fissando le dita di Luca che spezzavano il pane. «Sicuro che sai usarle bene tra i grappoli… e non solo.»

Luca rise basso, guardando prima lei e poi Marco. «Dipende da cosa devo prendere in mano, signora.»

«Sofia», corresse lei. «Chiamami Sofia. E mio marito non si offende se scherziamo, vero amore?» Voltò gli occhi verso Marco. C’era una scintilla nuova lì dentro, qualcosa di crudele e di eccitato insieme. Marco deglutì. La gola era secca.

«No… no, scherzate pure», riuscì a dire. La voce gli uscì fioca. Sentiva il cazzo ancora molle, ma i coglioni gli si stringevano, pesanti. L’umiliazione gli scorreva nelle vene come vino caldo.

Nel pomeriggio il calore diventò opprimente. Sofia si tolse la canottiera e rimase solo con un reggiseno sportivo bianco, già trasparente di sudore. I seni ballavano a ogni movimento. Luca lavorava a un metro da lei, e ogni tanto le braccia si sfioravano. Una volta, mentre passavano lo stesso cesto, le dita di Luca scivolarono sulla mano di Sofia e ci restarono un attimo di troppo. Lei non ritrasse la mano. Anzi, le fece scorrere l’indice lungo il dorso della sua, fino al polso.

Marco li osservava da dietro un filare. Il sudore gli colava lungo la schiena. Immaginò, suo malgrado, quelle stesse dita grosse di Luca che aprivano le labbra della figa di Sofia, che ci entravano dentro, che la allargavano. Sentì un gemito quasi uscirgli dalla gola. Si morse il labbro. Voleva che smettessero. Voleva che continuassero. La contraddizione lo faceva pulsare in un modo che non provava da mesi.

Verso le quattro Sofia si fermò, si sporse verso Luca e gli asciugò il sudore dalla fronte con un lembo della propria maglietta. Il gesto le alzò il reggiseno abbastanza da mostrare il sottoseno pieno. «Sei tutto bagnato», mormorò. «Anche io… guarda.» Prese la mano di Luca e gliela posò un attimo sulla pancia sudata, appena sopra l’ombelico, dove la pelle era calda e liscia. Poi la fece scendere di un centimetro, due, fin quasi al bordo dei pantaloncini. Luca respirava pesante. Marco, nascosto male, li vide e sentì le ginocchia tremare.

«Tuo marito ci guarda», disse Luca a voce bassa, senza togliere la mano.

Sofia girò appena la testa, trovò gli occhi di Marco tra le foglie, e sorrise. Un sorriso lento, da puttana consapevole. «Lo so. E gli piace. Vero, Marco? Ti piace vedere le mani di questo ragazzo sulla tua moglie?»

Marco non riuscì a rispondere. Fece solo un cenno col capo, piccolo, vergognoso. Il sangue gli ronzava nelle orecchie. Sofia ridacchiò, un suono basso e gola, e ritirò la mano di Luca solo per infilargliela un attimo sotto il bordo dei pantaloncini, abbastanza da fargli sfiorare i peli del pube. Poi lo lasciò andare.

«Basta per oggi», annunciò lei, ma lo sguardo restava acceso. «Domani continuiamo. Luca, resta a cena. Marco cucinerà. E poi… vedremo quanto caldo fa ancora stasera.»

Mentre tornavano verso la casa di pietra, Sofia camminava tra i due uomini. A un certo punto, senza nemmeno nascondersi, scivolò una mano dietro e strinse il pacco di Luca attraverso i jeans. Lo sentì già mezzo duro, grosso, caldo. Marco lo vide dal canto dell’occhio. Il respiro gli si spezzò. Sofia gli lanciò un’occhiata di lato, le labbra socchiuse.

«Stasera», sussurrò solo per lui, ma abbastanza forte da farsi sentire anche da Luca, «ti farò vedere tutto. E tu starai zitto e guarderai. Come ti piace, vero? Come ti fa male e ti piace insieme.»

Marco chinò la testa. Tra le gambe, per la prima volta in mesi, il cazzo diede un piccolo, miserabile sobbalzo. Non abbastanza da diventare duro. Solo abbastanza da fargli capire che questa umiliazione, questo fuoco sporco che gli bruciava il petto, era esattamente quello che il suo corpo ormai desiderava. E Sofia lo sapeva. Luca lo stava capendo. E la vendemmia era appena cominciata.

Il mattino dopo il sole era già alto quando tornarono tra i filari. L’aria sapeva di uva calda e di terra secca. Sofia aveva indossato di proposito i pantaloncini più corti e una canottiera senza reggiseno: i capezzoli scuri si disegnavano netti contro il cotone leggero ogni volta che si chinava. Luca lavorava a un metro da lei, i jeans tesi sul pacco grosso che sembrava ancora più evidente dopo la notte passata a immaginare. Marco li seguiva a distanza, le forbici inutili tra le dita sudate, il cuore che batteva già troppo forte.

Verso mezzogiorno il caldo divenne insopportabile. Si fermarono all’ombra di un filare fitto di foglie, lontano dalla casa. Sofia aprì il cesto del pranzo, ma non mangiò subito. Si sedette di fronte a Luca, le gambe divaricate, e lasciò che lo sguardo le scendesse dritto all’inforcatura dei jeans del ragazzo. «Hai dormito male?», chiese con voce roca, leccandosi le labbra. «Sembri… gonfio.»

Luca rise basso, allungò una mano e le sfiorò il ginocchio nudo. Le dita scivolarono più su, lungo la coscia interna, fin quasi sotto l’orlo dei pantaloncini. «Ho sognato le tue tette», mormorò. «E quella figa che ieri mi hai fatto solo annusare.» Sofia non lo scostò. Anzi, aprì un po’ di più le cosce e premette il palmo di lui contro la stoffa già umida. Il calore della sua fica bagnata gli bruciò le dita attraverso il denim.

Marco stava croccato dietro un filare di Sangiovese, nascosto male tra le foglie. Li vedeva tutto. Sentiva ogni sussurro. Il cazzo gli dava quei piccoli sobbalzi miserabili, senza mai raddrizzarsi davvero, mentre i coglioni gli pesavano come pietre. Guardava le dita grosse di Luca che massaggiavano la figa di sua moglie sopra i pantaloncini e si mordeva il labbro fino a quasi sanguinare.

Sofia girò la testa e lo trovò. Sorrise, quel sorriso da puttana consapevole che gli faceva male e gli piaceva insieme. «Vieni qui, amore», chiamò piano. «Non stare nascosto come un pezzo di merda. Guarda da vicino.»

Marco obbedì. Si trascinò fino a loro, in ginocchio sull’erba secca, a un metro di distanza. Sofia prese la mano di Luca e la spinse sotto i pantaloncini, dritta sulla fica rasata e gonfia. Si sentì lo squelch umido quando due dita spesse si conficcarono dentro di lei. Un gemito le uscì dalla gola, basso, animale. «Oh cazzo… è grosso già così. Senti quanto sono bagnata per lui, Marco. Tocca.»

Prese la mano tremante del marito e gliela posò sul polso di Luca, facendogli sentire il movimento delle dita che entravano e uscivano dalla sua fica stretta. Marco gemette, un suono umiliato. «Sofia…»

«Dimmi quanto lo vuoi», lo interruppe lei, mentre Luca le sfregava il clitoride con il pollice. «Dimmi che vuoi vedere questo cazzo da bracciante spaccarmi la figa. Dillo.»

Marco deglutì. La faccia gli bruciava. «Lo… lo voglio. Voglio vederti piena del suo cazzo.»

Sofia rise, un suono gola e sporco. «Non basta. Supplica. Supplicami di farmelo ficcare fino in fondo mentre tu guardi come una cagna.» Continuava a muovere i fianchi contro le dita di Luca, che adesso ne aveva tre dentro, allargandola, facendo schioccare i succhi. Il pacco del ragazzo tendeva i jeans in modo osceno; Sofia ci posò sopra l’altra mano e lo strinse forte, sentendo il calore e la durezza.

«Ti prego», sussurrò Marco, la voce rotta. «Ti prego, Sofia, prenditelo. Fatti scopare da lui. Voglio… voglio leccare il suo sperma dalla tua figa dopo. Ti prego.»

Luca tirò fuori le dita lucide di lega e le porse a Marco. «Leccale, cornuto. Assaggia quanto è puttana tua moglie per me.»

Marco esitò un secondo solo, poi aprì la bocca e succhiò quelle dita grosse, leccando via il sapore acre e dolce della figa di Sofia. Le ginocchia gli tremavano. Sofia lo guardava con gli occhi vitrei di lussuria, mentre sbottonava i jeans di Luca. Il cazzo saltò fuori, pesante, venato, lungo almeno ventidue centimetri, il glande già lucido di liquido precome. Era enorme rispetto a quello molle e inutile di Marco.

«Gesù Cristo», gemette Sofia, avvolgendoci le dita. Non chiudevano nemmeno tutto intorno. «Guarda che mona, amore. Questo sì che è un cazzo. Me lo voglio fino in gola e poi nella figa fino a farmi male.» Lo strofinò lentamente, dalla base alla punta, spargendo il precome. Luca le afferrò un seno attraverso la canottiera, le pizzicò il capezzolo duro finché lei non ansimò.

Marco non riusciva a distogliere lo sguardo. Il suo cazzo dava un altro sobbalzo patetico, una mezza erezione che non sarebbe mai diventata vera. L’umiliazione gli scorreva calda nelle vene, più eccitante di qualsiasi scopata passata. «Fallo», sospirò. «Bacialo. Prendilo. Ti prego.»

Sofia si alzò in ginocchio sull’erba. Afferrò Luca per la maglietta sudata e lo trasse contro di sé. Le labbra si scontrarono con violenza. Lingue che si avvinghiavano, denti che pizzicavano, saliva che scorreva. Lei succhiava la lingua di lui come se fosse già un cazzo, gemendo forte nella sua bocca mentre una mano continuava a pompare quel monumento di carne. Luca le afferrò il culo a piene mani, le dita che sprofondavano tra le chiappe, spingendo i pantaloncini in mezzo alla figa bagnata. Il bacio durò a lungo, osceno, con suoni di lingue e saliva e respiri affannati. Sofia si staccò solo per leccargli il collo, salato di sudore, e mormorare contro la pelle: «Ti voglio dentro. Adesso.»

Si alzò, trascinando Luca per il cazzo duro come una maniglia. «La rimessa. Subito.» I loro passi erano frettolosi tra i filari. Marco li seguì strisciando quasi, il cuore che gli martellava nelle orecchie, i pantaloni tentati da quel povero cazzo mezzo duro che pulsava di vergogna.

La rimessa di pietra puzzava di legno vecchio, di uva pigiata e di polvere. Sofia sbatte la porta alle spalle non appena furono dentro, ma non la chiuse a chiave: lasciò lo spiraglio perché Marco potesse guardare. Si gettò contro Luca, gli abbassò i jeans fino alle cosce e si accucciò. Gli prese il cazzo con entrambe le mani e lo infilò in bocca d’un colpo, spingendosi fino a farli battere i coglioni sul mento. Soffocò, occhi pieni di lacrime, saliva che le colava sul mento e sul seno. Lo succhiava con fame, la gola che gorgogliava intorno a quella sborra calda e dura. Luca le afferrò i capelli e la scopò la faccia con spinte lunghe, profonde.

«Che puttana di moglie che hai», ringhiò guardando Marco, che stava sull’uscio con gli occhi sgranati. «Succhia più forte, Sofia. Fagli vedere come si fa.»

Sofia si staccò con un filo di bava che collegava ancora le sue labbra al glande lucido. «Marco, apriti i pantaloni. Voglio vederti toccarti quel coso molle mentre mi faccio spaccare.» Poi si alzò, si sfilò i pantaloncini e il perizoma bagnato, e si piegò in avanti su una cassa di legno, il culo alto, la figa aperta e sgocciolante. «Infilamelo, Luca. Tutto. Spaccami.»

Luca le afferrò i fianchi e spinse. Il cazzo sprofondò centimetro dopo centimetro, allargando le labbra gonfie, facendola gridare di piacere misto a bruciore. Quando fu tutto dentro, fino alle palle, Sofia emise un gemito lungo, gutturale. «Cazzo… è enorme… mi riempie tutta… Marco, guardami, guardami come mi scopa…»

Cominciò a scoparla forte, le palle che sbattevano contro il clitoride, il cazzo che usciva lucido di lega e rientrava con schiocchi umidi. Ogni spinta faceva ballare le tette di Sofia; lei si aggrappava alla cassa e spingeva indietro, chiedendo più duro, più a fondo. «Sì, così… usami… usami come la puttana che sono… Marco, digli di sborrarmi dentro… ti prego…»

Marco si era abbassato i pantaloni. Il suo cazzo era solo mezzo duro, rosso e impotente, ma lo strofinava lo stesso con la mano tremante, le ginocchia che gli cedevano. Guardava il monumento di carne di Luca sparire e riapparire nella figa di sua moglie, le labbra stirate intorno allo spessore, e sentiva qualcosa rompersi e riformarsi dentro di sé. L’umiliazione era pure piacere, un piacere sporco e totalizzante.

Sofia girò la testa, gli occhi vitrei, la bocca aperta. «Vieni più vicino. Guarda da vicino come mi allarga. E quando sborra… tu lecchi. Tutto. Come mi hai promesso.»

Luca accelerò, i colpi diventarono più brutali, il suono di pelle contro pelle riempiva la rimessa. Sofia urlava ormai, un orgasmo che la scuoteva tutta, la figa che si contraeva a spasmi intorno a quel cazzo enorme. Luca non si fermò. Continuò a martellarla mentre lei tremava, preparandosi a riempirla. Marco, il respiro corto, gli occhi fissi su quel punto dove i due corpi si univano, sapeva che stava per succedere. E il suo corpo traditore non voleva altro che assistere, umiliato e arrapato come non mai, mentre la vendemmia vera, quella della figa di sua moglie, continuava a scorrere calda e sporca sotto le sue stesse ciglia.

Luca non si fermò. Continuò a martellare la figa di Sofia con spinte lunghe e pesanti, le palle che schiaffeggiavano il clitoride gonfio a ogni affondo. Lei ansimava contro la cassa di legno, le unghie conficcate nelle assi, il culo che ondeggiava indietro per prendere tutto. «Più forte… cazzo, spaccami», ringhiò, la voce già rauca. Marco stava a un metro, i pantaloni aperti, la mano che strofinava il proprio coso molle e arrossato. Non riusciva a staccare gli occhi da dove il monumento di carne di Luca entrava e usciva lucido di lega.

Sofia si staccò di scatto, si voltò e cadde in ginocchio sul pavimento di pietra fredda della rimessa. Afferrò il cazzo di Luca con entrambe le mani, ancora pulsante e scivoloso del suo stesso succo, e se lo ficcò in bocca fino in gola. Gli occhi pieni di lacrime si alzarono e trovarono quelli di Marco. Lo tenne fisso mentre succhiava con avidità bestiale, le guance scavate, la saliva che colava in fili spessi sul mento, sul collo, tra le tette sudate. Faceva gorgogliare la gola intorno a quello spessore, spingendosi finché i coglioni le battevano sul mento. «Guarda, cornuto», mormorò tra un boccone e l’altro, la voce strozzata. «Guarda come ti faccio leccare il cazzo vero. È grosso… mi riempie tutta la bocca… e sa di uomo.»

Luca le afferrò i capelli castani e le scopò la faccia con colpi lenti e profondi, il glande che le spingeva contro la gola. Sofia non distolse lo sguardo da Marco. Gli occhi erano vitrei di lussuria e di cattiveria dolce. Ogni tanto si staccava solo per leccare dalla base alla punta, raccogliendo la bava e il precome, poi risucchiava con un suono umido e osceno. «Toccati, amore», ordinò tra un respiro. «Pompa quel cazzetto inutile mentre tua moglie si fa usare la bocca come un secchio da sborra.»

Marco obbedì, le dita tremebonde intorno al proprio membro che dava solo piccoli sobbalzi patetici. La vergogna gli bruciava il petto più forte del desiderio. Vide la gola di Sofia dilatarsi intorno a Luca, vide le lacrime che le solcavano le guance, e gemette un suono basso, umiliato.

Quando Sofia fu soddisfatta di quella dimostrazione, si alzò, si voltò e si piegò di nuovo, questa volta tra due tini di legno ancora pieni di grappoli pigiati. Il culo alto, la schiena inarcata, la figa aperta e sgocciolante che già luccicava di sugo. «A pecorina. Adesso. E non risparmiarmi.»

Luca le afferrò i fianchi con le mani callose e affondò d’un colpo solo. Il cazzo sprofondò fino alle palle, allargando le labbra gonfie fino al limite. Sofia urlò, un grido gutturale che rimbalzò contro le pietre. Lui cominciò a scoparla selvaggiamente, le cosce che sbattevano contro le sue, il suono di pelle bagnata che schioccava a ritmo. E poi arrivarono gli schiaffi: forti, secchi, sul culo sodo. La mano di Luca si alzava e scendeva, lasciando impronte rosse sulle chiappe. Ogni schiaffo faceva contrarre la figa intorno al cazzo, faceva scorrere altro liquido lungo le cosce.

«Ahhh… sì, picchiami il culo… usami…», ansimava Sofia, spingendo indietro a ogni colpo. «Marco, vedi? Vedi come mi prende? Questo cazzo mi arriva dove il tuo non ha mai saputo arrivare. Mi fa male e mi fa venire insieme.»

Luca le afferrò i capelli e tirò la testa indietro, costringendola a guardare il marito mentre la martellava. «Dimmi che sei una puttana», ringhiò lui. «Dimmi che preferisci questo.»

«Sono una puttana», urlò Sofia, gli occhi fissi su Marco. «Sono la puttana di Luca. Il tuo cazzo è morto, amore. Questo invece è vivo, duro, grosso… mi spacca tutta.»

Gli schiaffi continuarono, sempre più forti. Il culo di Sofia ardeva, rosso e caldo. Luca le allargò le chiappe con i pollici per guardare meglio come il suo cazzo spariva dentro, le labbra stirate in un anello lucido. Poi la sollevò di peso, si sdraiò a terra sul pavimento umido di mosto e polvere, e la fece straddleare sopra di sé.

Sofia non aspettò. Si abbassò con furia, infilandosi quel monumento fino in fondo, e cominciò a cavalcarlo come una forsennata. I fianchi salivano e scendevano a ritmo violento, le tette che ballavano pesanti, i capezzoli duri. Ogni discesa la faceva gemere, ogni salita faceva scivolare fuori il cazzo lucido di lega. Si piegò in avanti, le mani sul petto sudato di Luca, e accelerò ancora, i muscoli delle cosce che tremavano per lo sforzo.

«Guarda, Marco! Guarda quanto è più grosso e duro di te!», urlò, la voce spezzata di piacere. «Il tuo è un verme molle… questo mi riempie, mi allarga, mi fa squirtare solo a pensarci. Senti come mi scopa… oh cazzo, sì… più forte…»

Cavalcava con rabbia e lussuria, il clitoride che sfregava contro la base a ogni movimento. Luca le afferrò i fianchi e la spinse ancora più giù, affondando fino alle palle. Sofia gridava ormai senza ritegno, paragoni sporchi che uscivano a raffica: «È lungo il doppio… è spesso il triplo… mi arriva allo stomaco… tuo marito non sa neanche cosa sia una vera scopata… io voglio solo questo cazzo da bracciante…»

Marco era in ginocchio a un passo, il respiro corto, la mano che strofinava il proprio coso impotente. Guardava la figa di sua moglie dilatarsi e chiudersi intorno a quella carne enorme, vedeva i succhi che colavano giù sui coglioni di Luca e sul pavimento. L’umiliazione era un fuoco che gli bruciava le palle, più eccitante di qualsiasi erezione passata.

Sofia accelerò all’impazzata. I movimenti diventarono frenetici, il culo che sbatteva contro l’inguine di Luca con schiocchi umidi e violenti. «Sto venendo… cazzo sto venendo sul suo cazzo… Marco, guardami… guardami squirtare…»

L’orgasmo la colpì come un pugno. La figa si contrasse a spasmi fortissimi intorno al cazzo di Luca, e un getto caldo e potente le uscì fuori, schizzando sul pavimento di pietra, bagnando le cosce di entrambi, il basso ventre di Luca. Continuò a cavalcare attraverso le scosse, i muscoli che le tremavano, la bocca aperta in un urlo continuo. «Sì… sì… riempimi… sborrami dentro… tutto…»

Luca ruggì, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciar segni, e sparò. Getti spessi e caldi di sborra riempirono la figa di Sofia, spinta dopo spinta, fino a farla traboccare. Il liquido bianco usciva dai lati a ogni movimento, mescolato al suo squirt, scendendo lungo le cosce e gocciolando sul pavimento già bagnato. Sofia continuò a muoversi, spremendolo, succhiando ogni goccia con le pareti della figa, gemendo di piacere animale.

Quando Luca finì, Sofia restò seduta sopra di lui, il cazzo ancora dentro, pulsante. Guardò Marco con gli occhi lucidi, il sorriso da puttana soddisfatta. «Vieni», sussurrò, la voce roca. «Adesso è il tuo turno. Lecca. Tutto. Come mi hai promesso. Senti quanto è pieno… quanto sa di uomo vero.»

Marco strisciò avanti sulle ginocchia, il cuore che gli martellava. Sofia si sollevò appena, abbastanza da far uscire il cazzo di Luca ancora semi-duro, e un filo di sborra calda colò giù. Si chinò all’indietro sulle mani, le gambe divaricate, offrendo la figa gonfia, arrossata, stracolma. «Lecca, cornuto. Pulisci la tua puttana.»

Marco avvicinò la bocca. L’odore acre e dolce di sborra e di figa lo colpì come uno schiaffo. La lingua uscì e toccò le labbra gonfie. Sborra calda, densa, il sapore di Luca mescolato al sapore di Sofia. Cominciò a leccare, a succhiare, a bere. Sofia gli posò una mano sulla testa e lo premette più forte, muovendo i fianchi contro la sua bocca.

«Così… bravo… bevi tutto…», mormorò lei, già di nuovo eccitata. Luca si era alzato a sedere, il cazzo che cominciava a rinforzarsi di nuovo guardando lo spettacolo. «Non hai finito, Sofia», disse basso. «Questa rimessa è nostra per tutta la notte. E tuo marito continuerà a leccare finché non gli dico di smettere.»

Sofia rise, un suono basso e sporco, mentre Marco leccava e beveva tra le sue cosce, la faccia già lucida di sborra. Il sole di settembre filtrava dalle fessure del tetto, illuminando il pavimento bagnato di squirt e di sborra. La vendemmia vera era solo all’inizio.

Marco leccava con avidità disperata, la lingua che si conficcava tra le labbra gonfie e arrossate di Sofia, bevendo i getti densi di sborra di Luca mescolati al suo squirt. Il sapore era acre, salato, maschio, e gli bruciava la gola mentre deglutiva. Sofia gli premeva la testa con entrambe le mani, i fianchi che si muovevano contro la sua bocca come se volesse soffocarlo di sborra. «Così, cornuto… bevi tutto, non lasciare neanche una goccia. È tuo dovere adesso. Pulisci la figa che ti ha tradito.»

La lingua di Marco scivolava più in profondità, succhiando i fili bianchi che ancora colavano, le labbro che si chiudevano intorno al clitoride gonfio per farla gemere. Luca stava seduto a terra, il cazzo già di nuovo duro e lucido, e si accarezzava lentamente guardando lo spettacolo. «Bravo il marito», ringhiò basso. «Lecca bene, che poi te ne do ancora.»

Sofia si sollevò un attimo, un filo di sborra che le scendeva ancora sulla coscia interna, e si chinò verso Luca. Gli prese il cazzo caldo e pulsante e se lo ficcò in bocca, succhiando i residui di lega e di sborra mista. Le guance si scavarono, la saliva le colò di nuovo sul mento mentre lo puliva a fondo, la lingua che girava intorno al glande. Marco alzò lo sguardo e li vide: la moglie che leccava il cazzo del bracciante con la faccia ancora lucida della stessa sborra che lui stava bevendo. Il suo coso molle diede un altro sobbalzo miserabile.

Quando Sofia si staccò, un filo di bava e di precome le pendeva dalle labbra. Si voltò verso Marco, gli occhi vitrei, e lo afferrò per i capelli. Lo tirò su fino a farle incontrare le bocche. Il bacio fu sporco, violento: le labbra di Sofia ancora umide del cazzo di Luca si schiacciarono contro quelle del marito, la lingua che gli entrò in gola portando il sapore di sborra fresca e di figa usata. Marco gemette nella sua bocca, umiliato e arrapato, mentre lei gli succhiava la lingua come aveva succhiato il monumento di carne del ragazzo. Il bacio durò a lungo, saliva e residui di sborra che passavano da una bocca all’altra. Sofia lo tenne fermo, le mani sul suo viso, finché non fu sicuro che avesse assaggiato tutto.

Si staccò solo di un millimetro, le labbra ancora appiccicose, e gli sussurrò contro la bocca, la voce roca e bassa: «D’ora in poi la vendemmia rubata sarà ogni giorno, amore. Ogni cazzo giorno. Luca verrà, mi scoperà nei filari, nella rimessa, sul tavolo di casa… e tu leccerai. Sempre. Capito? La mia figa sarà piena del suo sperma e tu la pulirai come il cane che sei.»

Marco deglutì, il cuore che gli esplodeva. «Sì… sì, Sofia. Ti prego…»

Luca rise, un suono basso e divertito, mentre si alzava e si tirava su i jeans. Il cazzo ancora semi-duro faceva un bernoccolo enorme. Si chinò, diede uno schiaffo giocoso sul culo rosso di Sofia e le baciò la spalla sudata. «Ci rivediamo domani all’alba, puttana. E porta il cornuto, che mi diverto a fargli leccare.» Si voltò verso Marco, gli occhi che brillavano di cattiveria. «Preparati le ginocchia, marito. Domani ne avrai ancora.»

Poi uscì dalla rimessa ridendo, il passo leggero tra i filari mentre il sole di settembre cominciava a calare. Il suono della sua risata restò a fluttuare nell’aria calda, mescolato all’odore di uva e di sesso.

Sofia si rialzò lentamente, le gambe ancora tremanti, la figa che sgocciolava gli ultimi fili di sborra sui pantaloncini che non si era rimessi. Aiutò Marco a rialzarsi, gli sistemò i pantaloni aperti intorno al coso molle e arrossato, e gli passò un braccio intorno alla vita. Camminarono fuori insieme, verso la casa di pietra. L’aria della sera era più fresca, ma il calore tra le loro cosce non scendeva. Marco camminava con la testa china, la faccia ancora lucida di sborra, il sapore di Luca che gli restava in bocca. L’umiliazione gli bruciava il petto, ma sotto i pantaloni qualcosa pulsava — non un’erezione vera, mai più forse, ma un formicolio caldo, eccitato, che gli faceva stringere i coglioni.

Sofia gli strinse il fianco, le dita che scivolavano sotto la camicia sudata. «Sei tutto bagnato di lui», mormorò. «E ti piace. Lo sento. Il tuo cazzetto inutile trema solo quando ti umilio così.»

Marco annuì, la voce rotta. «Mi piace… cazzo, mi piace troppo. Voglio che lo rifacciate. Voglio leccare di nuovo. Voglio vederti piena.»

Arrivarono a casa. Sofia chiuse la porta alle spalle, lo spinse contro il muro del corridoio e lo baciò di nuovo, la bocca ancora sporca, la lingua che gli faceva assaggiare gli ultimi residui. Poi lo trascinò fino al letto, lo fece sedere sul bordo e si straddolò sulle sue cosce, la figa ancora aperta e appiccicosa che gli strofinava contro il coso molle. «Senti quanto è calda e piena», gemette. «Domani Luca mi riempirà di nuovo. E tu starai sotto a bere. Ogni giorno, Marco. La vendemmia non finisce mai.»

Marco le afferrò i fianchi, le mani tremebonde, e alzò lo sguardo. Gli occhi erano lucidi di vergogna e di desiderio. «Ti prego, Sofia… dimmi quando. Dimmi che lo farai di nuovo stasera. O domani mattina. Ti prego, fammi leccare ancora. Fammi vedere come ti spacca.»

Sofia rise basso, si chinò e gli morse il labbro inferiore, lasciando un assaggio di sborra e di figa. Poi gli sussurrò all’orecchio, la voce un filo di fumo sporco: «Vuoi davvero diventare il lecca-sborra ufficiale della tua puttana di moglie per il resto della vita?»

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