Invito Notturno alla Lavanderia con l'Amico di Mio Marito
Talia, la moglie insoddisfatta di 32 anni, si fa scopare nella lavanderia notturna dal migliore amico 38enne del marito.
Sono Talia, trentadue anni, moglie da troppo tempo abituata a un matrimonio che scricchiola sotto il peso delle abitudini. Mio marito parte spesso, e quando è a casa le sue mani mi sfiorano per dovere più che per fame. Everett ha trentotto anni: è il suo migliore amico da quasi vent’anni, alto, spalle larghe, la barba curata che gli scurisce la mascella e uno sguardo che sa restare troppo a lungo dove non dovrebbe. Viene a cena, beve il suo whisky, ride forte, e io lo guardo di sfuggita mentre piego le salviette o riempio i bicchieri, sentendo qualcosa di caldo e sbagliato stringermi il basso ventre.
Quando mio marito è partito per quel viaggio di lavoro di tre giorni, la lavatrice di casa ha deciso di crepare proprio alle undici di sera. Il cesto era pieno di lenzuola sudate, mutandine, camicie sue, e il display lampeggiava errore come un insulto. Ho telefonato a Everett senza neanche pensarci troppo: lui abita a due piani sotto, conosce i tubi del condominio meglio del custode, e mi ha risposto al secondo squillo con quella voce bassa e un po’ roca che mi ha fatto stringere le cosce.
«Scendi in lavanderia alle due, Talia. Porto gli attrezzi. È deserta a quell’ora.»
Mi sono messa solo la vestaglia di seta color avorio, quella corta che arriva a metà coscia e si allaccia con un nastro sottile sul fianco. Niente reggiseno, niente slip. Sapevo cosa stavo facendo e mi piaceva il brivido di saperlo. Ho preso il cesto e sono scesa con le ciabatte che scivolavano sui gradini di cemento. Il corridoio del piano interrato odorava di detersivo e umidità. Le luci al neon tremolavano. Solo due lavatrici su otto funzionavano; le altre erano mute e scure.
Everett era già lì, maglietta nera stretta sul petto, jeans scuri, una cassetta degli attrezzi aperta sul banco. Ha alzato lo sguardo e per un secondo non ha parlato. I suoi occhi sono scesi sul mio scollo, sulle gambe nude, poi sono risaliti con una lentezza deliberata.
«Gesù, Talia. A quest’ora, vestita così…»
«È caldo laggiù,» ho mentito, la voce più sottile del solito. «E tanto qui non c’è nessuno.»
Abbiamo cominciato a separare i panni. Io piegata sul cesto, lui accanto, le nostre braccia che si sfioravano ogni volta che tiravo fuori una camicia o un lenzuolo. Il rumore della moneta che cadeva nello slot sembrava troppo forte. Caricavo la macchina e sentivo il suo respiro dietro la mia nuca. La vestaglia si era già allentata: il nastro scivolava, il tessuto si apriva di qualche centimetro sul petto e lasciava vedere la curva interna di una tetta, il capezzolo semi-duro per l’aria fresca del scantinato.
«Stai attenta,» ha detto lui, ma non ha spostato lo sguardo. «Si vede tutto.»
«Lo so.» Ho girato la testa. I nostri volti erano a un palmo. «E tu continui a guardare.»
Ha sorriso a mezza bocca, senza allegria. «Da anni guardo, Talia. Da quando sei entrata in quella cucina la prima volta con il vestito rosso e mi hai offerto il caffè come se fossi solo l’amico di tuo marito. Ti ho desiderata ogni cazzo di cena, ogni estate in giardino, ogni volta che ti alzavi per prendere il vino e il tuo culo si muoveva sotto il tessuto. Ma non ti ho mai toccata. Perché è lui. Perché è sbagliato fino al midollo.»
La lavatrice aveva già iniziato a riempirsi d’acqua, un ronzio basso e costante. Io ho tirato il nastro della vestaglia. Si è aperta del tutto. Le mie tette libere, pesanti, i capezzoli scuri e tesi; il piano liscio della pancia; il piccolo triangolo di pelo curato sopra la fica già umida. Everett ha tirato aria tra i denti.
La sua mano è scesa «per sbaglio» sul mio fianco, dita calde che premevano la seta contro la pelle, poi la seta non c’era più e c’erano solo le sue dita sulla mia carne. «Dio, sei bagnata solo a stare qui.»
«Tu pure sei duro,» ho risposto, e la mia mano è andata dritta al davanti dei suoi jeans. Il cazzo premeva grosso e caldo contro il tessuto. L’ho stretto attraverso la stoffa e lui ha emesso un suono basso, quasi un ringhio. «Everett… se lo facciamo, roviniamo tutto. Il matrimonio. L’amicizia. Anni.»
«Lo so.» La sua fronte ha toccato la mia. «E proprio per questo mi sta facendo impazzire. Dimmi di fermarmi e mi fermo.»
Non gliel’ho detto. Mi sono allungata e l’ho baciato.
Il bacio è stato urgente, umido, pieno di denti e di lingua. Mi ha spinta contro la lavatrice in funzione; il tamburo vibrava contro le mie natiche. Le sue mani mi hanno afferrato il culo, sollevandomi come se non pesassi niente, e mi hanno seduta sul bordo metallico ancora tiepido. Ha aperto del tutto la vestaglia, l’ha fatta scivolare dalle spalle, e si è inginocchiato tra le mie cosce spalancate. L’odore della mia fica doveva essere forte: lui ha inspirato contro il mio pube e poi ha leccato, lento all’inizio, dalla fessura fino al clitoride gonfio, poi con avidità, succhiando, spingendo la lingua dentro di me mentre io gli afferravo i capelli e gemavo verso il soffitto di tubi.
«Cazzo, Everett… così… leccami tutta…»
Mentre mi mangiava la fica bagnata, io ho allungato le braccia, gli ho sbottonato i jeans, abbassato la zip e tirato fuori il suo cazzo. Grosso, duro, la pelle calda tesa, la testa già lucida di liquido. L’ho strofinato con il pugno, su e giù, sentendo le vene sotto le dita, e lui ha gemuto contro la mia gola bagnata, le vibrazioni che mi facevano contrarre. I suoi occhi alzati verso di me mentre leccava erano scuri di colpa e di fame.
Quando non ce l’ha fatta più, si è alzato, mi ha girata di scatto, mi ha piegata in avanti sul cestello che ronzava. Mi ha aperto le natiche con le mani e ha spinto dentro tutto d’un colpo. Sono stata piena in un secondo: il suo cazzo mi apriva, mi stirava, andava fondo fino a battermi contro il punto più profondo. Ha iniziato a scoparmi con spinte lunghe e potenti, il bacino che sbatteva contro il mio culo con un suono umido e sordo. Ogni volta che entrava, la lavatrice tremava sotto di me.
«La troia di mio marito,» ha ringhiato contro la mia schiena, e mi ha schiaffeggiato una natica, forte, lasciando il bruciore. «Guarda come ti fai fottere dall’amico suo… come spremi il cazzo… lo sapevi che un giorno sarei venuto a prenderti, vero?»
«Sì… yes… scopami… più forte…»
Mi ha preso i capelli in un pugno, ha tirato la testa indietro, e ha accelerato. Le spinte erano profonde, brutali nel ritmo, e io spingevo indietro incontrandolo, la fica che faceva rumore intorno al suo cazzo, i miei seni che penzolavano e sobbalzavano. Mi chiamava così, di nuovo, «troia di mio marito», e ogni parola mi faceva stringere di più intorno a lui, perché era vietato, perché lui era Everett, perché se mio marito avesse aperto quella porta in quel momento sarebbe finito tutto.
Poi mi ha girata di nuovo, mi ha sollevata e mi ha seduta sul bordo della macchina ancora in ciclo. Gli ho avvolto le gambe intorno ai fianchi, i talloni contro le sue natiche, e lui è rientrato in me con una spinta sola che mi ha strappato un grido. Ora mi guardava in faccia. Mi fotteva forte, i fianchi che battevano, una mano che mi stringeva un capezzolo tra pollice e indice fino a farmi male di piacere, l’altra che mi teneva ferma al bacino.
«È sbagliato, Talia,» sussurrava contro la mia bocca, i denti sul mio labbro. «È il tradimento più bastardo che possa fare. Sto scopando la moglie del mio migliore amico… e mi piace da morire. Mi piace sentirti bagnata così solo per me. Mi piace venire dentro di te sapendo che lui non lo saprà… o forse sì… cazzo, stringimi…»
Il suo cazzo mi stava martellando in un punto che mi faceva vedere lampi dietro le palpebre. Io gli graffiavo le spalle sotto la maglietta, gli mavo il collo, gli dicevo nell’orecchio di non fermarsi, di riempirmi, di usare la fica di sua moglie come voleva. La lavatrice sotto di noi entrava in centrifuga; le vibrazioni salivano dal metallo al mio clitoride e si mescolavano alle sue spinte. Ero sul punto di venire, il ventre già contratto, i muscoli della fica che cominciavano a pulsargli intorno.
Everett ha accelerato ancora, il respiro spezzato, gli occhi fissi nei miei. «Ti vengo dentro… adesso… prendi tutto il mio cazzo… la sborra dell’amico di tuo marito…»
Ha spinto fino in fondo, un gemito grave gli è uscito dal petto, e ho sentito il primo getto caldo spararsi in profondità, a ondate, mentre lui continuava a muoversi a scatti, riempiendomi, e la mia stessa orgasmica ondata stava per spezzarsi addosso alla sua—
Ma il rumore di un passo lontano, forse solo un’eco nei tubi, o forse qualcosa di reale nel corridoio sopra di noi, ci ha fatti entrambi congelare per un secondo, il suo cazzo ancora duro e che pulsava dentro di me, la sborra che cominciava già a colarmi lungo l’interno coscia, i nostri respiri che si mescolavano nell’aria satura di detersivo e sesso. Gli ho afferrato la faccia con le due mani, gli occhi spalancati, il cuore che batteva contro le costole come se volesse uscire.
«Non ancora,» ho sussurrato, stringendolo con le gambe per non farlo uscire. «Non abbiamo finito. C’è ancora tutta la notte… e io non ho ancora deciso se lasciarti andare via da questa lavanderia senza averti succhiato fino all’ultima goccia e senza farmi scopare di nuovo contro quella parete.»
Il rumore si spense come era venuto, un’eco di tubi o forse solo la paura che ci rideva in faccia. Everett restò conficcato in me, il cazzo ancora a scatti che mi spingeva altri getti caldi in fondo alla pancia, e io lo strinsi più forte con le cosce, le caviglie agganciate dietro la schiena, per non lasciarlo uscire neanche di un millimetro. La sborra cominciava già a colarmi lungo la fessura, a scendere lenta sul bordo freddo della lavatrice, e il contrasto tra quel calore e il metallo mi fece contrarre di nuovo intorno a lui.
«Non ancora,» ripetei contro la sua bocca, la voce roca. «Sentimi. Sono ancora piena di te e già voglio di più. Tutta la notte, Everett. Qui. Dove nessuno deve saperlo.»
Lui emise un suono basso, un ringhio che gli vibrò nel petto contro i miei seni. Mi sollevò di peso, il cazzo che scivolò fuori con un suono umido e indecente, e un filo denso di sborra mi cadde sulla coscia interna. Mi fece scendere in piedi, le gambe che tremavano, e mi spinse contro la parete di cemento grezzo accanto alle macchine spente. La vestaglia di seta mi pendeva ancora da un braccio; la strappò del tutto e la gettò sul cesto. Restai nuda, la schiena contro il muro freddo, le tette pesanti, la fica che gocciolava sulla piastrella.
«In ginocchio,» ordinò, e la voce era quella di chi sa di stare rovinando vent’anni di amicizia e se ne sbatte. «Adesso mi succhi ogni goccia. Voglio vederti leccare la sborra che ti ho messo dentro e poi riempirti di nuovo la bocca.»
Mi accovacciai. Il pavimento era umido di detersivo e di noi. Gli abbassai i jeans fino alle cosce, gli presi il cazzo ancora lucido e semi-duro tra le dita, lo sentii crescere di nuovo sotto il palmo mentre lo strofinavo. Era grosso, venato, la testa gonfia e scivolosa della mia fica e della sua sborra mista. Lo portai alle labbra e lo leccai lungo tutta la lunghezza, dal sacco teso fino alla fessura, raccogliendo il sapore salato e amaro di entrambi. Poi lo presi in bocca, fino in fondo, finché la punta mi batté in gola e gli occhi mi lacrimarono. Everett mi afferrò i capelli e iniziò a muovere i fianchi, scopandomi la bocca con spinte lente e profonde.
«Guarda che troia sei diventata,» mormorò guardandomi dall’alto. «La moglie del mio migliore amico in ginocchio in lavanderia a succhiarmi il cazzo ancora bagnato della sua sborra. Se lui sapesse… se sapesse che sto usando la tua gola come un buco da riempire… cazzo, Talia, più a fondo.»
Lo feci. Lasciai che mi sfondasse la bocca, saliva che mi colava sul mento e sul petto, il naso schiacciato contro il suo pube. Con una mano gli massaggiai le palle, con l’altra mi toccai la fica, due dita dentro a raccogliere ciò che colava ancora e a portarmelo alle labbra accanto al suo cazzo. Lui gemette forte quando leccai le dita e poi tornai a ingoiarlo. Il sapore di tradimento era addosso a ogni centimetro: la monogamia spezzata, l’amicizia ridotta a niente, e io che godevo come una puttana proprio per quello.
Quando fu di nuovo duro come pietra, salivavo e ansimavo. Mi tirò su per i capelli, mi girò di scatto e mi schiacciò a pancia in giù contro la parete. Una mano mi aprì le natiche, l’altra guidò il cazzo e lo cacciò dentro d’un colpo solo, fino alla base. Gridai. Il muro era ruvido contro le guance e i seni; ogni spinta mi faceva strofinare i capezzoli contro il cemento. Everett mi scopò con rabbia e fame, il bacino che sbattéva contro il mio culo con schiaffi umidi, il cazzo che mi apriva e mi riempiva di nuovo, spingendo la sborra precedente più a fondo.
«Dillo,» ringhiò all’orecchio, una mano che mi chiudeva la gola quanto bastava per farmi sentire il pericolo del piacere. «Dillo chi ti sta fottono. Dillo che sei la puttana dell’amico di tuo marito.»
«Tu… Everett… mi stai scopando… la fica di tua moglie… no, della moglie del tuo amico… cazzo sì, usami… più forte… riempimi di nuovo…»
Mi schiaffeggiò una natica, poi l’altra, il bruciore che si mescolava alle vibrazioni che ancora salivano dalle lavatrici in funzione. Mi piegò di più, mi aprì le cosce con un ginocchio, e accelerò. Le spinte erano brutali, profonde, il suono della carne bagnata che sbatteva riempiva lo scantinato insieme al ronzio dei motori. Io spingevo indietro, incontrandolo, la fica che gli succhiava il cazzo a ogni ritirata. Pensavo a mio marito, a come mi toccava per dovere, a come questa notte stavo dando all’uomo sbagliato tutto ciò che non avevo mai avuto da quello giusto, e il pensiero mi faceva venire le onde più vicine.
Everett mi girò di nuovo, mi sollevò le cosce e mi conficcò di nuovo contro il muro, faccia a faccia. Entrai io stessa a cavallo del suo cazzo, scendendo fino in fondo mentre lui mi teneva il culo aperto con le dita. Ora mi guardava negli occhi mentre mi fotteva. Ogni spinta faceva sobbalzare le tette; lui ne prese una in bocca e succhiò il capezzolo fino a farmi male, i denti che graffiavano, la lingua che girava. Poi passò all’altra. Io gli graffiai la schiena sotto la maglietta, gli mordei la spalla, gli sussurrai contro la pelle sudata:
«Vieni di nuovo dentro. Voglio sentire la sborra dell’amico di mio marito colarmi dalle cosce quando tornerò su. Voglio camminare con la tua comezza tra le gambe e sapere che lui dorme in un albergo senza sapere un cazzo.»
«Lo farò,» ansimò, e accelerò ancora. «Ti riempio. Ti scopro tutta. E domani sera, se lui torna, mi siederò a tavola e ti guarderò mentre servi il vino sapendo che il mio cazzo è stato fin là dove il suo non arriva più.»
La lavatrice più vicina entrò in centrifuga; il rumore coprì i nostri gemiti. Everett mi martellò in un punto che mi fece vedere bianco. Le dita gli scivolarono tra di noi e mi strofinarono il clitoride gonfio, duro, scivoloso di tutto. Venni con un urlo soffocato contro la sua bocca, la fica che gli pulsava e gli strizzava il cazzo a ondate violente, le gambe che gli si chiudevano intorno ai fianchi come per spezzarlo. Lui non si fermò. Continuò a scoparmi attraverso l’orgasmo, prolungandolo, tirandomi fuori altri spasmi finché non gridai di nuovo.
Poi sentii il suo corpo irrigidirsi. Spinse fino al fondo, un gemito grave gli uscì dalla gola, e sparò. Getti caldi, densi, uno dopo l’altro, che mi riempirono di nuovo, che si mescolarono a ciò che c’era già, che traboccarono e mi colarono lungo le natiche e le cosce mentre lui continuava a muoversi a scatti, svuotandosi dentro la moglie del suo migliore amico. Io lo strinsi, lo succhiai con i muscoli, gli presi tutto.
Quando si fermò, restammo così, appoggiati al muro, il cazzo che pulsava ancora dentro di me, la sborra che gocciolava sul pavimento della lavanderia in un filo bianco e sporco. Il neon tremolava. L’odore di sesso e detersivo era ovunque. Everett mi lasciò scivolare giù, il suo cazzo che uscì con un plop umido e lasciò una pozza calda tra le mie cosce spalancate.
Mi accovacciai di nuovo, senza che me lo chiedesse. Gli presi il cazzo molle e lucido tra le labbra e lo pulii, leccando ogni goccia di sborra e di fica, succhiando la testa finché non rimase solo saliva. Poi alzai lo sguardo e gli sorrisi con la bocca sporca.
«La prossima volta ti faccio venire in gola mentre mi tieni i capelli e mi chiami puttana. E se senti di nuovo un rumore, non ti fermi. Mi scopi lo stesso, anche se è lui che sta scendendo le scale.»
Everett mi guardò con gli occhi scuri di colpa e di fame ricomposta, il cazzo che già si rianimava di nuovo tra le mie dita ancora unte. Si chinò, mi afferrò la faccia e mi sputò in bocca, un filo di saliva che scese sulla lingua e io lo ingoiai senza battere ciglio.
«Ripuliscimi il cazzo un’altra volta, Talia. Voglio vedere la troia di mio marito leccare fino all’ultima goccia di sborra fresca prima che torniamo a fingere che questa lavanderia non esista.»
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