Scoperta Nuda al Mercato Notturno con la Moglie del Mio Capo
Un 28enne dipendente si scopa la 42enne moglie del suo capo dopo che il vento la scopre nuda al mercato notturno.
La sera era calda e appiccicosa, di quelle che ti fanno sudare anche solo a respirare. Io, Marco, ventotto anni, impiegato alla ditta di costruzioni del mio capo da quasi quattro anni, mi presentai puntuale davanti al cancello della sua villa con la macchina lavata e il cuore già in gola. Il capo era partito per un viaggio d’affari in Germania, una di quelle trasferte che duravano una settimana intera, e mi aveva chiamato quella mattina con il suo solito tono che non ammetteva rifiuti: «Marco, Sofia vuole andare al mercato notturno ma non le va di andarci da sola. Falle da accompagnatore, per favore. Mi fido solo di te».
Come cazzo si fa a dire di no al proprio capo quando ti dice una frase del genere? Così eccomi lì, in jeans e camicia leggera, a suonare il campanello. Quando la porta si aprì, per poco non mi andò di traverso la saliva. Sofia, la moglie del capo, quarantadue anni portati in un modo che sembrava un insulto alla legge di gravità, apparve sulla soglia con un sorriso furbo e un abito estivo che sembrava fatto di niente. La stoffa era un cotone sottilissimo, stampato a fiori piccoli azzurri e bianchi, con spalline esili e una gonna che arrivava a metà coscia. Si muoveva come se fosse nudo, senza il minimo segno di reggiseno o mutandine. I seni pieni premevano contro il tessuto, e i capezzoli già turgidi spiccavano come due inviti proibiti.
«Marco! Puntuale come un orologio svizzero,» disse lei, dandomi due baci sulle guance che durarono un secondo di troppo. Il suo profumo mi entrò nel naso: vaniglia calda, un tocco di agrumi e qualcosa di più animale sotto. «Grazie per aver accettato. Con mio marito via mi sento una ragazzina in fuga. Andiamo, prima che cambi idea.»
Salimmo in macchina. Mentre guidavo verso il centro, lei incrociò le gambe e l’orlo del vestito salì pericolosamente. Notai subito che non c’era elastico di slip, solo pelle liscia e abbronzata. Sofia se ne accorse e rise piano, una risata bassa e complice che mi fece stringere le mani sul volante.
«Va bene, te lo dico subito così non fai quella faccia da pesce lesso per tutta la sera,» esordì, voltandosi verso di me. «Ieri sera ho perso una scommessa idiota con le mie amiche del gruppo di pilates. Tre bicchieri di prosecco e mi hanno convinta: “Sofia, se perdi devi venire al mercato notturno senza niente sotto. Né sopra né sotto”. Ho perso. Quindi sotto questo straccetto sono nuda come quando sono nata. Niente mutande, niente reggiseno. L’aria mi sfiora la fica a ogni passo e devo ammettere che… mi piace.»
Rimasi in silenzio per tre secondi buoni. La moglie del mio capo, quarantadue anni, madre di due figli adolescenti, signora che organizzava cene eleganti e firmava assegni per beneficenza, stava confessando di girare con la passera all’aria. Il mio cazzo reagì prima del cervello, gonfiandosi contro la zip dei jeans. Era sbagliato. Era pericolosissimo. Se qualcuno ci avesse visto troppo vicini, se una foto fosse finita sul telefono sbagliato, la mia carriera sarebbe finita in un attimo e il matrimonio di Sofia sarebbe esploso come una bomba. Eppure quel rischio mi stava facendo impazzire.
«Sofia… cazzo,» mormorai, cercando di ridere. «Se il capo lo sapesse mi farebbe licenziare e poi mi userebbe come pilone per il ponte nuovo.»
Lei rise più forte, gettando la testa indietro. I seni ballarono sotto il vestito e vidi chiaramente i capezzoli strofinare contro la stoffa. «Allora dovremo essere bravi a non farci scoprire, no? O forse… un po’ cattivi. Solo un pochino.»
Il mercato notturno era un’esplosione di luci e odori. Centinaia di bancarelle illuminate da lampadine gialle e rosse, fili di lucine che pendevano come stelle ubriache, l’aria piena di profumo di porchetta, di caldarroste fuori stagione, di cannoli fritti e di incenso da quattro soldi. La gente passeggiava lenta, bicchieri di vino in mano, risate ovunque. Sofia mi prese sottobraccio con naturalezza, come se fossimo una coppia normale, e il contatto del suo fianco contro il mio mi mandò scariche elettriche dritte all’inguine.
Camminammo tra le bancarelle di legno e stoffa. Ci fermammo da un vecchio che vendeva formaggi stagionati. Sofia si chinò per annusare un pecorino, e la gonna salì quel tanto che bastò a mostrarmi la curva inferiore di un culo rotondo, liscio, senza segni di costume. Deglutii. Lei si rialzò con un sorrisetto malizioso.
«Hai visto qualcosa che ti piace, Marco?» sussurrò mentre il venditore incartava il pezzo.
«Sto cercando di non vedere,» risposi tra i denti, ma ridevo anch’io. L’umorismo era l’unico modo per non saltarle addosso lì, in mezzo alla folla.
Proseguimmo. A ogni passo il vestito le frusciava sulle cosce nude. Ogni tanto una brezza leggera lo sollevava di pochi centimetri e lei ridacchiava, fingendo di sistemarselo con gesti lenti, provocatori. Mi raccontò della scommessa per filo e per segno: le amiche che l’avevano sfidata, il brindisi, il momento in cui si era tolta mutande e reggiseno nel bagno del ristorante e li aveva infilati nella borsa come trofei. «Mi sento una puttana di lusso,» disse ridendo. «E la cosa strana è che mi piace da morire. Soprattutto perché sei tu quello che deve tenermi d’occhio.»
Il tabù pesava tra noi come un terzo incomodo eccitante. Lei era la signora Sofia, moglie del grande capo, la donna che mi aveva sempre trattato con gentilezza distante durante le cene aziendali. Adesso era nuda sotto un vestito da quattro soldi, mi stringeva il braccio e mi sussurrava porcherie con il sorriso di chi sa esattamente cosa sta facendo.
Poi arrivò il vento.
Eravamo proprio in mezzo al passaggio principale, tra una bancarella di lampade di sale himalayano e una di orecchini fatti a mano, quando una folata improvvisa, calda e traditrice, arrivò dal nulla. Il vestito di Sofia si alzò di colpo, completamente, come se una mano invisibile l’avesse strappato verso l’alto. Per due lunghissimi secondi fu nuda dalla vita in giù e quasi fino al collo: il culo perfetto, tondo, con due fossette ai lati, la fica completamente depilata, le grandi labbra gonfie e lucide di umori, il clitoride che sporgeva appena, le cosce tremanti. I seni quasi uscirono dal bordo superiore mentre la stoffa si arrotolava.
Vidi tutto. Ogni dettaglio proibito della passera matura della moglie del mio capo.
«Merda!» esclamai. Mi lanciai davanti a lei, coprendola con il mio corpo, e con entrambe le mani afferrai la gonna e la tirai giù di colpo. Il cuore mi batteva così forte che pensavo mi stesse per esplodere nel petto. Sofia rimase immobile per un attimo, poi scoppiò in una risata cristallina, liberatoria, che attirò qualche sguardo curioso ma nessuno sembrò aver capito davvero.
«Oh cazzo, Marco!» rise, tenendosi la pancia. «Mi hai vista tutta! La fica, il culo, tutto quanto! Sembro una pornostar al vento!»
Era arrossata fino al collo, ma i suoi occhi brillavano di eccitazione pura. Non era imbarazzo. Era desiderio. Mi prese per un braccio e mi tirò verso un angolo più buio, tra due bancarelle chiuse. Il suo corpo premeva contro il mio. Sentivo i capezzoli durissimi attraverso il vestito leggero.
«Lo sai che sono bagnatissima adesso, vero?» sussurrò al mio orecchio, la voce roca e divertita. «Il vento sulla fica nuda, la tua faccia mentre mi guardavi come se volessi mangiarmi… mi ha fatto diventare una fontana. Sento che mi cola lungo le cosce.»
Risi anch’io, una risata nervosa e arrapata. «Sofia, sei una pazza. Se qualcuno ti avesse riconosciuta… Se tuo marito sapesse che ho visto la sua signora con la passera al vento…»
«Ma non lo sa,» mi interruppe lei, mordendosi il labbro inferiore. «E questo rende tutto più bello. Dimmi la verità: ti è piaciuto? Ti è piaciuto vedere la fica di quarantadue anni della moglie del tuo capo, tutta rasata e lucida?»
Non potei mentire. «È la cosa più eccitante che abbia mai visto.»
Lei ridacchiò, una risata bassa e sporca, e mi passò un dito sul petto, scendendo lentamente verso la cintura. «Bene. Perché non ho intenzione di smettere di provocarti. Camminiamo ancora un po’. E se il vento torna… beh, stavolta magari non ti muovi così in fretta a coprirmi.»
Le sue dita sfiorarono il rigonfiamento evidente nei miei jeans. Fece un verso di approvazione. «Oh, guarda qui. Il mio accompagnatore ha un bel cazzo duro per me. Che scandalo.»
Continuammo a passeggiare, ma l’atmosfera era cambiata. Ogni passo era una scusa per sfiorarsi. La sua mano restava sul mio braccio, poi scivolava sulla schiena, poi osava scendere fino al bordo dei miei jeans. Io, dal canto mio, trovavo ogni occasione per posarle una mano sul fianco, per lasciarla scivolare un secondo di troppo sulla curva del culo sotto la stoffa leggerissima. Ogni volta che ridevamo di una battuta stupida – «Immagina se il capo mi chiamasse adesso: “Tutto bene con Sofia?” E io: “Alla grande, le ho appena visto la figa al mercato”» – la tensione saliva.
Ci fermammo a una bancarella di liquori artigianali. Sofia si chinò di nuovo, fingendo interesse per una bottiglia di limoncello. Il vestito salì. Stavolta non c’era vento. Lo fece apposta. Vidi di nuovo la parte bassa delle natiche, l’ombra tra le cosce. Il mio cazzo pulsava dolorosamente.
«Sei una provocatrice professionista,» le dissi all’orecchio quando si rialzò.
«Solo con te, Marco. Solo stasera. E non ho ancora finito.»
Il suo sguardo era famelico, il sorriso era quello di una donna che ha appena scoperto quanto le piaccia camminare sul filo del rasoio. Ci inoltrammo verso la zona più periferica del mercato, dove le luci erano più basse e la folla meno fitta. La sua mano adesso restava appoggiata sul mio culo, stringendo ogni tanto. La mia, più audace, scivolò sotto l’orlo del vestito da dietro per tre secondi rubati, toccando pelle nuda, calda, umida all’interno della coscia.
«Continua così e non so se arriviamo alla fine della serata senza fare una cazzata grossa,» mormorai.
Sofia si fermò, mi guardò negli occhi e, con voce dolce e sporca insieme, rispose: «E chi ha detto che voglio arrivarci senza cazzate, Marco?»
La tensione tra noi era un cavo elettrico scoperto, pronto a incendiarsi. Il mercato continuava intorno a noi, ignaro, mentre io e la moglie nuda del mio capo camminavamo sempre più vicini al punto di non ritorno. E la notte era ancora lunga.
La tensione tra noi era un cavo elettrico scoperto, pronto a incendiarsi. Il mercato continuava intorno a noi, ignaro, mentre io e la moglie nuda del mio capo camminavamo sempre più vicini al punto di non ritorno. E la notte era ancora lunga.
Sofia non perse tempo. Con quel sorriso da diavola di quarantadue anni che le piegava le labbra, mi afferrò il polso e mi trascinò oltre l’ultima fila di bancarelle illuminate, dove il chiasso del mercato notturno diventava un brusio lontano. Il vicolo era stretto, puzzolente di olio fritto e legno bagnato, illuminato solo da una lampadina gialla che pendeva storta da un cavo. Casse di plastica vuote erano impilate contro il muro, e un furgone bianco di quelli usati dai venditori era parcheggiato di traverso, il portellone posteriore semiaperto. Lei rise piano, guardandosi alle spalle.
«Qui nessuno ci romperà i coglioni, Marco. O magari sì, e allora rideremo ancora più forte mentre scappiamo con il culo di fuori.»
Il suo umorismo era afrodisiaco quanto il suo corpo. Io, ventottenne con un impiego che pendeva dalle palle del marito di questa donna, sentivo il cazzo pulsare così forte da farmi male. La spinsi contro il muro ruvido del vicolo e lei scivolò giù in ginocchio senza dire una parola, il vestito estivo che si tendeva sui seni pesanti. Le sue mani da signora bene, quelle che firmavano inviti per le cene di beneficenza, aprirono la mia zip con gesti precisi e affamati. Il mio cazzo schizzò fuori, duro e venato, e Sofia lo guardò come se fosse un premio vinto alla tombola.
«Cazzo, è ancora più grosso di come lo sentivo attraverso i jeans,» mormorò con una risatina rauca. «Il capo ce l’ha piccolo e nervoso, tu ce l’hai da giovane stallone incazzato.»
Poi aprì la bocca e lo prese con avidità. Non fu un pompino timido: fu una bocca calda, bagnata e golosa che scese fino in fondo in un colpo solo. Sentii la gola che mi stringeva, la lingua che lavorava sotto la cappella mentre lei saliva e scendeva con ritmo vorace, facendo rumori osceni di risucchio. La saliva le colava dal mento e gocciolava sul vestito leggero. Io le misi una mano tra i capelli, tenendole la testa, e scoppiai a ridere nonostante il pericolo.
«Porca troia, Sofia… se uno dei fornitori del capo passa di qua e ti vede in ginocchio a ingoiare il cazzo del suo dipendente… mi licenzia e poi mi usa come puntello per il nuovo cavalcavia.»
Lei rise intorno al mio cazzo, una vibrazione profonda che mi fece tremare le ginocchia. I suoi occhi di quarantaduenne brillavano di pura cattiveria mentre alzava lo sguardo, le guance incavate dallo sforzo. Succhiava più forte, ruotando la testa, usando una mano per massaggiarmi le palle pesanti. Ogni tanto lo tirava fuori, lo schiaffeggiava sulla lingua e rideva: «Senti che sapore ha la moglie del tuo capo, Marco? Ti piace? Ti piace sapere che tra dieci minuti torneremo là fuori e nessuno saprà che avevo il tuo cazzo in gola?»
Il mercato era vicinissimo. Sentivamo le risate della gente, il tintinnio dei bicchieri di vino, una fisarmonica che suonava una canzone stupida. Ogni voce un po’ più alta ci faceva irrigidire, ma invece di fermarci scoppiavamo a ridere di nuovo. Io le tenni la testa con entrambe le mani e spinsi un po’ più a fondo, scopandole la bocca con colpi brevi e bagnati. «Sei una puttana di lusso, Sofia. Quarantadue anni, due figli al liceo, e sei qui a farti riempire la faccia di bava come una troia di vent’anni.»
Lei gemette di piacere a quelle parole, succhiando ancora più avidamente. Il pericolo ci stava facendo impazzire. Dopo qualche minuto la tirai su di peso, le sue ginocchia sporche di polvere, il mento lucido di saliva. La sollevai come se non pesasse niente e la inchiodai al muro. Il vestito salì fino alla vita in un secondo. La sua fica era una fontana: labbra gonfie, clitoride turgido, umori che le colavano lungo le cosce abbronzate. Le presi una gamba, me la misi intorno al fianco e la penetrai con un colpo solo, entrando fino alle palle in quella passera matura e caldissima.
«Ah, cazzo sì!» ansimò lei, ridendo tra i gemiti mentre il muro le graffiava la schiena. «Scopami, Marco. Scopami forte che mi sento la moglie troia del capo.»
Iniziammo un amplesso frenetico, sudato, disperato. Io spingevo con tutto il peso, i nostri bacini che sbattevano con schiocchi umidi e forti. Il sudore ci colava addosso nella notte appiccicosa: mi gocciolava dalla fronte sul suo décolleté, finendo tra i seni che ballonzolavano dentro il vestito. Lei mi stringeva le spalle, le unghie piantate nella camicia, e rideva ogni volta che un rumore dal mercato ci ricordava quanto fossimo vicini a farci scoprire.
«Sto scopando la moglie del mio capo,» ringhiai tra i denti, ridendo anch’io mentre acceleravo. «Questa fica di quarantadue anni è mia, Sofia. Tuo marito è in Germania a parlare di cemento armato e io sono qui che ti sfondo contro un muro lurido.»
«Più forte, bastardo,» rispose lei con voce rotta dal piacere e dal divertimento. «Dimmelo ancora. Dimmelo mentre mi rompi la figa.»
La girai dopo un po’, perché volevo vederla da dietro. La trascinai di corsa verso il furgone, la piegai sul bordo del pianale carico di casse vuote. Il suo culo perfetto, rotondo, con quelle due fossette ai lati, era lì in piena mostra. Lo schiaffeggiai forte, uno, due, tre colpi secchi che lasciarono impronte rosse sulla pelle.
«Guarda questo culo da signora,» dissi ridendo mentre le infilavo di nuovo il cazzo dentro in un colpo solo. «Sto prendendo la moglie del capo in doggy su un furgone del cazzo! Ti piace, eh? Ti piace farti sculacciare dal tuo accompagnatore ventottenne mentre la gente a venti metri compra porchetta?»
Schiaffo. Schiaffo. Il culo le tremava a ogni impatto e a ogni spinta. Sofia spingeva indietro contro di me, la schiena inarcata, i capelli che le cadevano sul viso.
«Mi piace da morire!» gridò piano, soffocando le risate nel braccio. «Sono la tua troia, Marco! Scopami più forte, fammi sentire le palle che sbattono su questa fica che mio marito non tocca da un anno! Sto tradendo quel coglione con il suo dipendente migliore!»
Il dirty talk era sporco, esplicito, e ci faceva ridere come due ragazzini che hanno rubato la marmellata. Io continuavo a sbatterla, il furgone che cigolava ritmicamente, il suono osceno della sua figa fradicia che accoglieva ogni centimetro del mio cazzo. Le presi i capelli in una mano, tirandole la testa indietro mentre con l’altra continuavo a schiaffeggiare quel culo maturo e sodo.
«Questa è la passera della signora Sofia,» ringhiai ridendo. «La stessa che siede al tavolo delle cene aziendali con le gambe accavallate da brava moglie. Ora è qui, piegata su un furgone, che prende il cazzo di un ventottenne fino in fondo. Dimmi che sei la puttana del capo, dillo!»
«Sono la puttana del capo!» urlò lei tra i gemiti, il corpo scosso da un orgasmo violento. La sua fica mi strinse come una morsa, pulsando, spremendomi. Io non resistetti più. Venni con un grugnito rauco, scaricandole dentro getti caldi e abbondanti, riempiendola mentre ridevo per l’assurdità di tutto, per il rischio, per il piacere proibito.
Restammo fermi qualche secondo, ansimanti e sudati, poi scoppiammo a ridere insieme come due complici di una rapina perfetta. Mi tirai fuori, il cazzo ancora mezzo duro e lucido dei suoi umori. Ci rivestimmo in fretta e furia: io chiusi la zip sui jeans macchiati, lei si tirò giù il vestito leggero sulle cosce nude, cercando di darsi una sistemata ai capelli appiccicati dal sudore. Ridendo sotto i baffi tornammo verso il mercato, mescolandoci alla folla come se avessimo semplicemente comprato due bicchieri di vino.
Camminavamo vicini ma non troppo, fingendo normalità, sorridendo a qualche faccia conosciuta. Il cuore mi batteva ancora come un martello pneumatico. Sofia mi sfiorò il braccio con finta casualità, si voltò verso di me con un occhiolino complice e disse a bassa voce: «La prossima volta sarà ancora più rischioso, te lo prometto. Magari nel suo ufficio, con la porta solo accostata, mentre lui è di là in riunione.»
Il solo pensiero mi fece pulsare di nuovo il cazzo nei jeans. Il segreto proibito che ora condividevamo mi eccitava da morire. E mentre ci perdevamo di nuovo tra le luci del mercato notturno, l’ultima cosa che pensai, con un ghigno sporco, fu: «La prossima volta voglio che mi lecchi il culo sudato mentre ti riempio quella fica traditrice di tutto il mio sperma, brutta troia della moglie del capo.»
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