Sussurra “Ti prego” sul divano del tetto

Un’afosa sera sul tetto, Renata si fa scopare da Roman davanti al marito cuckold che si sega umiliato.

33 min read September 03, 2026New

Sono Malik, e se sto scrivendo questo è perché non riesco più a tenermelo dentro. Mia moglie Renata ha trent’anni e un corpo che ancora mi fa girare la testa: seno pieno, fianchi larghi, quella curva della schiena che chiede di essere afferrata. Io le voglio bene, le sono devoto, le preparo la cena, le massaggio i piedi. Ma tra le gambe… beh, lo so da anni. Sono poco dotato. Lei non me l’ha mai detto con cattiveria, ma il modo in cui stringeva le cosce dopo che finivo, il sospiro troppo breve, bastavano. Quella sera d’estate l’afa premeva sul tetto del nostro palazzo come una mano calda. Avevamo portato cuscini e una bottiglia di vino sul divano fuori, tra i panni stesi e le luci di Milano lontane. Avevo invitato io Roman, il vicino del piano di sotto: alto, spalle larghe, voce bassa, la barba curata e quel modo di stare nello spazio come se gli appartenesse. Renata con lui flirta da mesi. Lo saluta scollata, gli ridacchia all’orecchio, gli tocca il braccio. Io guardavo e mi si spezzava qualcosa, ma sotto i pantaloni diventavo duro proprio per quello.

Roman arrivò in maglietta scura e jeans. Si sedette. Renata gli porse il bicchiere e si chinò più del necessario. «Come sei massiccio stasera», gli sussurrò, abbastanza forte perché io sentissi. «Le braccia… e le mani. Sembrano fatte per tenermi ferma.» Io restai immobile, il bicchiere sudato tra le dita. Lei gli passò la punta delle dita sul petto, sulla stoffa tesa. «E sotto… chissà.» Roman sorrise, non sfacciato, solo sicuro. Mi guardò di sfuggita: non per chiedere scusa, ma per verificare che fossi ancora lì, a guardare. Ero lì. Ero umiliato. Ero eccitato fino al dolore. Il mio cazzo piccolo pulsava contro la zip mentre lei gli parlava del corpo come si parla di un pasto che stai per divorare.

Poi Renata si alzò e si infilò tra noi due sul divano. Una gamba contro la mia, l’altra contro la coscia di Roman. Si girò verso di lui e gli appoggiò le labbra sul collo, appena sotto l’orecchio. Sentii il suono umido del bacio. La sua mano scese, aprì il palmo sul cavallo dei jeans di lui e strinse. Roman emise un suono basso. Renata accarezzò il contorno già duro, lungo, spesso, e alzò gli occhi su di me. «Malik», disse con voce dolce, quasi tenera, «ho bisogno di un uomo vero. Di questo.» Strinse di nuovo e io vidi la forma sotto la stoffa gonfiarsi. Il cuore mi batteva in gola. L’umiliazione mi bruciava le guance e nello stesso tempo mi faceva venire ancora più duro. Lei mi chiese il permesso così, guardandomi dritto: «Posso? Vuoi vedermi presa da lui? Dimmi di sì.» La voce era quella che usa quando mi chiede di comprarle i fiori, ma le parole no. Io deglutii. «Sì», uscii. «Fallo. Prendilo.» Lei sorrise, un sorriso che non mi aveva mai regalato a letto con me, e si voltò di nuovo verso Roman. Gli sussurrò contro la bocca, mentre gli massaggiava il cazzo sopra i pantaloni: «Ti prego… ti prego, prendimi. Voglio sentirlo tutto.»

Roman non ebbe fretta teatrale. La spogliò sul divano come si fa con una cosa che ti spetta. Le tolse la canottiera, le staccò il reggiseno, le scivolò lo short e le mutandine lungo le cosce. Renata era già bagnata: lo vidi quando aprì le gambe un attimo, il luccichio sulle labbra. Lui se la mise a quattro zampe davanti a me, la faccia di lei all’altezza del mio grembo, il culo alto verso di lui. Si sbottonò i jeans. Quando tirò fuori il cazzo io trattenni il fiato: grosso, pesante, le vene in rilievo, la testa già lucida. Renata lo guardò all’indietro e gemette solo a vederlo. Roman le spalmò la sborra pre-eiaculatoria sulla figa con il glande, poi spinse. Entrò in un colpo deciso, fino in fondo. Lei urlò, un urlo rotto di piacere vero, e mi guardò negli occhi mentre veniva riempita. «Cazzo… è enorme… Malik, senti…» Ogni spinta la faceva avanzare verso di me. I seni ballonzolavano. Roman la teneva per i fianchi e la scopava forte, il suono bagnato di pelle contro pelle, le palle che battevano. Io mi sbottonai con mani tremanti, tirai fuori il mio cazzo ridicolo e cominciai a segarmi, lento, umiliato, mentre lei gemeva il nome di lui e non il mio.

Dopo qualche minuto Roman la fece girare. Si sdraiò sul divano e la tirò sopra di sé. Renata scese a cavalcioni, si allineò e si infilò da sola, con un gemito lungo mentre lo ingoiava tutto col culo. Cominciò a salire e scendere, le cosce che tremavano, le mani sul petto di lui. Roman le afferrò i seni, le pizzicò i capezzoli, poi le tenne i fianchi e spingeva dal basso, potente, dominandola anche da sotto. Lei si piegò un poco verso di me, mi prese la mano e mi succhiò due dita, bagnandole, guardandomi mentre veniva scopata. «Ti prego», sussurrava tra un gemito e l’altro, rivolta a lui ma con gli occhi su di me, «ti prego, dammelo tutto… più forte… riempimi…» Io mi segavo più in fretta, la faccia in fiamme. Roman la sollevò quasi del tutto e la ribatté giù con spinte secche. Renata urlò, la schiena ad arco, e venne con un grido che i vicini avrebbero potuto sentire se non fosse stata l’ora tarda: scosse, figa che si stringeva attorno a quel cazzo grosso, liquidi che schizzavano un poco sulle cosce di lui. Roman non si fermò. Continuò, più duro, e dopo pochi secondi sprofondò fino in fondo e si scaricò. Lo vidi contrarsi, lo sentii gemere basso, e seppi che stava pompandole dentro schizzi caldi, getto dopo getto. Renata ansimava «sì, sì, tutto, ti prego» mentre lui la teneva premuta sul bacino, ancora pulsante.

Quando finì di venire non la fece alzare subito. Renata restò accasciata sul suo petto largo, ancora impalata, il respiro corto contro il collo di lui. Il cazzo di Roman rimaneva dentro, a cedere piano. Lei allungò un braccio verso di me, mi prese per la nuca e mi baciò la fronte, dolce, quasi riconoscente. «Grazie», mi sussurrò. «Grazie di avermi lasciato sentirmi finalmente donna.» Le parole mi colpirono più di uno schiaffo e più di una carezza insieme. Tra le sue cosce, quando si mosse un poco, vidi il bianco denso di Roman che cominciava a colarle fuori, lungo l’interno della coscia, mescolato ai suoi liquidi. Io, ancora duro, ancora con la mano sul mio cazzo piccolo e trascurato, mi chinai. Con la lingua raccolsi quello che le scendeva: caldo, salato, il sapore di un altro uomo su mia moglie. Lei mi accarezzò i capelli mentre lo facevo, e Roman, sotto di lei, mi osservava con un mezzo sorriso sazio, senza pietà e senza cattiveria, solo la certezza di chi ha appena preso ciò che voleva.

Roman alla fine scivolò fuori. Renata gemette per la perdita. Lui si rialzò, si sistemò i jeans senza fretta, le passò una mano sul culo ancora rosso delle sue mani e disse soltanto: «Non è finita qui, vero?» Lei scosse la testa, gli occhi lucidi, e sussurrò di nuovo quel «ti prego» rivolto a nessuno e a entrambi. Io restai seduto sul divano del tetto, il gusto di lui ancora in bocca, il cazzo in mano, il cuore che non sapeva se spezzarsi o esplodere. L’afa non era calata. Renata mi guardava come si guarda qualcosa che si è scoperto di amare in un modo nuovo e crudele. Roman era ancora lì, in piedi, e la notte sul tetto aveva smesso di essere solo nostra.

Sono ancora seduto lì, il sapore di Roman che mi riempie la bocca come un marchio, quando lui fa un passo avanti e mi guarda dall’alto. Non c’è frettolosità, solo quella quiete pesante di chi sa di poter riprendere quando vuole. Renata è ancora semi-sdraiata sul divano, le cosce socchiuse, il bianco denso che continua a colarle lento lungo l’interno della coscia, lucido sotto le luci lontane di Milano. Il mio cazzo piccolo resta stretto nella mano, pulsante, umiliato, e io non riesco a smettere di muovere le dita.

«Alzati», dice Roman a lei, voce bassa che vibra nell’afa. Lei obbedisce subito, le ginocchia che tremano un poco, il culo ancora segnato dalle sue dita. Si mette in ginocchio davanti a lui, esattamente tra le mie gambe e le sue, e alza il viso. «Ti prego», sussurra di nuovo, e questa volta lo dice guardando il cazzo di lui che sta già rinforzandosi, pesante, lucido dei suoi stessi liquidi e di quelli di lei. «Lasciami succhiarlo pulito. Voglio assaggiarti mentre mi guardi, Malik.»

Io deglutisco. Il cuore mi martella. Renata mi lancia un’occhiata laterale mentre apre le labbra e prende in bocca la testa gonfia di Roman. Il suono è umido, profondo; lei scende piano, le guance che si scavavano, e io vedo il contorno di quel monumento scivolare nella sua gola. Roman le posa una mano sui capelli, non spinge ancora, la lascia lavorare. «Brava», mormora. «Tua moglie sa succhiare, Malik. Guarda come apre la gola per me.»

Guardo. Non posso fare altro. La lingua di Renata gira, raccoglie tutto quello che cola, poi spinge più a fondo finché le lacrime le spuntano agli angoli degli occhi. Emette un suono strozzato di piacere puro. La mia mano accelera sul mio cazzo ridicolo; ogni volta che lei scende su di lui, io sento il contrasto bruciare come acido. Sono piccolo, inutile, e lei sta ingoiando un uomo vero proprio di fronte a me.

Roman tira fuori il cazzo, un filo di saliva e sborra che collega le labbra di lei alla sua testa. «Girati», ordina. «Culo verso di me. Faccia verso tuo marito.» Renata obbedisce in un secondo, si mette a quattro zampe sul divano, le ginocchia aperte, la schiena inarcata. Il suo culo è rosso, la figa gonfia, stillante. Roman si posiziona dietro e le spalma di nuovo il glande sulla fessura bagnata, su e giù, raccogliendo il casino che le esce ancora. «Dimmi cosa vuoi», le chiede.

«Ti prego… scopami di nuovo. Riempimi. Usami mentre lui si sega.» La voce di lei trema di eccitazione. Io sento le parole come coltellate dolci. Roman spinge dentro con un colpo solo, fino in fondo, e il gemito di Renata mi arriva dritto in faccia. Lei mi guarda negli occhi mentre viene distesa da quella lunghezza, le labbra socchiuse, il respiro spezzato. «Malik… è così grosso… mi allarga… cazzo, senti come mi prende…»

Ogni spinta la fa avanzare verso di me. I seni pendono e ballonzolano; Roman le afferra i fianchi con forza e aumenta il ritmo. Il suono è osceno: pelle bagnata che sbatte, il suo cazzo che esce lucido e rientra scomparendo tutto. Io mi chino di più, il mio viso a pochi centimetri dal suo. Lei allunga la lingua e mi lecca le labbra, condividendomi il sapore di prima, poi mi bacia umida mentre viene martellata da dietro.

«Più forte», supplica lei tra i baci. «Ti prego, Roman, più forte… falmi sentire che sono la tua troia stasera.» Roman ride basso e le dà una sberla sul culo che risuona nell’aria calda. Lei urla di piacere e io sento il mio cazzo saltare nella mano. Mi sto segando con rabbia e vergogna, il pre-sborra che mi cola sulle dita. «Guarda tuo marito», dice Roman. «Guarda come si tocca quel cosino mentre io ti riempio. Digli quanto sei piena.»

«Sono piena, Malik», ansima lei, gli occhi lucidi fissi nei miei. «Il suo cazzo mi arriva dove il tuo non arriva. Mi fa venire… ti prego, non fermarti…» Roman accelera, le palle che sbattono contro di lei a ogni botta. Allunga una mano, le afferra i capelli e le tira la testa indietro, obbligandola a guardarmi meglio. «Digli che il suo posto è questo. Digli che può solo leccare e segarsi.»

Renata obbedisce con un gemito rotto. «Il tuo posto è questo, amore. Puoi solo guardare e leccare quello che lui mi lascia. Ti prego… continua a segarti per me mentre mi scopano.» Le parole mi fanno ardere le guance e nello stesso tempo mi spingono più vicino all’orgasmo. Continuano così per minuti che sembrano eterni: lui che la martella con spinte profonde e regolari, lei che geme il suo nome e i miei insulti dolci, io che mi strizzo il cazzo piccolo finché il dolore si confonde col piacere.

Poi Roman la tira su senza uscire, la solleva quasi di peso e la fa sedere all’indietro sul suo cazzo, schiena contro il suo petto largo. Le gambe di lei vengono aperte verso di me, la figa esposta, dilatata attorno a quel fusto spesso che entra e esce. Vedo tutto: le labbra gonfie, il modo in cui lo ingoiano, i liquidi che schiumano. Roman le apre ancora di più le cosce con le mani e spinge dal basso. «Vieni qui», mi dice. «Lecca. Mentre la scopo.»

Il sangue mi ronza nelle orecchie. Mi inginocchio davanti a loro sul pavimento caldo del tetto. La figa di mia moglie è a un palmo dalla mia bocca, trapassata dal cazzo di un altro. Allungo la lingua e le leccio il clitoride gonfio mentre Roman continua a muoversi dentro di lei. Il sapore è misto, salato, suo e di lei. Renata urla e mi afferra i capelli, premendomi di più. «Sì… leccami mentre mi fotte… ti prego, Malik, non smettere…»

La mia lingua lavora, il mio naso sfiora di tanto in tanto il cazzo di Roman che entra e esce. Lui non si tira indietro; anzi, a un punto spinge più a fondo e la mia lingua scivola anche sulla base di lui, sul punto in cui i loro corpi si uniscono. L’umiliazione è totale, nuda, e mi fa venire quasi. Continuo a segarmi con una mano mentre leccio, il ritmo scomposto.

Renata viene di nuovo così, le cosce che tremano intorno alla mia testa, un grido lungo che si spezza in singhiozzi di piacere. La sua figa si contrae violentemente intorno a Roman; lo sento gemere contro il suo orecchio. «Non ancora», dice lui. «Non ho finito con te.» La solleva di scatto, il cazzo che esce con un suono bagnato, e la ribalta di nuovo a quattro zampe. Questa volta mi ordina di restare sotto, a guardare da vicino.

Lui rientra con una spinta che le fa perdere il fiato. Scopa più duro, più cattivo, le mani che le lasciano segni rossi sui fianchi. Io resto lì, a pochi centimetri, e vedo ogni centimetro di quel cazzo scomparire nella figa di mia moglie. Lei mi guarda di traverso, la bocca aperta. «Ti prego… guardami mentre mi rappa… dammi la tua mano.» Prendo la sua mano. Lei la porta al suo seno e mi fa stringere il capezzolo mentre Roman la martella.

«Digli quanto sei stretta per me e larga per te», ordina Roman. Lei ansima: «Per te sono stretta, Roman. Per Malik… sono troppo. Il suo cazzetto non mi riempie mai così. Ti prego, scopicami finché non cammino dritta.» Ogni parola è un colpo basso che mi tiene duro. Continuo a muovere la mano sul mio pene, lento ora, per non venire troppo presto, perché voglio restare in questo inferno dolce il più a lungo possibile.

Roman cambia angolo, le mette una gamba sul divano e spinge ancora più a fondo. Il suono delle sue palle contro la figa bagnata di lei riempie l’afa. Lei non parla più a frasi intere: solo gemiti e quel «ti prego» ripetuto come una preghiera sporca. Io le leccio di nuovo le cosce, raccogliendo quello che cola, e lei mi ringrazia con la voce spezzata. «Grazie, amore… grazie di stare qui… di lasciarmi questo.»

A un certo punto Roman esce, le gira il corpo e la fa sdraiare sulla schiena, le gambe spinte verso il petto. Entra di nuovo, lento questa volta, facendole sentire ogni vena. Lei mi allunga una mano e mi tira verso il suo viso. Mi bacia mentre viene scopata, la lingua nella mia bocca, condividendo tutto. Poi sussurra contro le mie labbra: «Voglio che tu veda quando mi riempie di nuovo. Voglio che tu resti a bocca aperta.»

Roman accelera. Le spinte diventano brevi, potenti, finali. Renata viene una terza volta, il corpo che si inarca, un grido che soffoca contro la mia spalla. Lui ruggisce basso, sprofonda fino in fondo e si scarica. Lo vedo contrarsi, le anche che guizzano, e immagino i getti caldi che le schizzano nell’utero. Lei ansima «sì, tutto, ti prego, tenermelo dentro» mentre lui resta premuto, pulsando.

Quando finalmente si ritira, un filo spesso di sborra lo segue fuori. Renata resta con le gambe aperte, la figa che batte, il bianco che cola subito. Io, ancora con il cazzo in mano, non resistò: mi chino e le leccio di nuovo, pulendo, ingoiando, umiliato e indurito fino al dolore. Lei mi accarezza i capelli. Roman resta in piedi, il cazzo ancora semi-duro, lucido, e mi osserva fare.

«Notte lunga», dice soltanto, con quel mezzo sorriso. Renata, a fiato corto, mi guarda e poi lui. «Non andartene», sussurra. «Ti prego… ancora. Malik può stare a guardare tutta la notte.» Io sollevo la testa, il gusto di entrambi in bocca, e sento che l’afa sul tetto non calerà. Il mio cazzo piccolo continua a pulsare nella mano. Roman annuisce una volta, lenta, e si risiede sul bordo del divano, già pronto a riprendere. Renata allunga le dita verso il suo cazzo e lo accarezza di nuovo, mentre i miei occhi non riescono a staccarsi da loro. La notte è solo all’inizio, e io sono ancora qui, confesso e perso, a farmi consumare da ogni secondo che lei gli chiede.

Sono ancora in ginocchio sul pavimento caldo del tetto, il sapore misto di lei e di Roman che mi impregna la lingua come un marchio indelebile, quando Renata allunga le dita e lo accarezza di nuovo. Il cazzo di lui, ancora lucido e pesante, risponde subito sotto le sue mani: si indurisce, le vene si gonfiano, la testa già gocciola di nuovo. Io non riesco a staccare lo sguardo. Il mio piccolo cazzo resta stretto nella pugno, pulsante, trascurato, e ogni battito del mio cuore mi ricorda quanto sono inutile qui.

Roman le afferra il polso, non con rabbia ma con quella quiete possessiva che gli appartiene, e la guida più giù. «Apri», mormora. Renata obbedisce, le labbra che si schiudono, e lo prende di nuovo in bocca. Questa volta non c’è delicatezza. Lei scende fino in fondo, la gola che si dilata attorno a quel monumento, e il suono è umido, gorgogliante, osceno nell’afa che non cala. Io vedo le sue guance scavarsi, le lacrime che le spuntano di nuovo agli angoli degli occhi, e il modo in cui la saliva le cola lungo il mento mescolata a quello che gli rimaneva addosso. Roman le posa entrambe le mani sulla testa e inizia a muovere i fianchi, lenti ma profondi, scopandole la bocca mentre mi guarda dritto. «Tua moglie ha fame, Malik. Guarda come la ingoia. Guarda come le fa male in gola ed è felice.»

Guardo. Non posso fare altro. Il contrasto mi brucia: il mio cazzetto ridicolo che stringo più forte, e quello grosso che sparisce tra le labbra di Renata fino alle palle. Lei emette un suono strozzato di piacere puro, le mani che si aggrappano alle cosce di lui, e quando Roman la tira indietro un filo spesso di saliva e sborra collega ancora le sue labbra alla testa gonfia. «Ti prego», ansima lei, la voce roca, guardando prima lui e poi me. «Ti prego, usami la gola. Voglio sentirlo pulsare finché non riesco più a parlare. Malik… guardami. Guardami mentre lo servo.»

Io deglutisco il sapore che ho ancora in bocca e accelero la mano. L’umiliazione è un fuoco sotto la pelle. Renata si volta un attimo verso di me, gli occhi lucidi, e mi sorride quel sorriso crudele e tenero insieme. Poi torna a lui, apre più larghe le labbra e lo lascia entrare di nuovo. Roman non ha pietà stavolta: le tiene la testa ferma e spinge a fondo, le palle che le battono sul mento, il ritmico schiocco umido che riempie la notte. Lei gorgoglia, saliva che schizza, e io vedo il contorno di quel cazzo premere contro la sua gola dall’esterno. Mi chino di più, il viso a pochi centimetri, e le leccio le lacrime dalle guance mentre lui la usa. Il sale mi entra in bocca. «Bravo», dice Roman a me, basso. «Leccale. È tua moglie che si fa trattare da troia e tu le pulisci la faccia.»

Renata viene quasi solo da quello. Lo sento dal modo in cui trema, dalle cosce che si chiudono e si riaprono, dalla figa che ancora cola sul divano. Quando Roman la tira fuori, un filo lungo e denso le pende dalle labbra. Lei tossisce piano, ma sorride, e sussurra di nuovo quel «ti prego» mentre si asciuga il mento con il dorso della mano. «Scopami il culo», dice allora, chiara, rivolgendosi a lui ma con gli occhi confessionali su di me. «Ti prego, Roman. Non l’ho mai fatto con Malik… lui è troppo piccolo, non ci arriverebbe. Voglio che tu sia il primo. Voglio che lui veda.»

Il cuore mi esplode in gola. Io non ho mai… non ho mai osato. Lei me l’aveva detto una volta, anni fa, che le faceva paura, e io ci avevo rinunciato. Ora lo chiede a lui. Roman sogghigna, quel mezzo sorriso sazio, e la fa alzare. La posiziona a quattro zampe sul divano, culo alto, schiena inarcata, la faccia di nuovo all’altezza del mio grembo. Io resto in ginocchio davanti a lei. Lei mi prende il cazzo piccolo tra le dita, lo accarezza con tenerezza crudele, e lo lecca una volta sola, leggera, come a consolarmi. «Amore», sussurra, «tienilo fuori. Guardami soltanto. Ti prego.»

Roman le spalanca le natiche con le mani grandi. La figa è ancora aperta, stillante di sborra sua e di lei, ma lui sposta il glande più su, sulla strettissima ruga del culo. Ci sputa sopra, due volte, grosse. Poi preme. Renata geme lungo, un suono che parte dal fondo del petto, e io vedo il suo anello cedere millimetro dopo millimetro attorno a quella testa enorme. «Cazzo… è grosso… Malik, senti… mi sta aprendo…» Ogni parola è un coltello dolce. Roman spinge con pazienza da predatore, lento, inesorabile, finché la testa sparisce dentro. Lei urla, le unghie che si conficcano nel tessuto del divano, e allunga una mano verso di me. La prendo. Lei la stringe forte mentre lui affonda altro, altro ancora, finché le palle gli toccano le natiche.

È dentro tutto. Il culo di mia moglie dilata intorno a quel fusto spesso come non ha mai dilatato per me. Roman resta fermo un secondo, lasciandola abituare, poi inizia a muoversi. Spinte corte all’inizio, poi più lunghe, più profonde. Il suono è diverso, più stretto, più sporco: carne che cede, umido che schiocca. Renata piange di piacere, lacrime vere che le scorrono, e continua a ripetere «ti prego… più forte… rompimi…» contro le mie dita che le tengo in bocca. Io mi segno con l’altra mano, rabbioso, il pre che mi cola sulle nocche. Vedo ogni centimetro di quel cazzo scomparire nel culo di lei, le natiche che si aprono e si richiudono, i segni rossi delle dita di Roman sui fianchi.

«Digli», ordina Roman, la voce rauca. «Digli che il suo cazzetto non basterà mai. Digli che da stasera il tuo culo è mio.»

Renata obbedisce tra i gemiti spezzati. «Malik… il tuo non ci entrerebbe nemmeno. Lui mi riempie… mi fa venire dal culo… ti prego, non smettere di guardare… voglio che tu veda quando mi viene dentro anche qui.» Le spinte diventano più dure. Roman le tira i capelli indietro, obbligandola a tenere gli occhi aperti sui miei. Ogni botta la fa avanzare verso di me; i seni pendono e ballonzolano, i capezzoli duri. Io mi chino e le leccio il collo, il sapore del sudore e dell’afa, mentre lui la martella. Lei mi bacia di sbieco, lingua calda, condividendo il sapore di prima.

A un certo punto Roman esce quasi del tutto, solo la testa dentro, e mi guarda. «Lecca qui. Ora.» Mi spingo avanti. La mia lingua tocca il punto esatto dove il suo cazzo grosso entra nel culo stretto di mia moglie. Lecco la base di lui, le palle sudate, l’anello arrossato di lei. Il sapore è intenso, salato, suo e di lei mescolati. Renata urla e spinge indietro, impalandosi di più mentre io leccio. L’umiliazione è totale, nuda, e mi porta sull’orlo. Continuo a strizzarmi il cazzo piccolo finché il dolore si confonde col piacere.

Roman ruggisce basso e accelera. Le spinte finali sono selvagge, profonde, le palle che sbattono. Renata viene con un grido lungo che si spezza in singhiozzi: il culo che si contrae violentemente intorno a lui, il corpo che trema tutto. Lui sprofonda fino in fondo e si scarica. Lo vedo contrarsi, le anche che guizzano, e so che le sta riempiendo il culo di getti caldi, spessi. Lei ansima «sì… tutto… ti prego tenermelo…» mentre lui resta premuto, pulsando dentro.

Quando finalmente si ritira, un filo denso di sborra bianca lo segue fuori dal culo aperto di Renata. Lei resta a quattro zampe, ansimante, il buco che batte e cola. Io non resisto. Mi butto avanti e le leccio, la lingua che spinge dentro, pulendo, ingoiando quello che Roman le ha lasciato. Caldo, amaro, il sapore di un altro uomo nel posto più intimo di mia moglie. Lei mi accarezza i capelli con mano tremante. «Grazie, amore… grazie di leccarmi… ti prego continua…»

Roman si sistema i jeans solo a metà, il cazzo ancora semi-duro e lucido che pende pesante. Si siede sul bordo del divano, le gambe aperte, e osserva. «Notte lunga», ripete, la voce bassa. Renata si gira, ancora colando, e striscia verso di lui a carponi. Gli prende il cazzo tra le mani e lo accarezza di nuovo, lentamente, facendolo rinforzare sotto le dita. Poi mi guarda, gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa di più crudele. «Malik… stai a guardare. Ti prego. Voglio che lui mi prenda ancora. Tutte le buche. Voglio che tu resti duro e piccolo mentre io gli dico di sì.»

Io resto in ginocchio, il gusto di entrambi in bocca, la mano che non smette di muoversi sul mio cazzo ridicolo. L’afa preme più forte. Roman le passa una mano sul culo ancora aperto e rosso, poi le afferra un seno e la tira più vicino. Lei gli sussurra contro le labbra un altro «ti prego», e io sento che la notte sul tetto ha ancora ore intere da consumare. Il mio cuore batte come se volesse spezzarsi, e io confesso tutto questo perché non posso più fermarmi. Continuo a guardare, a leccare quello che cola, a segarmi umiliato mentre lei gli apre di nuovo le cosce e lo invita dentro per la terza, la quarta volta. Roman annuisce, lento, già pronto, e la notte non finisce.

Sono ancora in ginocchio sul pavimento caldo del tetto, la lingua impregnata del sapore misto che Roman le ha lasciato nel culo, quando Renata striscia più vicino a lui e gli apre di nuovo le cosce con le mani. Il suo cazzo, lucido e pesante, si rialza sotto le dita di lei come se non avesse appena pompato due cariche. Io resto lì, il mio piccolo cazzo stretto nel pugno, le dita che scivolano sul pre-sborra che cola continuo. L’afa preme sul petto come una seconda mano e il cuore mi batte così forte che temo lo sentano anche i panni stesi.

Roman la tira su senza parole, la fa sedere a cavalcioni ma di spalle, le gambe spalancate verso di me. Lei abbassa le natiche e lo allinea da sola, prima alla figa gonfia che ancora cola, poi, con un gemito lungo, lo sposta e se lo infila di nuovo nel culo. Lo vedo sparire centimetro dopo centimetro, l’anello arrossato che cede e lo inghiotte fino alle palle. Renata getta la testa all’indietro contro la spalla di lui e sussurra quel «ti prego» che ormai è diventato il suo mantra sporco. «Tutto… ti prego, tutto dentro… Malik, guarda come mi dilata…»

Io guardo. Non posso fare altro. Il fusto spesso di Roman entra e esce lento all’inizio, le natiche di lei che si aprono e si chiudono intorno a lui, il bianco denso che esce a ogni ritirata e cola giù verso la figa. Lei mi allunga una mano e mi tira la testa tra le sue cosce. «Lecca… ti prego, leccami la figa mentre me lo metto nel culo. Voglio sentire la tua lingua e il suo cazzo insieme.» Mi chino. La lingua mi scivola sulla fessura gonfia, sul clitoride duro, e di tanto in tanto sfiora le palle di Roman che battono. Il sapore è intenso, salato, carico di tutto quello che le hanno già messo dentro. Renata urla e spinge indietro, impalandosi di più, mentre la mia lingua lavora e la mia mano accelera sul cazzetto ridicolo.

Roman le afferra i seni da dietro, le pizzica i capezzoli fino a farla gemere, e aumenta il ritmo. Spinte lunghe, profonde, che la fanno avanzare verso il mio viso. «Tua moglie prende il culo come una puttana nata, Malik. Senti come è stretta. Digli quanto sei piena, Renata.»

Lei obbedisce tra i respiri spezzati. «Sono piena… il suo cazzo mi arriva dove il tuo non arriverà mai. Mi fa venire dal culo, amore… ti prego, continua a leccare… non smettere…» Le parole mi bruciano le guance e mi tengono duro come non sono mai stato con lei da solo. Continuo a leccare, a succhiare il clitoride, a sentire il cazzo di lui sfregarmi il naso ogni volta che entra a fondo. L’umiliazione è totale, nuda, e mi spinge sull’orlo; mi strizzo il glande per non venire, perché voglio restare in questo inferno il più a lungo possibile.

Dopo minuti che sembrano ore Roman la solleva di scatto, il cazzo che esce dal culo con un suono bagnato e un filo di sborra che lo segue. La gira di fronte a sé, le gambe intorno alla vita, e la ribatte giù sulla figa. Entra in un colpo solo, fino in fondo, e lei urla contro il suo collo. Poi la fa piegare in avanti, verso di me, le mani sul mio petto. «Succhiagli le palle mentre la scopo», ordina Roman. Renata non esita. Si china, prende le mie palle in bocca, le succhia con tenerezza crudele mentre lui la martella da dietro. Io gemo, la testa che gira, il contrasto tra la bocca calda di lei e il cazzo enorme che scompare nella sua figa a pochi centimetri dal mio viso. Vedo tutto: le labbra gonfie che lo inghiottono, i liquidi che schiumano, le vene in rilievo.

«Ti prego, Roman… più forte… falmi sentire che sono tua», ansima lei tra una succhiata e l’altra. Lui le dà una sberla sul culo che risuona nell’aria calda e accelera. Il suono è osceno, pelle bagnata che sbatte, palle che picchiano. Io mi segno più in fretta, la faccia in fiamme. Renata alza gli occhi su di me mentre succhia e viene scopata. «Il tuo posto è qui sotto, amore. Puoi solo guardare e leccare. Il suo cazzo mi riempie… mi fa donna… ti prego, non venire ancora, resta duro e piccolo per me.»

Roman la tira su di nuovo senza uscire, la tiene in piedi di spalle a lui, una gamba alzata. Entra e esce da sotto, potente, e mi ordina di mettermi in ginocchio davanti alla figa di lei. «Lecca il punto dove la chiavo. Ora.» La mia lingua tocca la base di lui, l’anello della figa di lei, i liquidi che cola no. Sento il fusto caldo scivolare contro la lingua a ogni spinta. Renata mi afferra i capelli e mi preme di più. «Sì… leccaci mentre mi fotte… ti prego, Malik… sono così bagnata per lui…»

Viene così, le cosce che tremano, un grido lungo che i vicini avrebbero potuto sentire. La figa si contrae intorno a Roman; lo sento gemere basso. Ma non si ferma. La fa scendere a quattro zampe di nuovo, le spinge la faccia contro il mio cazzo piccolo. «Tienilo in bocca senza succhiare. Solo tenerlo. Mentre io ti riempio il culo un’altra volta.» Renata apre le labbra e mi prende dentro, caldo e umido, ma non muove la testa. Io resto fermo, il mio cazzetto a riposo nella sua bocca mentre Roman le spalanca le natiche e rientra nel culo con una spinta lenta e inesorabile. Lei gorgoglia intorno a me, saliva che cola, e io vedo il monumento di lui sparire di nuovo in quel buco stretto.

Ogni botta la fa avanzare; i seni pendono e mi sfiorano le cosce. Roman le tira i capelli, obbligandola a tenere gli occhi aperti. «Digli. Digli che da stasera queste buche sono mie.»

Lei parla con la bocca piena del mio cazzo, le parole muffe e umide. «Sono sue… Malik… il tuo è troppo piccolo… lui mi rompe e mi riempie… ti prego, guardami…» Continuo a muovere la mano sul mio pene accanto alle sue labbra, lento, per non scoppiare. Il sapore del suo fiato caldo sul glande mi fa male di piacere. Roman accelera, spinte selvagge, le palle che sbattono. Renata viene di nuovo con me ancora in bocca, il corpo che si scuote, un gemito strozzato che vibra sul mio cazzo. Lui ruggisce e si scarica nel culo, le anche che guizzano, getti caldi che le pomp a dentro. Lo vedo contrarsi, lo sento gemere, e so che le sta riempiendo di nuovo.

Quando esce, un filo spesso di sborra bianca cola subito. Renata tira fuori il mio cazzo dalla bocca, ansimante, e mi spinge la testa verso il suo culo aperto. «Pulisci… ti prego, amore… leccami tutto.» Mi butto. La lingua spinge dentro, raccoglie, ingoia. Caldo, amaro, il sapore di Roman nel posto più intimo di mia moglie. Lei mi accarezza i capelli e geme di gratitudine. Roman resta in piedi, il cazzo ancora semi-duro che pende pesante e lucido. Si sistema a metà i jeans e osserva con quel mezzo sorriso sazio.

Renata si gira, ancora colando da entrambe le buche, e striscia verso di lui a carponi. Gli prende il cazzo tra le mani e lo accarezza lentamente, facendolo rinforzare di nuovo sotto le dita. Poi mi guarda, gli occhi lucidi di piacere e di quella crudeltà tenera che mi sta distruggendo. «Malik… stai a guardare tutta la notte. Ti prego. Voglio che lui mi prenda ancora, finché non riesco più a camminare. Voglio che tu resti duro e piccolo e confesso mentre io gli dico di sì a ogni buco.»

Io resto in ginocchio, il gusto di entrambi che mi riempie la bocca come un marchio, la mano che non smette di strizzarmi il cazzo ridicolo. Roman le passa una mano sul culo ancora aperto e rosso, le afferra un seno e la tira contro il petto. Lei gli sussurra contro le labbra un altro «ti prego» roco, e lui annuisce lento, già pronto a riprendere. L’afa non cala. Le luci di Milano restano lontane. Il mio cuore batte come se volesse spezzarsi e io confesso tutto questo perché non posso più fermarmi: continuo a guardare, a leccare quello che cola, a segarmi umiliato mentre lei gli apre di nuovo le cosce e lo invita dentro per la volta successiva. La notte sul tetto ha ancora ore intere da consumare, e io sono ancora qui, perso e duro, ad aspettare il prossimo «ti prego» che lei gli offrirà.

Sono ancora in ginocchio sul pavimento del tetto, la lingua pesante del sapore che mi ha lasciato nel culo, quando Renata gli apre di nuovo le cosce e se lo riallinea. Il cazzo di Roman, lucido di sborra e di lei, si rizza sotto le dita come un pezzo di carne viva che non conosce stanchezza. Io stringo il mio cosino ridicolo, il pre che mi cola sulle nocche, e sento l’afa premermi la gola mentre confesso a me stesso che non voglio che finisca, che voglio bruciare qui fino all’alba.

Roman la solleva di peso, la gira e la posa a cavalcioni ma di faccia a me, le gambe divaricate sul divano. Lei abbassa il culo e lo infila di nuovo nella figa gonfia con un gemito grosso, umido, che mi arriva dritto sul volto. «Ti prego… tutto… Malik, guardalo sparire.» Sparisce. Centimetro dopo centimetro quel fusto spesso dilata le labbra già rosse e stillanti, le vene che scompaiono dentro di lei fino alle palle. Renata mi afferra i capelli e mi tira la faccia contro il punto esatto dove i loro corpi si uniscono. «Lecca. Lecca la base mentre mi chiava. Voglio la tua lingua sul suo cazzo mentre mi fotte.»

La mia lingua esce. Lecco il fusto caldo che entra e esce, le palle sudate che battono, il clitoride duro di lei che sbatte contro il mio naso. Il sapore è denso, salato, carico di tutto quello che le hanno già pompato dentro. Roman accelera da sotto, spinte lunghe che la fanno avanzare e indietreggiare sul mio viso. «Tua moglie è una troia che vuole il naso del marito sul cazzo dell’altro», ringhia lui. «Digli quanto sei piena, Renata.»

«Sono piena fino in fondo, amore», ansima lei, gli occhi lucidi confessionali sui miei. «Il suo cazzo mi apre dove il tuo non arriva. Mi scopa come una cagna e io ti prego di restare a leccare. Ti prego, Malik, non alzarti. Resta a pulire.» Ogni botta produce un suono bagnato, schiumoso; i liquidi le colano sulle cosce e io li raccatto con la lingua, ingoiando, umiliato fino al midollo. Il mio cazzetto salta nella mano; mi strizzo il glande per non scoppiare, perché voglio restare duro e piccolo mentre lei viene.

Viene così, le cosce che mi stringono la testa, un urlo lungo che si spezza. La figa si contrae a scatti intorno a Roman; lo sento gemere basso contro il collo di lei. Ma non si ferma. La solleva, il cazzo che esce con un filo di bianco, e la ribalta a quattro zampe. «Culo. Adesso.» Lei abbassa la schiena, apre le natiche con le mani stesse e sussurra di nuovo quel «ti prego» rauco. Roman ci sputa sopra, grosso, e preme. L’anello arrossato cede millimetro dopo millimetro intorno alla testa enorme. Renata urla, le unghie conficcate nel cuscino, e allunga una mano verso il mio cosino. Lo afferra, lo strofina con tenerezza crudele mentre lui affonda tutto nel culo.

«Malik… senti… mi sta rompendo… è così grosso… il tuo non ci entrerebbe nemmeno la testa… ti prego, guardami mentre me lo metto tutto.» Roman spinge fino alle palle. Resta fermo un secondo, poi inizia a scoparla. Spinte profonde, cattive, il suono stretto e sporco di carne che cede. Io vedo ogni centimetro sparire nel buco di mia moglie, le natiche che si aprono e si richiudono, i segni rossi delle dita di lui. Mi chino e leccio il punto di unione: base di lui, anello di lei, sborra che già cola. Il sapore mi brucia la gola. Renata spinge indietro, impalandosi di più mentre la mia lingua lavora.

«Digli che da stasera queste buche sono mie», ordina Roman, tirandole i capelli. Lei obbedisce con la voce spezzata: «Sono sue, Malik. Il tuo cazzetto è inutile. Lui mi riempie il culo e la figa e la gola. Ti prego, continua a leccare la sua sborra fuori da me. Voglio vederti mangiare come un cagnolino.» Le parole mi fanno ardere le guance e mi tengono duro come ferro. Continuo a strizzarmi, lento, sul bordo dell’orgasmo, mentre lui la martella.

Roman esce di scatto, un filo denso di bianco che pende dal culo aperto di lei. «Gira. Figa.» La ribalta sulla schiena, le gambe piegate al petto, e rientra nella figa con un colpo solo. Lei urla contro la mia spalla. Poi mi tira la testa tra le sue tette e mi fa succhiare un capezzolo mentre lui la chiava a spinte secche. «Ti prego, Roman… più forte… falmi sentire che sono la tua troia… e tu, Malik, resta a guardare quel cosino mentre mi viene dentro di nuovo.»

Le spinte diventano finali. Renata viene di nuovo, il corpo ad arco, liquidi che schizzano. Roman ruggisce, sprofonda e si scarica. Lo vedo contrarsi, le anche che guizzano, e so che le sta pompando getti caldi nell’utero. Lei ansima «sì, tutto, ti prego tenermelo» mentre lui resta premuto, pulsando. Quando esce, un fiume di sborra bianca cola subito dalla figa aperta. Io mi butto. Lingua dentro, pulisco, ingoio, il sapore di un altro uomo che mi riempie la bocca come un marchio. Renata mi preme la faccia più a fondo. «Bevi… ti prego, bevi tutto quello che lui mi ha lasciato.»

Roman non le dà tregua. La tira su, la mette in ginocchio e le apre la bocca. «Pulisci questo.» Lei ci si butta, succhia il cazzo ancora semi-duro e lucido di sborra sua e di lei, scende fino in gola, gorgoglia, saliva e bianco che le cola sul mento. Io resto a un palmo, le leccio il mento, le guance, le lacrime. Roman le tiene la testa e le scopa la gola a spinte lunghe. «Tua moglie ingoia come una puttana affamata, Malik. Guarda. Guarda come le fa male ed è felice.»

Lei tira fuori, un filo lungo che collega le labbra alla testa gonfia, e si volta verso di me con gli occhi lucidi. «Adesso entrambi. Ti prego.» Roman la fa sdraiare di nuovo, le apre le gambe. Entra nella figa. Poi mi ordina: «Cazzo piccolo nella bocca. Ora. Mentre la chiavo.» Renata apre le labbra e mi prende il cosino dentro, caldo e umido, senza succhiare, solo tenendolo fermo come gli ha detto. Io gemo, il contrasto atroce: la bocca di mia moglie sul mio pezzetto ridicolo mentre il monumento di Roman scompare e riappare nella sua figa a pochi centimetri. Vedo tutto. Lecco i loro liquidi che colano, le palle di lui che mi sfiorano il mento.

Roman accelera. Spinte selvagge. Renata viene con me ancora in bocca, il gemito che vibra sul mio glande. Lui esce, le gira il culo e rientra lì, lento e inesorabile. «Tienilo in bocca», ripete. Lei gorgoglia intorno al mio cazzetto mentre il suo culo viene riempito di nuovo. Ogni botta la fa avanzare; i seni mi sfiorano le cosce. Roman le tira i capelli. «Digli. Digli che sei piena di me e che lui può solo stare sotto a farsi succhiare il cosino.»

«Sono piena di te… Malik… il tuo è troppo piccolo… lui mi rompe e mi riempie… ti prego, guardami venire di nuovo…» Lei viene, il culo che si contrae, e Roman si scarica per l’ennesima volta, getti caldi che le pomp a dentro il buco stretto. Quando esce, un fiume bianco cola. Renata tira fuori il mio cazzo, ansimante, e mi spinge la faccia contro il culo aperto. «Pulisci. Tutto. Adesso.»

Mi butto. Lingua a fondo, raccatto, ingoio, il sapore amaro e caldo di Roman che mi scende in gola. Lei mi tiene i capelli e geme. Roman si sistema solo a metà i jeans, il cazzo ancora pesante e lucido che pende. La tira su, la fa sedere a cavalcioni di spalle, e se lo infila di nuovo nella figa. «Lecca le palle mentre salgo e scendo», ordina a me. Io leccio. Palle sudate, base del cazzo, figa di lei che si dilata intorno a lui. Renata salta sul cazzo di Roman, le tette che ballonzolano, e continua a ripetere «ti prego… ti prego… riempimi ancora… Malik, resta a leccare come il cuckold che sei».

Roman la solleva, la gira, la mette a quattro zampe un’ultima volta. Entra nel culo con una spinta secca. Lei urla. Poi mi afferra il cosino e lo strofina contro le sue labbra mentre viene martellata. «Vieni. Adesso. Sulla mia faccia. Mentre lui mi riempie il culo. Ti prego, Malik, sborrami in faccia come il piccolo marito inutile che sei.»

Non resisto. La mano vola. Il mio orgasmo arriva brutto, umiliante, getti deboli e sparsi che le colano sulle guance, sulle labbra, sul naso. Lei li lecca, li mescola alla saliva e al bianco di Roman che già le cola dal culo. Roman ruggisce e si scarica di nuovo, le anche che guizzano, pompando l’ultimo carico caldo dentro di lei. Quando esce, sborra di entrambi le cola dalle due buche, le cosce lucide, il divano macchiato.

Renata resta a quattro zampe, ansimante, il culo e la figa che battono e colano. Io, ancora in ginocchio, leccio tutto: figa, culo, cosce, il bianco misto che scende. Roman le passa una mano sul culo aperto, le spalma la sua sborra sulle labbra e me la fa leccare di nuovo. Lei mi guarda di traverso, gli occhi vuoti di tenerezza, pieni solo di fame. «Ancora», sussurra a lui. «Ti prego, ancora. Usami finché non cammino. E tu, Malik, resta a mangiare la sborra che mi cola dal culo mentre lui mi riapre le buche.»

Roman annuisce, il cazzo che già si rizza di nuovo sotto le dita di lei. La posiziona, le spalanca le natiche e preme di nuovo contro l’anello arrossato. Io resto sotto, bocca aperta, pronto a raccogliere tutto quello che uscirà. L’afa preme. Le luci di Milano restano lontane. Il mio cosino floscio e sporco pende tra le gambe mentre la lingua mi esce già per il prossimo filo bianco.

Renata geme lungo mentre il cazzo di Roman sparisce di nuovo nel suo culo e io, a bocca spalancata sotto di lei, bevo la sborra calda che le cola dritta in gola.

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