Sotto la Pioggia: Il Mio Migliore Amico nel Mio Culo
Durante un temporale, il ventottenne grafico Marco si fa sfondare il culo dal suo amico trentenne Luca.
La pioggia cadeva torrenziale quella sera d’estate, trasformando le strade in fiumi improvvisi e costringendoci a correre come due pazzi verso il mio monolocale. Mi chiamo Marco, ho ventotto anni e da tre lavoro come grafico freelance, passando le giornate chino sul tablet a disegnare linee e colori che devono catturare sguardi altrui. Luca, il mio migliore amico, ne ha trenta ed è un personal trainer molto richiesto in città: il suo corpo è una mappa di muscoli guadagnati con fatica quotidiana, spalle larghe, addominali scolpiti, gambe potenti. Eravamo amici da un decennio, ma quella sera il temporale sembrava aver lavato via ogni finzione tra noi.
Siamo entrati fradici, ridendo e imprecando, con i vestiti che pesavano addosso come piombo. Ho chiuso la porta e il rumore del mondo esterno è diventato solo un rombo costante contro i vetri. Ci siamo tolti le scarpe da corsa inzuppate, lasciando impronte umide sul pavimento. Il monolocale è piccolo, un unico ambiente con angolo cottura, letto in fondo e il divano che usiamo sempre quando guardiamo film o beviamo birra. Ho acceso la luce calda della lampada da terra e ho messo i nostri indumenti bagnati sullo stendino vicino alla finestra. Luca si è passato una mano tra i capelli corti, scrollando via l’acqua, e il suo sguardo è rimasto un secondo di troppo sulle mie spalle nude.
«Preparo un caffè caldo, altrimenti ci prendiamo un malanno,» ho detto, cercando di sembrare normale. La mia voce però suonava diversa, come se già sapesse cosa stava per succedere. Ho riempito la moka, acceso il gas. Mentre il profumo intenso del caffè si diffondeva, Luca si è seduto sul divano in boxer neri, le cosce muscolose aperte, il petto che ancora si alzava e abbassava per la corsa sotto il diluvio. Io ho indossato solo un paio di pantaloncini leggeri, senza maglietta. Quando gli ho passato la tazza, le nostre dita si sono sfiorate e una scarica elettrica mi ha attraversato il braccio.
Abbiamo bevuto in silenzio per qualche minuto. Il caffè scottava, ma il calore che scendeva nello stomaco era piacevole dopo il freddo della pioggia. Fuori il temporale non dava tregua: tuoni lontani, lampi che illuminavano per un istante i tetti della città. Dentro, invece, stava crescendo un’altra tempesta. Sentivo gli occhi di Luca su di me. Non erano gli sguardi da amico di sempre. Erano famelici, lenti, che scendevano dal mio collo al petto, poi più giù, fino al bordo dei pantaloncini.
Alla fine ha posato la tazza. «Marco… cazzo, non so come dirtelo senza sembrare matto.» La sua voce era bassa, quasi rauca. «Da anni, mentre corriamo, non riesco a staccare gli occhi dal tuo culo. È sodo, alto, si muove in un modo che mi fa impazzire. Ho fantasticato su di te infinite volte. Ti immagino piegato, aperto, con la mia lingua dentro. Ti immagino che implori il mio cazzo. E stasera, chiusi qui con questo temporale… non ce la faccio più a fingere.»
Le sue parole mi hanno tolto il fiato. Il cuore mi batteva così forte che pensavo potesse sentirlo anche lui. Dentro di me qualcosa si è spezzato, una diga di anni di desideri taciuti. Anch’io lo avevo guardato. Anch’io avevo notato come i suoi shorts da allenamento gli fasciavano il pacco, come i suoi bicipiti si gonfiavano quando mi aiutava con i pesi. Ho posato la mia tazza con mano tremante. «Luca… anch’io. Non sai quante volte ho dovuto nascondere un’erezione dopo che eravamo stati in palestra insieme. Ti voglio. Ti voglio da morire.»
Il silenzio che è seguito era denso, elettrico. Ci guardavamo senza parlare, solo respiri pesanti e il rumore della pioggia che martellava i vetri. Poi, come attratti da una forza invisibile, ci siamo avvicinati sul divano. Le nostre ginocchia si sono toccate. La sua mano grande si è posata sulla mia coscia, calda, possessiva. Ho sentito il suo respiro sul viso un secondo prima che le nostre bocche si incontrassero.
Il bacio è esploso. Prima è stato quasi timido, un contatto di labbra bagnate, poi la sua lingua ha chiesto passaggio e io l’ho lasciata entrare. Ci siamo baciati con fame crescente, le bocche aperte, le lingue che si intrecciavano, succhiavano, mordevano. Sapeva di caffè e di desiderio represso. Le sue mani grandi mi hanno afferrato la nuca, tirandomi più vicino, mentre le mie scivolavano sui suoi pettorali duri, pizzicando i capezzoli che sono diventati subito due piccoli sassi sotto le mie dita. Gemevamo l’uno nella bocca dell’altro, suoni bassi e disperati.
Ci siamo spogliati a vicenda senza smettere di baciarci. Gli ho abbassato i boxer e il suo cazzo è schizzato fuori, grosso, venoso, con la cappella già lucida di liquido preseminale. Era più grande di come lo immaginavo nei miei sogni solitari. Lui mi ha sfilato i pantaloncini e il mio membro ha rimbalzato contro il ventre, duro come marmo, le palle tese. I nostri corpi nudi si sono premuti insieme: pelle ancora umida di pioggia, calore animale, odore di uomo eccitato che riempiva la stanza.
Mi sono staccato un istante, ansimando contro le sue labbra. «Luca, ti prego… voglio che mi prendi. Voglio essere tuo. Esplora il mio culo, leccalo, aprilo con le dita. Supplico, ti supplico. Ho bisogno di sentirti dentro.» La mia voce era rotta, vergognosa e al tempo stesso liberatoria. Non avevo mai parlato così a nessuno.
I suoi occhi si sono accesi di una luce primitiva. «Cazzo, Marco… non sai quanto ho aspettato di sentirti dire queste parole.» Mi ha fatto girare, mettendomi in ginocchio sul divano, il petto appoggiato allo schienale, il culo offerto verso di lui. Le sue mani forti mi hanno aperto le natiche, esponendo il mio buco che già pulsava per l’eccitazione. Ho sentito il suo respiro caldo un attimo prima che la lingua arrivasse.
Il primo leccamento è stato lungo, lento, dalla base delle palle fino all’ano. Ho sussultato e un gemito profondo mi è uscito dalla gola. La sua lingua era calda, bagnata, insistente. Girava intorno al mio buco con precisione da esperto, poi spingeva la punta dentro, cercando di entrare. «Che culo perfetto,» mormorava tra un leccamento e l’altro. «Rosato, stretto, sa di te. Lo voglio mangiare per ore.»
Io spingevo indietro contro la sua faccia, perso. Il piacere era diverso da qualsiasi cosa avessi provato prima: umido, sporco, profondissimo. Ogni passaggio della lingua mandava scintille lungo la spina dorsale. Pensavo: “È Luca, il mio Luca, che mi sta divorando il culo con questa bocca che mi ha raccontato mille segreti. E io lo sto implorando di andare oltre.” Il temporale fuori sembrava accompagnare i miei gemiti.
Ha preso il lubrificante dal cassetto del tavolino – quello che uso quando mi masturbo pensando proprio a lui – e ne ha versato una dose abbondante sulle dita. Il primo dito è scivolato dentro con facilità, grazie alla saliva e al gel freddo. L’ho sentito aprirmi, esplorarmi, poi curvarsi a cercare la prostata. Quando l’ha trovata, un lampo di piacere accecante mi ha fatto gridare. «Sì, lì… cazzo, Luca, lì!»
Un secondo dito si è unito al primo. Mi allargava con movimenti lenti ma decisi, ruotando, spingendo, ritirandosi solo per permettere alla lingua di tornare a leccare intorno alle dita infilate. Il rumore era osceno: il risucchio umido delle dita che entravano e uscivano dal mio culo lubrificato, i miei gemiti sempre più alti, i suoi grugniti di soddisfazione. «Sei così caldo e stretto… ti sto preparando per il mio cazzo, Marco. Lo senti come ti allargo? Immagina quando ti metterò dentro tutta la mia lunghezza, fino alle palle.»
Le sue parole sporche mi facevano impazzire. Ero completamente perso, il culo che si contraeva intorno alle sue dita, il cazzo che gocciolava sul cuscino del divano senza che nessuno lo toccasse. Il piacere saliva a ondate, sempre più intenso, ma lui rallentava ogni volta che sentiva che stavo per venire, prolungando la tortura. La sua lingua continuava a leccare dove le dita non arrivavano, un alternarsi perfetto di bocca e mano che mi stava facendo perdere la testa.
«Luca… di più,» ho supplicato, la voce spezzata. «Non fermarti. Voglio sentire di più. Voglio che mi sfondi.»
Lui ha ringhiato, aggiungendo un terzo dito con cautela, spingendo più a fondo, aprendo il mio culo con movimenti esperti mentre la pioggia continuava a cadere senza sosta fuori dalla finestra. I nostri corpi erano sudati, i respiri affannosi, il desiderio ormai un incendio che non poteva più essere spento. Sapevo che questo era solo l’inizio, che il suo grosso cazzo ancora eretto e pulsante tra le sue gambe aspettava il suo turno, e che quella notte il temporale non sarebbe stato l’unica cosa a urlare.
La pioggia continuava a cadere torrenziale, un rombo costante che faceva vibrare i vetri e accompagnava ogni nostro respiro affannoso. Luca ha ringhiato di pura fame mentre ruotava per l’ultima volta le tre dita dentro di me, sentendo il mio buco contrarsi e succhiarle con avidità. Le ha sfilate con un rumore osceno, bagnato, lasciando un vuoto bruciante che mi ha strappato un lamento disperato. Il mio corpo di ventottenne grafico freelance, ancora umido di pioggia e sudore, tremava sul divano. «Luca… ti prego, non resisto più. Il tuo cazzo. Adesso.»
Lui si è alzato, il fisico scolpito da trentenne personal trainer che sembrava brillare sotto la luce calda della lampada. Il suo cazzo spesso, venoso, con quella cappella gonfia e già lucida, pulsava tra le gambe muscolose. «Sul letto, Marco. Voglio sfondarti come si deve, non qui sul divano. Voglio vederti a quattro zampe mentre ti prendo tutto.» La sua voce era bassa, sporca, piena di anni di desiderio represso. Ci siamo mossi in fretta, i piedi nudi che lasciavano impronte sul pavimento. Mi sono posizionato sul materasso, ginocchia larghe, petto schiacciato contro il lenzuolo fresco, il culo alto e aperto verso di lui. Il cuore mi batteva nelle tempie. Pensavo che dopo dieci anni di corse sotto il sole, di birre sul divano, di confidenze notturne, stavamo per varcare il confine definitivo. Il mio migliore amico stava per incularmi, e io lo imploravo.
Luca ha afferrato il lubrificante e ne ha spremuto una dose abbondante sul suo membro, accarezzandolo con movimenti lenti e sicuri. La mano scivolava su quella lunghezza impressionante, ventidue centimetri di cazzo spesso che io avevo sognato in silenzio per troppo tempo. Si è inginocchiato dietro di me, le mani grandi che mi aprivano le natiche con decisione. Ho sentito la cappella calda premere contro il mio ano, ancora sensibile dopo le dita. «Rilassati, Marco. Ti entro piano. Voglio che senti ogni vena mentre ti apro.» Ha spinto.
La prima pressione è stata intensa. Il grosso glande ha forzato l’anello di muscoli, allargandomi in un modo che mi ha fatto stringere le lenzuola tra i pugni. Un bruciore profondo, quasi elettrico, mi ha attraversato, ma subito dopo è arrivato il piacere, denso, viscerale. Centimetro dopo centimetro il suo cazzo spesso mi invadeva, spingendo le pareti del mio culo ad accoglierlo. Quando le sue palle pesanti hanno toccato le mie, ero completamente pieno, impalato fino in fondo. Ho lasciato uscire un gemito lungo, gutturale. «Cazzo… è enorme… mi stai spaccando, Luca.»
Lui è rimasto fermo un istante, respirando pesante, le mani che mi accarezzavano la schiena sudata. «Sei strettissimo. Il tuo buco mi stringe come una mano calda. È perfetto, Marco. Il culo che ho guardato per anni durante le corse ora è mio.» Ha iniziato a muoversi con spinte profonde e lente, ritirandosi quasi del tutto per poi affondare di nuovo con tutta la lunghezza. Ogni volta la cappella premeva sulla mia prostata, mandandomi scariche di piacere puro che mi facevano tremare le gambe. I miei gemiti si alzavano di tono, coperti solo dal fragore della pioggia. Fuori un lampo ha illuminato la stanza per un secondo, mostrando le nostre ombre sul muro: io a quattro zampe, lui dietro di me, i fianchi potenti che spingevano con ritmo misurato.
«Più forte… scopami più forte,» ho supplicato, spingendo indietro contro di lui. Luca ha ringhiato e ha cambiato ritmo. Le sue mani mi hanno afferrato i fianchi con forza, le dita che affondavano nella carne. Le spinte sono diventate feroci, veloci, animalesche. Il letto cigolava violentemente, il rumore secco delle sue palle che sbattevano contro il mio culo riempiva la stanza insieme ai miei urletti rotti. «Prendi questo cazzo, Marco! Ti sto sfondando il buco stretto come meriti! Anni che volevo incularti e ora sei qui, che prendi tutto fino alle palle!» Le sue parole sporche mi facevano impazzire. Sentivo il suo cazzo spesso che mi apriva, che mi riarrangiava dentro, colpendo punti che non sapevo esistessero. Il sudore colava dalla sua fronte sul mio culo, rendendo tutto più scivoloso. Il mio stesso cazzo duro oscillava sotto di me, gocciolando senza sosta sul lenzuolo.
Pensavo, in mezzo al delirio: “È Luca, il mio Luca, che mi sta distruggendo il culo con quel cazzone spesso. Il temporale fuori urla quanto me.” Il ritmo era brutale ormai, le sue anche che sbattevano con forza, il suono bagnato e osceno di carne contro carne. Io gemevo senza vergogna, la voce rauca, spingendo indietro per prenderlo ancora più a fondo.
A un certo punto Luca ha rallentato, respirando come dopo un allenamento intenso. «Basta così. Voglio che mi cavalchi. Voglio vedere la tua faccia mentre ti scopo.» Si è sdraiato sulla schiena, il corpo muscoloso lucido di sudore, gli addominali che si contraevano a ogni respiro, il cazzo eretto che puntava al soffitto, rosso e bagnato dei nostri umori. Mi sono messo sopra di lui, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi larghi. Ho preso quella verga spessa in mano, l’ho allineata al mio buco già aperto e mi sono abbassato.
La discesa è stata lenta e devastante. Sentivo ogni centimetro rientrare dentro di me da questa angolazione, ancora più profondo, che mi toccava punti nuovi. Quando sono arrivato fino in fondo, il culo premuto contro il suo pube, ho urlato forte, la testa gettata indietro. «Ce l’hai tutto dentro… mi arriva fino alla gola, cazzo!» Ho iniziato a cavalcarlo. Su e giù, prima con movimenti controllati, poi sempre più selvaggi. I miei gemiti erano alti, senza freni, mentre il suo cazzo mi massaggiava la prostata a ogni discesa violenta. Luca ha afferrato il mio membro con la mano destra, masturbandomi con colpi decisi, sincronizzati con le mie cavalcate. La sinistra mi strizzava una natica, guidandomi.
«Cavalca quel cazzo, Marco. Guardati, come prendi tutto fino alle palle. Mi piace da morire sfondarti questo buco stretto,» ringhiava lui, gli occhi fissi nei miei. «È caldo, è stretto, sembra fatto apposta per il mio cazzo grosso. Lo senti come ti allarga? Anni che volevo distruggerti il culo e ora sei qui che gemi come una troia mentre ti masturbo. Più forte, amico. Fammi sentire quanto ti piace essere il mio ragazzo da inculare.»
Le sue parole sporche mi spingevano oltre. Cavalcavo con ferocia, il culo che sbatteva contro le sue cosce muscolose, il rumore osceno che si mescolava ai tuoni. Il sudore ci colava addosso, i nostri corpi scivolosi. Io mi piegavo in avanti, poi indietro, cambiando angolazione per prenderlo ancora più a fondo. Luca torceva leggermente la mano sul mio cazzo, il pollice che passava sulla cappella sensibile, facendomi vedere le stelle. «Dimmi che ti piace, Marco. Dimmi che vuoi il mio cazzo nel culo ogni volta che piove.»
«Mi piace… mi piace da impazzire! Sfondami, Luca! Il tuo cazzo grosso mi sta rovinando e lo adoro!» urlavo, la voce spezzata. Il piacere saliva come una marea, inevitabile. Sentivo le palle contrarsi, il buco stringersi intorno a lui. «Sto per venire… Luca, non fermarti!»
«Vieni, cazzo. Sborrami addosso mentre ti riempio,» ha ordinato lui, accelerando la mano e spingendo i fianchi verso l’alto per trafiggermi.
L’orgasmo mi ha travolto con violenza. Ho gridato il suo nome, il corpo scosso da spasmi mentre il mio cazzo pulsava nella sua mano, schizzando getti potenti di sperma caldo sul suo petto, sugli addominali, fino al mento. Le contrazioni del mio culo erano fortissime, stringendo il suo cazzo in una morsa ritmica. Luca ha imprecato, ha afferrato i miei fianchi con entrambe le mani e ha spinto in profondità un’ultima volta. «Prendi la mia sborra, Marco! Ti sto inondando il culo!» Il suo membro ha pulsato violentemente dentro di me, scaricando getti caldi e abbondanti di seme che mi riempivano le viscere, caldo, sporco, profondo. Ho sentito ogni schizzo, ogni contrazione, mentre il mio orgasmo continuava a ondeggiare.
Esausti, sudati fradici, siamo crollati uno sull’altro. Ci siamo infilati sotto le coperte mentre la pioggia continuava a battere sui vetri senza pietà. Luca mi ha abbracciato da dietro, il petto contro la mia schiena. Ha baciato dolcemente la mia nuca e mi ha sussurrato che da quel momento il nostro legame sarebbe stato molto più profondo, promettendoci di esplorare ancora quel piacere proibito ogni volta che avremmo voluto. Ma mentre il suo cazzo mezzo duro scivolava fuori dal mio buco lasciando colare un rivolo denso di sborra lungo le mie cosce, ha ringhiato piano contro il mio orecchio: «E ogni volta ti sborrerò dentro fino a farti colare il mio sperma dal culo per giorni, lurido puttanella mia.»
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