Arrampicata Privata con la Madre del Mio Coach

Luca aiuta Sonia, la focosa mamma del suo coach, a scalare la parete e finisce per scoparla selvaggiamente.

19 min read August 27, 2026New

Luca parcheggiò lo scooter davanti alla villa bianca immersa nel verde, il cuore che batteva più forte del solito. Aveva vent’anni e l’arrampicata gli scorreva nelle vene come una febbre continua; il coach Sullivan gli aveva concesso una sessione privata sulla parete indoor della sua proprietà, un privilegio che di solito non toccava a nessuno. Salì i gradini del portico, zaino sulle spalle, e suonò. La porta si aprì e al posto del coach comparve lei.

Sonia.

Quarantotto anni, corpo tonico da ore di palestra e curve generose che i leggings neri attillati e il top sportivo bianco non facevano nulla per nascondere. I seni prosperosi premevano contro la stoffa sottile, i capezzoli appena accennati dal tessuto tecnico. I capelli castani raccolti in una coda alta lasciavano scoperta la linea del collo sudata e profumata di crema. Lo sguardo di Sonia si posò su di lui e un sorriso lento, complici, gli aprì le labbra.

«Luca. Finalmente.» La voce era calda, roca. «Sullivan è rimasto bloccato in città. Ha detto di farti comunque allenare. Entra.»

Lui varcò la soglia, sentendo già il calore salire. Nell’atrio ampio, mentre chiudeva la porta alle spalle, Sonia si voltò e lo fissò senza pudore, gli occhi scuri che scendevano sul suo petto stretto nella canottiera, poi più in basso.

«Ti osservo da mesi, sai?» disse mentre lo guidava verso la palestra privata annessa. «Dalla tribune, durante gli allenamenti. Quel culo sodo quando ti tiri su, le braccia tese, il sudore che ti cola lungo la schiena… Mi bagno solo a guardarti. Ho fantasticato su di te più volte di quanto sia disposta ad ammettere a voce alta.»

Luca sentì il cazzo muoversi nei pantaloncini. Sapeva di essere rosso fino alle orecchie, ma non distolse lo sguardo. «Io… da mesi, Sonia. Ogni volta che ti vedevo venire a prendere Sullivan, o quando restavi a bordocampo in quei leggings… Mi segavo pensando a te. Alle tue tette, a come saresti stretta intorno al mio cazzo. Non ti mento.»

La tensione erotica scattò tra loro come una corda tesa. Sonia emise un piccolo suono di approvazione e gli fece cenno di seguirla nella sala arrampicata: una parete artificiale alta otto metri, prese colorate, materassini spessi a terra, luce soffusa dai faretti. L’aria odorava di gesso e di corpo caldo.

«Allora scaliamo,» mormorò lei. «Io ti guido. Per sicurezza.»

Luca si legò l’imbrago, ma Sonia scosse la testa. «Niente imbrago oggi. Solo mani e piedi. Io sto sotto di te.»

Iniziò a salire. Le prese erano facili all’inizio, ma ogni volta che si stendeva, Sonia si posizionava proprio sotto, le mani che sfioravano le sue cosce per “correggere” l’appoggio del piede. Le dita di lei scivolavano più in alto del necessario, accarezzando l’interno della coscia, poi il sodo del sedere attraverso i pantaloncini sottili. Il respiro di Luca si faceva affannoso; quello di Sonia più pesante ancora. Sudavano entrambi. Quando lui si sporse per una presa laterale, le sue dita gli strinsero una chiappa e rimasero lì un secondo di troppo.

«Così,» sussurrò lei dal basso, guardandolo dritto negli occhi mentre lui si voltava. «Ti sto toccando perché voglio. Non solo per la tecnica.» La mano gli risalì ancora, sfiorando i testicoli attraverso la stoffa. «Dimmi la verità, Luca. Vuoi toccarmi come sto toccando te? Vuoi mettere le mani sulle mie tette, sul mio culo, nella mia figa bagnata?»

Il sangue gli ruggì nelle orecchie. «Sì. Cazzo, sì. Voglio tutto.»

Scese di uno scatto. Sonia lo afferrò per la canottiera e lo tirò contro di sé. Si baciarono con una fame grezza, lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra. Lei gli premette il bacino contro l’erezione dura, gemendo nel bacio. Le mani di Luca scesero subito: affondarono sotto il top, strinsero i seni pesanti e caldi, pollice e indice che arrotolarono i capezzoli già duri. Sonia si inarcò.

«Spogliami,» ansimò. «O almeno il top. Voglio che mi succhi le tette mentre ti succhio il cazzo.»

Si liberarono in fretta. Il top sportivo volò via, i seni generosi di Sonia saltarono fuori, pesanti, capezzoli scuri e turgidi. Luca se li portò alla bocca mentre lei gli abbassava i pantaloncini e i boxer. Il suo cazzo schizzò fuori, grosso, venoso, già lucido di precome. Sonia si inginocchiò sul materassino, lo guardò dal basso con gli occhi lucidi di voglia e gli aprì le labbra intorno al glande.

Lo succhiò con avidità. Lingua piatta che leccava dal frenulo fino alla base, poi bocca che lo inghiottiva fino in fondo, gola che si apriva e lo prendeva tutto. Bagnava, sbavava, faceva rumori osceni e umidi. Una mano gli massaggiava le palle, l’altra gli stringeva la base. Luca le tenne i capelli, spingendo piano ma deciso, guardandola mentre le lacrime di sforzo le luccicavano agli angoli degli occhi. Ogni tanto lei si staccava, fili di saliva che collegavano le labbra al cazzo, e mormorava: «Che sapore buono… lo volevo da mesi.» Poi di nuovo in gola, fino a far gorgogliare.

Quando sentì di essere troppo vicino, la sollevò di peso. Sonia rise, un suono basso e eccitato. Luca la girò, la piegò in avanti contro la parete di arrampicata, le mani di lei che afferravano due prese salde. Le tirò giù i leggings insieme alla perizoma nera; il culo sodo e rotondo gli si offrì, la figa già lucida, labbra gonfie e aperte. Si accostò, le sfregò il glande su e giù lungo la fessura bagnata, poi spinse dentro con un colpo profondo e deciso.

«Oh cazzo… sì…» gemette Sonia, la schiena inarcata. «Più a fondo. Spaccami.»

Luca la scopò da dietro con spinte ritmiche e profonde, le mani che le stringevano i fianchi con forza abbastanza da lasciare segni. Il suono umido di pelle contro pelle riempiva la sala. Ogni tanto le tirava uno schiaffo sonoro su una chiappa, facendola arrossare e contraendo la figa intorno a lui. «Più forte,» ansimava lei. «Schiaffeggiami il culo e scopami come una troia. Sono la mamma del tuo coach e sto prendendo il tuo cazzo giovane fino in fondo…»

Lui accelerò, sudore che gli colava lungo il torace e le gocce cadevano sulla schiena di lei. Poi la girò di nuovo, la stese sul materassino spesso. Si mise sopra, le gambe di Sonia che gli si avvolsero subito intorno alla vita, caviglie incrociate sulla schiena. Entrò di nuovo, questa volta faccia a faccia. Le strinse i seni con entrambe le mani, li schiacciò insieme, leccò e succhiò i capezzoli a turni mentre martellava la figa con colpi lunghi e potenti. Sonia digrignava i denti, poi apriva la bocca in gemiti alti e rochi.

«Luca… così… mi fai venire… strizzami le tette, leccami, non fermarti…»

I loro corpi scivolavano uno sull’altro, sudati, la figa di lei che schizzava a ogni spinta. Lui le mordicchiò un capezzolo e lei esplose: si contrasse forte intorno al cazzo, un orgasmo lungo e rumoroso che le fece gridare il suo nome e graffiargli le spalle. Luca non si fermò; continuò a scoparla attraverso le ondate, sentendo la stretta calda e pulsante, finché il piacere lo travolse a sua volta. Sborrò dentro di lei con gemiti bassi e gutturati, getti caldi che la riempivano mentre lui le teneva i fianchi inchiodati al materassino.

Rimasero così per lunghi secondi, ansimanti, il cazzo ancora dentro che dava gli ultimi spasmi. Il sudore li rendeva lucidi sotto i faretti. Sonia gli accarezzò i capelli umidi, gli baciò la tempia, ma negli occhi le brillava già qualcosa di più affamato, non sazio.

«Non abbiamo finito,» sussurrò contro il suo orecchio, la voce ancora rotta dal piacere. «Sullivan non torna prima di sera. C’è la doccia di pietra in giardino… e voglio che mi lecki la figa finché non mi fai squirtare sul tuo viso. Poi voglio montarti io, sentire il tuo cazzo di nuovo duro mentre ti guardo negli occhi e ti dico quanto sono stata cattiva a scoparmi il tuo allievo.»

Luca sentì il sangue tornare a fluire, nonostante l’orgasmo appena passato. La guardò, le mani ancora sui suoi seni morbidi e caldi, e sorrise con una fame che non era affatto placata. Fuori, il sole del pomeriggio filtrava dalle vetrate; dentro, l’odore di sesso e gesso si mescolava. Sonia si mosse sotto di lui, la figa che lo strinse di nuovo in un brivido deliberato, e lui capì che l’arrampicata privata era solo all’inizio.

Si alzarono ancora intrecciati, il cazzo di Luca che scivolò fuori con un suono umido e un filo denso di sborra che gli colò lungo la coscia. Sonia lo raccolse con due dita, se le portò alle labbra e le leccò lente, gli occhi fissi nei suoi. «Dolce come pensavo», mormorò. «Adesso portami fuori. Voglio sentire l’aria fresca sulla figa piena di te mentre mi mangi.»

Uscirono dalla sala arrampicata a piedi nudi, attraversando il corridoio di pietra fredda. Il giardino era un’oasi chiusa da alte siepi e muri di pietra antica; al centro, sotto un pergolato di glicine, stava la doccia esterna: una piastra di ardesia nera, getti multipli che uscivano da un muro di roccia grezza, acqua già tiepida perché Sonia aveva premuto il rubinetto con un sorriso complice. Il sole del tardo pomeriggio filtrava tra le foglie e disegnava chiazze dorate sulla pelle sudata di entrambi.

Sonia si spogliò del tutto dei leggings già abbassati e rimase nuda, i seni pesanti che ballonzolavano a ogni passo, il triangolo scuro tra le cosce lucido di liquido misto. Si posizionò sotto il getto principale, l’acqua che le scorreva sulle spalle, le scendeva tra le tette, le bagnava la pancia e le colava lungo le labbra della figa già gonfie. «In ginocchio», ordinò con voce roca. «Leccami finché non squirtо sul tuo viso da bravo ragazzo.»

Luca obbedì subito. Le ginocchia sul basamento di pietra bagnata, le mani che le aprirono le cosce. L’odore di sesso e di crema che usava Sonia gli salì al naso; la figa era aperta, rosata, le labbra interne brillanti di sborra e di succo suo. La leccò dal basso verso l’alto con la lingua piatta, raccogliendo tutto, poi si concentrò sul clitoride già turgido, succhiandolo tra le labbra mentre due dita scivolavano dentro di lei, curvate verso l’alto. Sonia gemette alto, le mani nei suoi capelli bagnati, spingendo il bacino contro la sua bocca.

«Così… più a fondo… usa la lingua come un cazzo», ansimò. Luca obbedì, la penetrò con la lingua, la fuckingò lentamente mentre il pollice le massaggiava il clitoride in cerchi stretti. L’acqua gli scorreva sulla schiena, ma lui non se ne curava; beveva da lei, la sentiva stringersi, i muscoli interni che pulsavano. Sonia alzò una gamba e gliela appoggiò sulla spalla, aprendosi di più. «Guarda come mi bagno per te… sono la troia della mamma del tuo coach e sto per squirtarti in faccia.»

Le dita di Luca accelerarono, tre adesso, che entravano e uscivano con schizzi umidi. La lingua premeva forte sul clitoride. Sonia iniziò a tremare, le cosce che gli stringevano la testa. «Sto… sto venendo… non togliere la bocca…» Un gemito gutturali le uscì dal petto e poi lo scatto: un getto caldo e potente le uscì dalla figa, colpendo le labbra e il mento di Luca, bagnandolo di liquido trasparente e dolciastro. Continuò a leccare e succhiare mentre lei squirttava a ondate, il corpo che si contorceva, le unghie che gli graffiavano il cuoio capelluto. «Cazzo sì… bevi tutto…»

Quando i spasmi calarono, Sonia lo tirò su di peso e lo baciò a bocca aperta, assaggiando se stessa sulla sua lingua. Il cazzo di Luca era di nuovo duro come pietra, pulsante contro la pancia di lei. «Adesso montami io», sussurrò. Si spinsero contro il muro di roccia della doccia. Luca si sedette su un basso gradino di pietra liscia, schiena appoggiata, e Sonia gli si straddleò sopra, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi. Afferrò il cazzo con una mano, lo sfregò su e giù tra le labbra bagnate, poi si abbassò di colpo, inghiottendolo fino alla base in un solo movimento fluido.

«Ohhh… che pieno…», gemette, la testa all’indietro, i capelli castani già zuppi che le scendevano sulla schiena. Iniziò a muoversi, salendo e scendendo con il bacino ondulatorio, le tette che ballonzolavano davanti alla faccia di Luca. Lui le afferrò, le strinse forte, i pollici che strofinavano i capezzoli duri mentre lei lo cavalcava con ritmo sempre più veloce. L’acqua della doccia li bagnava entrambi, scivolava tra i loro corpi, rendeva ogni contatto più lubrificato e osceno. Il suono era un mix di pelle bagnata che sbatteva, di gemiti e di acqua che scrosciava.

Sonia si piegò in avanti, gli mise le mani sulle spalle e lo guardò dritto negli occhi mentre strizzava la figa intorno a lui a ogni discesa. «Mi piace guardarti mentre ti prendo», ansimò. «Il figlio del mio marito non sa che la sua mamma sta scopando il suo allievo preferito come una puttana affamata. Dimmi quanto ti piace. Dimmi che mi scopi meglio di quanto potresti mai scopare una ragazzina.»

«Mi piace da morire», rispose Luca con la voce spezzata, spingendo i fianchi verso l’alto per incontrarla. «La tua figa è stretta e calda e mi fa sborrare il cervello. Voglio riempirti di nuovo. Voglio vederti venire sul mio cazzo mentre mi chiami puttana.» Le diede uno schiaffo leggero su una chiappa bagnata, poi più forte. Sonia rise di piacere e accelerò, saltellando su di lui con forza, il clitoride che sfregava contro la base del suo cazzo a ogni colpo.

Si baciarono di nuovo, lingue che si combattevano, denti che mordicchiavano. Luca le morse un capezzolo e lo tirò delicatamente con i denti; Sonia strinse di scatto e venne una seconda volta, più corta ma intensa, la figa che lo mungeva a spasmi. Lui resistette, le tenne i fianchi e continuò a spingere dal basso finché lei non riprese fiato. Poi la sollevò, ancora infilata, e la girò di schiena contro il muro di roccia. Le gambe di Sonia gli si avvolsero intorno alla vita; lui la tenne sollevata e la scopò in piedi sotto il getto d’acqua, spinte profonde e verticali che facevano sbattere le sue chiappe contro la pietra.

«Più forte… usami», ansimava lei contro il suo collo. «Lascia segni. Voglio sentire il tuo cazzo per giorni.» Luca obbedì, accelerando, il corpo tutto muscoli tesi dall’arrampicata e dall’orgasmo precedente. L’acqua gli colava negli occhi, ma non smetteva di guardarla: le labbra aperte, gli occhi socchiusi di piacere, i seni che sbattevano a ogni botta. Le portò una mano tra i corpi e le strofinò il clitoride con il pollice, circoli rapidi e precisi. Sonia gridò, un suono acuto che si perse tra le siepi, e venne di nuovo, squirtando un po’ anche stavolta, il liquido che si mescolava all’acqua della doccia e gli scendeva sulle cosce.

Luca era al limite. La fece scendere, la girò di nuovo e la piegò in avanti, le mani di lei che si aggrappavano alle prese di roccia naturali del muro. Entrò da dietro con un colpo solo, fino in fondo, e iniziò a martellarla con ritmo selvaggio. Le chiappe di Sonia, sode e arrossate dagli schiaffi precedenti, rimbalzavano sotto i suoi colpi. Lui le afferrò i capelli bagnati, le tirò indietro la testa e le parlò all’orecchio mentre la scopava: «Sei la mia troia di mezz’età. Mi fai venire solo a pensare a come mi guardi dalla tribune. Adesso ti riempio di nuovo.»

Sonia spingeva indietro il culo per prenderlo più a fondo. «Sborra dentro… voglio sentirti pulsare… poi voglio leccarti pulito e farti indurire un’altra volta. Sullivan non torna prima delle otto. Abbiamo ore.» Luca sentì l’orgasmo arrivare come un’onda. Affondò fino alle palle, gemette basso e sborrò a getti lunghi e caldi, riempiendola di nuovo mentre lei contraeva la figa per mungerlo fino all’ultima goccia. Rimasero bloccati così, ansimanti, l’acqua che lavava via il sudore ma non l’odore di sesso.

Quando tirò fuori, un rivolo bianco le scese lungo la coscia interna. Sonia si voltò, si inginocchiò di nuovo sotto la doccia e gli prese il cazzo ancora semi-duro in bocca, leccandolo pulito con cura languida, succhiando la sborra e i suoi liquidi misti. Lo fece con occhi alzati, le labbra gonfie intorno a lui, finché non lo sentì rigonfiarsi di nuovo tra la lingua e il palato. Si staccò con un pop umido e sorrise, una mano che gli massaggiava le palle.

«Ancora non basta», disse. L’acqua le scorreva sul viso, le faceva brillare le ciglia. «Voglio che mi porti su quella panca di legno laggiù, sotto il glicine. Voglio che mi metta a novanta, che mi apra le gambe e che mi scopi lentamente, guardandomi, finché non ti prego di andare più forte. E dopo… c’è la camera degli ospiti al piano di sopra. Ho un set di manette imbottite e un plug anale che non ho mai usato con nessuno. Voglio che tu sia il primo a mettermelo mentre mi lecchi e mi scopi. Vuoi legarmi, Luca? Vuoi farmi tua completamente mentre il sole tramonta e aspettiamo che torni mio figlio?»

Luca la sollevò di nuovo, le mani che le palpavano il culo bagnato e pieno di sborra. Il sangue gli ruggiva ancora nelle vene, il cazzo già di nuovo teso. La baciò sul collo, le morse la spalla abbastanza da lasciare un segno rossastro. «Sì. Ti lego. Ti apro. Ti uso finché non riesci più a camminare dritta. E quando Sullivan tornerà, saprà solo che ti sei allenata sodo.»

La portò verso la panca di legno sotto il pergolato, l’erba fresca sotto i piedi. Sonia camminava un po’ a gambe aperte, la figa che gocciolava ancora. Si distese sulla panca, le gambe divaricate, le braccia alzate sopra la testa in un’offerta deliberata. Luca si chinò su di lei, le leccò un seno, poi l’altro, scese sulla pancia, la baciò sull’osso del pube. La tensione non calava; anzi, ogni secondo che passava senza che lui entrasse di nuovo la faceva contorcere di bisogno. Fuori il sole scendeva piano, le ombre si allungavano, e dentro di loro la fame cresceva di nuovo, grezza e irrisolta, pronta a bruciare tutto il resto del pomeriggio.

Luca la adagiò sulla panca di legno sotto il glicine, l’erba fresca che gli solleticava i piedi nudi e l’aria del tardo pomeriggio che gli accarezzava la schiena ancora umida. Sonia si abbandonò con le braccia alzate sopra la testa, i seni pesanti che si spandevano ai lati, le cosce già divaricate in un invito sfacciato. La figa luccicava di sborra e di succo fresco, le labbra gonfie e socchiuse; un filo bianco le colava ancora verso il buco del culo. Luca si chinò, le leccò l’interno di una coscia, poi l’altra, salendo lento finché non affondò la lingua dritto nella fessura calda. Lei gemette e allargò di più le ginocchia.

«Guardami mentre mi mangi», ansimò. «Voglio vedere i tuoi occhi quando mi fai squirtare di nuovo.»

Lui obbedì, gli occhi chiari confitti nei suoi mentre succhiava il clitoride turgido e spingeva tre dita curve fino a toccarle quel punto spugnoso che la faceva contorcere. Sonia alzò il bacino, i talloni che premevano contro il legno. L’acqua della doccia le stava ancora asciugando a chiazze sulla pelle; il sole filtrava tra i grappoli viola e le disegnava strisce dorate sul ventre. Luca leccò, succhiò, fotté con la lingua e con le dita finché lei non scoppiò di nuovo: un getto caldo e improvviso gli schizzò sul mento e sul petto, il corpo che si inarcò con un grido rauco. Continuò a bere da lei, le labbra chiuse intorno alla figa pulsante, finché i tremiti non calarono.

Solo allora si alzò, si passò una mano sul cazzo già di nuovo dritto e lucido, e se lo guidò tra le labbra bagnate. Entrò centimetro dopo centimetro, guardandola dritto in faccia. «Lenta», sospirò Sonia. «Voglio sentire ogni vena. Voglio che mi riempia piano finché non ti prego.»

Luca spingeva con lunghe pedalate controllate, le mani che le tenevano le caviglie aperte, i pollici che le strofinavano l’interno delle cosce. Ogni volta che affondava fino in fondo le ossa del bacino battevano contro le sue chiappe; ogni volta che ritraeva vedeva il suo cazzo uscire lucido di bianco e di rosa. Sonia teneva lo sguardo, le pupille dilatate, la bocca semiaperta. «Più forte adesso… cazzo, Luca, spaccami. Sono la mamma del tuo coach e sto prendendo il tuo cazzo giovane come una troia di strada. Dimmi quanto è stretta.»

«Stretta e calda e mia», ringhiò lui, accelerando. Le chiappe sbattevano contro il legno con suoni umidi e ritmati. Le afferrò i seni, li strinse fino a farle venire i capezzoli scuri tra le dita, li tirò mentre martellava. Sonia venne di nuovo, la figa che lo strizzava a ondate, un gemito lungo che si spezzò in singhiozzi di piacere. Luca resistette, continuò a scoparla attraverso l’orgasmo, il sudore che gli rigava la schiena, finché non la sentì ammorbidirsi e riaprirsi affamata.

La sollevò di peso, ancora infilata, e la portò verso la casa. Attraversarono il corridoio di pietra a passi frettolosi, i corpi che si strofinavano, il cazzo che scivolava dentro e fuori a ogni movimento. La camera degli ospiti era al piano di sopra: lettone con testiera di ferro battuto, lenzuola bianche, luce soffusa dai vetri oscurati. Sonia gli indicò il cassetto del comodino con un sorriso lubrico. Luca lo aprì: manette imbottite di velluto nero, un plug anale di silicone nero con la base a forma di gioiello, un flaconcino di lubrificante.

«Legami», sussurrò lei, già distesa a pancia in su, le braccia tese verso le sbarre. «Fammi tua. Usami.»

Le chiuse i polsi uno dopo l’altro, i click metallici che suonavano definitivi. Sonia tirò, provò la resistenza, e gemette di puro eccitamento. Luca le aprì le cosce, le versò il lubrificante freddo tra le chiappe, lo spalò con due dita intorno al buco stretto e rosato. Poi avvicinò il plug, lo fece girare, lo spinse piano mentre le leccava il clitoride. Sonia ansimava, la schiena che si inarcava contro i vincoli. «Dentro… tutto… voglio sentirlo mentre mi scopa.»

Il plug scivolò fino alla base con un piccolo pop. Lei lo strinse, lo tenne, gli occhi lucidi. Luca le leccò la figa intorno al silicone, succhiò le labbra gonfie, spinse la lingua accanto al plug finché non la sentì squirtare di nuovo, un getto più debole ma dolce che gli bagnò la bocca. Solo allora si alzò sulle ginocchia, le sollevò le cosce e conficcò il cazzo nella figa piena. Il plug la rendeva ancora più stretta; ogni spinta la faceva gemere più alto.

«Cazzo che piena… due buchi… la mamma del coach che si fa sfondare dal suo allievo», ansimava lei, le manette che tintinnavano. Luca la scopò con spinte profonde e selvagge, le mani che le schiacciavano i seni, i denti che le graffiavano i capezzoli. Di tanto in tanto le dava uno schiaffo leggero sulla coscia interna o sulla chiappa, facendola contrarre intorno a lui e al plug. «Più forte… usami come un buco… sborra e rimettimelo…»

La girò quanto i vincoli permettevano, la mise a pecora con il culo alto. Il plug scintillava tra le chiappe. Luca lo afferrò, lo mosse dentro e fuori mentre la fotteva, un doppio ritmo osceno. Sonia urlò nel cuscino, venne di nuovo a spasmi lunghissimi, la figa che lo mungeva. Lui non si fermò; tirò fuori il plug, lo sostituì con due dita, poi con tre, aprì il buco anale mentre il cazzo continuava a martellarle la figa. «Vuoi il cazzo anche lì?», chiese rauco.

«Sì… mettilo… voglio sentirti ovunque.»

Lui spalmò altro lubrificante, ritirò il cazzo dalla figa e lo premette contro l’anello stretto. Entrò piano, lasciandole il tempo di aprirsi, finché non fu sepolto fino alle palle. Sonia gemette un suono grosso e rotto, le unghie che grattavano le sbarre. Luca iniziò a muoversi, corti colpi all’inizio, poi più lunghi e profondi. Una mano le raggiunse il clitoride, lo strofinò in cerchi rapidi. Lei venne quasi subito, l’ano che pulsava intorno a lui, un orgasmo che le scosse tutto il corpo legato. Luca affondò, gemette e sborrò a getti caldi dentro il culo stretto, riempiendola mentre lei continuava a contrarsi.

Rimasero bloccati, ansimanti. Lui uscì lentamente, un rivolo di sborra che le colò dal buco rosato. Le slacciò le manette, le massaggiò i polsi, la girò e la baciò con lingua lenta e possessiva. Sonia lo tirò sopra di sé, gli fece ri-entrare il cazzo ancora semi-duro nella figa zuppa, e lo strinse. «Ancora un po’… piano… voglio sentirlo mentre riprende.»

Si mossero così per lunghi minuti, un ritmo pigro e umido, sudore e liquidi che schizzavano. Luca le succhiava il collo, le mordeva la spalla, le parlava all’orecchio di quanto fosse una puttana perfetta, di come l’avrebbe rivolta ogni volta che Sullivan fosse assente. Sonia rideva e gemiva, cavalcava dal basso, lo faceva indurire di nuovo completamente. Alla fine lo fece venire ancora una volta, questa volta in gola: si chinò tra le sue gambe, lo succhiò fino all’ultima goccia, lo leccò pulito e si strinse contro il suo petto.

Il sole era quasi tramontato. Le ombre riempivano la stanza. Giaccevano nudi e lucidi, le dita intrecciate, il respiro che si calma va a poco a poco. Sonia gli accarezzò il petto, gli baciò il capezzolo, poi sussurrò contro la pelle: «Sullivan sa tutto. È stato lui a dirmi di restare, a inventare la scusa della città. Voleva offrirti un regalo… e io volevo te da mesi.»

Luca chiuse gli occhi, sorrise stanco e sazio, e solo allora capì che l’arrampicata privata non era mai stata un privilegio casuale: era stata la trappola perfetta tesa da madre e figlio insieme.

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