La Vedova Che Cavalca il Suo Stalliere

La contessa Vanessa chiama lo stalliere Dante nella stalla e se lo fa cavalcare davanti al marito umiliato.

24 min read September 06, 2026New

La contessa Vanessa aveva trentotto anni, un corpo ancora sodo e generoso, seni pesanti che tendevano la seta dei corsetti e un culo largo da montare senza pietà. Viveva nella villa di campagna con il conte Everett, il marito anziano e ormai floscio, un uomo di settant’anni che da tempo non riusciva più a tener duro neanche con le mani. Ogni mattina lei lo guardava fallire e sentiva la figa bagnarsi di rabbia e di fame. Il suo giovane stalliere Dante aveva ventotto anni, spalle larghe, braccia venate dal lavoro, cosce spesse e un pacco evidente nei pantaloni di tela. Vanessa lo spiava dalla finestra del salone mentre lui curava i cavalli, sudato, camicia aperta sul petto peloso, e si mordeva il labbro immaginando quel cazzo grosso che le spaccasse la fica. Everett stava spesso accanto a lei, silenzioso, e vedeva lo sguardo della moglie. Non diceva niente. Si limitava a deglutire, umiliato e stranamente eccitato dalla propria impotenza.

Quella sera d’estate l’aria era calda e pesante di fieno. Vanessa scese in vestaglia di seta nera senza niente sotto, le tette che ballavano a ogni passo, la figa già umida che le scivolava sulle cosce. Trovò Dante nella stalla a spazzolare un stallone. Lui alzò lo sguardo e per un momento si fissarono. Lei sentì il clitoride pulsare.

«Il cavallo è agitato», mentì con voce roca. «Vieni.»

Dante posò la spazzola. Sapeva. Da mesi sognava di fotterla. «Contessa…»

«Zitto.» Vanessa si avvicinò, gli prese la mano e la portò sotto la vestaglia, facendogli sentire la figa calda e scivolosa. «Voglio un vero uomo che mi domini. Non quel vecchio che non riesce neanche a farmi venire con le dita. Ti guardo da mesi mentre lavori e mi tocco immaginando il tuo cazzo nella gola.»

Dante emise un ringhio basso. Le strinse la fica con due dita, le conficò dentro fino alle nocche. «Da mesi sogno di spaccarti, puttana di lusso. Di riempirti di sborra mentre quel cornuto ti guarda.»

Dietro una porta socchiusa, Everett era già lì. Aveva seguito la moglie di proposito. Il cuore gli batteva forte, il cazzo molle gli si muoveva appena nel pigiama. Accettò. Volle guardare. Usci dalla penombra con passo incerto e disse a voce bassa: «Fallolo. Voglio vederti montata dal mio stalliere. Sono un fallito. Usami come spettacolo.»

Vanessa sorrise, crudele e arrapata. «Siediti là, cornuto. E tira fuori quel pezzo di carne morta mentre ti mostro cos’è un uomo.»

Si inginocchiò nella paglia davanti a Dante. Gli aprì i pantaloni con mani frettolose e tirò fuori il cazzo: grosso, duro, venato, la testa già lucida di liquido. Everett si sedette su uno sgabello e si accarezzò il membro flaccido senza successo, gli occhi fissi. Vanessa leccò la glande con la lingua larga, poi lo ingoiò fino in gola, soffocandosi di gusto. Il naso le si schiacciò contro i peli pubici di Dante mentre lui le afferrava i capelli e iniziava a scoparle la bocca con spinte lente e profonde. Lei gorgogliava, la saliva le colaava dal mento sulle tette scoperte. «Mmhh… grosso… cazzo da stallone…» mormorò quando tirò fuori per respirare, poi lo risucchiò avidamente, succhiando le palle e strusciandosi la figa sulla paglia.

Dante la sollevò come una bambola, le strappò la vestaglia e si stese sulla paglia. Vanessa gli montò sopra in cowgirl, afferrò il cazzo e se lo infilò tutto d’un colpo, gemendo forte quando la figa le si allargò intorno a quella salsiccia calda. Cominciò a cavalcarlo con violenza, il culo grasso che sbatteva contro i fianchi di lui con schiaffi umidi. Dante le strizzò le tette, le pizzicò i capezzoli fino a farli arrossare e le sputò in bocca. «Puttana. Puttana della stalla. Scopa il cazzo del tuo stalliere mentre il marito si tocca il pisello morto.»

Vanessa urlò e accelerò, la fica che schizzava. «Sì, chiamami così! Scopami più forte, riempimi, fammi venire sulla tua minchia!» Girò su se stessa e gli diede le spalle, ancora in cowgirl al contrario, mostrando al marito il buco del culo che si apriva e chiudeva mentre la figa inghiottiva il cazzo. Everett gemette di umiliazione, si strofinò più forte ma non riuscì a diventare duro. Solo una goccia di liquido pre-eiaculatorio uscì dal suo buco floscio.

Dante la ribaltò a quattro zampe. La prese di doggy, le affondò le mani sui fianchi e iniziò a scoparla con botte brutali, le palle che sbattevano contro il clitoride. Le diede schiaffi sonori sul culo, lasciando impronte rosse, e le tirò i capelli indietro fino a farle inarcare la schiena. «Prendi, troia. Prendi tutto.» Vanessa urlava di piacere, la faccia contorta, la saliva che le filava. «Più forte! Spaccami la figa! Voglio sentirlo domani quando cammino!» Ogni spinta le faceva ondeggiare le tette. Il conte guardava, arrapato e distrutto, le dita sul proprio cazzo inutile che restava molle come pezza bagnata. Provava a venire e non ci riusciva; solo lacrime di frustrazione e un piacere amaro gli stringevano lo stomaco.

Dante accelerò, le digrignò i denti contro la nuca e venne con un ruggito, sparando getti caldi e spessi di sborra dentro la figa di Vanessa. Lei venne subito dopo, contrazioni violente che mungevano il cazzo, urlando il nome dello stalliere mentre il marito ansimava senza riuscire a sparare nemmeno una goccia. Dante restò conficcato fino all’ultima pulsazione, poi uscì lentamente. Un filo denso di sperma bianco le colò subito dalla fica aperta, scese lungo le cosce interne e gocciolò sulla paglia. La girò di scatto e la baciò possessivamente, lingua profonda, le mani ancora sul culo, davanti agli occhi sconfitti di Everett.

Vanessa si alzò tremante, la sborra che le scorreva ancora, e guardò il marito con un sorriso cattivo e sazio. La voce le uscì roca, già carica di nuovi ordini. «Non abbiamo finito, cornuto. Domani sera Dante dorme nella nostra camera. Tu starai in ginocchio a leccarmi la figa piena della sua sborra mentre lui mi scopa il culo. E se non riesci ancora a venire, ti farò guardare ogni notte finché non implorerai di essere cagato in faccia. Ora vai a preparare il letto. Voglio sentire il mio stalliere che mi rimonta prima che l’alba…»

Vanessa non diede tempo al marito di alzarsi. Afferrò Dante per il polso ancora umido della sua figa e lo trascinò più in fondo nella stalla, dove la paglia era più spessa e l’odore di cavallo e sudore maschile si mescolava al tanfo di sesso. Everett la seguì barcollando, il pigiama aperto, il cazzo floscio che dondolava patetico tra le cosce. Lei si piegò in avanti, appoggiò le mani contro la mangiatoia di legno e spalancò le gambe.

«Ancora. Subito. Voglio sentirlo di nuovo mentre lui sta qui a puzzare di fallimento.»

Dante non ebbe bisogno di essere pregato. Afferrò le anche larghe della contessa, allineò la minchia ancora mezza dura e la conficcò dentro con un colpo secco. La figa di Vanessa era un pantano caldo di sborra e succhi, scivolosa, aperta, e il cazzo dello stalliere scivolò fino in fondo con un suono umido e schiacciato. Lei gemette grosso, la testa reclinata indietro, i capelli scuri che le cascavano sulla schiena nuda.

«Guarda, Everett. Guarda come mi riempie. Guarda quanto è grosso rispetto a quella pezza morta che ti tieni in mano.»

Il conte si accucciò di lato, gli occhi lucidi di lacrime e di una voglia malata. Si strofinava il membro molle con due dita, cercando disperatamente un brivido che non arrivava. Dante iniziò a pompalla con forza, le palle che sbattevano contro la fessura bagnata, le mani che le spandevano le chiappe per mostrare al marito il buco del culo contrarsi a ogni botta. La sborra precedente schizzava fuori a ogni ritirata, colava bianca e densa lungo le cosce di lei e gocciolava sulla paglia ai piedi di Everett.

«Leccami le palle mentre la scopro», ordinò Dante a voce bassa, senza nemmeno guardare il conte. «Dimostra a tua moglie quanto sei inutile.»

Everett obbedì tremando. Si trascinò in ginocchio, spinse il volto tra le cosce dello stalliere e leccò le palle pesanti che sbattevano contro la figa della moglie. Il sapore era di sale, di sesso e di paglia. Vanessa rise, un suono cattivo e eccitato.

«Bravo cornuto. Lecca le palle del vero uomo che mi scopa. Senti come mi fa venire? Senti?»

Dante accelerò, le diede uno schiaffo secco sulla chiappa che lasciò un’impronta rossa, poi un altro, e un altro ancora. Vanessa urlò di piacere puro, la figa che si stringeva a ritmo intorno al cazzo grosso. «Sì, picchiami il culo! Usami come una cavalla in calore! Everett, apri la bocca, voglio che tu beva quello che mi esce.»

Il conte aprì la bocca da cane addestrato. Dante tirò fuori il cazzo lucido di sborra mista e lo spinse contro le labbra di Everett, facendogli succhiare la testa ancora pulsante per un istante, poi lo riaffondò nella figa della moglie. Vanessa venne di nuovo, le ginocchia che le tremavano, un getto di liquido chiaro che schizzò sul volto del marito. Everett la bevve come se fosse vino, ansimando, il cazzo ancora flaccido e rosso di frustrazione.

Quando Dante si ritirò, un filo denso di sborra fresca colò dritto sulla lingua del conte. Vanessa si voltò, afferrò il marito per i capelli e lo costrinse a leccerle la figa spalancata.

«Pulisci. Tutto. Aspira la sborra del mio stalliere dalla mia fica. E non osare venire, anche se potessi. Non meriti di sparare.»

Everett leccò come un cane affamato, la lingua che scavava nella fessura gonfia, ingoiando i resti caldi. Dante si sedette sulla paglia, il cazzo già di nuovo a metà durezza, e tirò Vanessa a sé. Lei gli montò in grembo, di fronte, e si infilò da sola, scendendo fino a far sparire ogni centimetro. Cominciò a dondolarsi lenta, poi più veloce, le tette pesanti che sbattevano sul petto peloso dello stalliere. Dante le prese un seno in bocca, succhiò il capezzolo fino a farla gemere, poi le morse la spalla.

«Domani sera nella vostra camera da letto», mormorò contro la pelle di lei. «Ti scoperò il culo mentre lui ti tiene le gambe aperte. Voglio che mi guardi negli occhi mentre ti riempio di sborra il buco stretto.»

Vanessa annuì, gli occhi socchiusi di piacere. «E lui resterà in ginocchio a leccare ogni goccia che cola. Se il suo pisello morto non si alza, gli metterò il collare del cane e lo farò dormire per terra.»

Everett gemette contro la figa di lei, umiliato fino al midollo eppure con lo stomaco stretto da un piacere amaro che non riusciva a trasformarsi in erezione. Dante afferrò le anche di Vanessa e iniziò a spingere dal basso, scopandola dal basso con botte corte e profonde. Lei gettò la testa indietro e urlò il nome dello stalliere, la voce che echeggiava tra le travi della stalla.

Quando venne di nuovo, le contrazioni furono così violente che spremette un altro getto di sborra dal cazzo di Dante. Lui ruggì e sparò dentro di lei per la seconda volta, tenendola conficcata mentre le pulsazioni le riempivano l’utero. Vanessa restò seduta lì, ansimante, la figa che pulsava intorno alla minchia ancora dura.

Si alzò lentamente. Un rivolo bianco le scese subito lungo l’interno coscia. Guardò il marito ancora in ginocchio.

«Alzati. Andiamo in camera. Voglio che Dante mi rimonti nel nostro letto, quello dove tu non riesci più a farmi niente da anni. Tu camminerai dietro di noi e raccoglierai ogni goccia che mi cola. Con la lingua.»

Uscirono dalla stalla. La notte estiva era calda, l’aria piena di cicale. Vanessa camminava nuda, le tette che ballavano, la sborra che le luccicava tra le gambe. Dante la seguiva con i pantaloni ancora aperti, il cazzo che dondolava pesante, lucido. Everett strisciava dietro, leccando di tanto in tanto le gocce che cadevano sulla ghiaia del viale, il sapore di sesso e di umiliazione che gli riempiva la bocca.

Dentro villa, salgono le scale. Vanessa spinse il marito nella loro camera matrimoniale e gli indicò il pavimento accanto al letto a baldacchino.

«In ginocchio. Guarda.»

Si stese a pancia in su, aprì le gambe e chiamò Dante con un gesto. Lui si infilò tra le sue cosce e la penetrò di nuovo con un solo colpo lungo. Il letto scricchiolò. Vanessa gli avvolse le gambe intorno ai fianchi e lo spinse più a fondo.

«Scopami. Scopami davanti a lui finché non piango. Voglio che lui veda il mio ventre gonfiarsi della tua sborra.»

Dante la prese con violenza controllata, le spinte profonde che facevano sbattere la testata del letto contro il muro. Le sollevò le ginocchia fino alle spalle, piegandola quasi a metà, e martellò la figa gonfia. Everett, dal pavimento, vedeva tutto: il cazzo grosso che entrava e usciva lucido, le labbra della figa di Vanessa che si aprivano e si chiudevano, la sborra precedente che schiumava ai bordi. Si strofinava il membro molle con entrambe le mani, ansimando, le lacrime che gli scendevano sulle guance.

«Parlagli», ordinò Vanessa tra un gemito e l’altro. «Digli cos’è.»

Dante girò la testa verso il conte senza smettere di scopare. «Sei un cornuto. Tua moglie è una puttana della stalla che prende il cazzo del servo mentre tu ti stropicci il pisello morto. Domani le aprirò il culo. La riempirò finché non riuscirà a camminare dritta. E tu leccerai.»

Vanessa venne di nuovo, un urlo lungo che le spezzò la voce. Dante la seguì quasi subito, sparando il terzo carico caldo dentro di lei, tenendola bloccata mentre le anche guizzavano. Quando uscì, la figa di lei restò aperta, un buco rosso e gonfio da cui colava sborra a fiotti. Vanessa chiamò il marito con un cenno del mento.

«Lecca. Adesso. Tutto. E mentre lecchi, ripeti: “Grazie, stalliere, per aver scopato mia moglie meglio di me”.»

Everett strisciò avanti, mise la bocca sulla figa zuppa e cominciò a succhiare e leccare. La voce gli uscì rauca e spezzata tra una leccata e l’altra: «Grazie… stalliere… per aver scopato… mia moglie… meglio di me…»

Dante si mise a sedere sul bordo del letto, il cazzo ancora gocciolante, e guardò lo spettacolo con un sorriso crudele. Vanessa gli accarezzò i capelli bagnati di sudore.

«Stasera resti qui. Dormi nel nostro letto. Lui dorme per terra, ai tuoi piedi. E prima che spunti l’alba voglio che mi svegli con il cazzo già dentro. Nel culo, questa volta. Voglio sentirlo mentre lui è ancora a leccare i resti.»

Lei si voltò di fianco, sollevò una gamba e offrì il sedere a Dante. Lo stalliere si strofinò la glande contro il buco stretto, già lubrificato dalla sborra che colava dalla figa. Premé piano, entrò di un paio di centimetri. Vanessa sussultò, un gemito basso di piacere misto a tensione.

«Domani sera», mormorò lei, guardando il marito ancora chinato sulla sua figa, «ti farò tenermi le chiappe aperte mentre lui mi sfonda il culo. E se non riesci a diventare duro nemmeno allora, ti legherò le mani e ti farò guardare per una settimana intera senza toccarti. Ora continua a leccare, cornuto. E preparati. Perché questa notte è solo l’inizio.»

Dante spinse più a fondo, entrando centimetro dopo centimetro nel culo caldo e stretto della contessa. Everett leccava, ansimava, e il piacere amaro gli torceva le budella mentre la moglie iniziava a gemere di nuovo sotto le spinte dello stalliere. La camera odorava di sesso, di paglia e di umiliazione. Fuori, l’alba era ancora lontana, e la notte aveva solo cominciato a consegnare ciò che Vanessa aveva promesso.

Dante spinse ancora, centimetro dopo centimetro, finché il cazzo grosso e lucido di sborra scomparve tutto nel culo stretto di Vanessa. Lei emise un gemito lungo, gutturale, le unghie conficcate nelle lenzuola di seta mentre il buco si apriva a forza intorno a quella minchia da stallone. Everett, in ginocchio, aveva la faccia sepolta nella figa gonfia e zuppa della moglie: la lingua gli andava su e giù, raccogliendo i fili densi di sborra che colavano dal buco di sopra e gli riempivano la bocca di sapore salato e amaro. Il conte sentiva le spinte di Dante trasmettersi attraverso il corpo di Vanessa, ogni botta che faceva ondeggiare le tette pesanti e lo faceva ansimare contro quella carne bagnata.

«Più fondo», ansimò Vanessa, la voce roca di piacere. «Spaccami il culo, Dante. Voglio sentirlo fino allo stomaco mentre questo cornuto mi pulisce la fica come un cane.»

Dante afferrò le chiappe larghe della contessa, le tenne spalancate e iniziò a scoparla con botte lente e profonde. Il suono era umido, schiacciato, il cazzo che entrava e usciva lasciando il buco del culo rosso e lucido. Le palle gli sbattevano contro la figa di lei, proprio sulla lingua di Everett, che doveva leccarle ogni volta che si avvicinavano. Vanessa guardava il marito tra le cosce e sorrise crudele.

«Senti com’è stretto, stalliere? Anni che quel pezzo di carne morta non mi tocca lì. Adesso è tuo. Usalo.»

Dante ruggì e accelerò. Le spinte divennero più dure, il letto a baldacchino scricchiolava contro il muro, la testata batteva a ritmo. Everett si strofinava il cazzo floscio con una mano mentre leccava, ma restava molle, rosso di frustrazione, una goccia chiara che gli usciva senza forza. Il piacere amaro gli torceva le budella: vedeva il culo di sua moglie allargarsi intorno al cazzo dello stalliere, vedeva la sborra precedente schiumare ai bordi della figa e gli scendere sul mento, e voleva venire più di ogni altra cosa, ma il corpo gli negava anche quello.

«Parla, cornuto», ordinò Vanessa tra un gemito e l’altro. «Dimmi cosa vedi.»

Everett sollevò la faccia lucida di succhi e sborra, la voce spezzata. «Vedo… il cazzo del tuo stalliere che ti sfonda il culo. Vedo la tua figa che cola. Sono un fallito. Grazie… grazie per farmi guardare.»

Dante lo afferrò per i capelli grigi e gli schiacciò di nuovo la bocca sulla figa. «Continua a leccare, pezzo di merda. Aspira tutto quello che esce mentre la monto.»

Vanessa venne di colpo, il culo che si strinse a morsa intorno al cazzo di Dante, un urlo che le spezzò la gola. Le contrazioni le fecero schizzare altro liquido chiaro sul volto del marito. Dante non si fermò: la tenne conficcata e continuò a pompalla attraverso l’orgasmo, botte brutali che le facevano ballare le tette e scorrere la saliva dal mento. Quando lei smise di tremare, lui uscì piano, il cazzo lucido e pulsante, e se lo strofinò sulle labbra di Everett.

«Succhia. Pulisci la minchia che ha appena scopato il culo di tua moglie.»

Il conte obbedì, aprì la bocca e prese la glande calda, succhiando il sapore di culo e di sborra mista. Vanessa si alzò a carponi sul letto, il culo ancora aperto e gocciolante, e guardò lo spettacolo con gli occhi lucidi di lussuria.

«Bravo. Ora stenditi, Dante. Voglio cavalcarti il culo io.»

Dante si stese a pancia in su, il cazzo ancora duro che puntava verso il soffitto. Vanessa gli montò sopra al contrario, schiena verso di lui, e si allineò il buco stretto sulla testa gonfia. Scese lentamente, gemendo mentre si riempiva di nuovo fino in fondo. Cominciò a dondolarsi, il culo grasso che sbatteva contro l’addome peloso dello stalliere con schiaffi umidi. Everett restava in ginocchio ai piedi del letto, obbligato a guardare da sotto: vedeva il cazzo grosso sparire e riapparire nel culo della moglie, la figa aperta che gli gocciolava sborra in faccia.

«Lecca qui», ordinò Vanessa, allargandosi le labbra della figa con due dita. «Mentre mi monto il culo, tu mi succhi il clitoride. E se ti viene anche solo un’erezione, te la faccio pestare.»

Everett si avvicinò, la lingua che trovò il clitoride gonfio e lo succhiò con disperazione. Vanessa accelerò, cavalcando Dante con violenza, le tette che ballavano, i gemiti che le uscivano a raffica. Dante le diede schiaffi sonori sulle chiappe, lasciando impronte rosse, e le pizzicò i capezzoli da dietro finché non li ebbe duri e arrossati.

«Puttana di lusso», ringhiò. «Guarda tuo marito leccarti mentre ti riempio il culo. Domani mattina camminerai storta e tutti i servi sapranno che lo stalliere ti ha montata tutta la notte.»

Vanessa rise, un suono basso e cattivo. «Lo sapranno. E lui porterà il collare. Everett, ripeti: “Sono il cane della contessa e del suo stalliere”.»

«Sono… il cane della contessa e del suo stalliere», ansimò Everett contro la figa, la voce umiliata e arrapata allo stesso tempo. Il cazzo gli restava molle tra le cosce, ma lo stomaco gli bruciava di un piacere malato che non riusciva a trasformarsi in durezza.

Dante afferrò i fianchi di Vanessa e iniziò a spingere dal basso, scopandole il culo con botte corte e profonde mentre lei gli si abbandonava. Il letto scricchiolava come se stesse per spezzarsi. Vanessa gettò la testa indietro e urlò quando venne di nuovo, le contrazioni che le spremevano il buco intorno al cazzo. Dante ruggì e sparò il carico caldo dentro di lei, tenendola conficcata mentre le pulsazioni le riempivano il culo di sborra densa. Quando lei si alzò, un rivolo bianco le colò subito lungo la coscia e gocciolò sulla lingua di Everett, che lo bevve senza esitare.

Vanessa si stese di fianco, ansimante, e chiamò Dante con un gesto. «Ancora. Voglio la figa adesso. E lui deve tenermi le gambe aperte.»

Dante si mise tra le sue cosce. Everett, tremando, afferrò le caviglie della moglie e le tenne sollevate e divaricate, offrendo la figa gonfia e colante allo stalliere. Dante conficcò il cazzo ancora duro fino in fondo con un solo colpo, il suono umido che riempì la camera. Iniziò a scoparla con rabbia, le palle che sbattevano, le spinte che facevano ondeggiare tutto il corpo di Vanessa. Everett teneva, le braccia che gli tremavano, gli occhi fissi sul punto dove il cazzo entrava e usciva lucido di sborra mista.

«Digli cos’è», ansimò Vanessa. «Digli che è un cornuto e che sua moglie è una troia della stalla.»

Dante non smise di pompalla. «Sei un cornuto. Tua moglie prende il cazzo del servo nel culo e nella figa mentre tu le tieni le gambe. Domani le sborrerò in gola a colazione e tu starai sotto il tavolo a leccare quello che cola. E se il tuo pisello morto non si alza, ti legherò al leggio dei cavalli e ti farò guardare mentre la monto nel fieno per una settimana intera.»

Vanessa venne urlando, la figa che mungeva il cazzo. Dante la seguì, sparando il quinto carico dentro di lei, tenendola bloccata mentre le anche guizzavano. Uscì lento, la figa di lei restò spalancata, un buco rosso da cui colava sborra a fiotti. Vanessa afferrò Everett per i capelli e lo costrinse a succhiare tutto.

«Pulisci. E mentre pulisci, preparati. Perché prima dell’alba voglio che Dante mi svegli con il cazzo già nel culo di nuovo. Tu dormirai con la faccia nella mia figa. E se non riesci a venire nemmeno stanotte, ti farò strisciare nudo in giardino a raccogliere la sborra che mi cola mentre lui mi scopa contro il muro della villa. Ora lecca, cornuto. La notte è lunga e io ho ancora fame.»

Dante si stese accanto a lei, il cazzo già che si rialzava a metà. Everett leccava, ansimava, il piacere amaro che gli stritolava le budella mentre fuori le cicale cantavano e l’alba restava lontana. Vanessa gli accarezzò i capelli sudati e mormorò, guardando lo stalliere con occhi affamati: «Tra un’ora mi rimonti. E questa volta gli farò tenere le chiappe aperte con le mani mentre tu mi sfondi. Poi lo legheremo al letto e lo lasceremo guardare finché non implora di essere usato come tappeto. Continua, Dante. Voglio sentire il mio stalliere che mi riempie ancora prima che il sole tocchi le finestre.»

Dante annuì, già strofinandosi la glande contro il culo di lei di nuovo, e Everett leccava più forte, sapendo che la notte aveva appena cominciato a strappargli l’ultimo briciolo di dignità.

Dante spinse con decisione e il cazzo grosso scomparve di nuovo tutto nel culo stretto di Vanessa. Lei emise un gemito rauco, le unghie che strappavano le lenzuola mentre il buco si apriva a forza intorno a quella minchia calda e venata. Everett, faccia sepolta nella figa zuppa, sentiva ogni centimetro entrare: le spinte facevano ondeggiare il ventre della moglie e spingevano altri fili di sborra densa sulla sua lingua. Il conte li ingoiava, ansimando, il sapore salato e amaro che gli riempiva la gola mentre il suo cazzo floscio dondolava inutile tra le cosce.

«Più duro», ansimò Vanessa, voltando la testa verso lo stalliere. «Spaccami. Voglio che questo cornuto senta ogni botta attraverso la mia carne.»

Dante afferrò le chiappe larghe, le tenne spalancate e iniziò a pompalla con botte profonde e regolari. Il suono era umido, schiacciato, le palle che sbattevano contro la lingua di Everett a ogni spinta. Vanessa guardava il marito tra le cosce e sorrise crudele, la voce spezzata dal piacere.

«Lecca più forte, cane. Aspira tutto quello che cola mentre mi sfondano il culo. Dimmi cos’è il tuo posto.»

Everett sollevò appena il mento lucido di succhi. «Il mio posto… è sotto di voi… a leccare la sborra del vero uomo…» La voce gli uscì rauca, umiliata, eppure lo stomaco gli bruciava di un piacere malato che non riusciva a diventare durezza. Si strofinò il membro molle con due dita, ma restò pezza bagnata, rosso di frustrazione.

Dante accelerò. Il letto a baldacchino scricchiolava come se stesse per spezzarsi, la testata che batteva contro il muro a ritmo sordo. Le tette pesanti di Vanessa ballavano a ogni colpo, i capezzoli duri che sfioravano le lenzuola. Lei venne di colpo, il culo che si strinse a morsa intorno al cazzo dello stalliere, un urlo lungo che le spezzò la gola. Le contrazioni le fecero schizzare altro liquido chiaro sul volto del marito. Dante non si fermò: la tenne conficcata e continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, botte brutali che le facevano scorrere la saliva dal mento.

Quando le tremule cessarono, Dante uscì piano. Il culo di Vanessa restò aperto, rosso, gocciolante. Lo stalliere afferrò Everett per i capelli grigi e gli schiacciò la bocca contro la glande lucida di sborra e di culo.

«Succhia. Pulisci la minchia che ha appena montato tua moglie. E non osare far cadere una goccia.»

Il conte aprì la bocca da cane addestrato e prese il cazzo caldo, succhiando avidamente, la lingua che girava intorno alla testa gonfia. Vanessa si mise a carponi, il sedere ancora alto, e guardò lo spettacolo con occhi affamati.

«Bravo cornuto. Ora stenditi sotto di me. Voglio cavalcare Dante e scendere sulla tua faccia.»

Everett obbedì, si stese supino sul pavimento accanto al letto. Dante si sedette sul bordo, il cazzo ancora duro che puntava verso l’alto. Vanessa gli montò in grembo di fronte, si allineò la figa gonfia e scese tutta d’un colpo, gemendo forte quando la salsiccia calda le riempì fino in fondo. Poi si piegò in avanti, le tette che penzolavano sul petto peloso dello stalliere, e abbassò il culo fino a schiacciare la faccia del marito.

«Lecca il buco mentre mi monto. Tutto. Senti come mi apre.»

Everett leccò disperato, la lingua che scavava nel culo ancora aperto e colante di sborra fresca. Vanessa iniziò a dondolarsi, cavalcando Dante con violenza, il culo grasso che sbatteva contro l’addome dello stalliere e poi premeva sulla bocca del conte. Dante le strizzò i seni, le morsicò i capezzoli fino a farli arrossare e le sputò in bocca. Lei lo bevve e accelerò, la figa che schizzava.

«Puttana di lusso», ringhiò Dante. «Guarda tuo marito leccarti il culo pieno della mia sborra. Domani i servi ti vedranno camminare storta e sapranno che lo stalliere ti ha usata tutta la notte.»

Vanessa rise, un suono basso e cattivo. «Lo sapranno. E lui porterà il collare del cane. Everett, ripeti mentre lecchi: “Sono il tappeto della contessa e del suo stalliere”.»

«Sono… il tappeto… della contessa… e del suo stalliere…» ansimò Everett contro la carne bagnata, la voce spezzata dall’umiliazione e da quella voglia amara che gli torceva le budella. Il cazzo gli restava molle, una goccia chiara che usciva senza forza.

Dante afferrò i fianchi di Vanessa e iniziò a spingere dal basso, scopandola con botte corte e profonde mentre lei gli si abbandonava. Il suono dei corpi che sbattevano riempiva la camera. Vanessa gettò la testa indietro e urlò quando venne di nuovo, le contrazioni che mungevano il cazzo. Dante ruggì e sparò dentro di lei, tenendola conficcata mentre le pulsazioni le riempivano l’utero di sborra densa e calda. Quando lei si alzò, un rivolo bianco le colò dritto sulla faccia di Everett, che lo bevve senza esitare, ansimando come un cane assetato.

Vanessa si stese di fianco sul letto e chiamò Dante con un gesto. «Ancora. Nel culo. E questa volta lui mi tiene le chiappe aperte con le mani.»

Dante si mise dietro di lei. Everett, tremando, salì sul letto in ginocchio, afferrò le chiappe larghe della moglie e le tenne spalancate, offrendo il buco rosso e lucido allo stalliere. Dante allineò la glande e conficcò tutto d’un colpo. Vanessa gemette grosso, le unghie conficcate nei cuscini. Dante iniziò a scoparla con rabbia, le palle che sbattevano contro le dita di Everett, le spinte che facevano ondeggiare tutto il corpo della contessa.

«Digli cos’è», ansimò Vanessa. «Digli che è un fallito e che sua moglie è una troia della stalla.»

Dante non smise di pompalla. «Sei un fallito. Tua moglie prende il cazzo del servo nel culo mentre tu le tieni le chiappe aperte come una puttana. Al mattino le sborrerò in gola a colazione e tu starai sotto il tavolo a leccare quello che cola. Se il tuo pisello morto non si alza, ti legherò al leggio dei cavalli e ti farò guardare mentre la monto nel fieno per giorni.»

Vanessa venne urlando, il culo che si strinse a morsa. Dante la seguì, sparando l’ennesimo carico caldo dentro di lei, tenendola bloccata mentre le anche guizzavano. Uscì lento, il buco restò spalancato, un rivolo denso che colava. Vanessa afferrò Everett per i capelli e lo costrinse a succhiare tutto dal culo.

«Pulisci. E preparati. Perché adesso ti metto il collare.»

Lei aprì il cassetto del comodino, ne trasse un collare di cuoio nero con una catenella corta. Lo allacciò al collo del marito, lo chiuse con un clic secco e gli diede un tiro. Everett ansimò, gli occhi lucidi di lacrime e di quella eccitazione malata.

«In ginocchio ai piedi del letto. Dormirai lì. Dante dorme con me. Prima che spunti l’alba mi sveglierà con il cazzo già dentro. Tu avrai la faccia nella mia figa e leccerai ogni goccia. Se non riesci a venire nemmeno stanotte, domani ti farò strisciare nudo in giardino a raccogliere la sborra che mi cola mentre lui mi scopa contro il muro della villa davanti a tutti i servi.»

Dante si stese accanto a lei, il cazzo già di nuovo a metà durezza. Vanessa gli montò sopra una ultima volta, si infilò la figa e cominciò a cavalcarlo lenta, guardando il marito collare al collo, in ginocchio, che le leccava le cosce. Le spinte divennero più forti, più profonde. Dante le diede schiaffi sonori sul culo, le tirò i capelli e le mormorò all’orecchio parole filth: puttana, cavalla, troia di lusso. Vanessa accelerò, urlò, venne ancora, e Dante sparò l’ultimo carico della notte dentro di lei, tenendola conficcata finché le pulsazioni non finirono.

Lei scese tremando, la sborra che le scorreva a fiotti. Si stese di fianco, sollevò una gamba e spinse la faccia di Everett contro la figa aperta.

«Dormi così. Bocca sulla mia carne. E quando lui mi sveglierà, tu continuerai.»

Dante la cingeva da dietro, già strofinandosi di nuovo contro il culo. Fuori le cicale tacevano piano piano. L’aria della camera era pesante di sesso, di sudore e di umiliazione. Everett leccava piano, ansimava, il collare che gli stringeva il collo, il cazzo ancora molle e il piacere amaro che gli stritolava le budella sapendo che l’alba avrebbe portato solo più sconfitta. Vanessa chiuse gli occhi, sorrise sazia, e mormorò a Dante: «Svegliami così. Sempre così.»

Lo stalliere annuì, già che si induriva di nuovo, e la notte consegnò l’ultimo briciolo di dignità del conte mentre la contessa veniva montata ancora e ancora fino a che le finestre non si tinsero di grigio.

E quando il sole toccò finalmente le tende, Everett era ancora in ginocchio, collare al collo, lingua fuori, a leccare la figa della moglie mentre lo stalliere la scopava nel loro letto matrimoniale, e capì che non sarebbe mai più uscito da quella posizione.

Rate this story

Thanks for rating
Tagged fingering dirty-talk cuckold rough-sex heavy-dirty-talk

Fresh filth, nightly

The best new stories in your inbox every morning. Free, 18+, unsubscribe anytime.