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Scommessa Persa nel Gelo: La Fioraia Che Volevo Da Anni

Una fioraia di trentadue anni perde apposta una scommessa con l’avvocata trentacinquenne che la desidera da anni e finisce a farsi scopare tra i fiori del

12 min read September 26, 2026New

Il gelo del mercato invernale di quella piccola città toscana morderà le ossa di chiunque, ma Camila, fioraia di trentadue anni con le mani sempre sporche di terra umida e il corpo morbido che si premeva contro il grembiule di lana, sembrava immune. Stava sistemando i mazzi di rose congelate quando la vide di nuovo: Ingrid, l’avvocata trentacinquenne arrogante e ricca che da anni la divorava con lo sguardo senza mai nasconderlo del tutto. Cappotto di cashmere nero, scarpe che costavano più del suo intero bancone, labbra strette in quel sorrisetto da puttana di lusso che faceva venire il caldo tra le cosce anche a cinque gradi sotto zero.

«Camila», disse Ingrid avvicinandosi, la voce bassa e vellutata. «Sempre così… sudicia. Mi piace.»

Camila alzò gli occhi, sentendo già il prurito tra le labbra della figa. Sapeva cosa voleva quella donna. Lo sapevano entrambe da anni, da quando Ingrid aveva iniziato a comprare fiori solo da lei, restando troppo a lungo, le dita che sfioravano i petali come se fossero capezzoli.

Ingrid prese un mazzo di rose rosse dal bancone, lo strinse contro il seno sodo. «Facciamo una scommessa. Se indovini quante rose rosse ho in mano… ti compro tutto il banco. Ogni fiore, ogni vaso. Altrimenti… passi una serata da me. A riscaldarmi. Come si deve.»

Camila sentì il cuore batterle tra le gambe. Guardò il mazzo: dieci, dodici? Non importava. Entrambe sapevano che era un pretesto, una scusa sporca per cedere finalmente a quella voglia che le rodeva da troppo tempo. «Diciamo… undici», rispose Camila, la voce già roca.

Ingrid sorrise, aprì il mazzo. Quattordici. «Hai perso, fioraia. Ma lo sapevi già, vero? Ti vedo bagnata da qui.»

Camila non rispose. Sentì solo il sangue scendere dritto alla figa.

Al tramonto, quando il mercato era deserto e lei stava chiudendo la serranda del negozio ormai vuoto di clienti, Ingrid tornò. Entrò senza bussare, chiudendosi il freddo alle spalle. L’aria odora di terra, di petali marci e di desiderio vecchio di anni.

«Ho barato», ammise Ingrid subito, togliendosi il cappotto. Sotto aveva solo una camicetta di seta sottile e una gonna stretta. «Ho messo le rose io. Quattordici. Volevo perderti. Ti voglio da anni, Camila. Ti guardo mentre infili le mani nella terra e penso a quelle stesse dita dentro la mia fica. Ti immagino in ginocchio, con la bocca piena del mio sapore. Sono venuta più volte pensando a te che mi lechi come una cagna affamata.»

Camila sentì il calore esploderle nel basso ventre. Le mutandine erano già fradice. Guardò Ingrid, quella faccia da avvocata superiore, gli occhi scuri pieni di lust. Decise. Consapevolmente. Perso apposta. Si avvicinò, la afferrò per i fianchi e la baciò per prima, spingendola dura contro il bancone di legno tra i fiori sparsi. Lingue che si azzuffavano, denti che morsiavano labbra. Ingrid gemette nella sua bocca.

«Cazzo, sei già bagnata», sussurrò Camila mentre le mani di Ingrid le alzavano il grembiule, le strappavano i pantaloni di velluto e le mutandine giù. Dita lunghe trovarono la figa di Camila, scivolarono tra le labbra gonfie e grondanti. «Senti com’è? Ti aspettavo. Sono una troia bagnata solo per te.»

Si spogliarono con urgenza crescente. Camila aprì i bottoni della camicetta di Ingrid, le prese le tette pesanti in mano, le strizzò i capezzoli duri finché Ingrid non sibilò. Ingrid le abbassò la gonna di Camila, le fece scivolare le dita dentro la fica calda, due dita spinte fino alle nocche. «Mmh, che figa stretta e melmosa. Anni che ti desidero e tu sei già un pantano. Dimmi quanto vuoi che ti scopi qui, tra i tuoi fiori di merda.»

Camila ansimava, spingendosi contro quelle dita. «Prendimi. Qui. Sul posto. Ficcamela tutta, usami. Ti prego, Ingrid, scopami come hai sognato di fare.»

Ingrid la girò di scatto, la fece inginocchiare sul pavimento freddo tra i petali caduti. Le cacciò due dita in bocca, profonde, fino a farla sbavare. «Succhia, troia. Mentre ti leccio questa fica fradicia da dietro.» Si chinò, le labbra contro la figa di Camila esposta, lingua larga che spazzava dalle labbra al clitoride gonfio, poi si infilava dentro, leccando il sapore acre e dolce. Camila gemette intorno alle dita, succhiandole, la saliva che le colava sul mento. Ingrid leccava come una affamata, succhiando il clitoride, spingendo la lingua più a fondo, assaporando ogni goccia.

Poi la sollevò, la fece sdraiare sul bancone tra i petali rossi sparsi come sangue di fiori. Le divaricò le cosce morbide, le si piantò tra le gambe e le divorò la fica con rabbia. Lingua che si infilava profondamente nel buco caldo, dita che scavano mentre le labbra succhiavano il clitoride. Camila urlò, le mani nei capelli di Ingrid, i fianchi che si scuotevano. «Cazzo… così… leccami tutta… sto venendo…»

Venne urlando, la figa che pulsava e schizzava contro la bocca di Ingrid, il corpo che si contorceva sul legno. Ingrid non si fermò, le leccò ogni goccia, poi si issò sul bancone, si mise a cavalcioni sulla faccia di Camila, la gonna alzata, la figa nuda e grondante di sugo che premeva contro la bocca aperta.

«Adesso scopami la figa con la lingua, fioraia. Ficcala dentro, leccami come la troia bagnata che sei. Aspettavi solo di essere usata, vero? Anni a farmi la pippa mentalmente mentre mi vendevi rose. Succhiotami il clitoride. Più forte.»

Camila ubbidì, la lingua che si spingeva dentro la fica di Ingrid, leccando le pareti calde e scivolose, succhiando il clitoride duro mentre Ingrid le strizzava i capezzoli con le dita forti, torcendoli finché Camila non gemette contro la sua fica. «Che brava cagna. La tua lingua è perfetta. Più a fondo. Sto per venire sulla tua faccia da puttana di terra.»

Ingrid cavalcava quella bocca, i fianchi che si muovevano in cerchio, il sugo che colava sul mento di Camila. Poi scese, le fece rotolare entrambe sul pavimento freddo tra i fiori calpestati. Si sistemarono in 69, fighe l’una contro la bocca dell’altra. Ingrid leccava vorace la fica ancora tremante di Camila, due dita conficcate dentro mentre le succhiava il clitoride. Camila faceva lo stesso, la lingua sepolta nella fica di Ingrid, le mani che le stringevano il culo sodo per spingerla più contro la bocca.

I gemiti si mescolavano, umidi, sporchi. «Sì… leccami così… sono la tua troia… usami… scopami la faccia…» ansimava Camila tra una leccata e l’altra. Ingrid rispondeva mordendole le labbra della figa, spingendo le dita più a fondo. «Che fica deliziosa. Anni che te la voglio succhiare. Vieni di nuovo sulla mia lingua, poi ti porto a casa e ti scoperò per ore finché non riuscirai più a stare in piedi.»

Camila sentiva già il secondo orgasmo montare, i muscoli della figa che si contraevano intorno alle dita di Ingrid. Il pavimento era freddo, i petali si attaccavano alla pelle sudata, l’odore di sesso e fiori marci riempiva il negozio chiuso. Ingrid le strizzava ancora i capezzoli mentre le leccava, e Camila pensava solo a quanto avrebbe voluto che quella lingua non si fermasse mai, a quanto fosse finalmente liberatorio essere usata così, bagnata e supplicante.

Ma Ingrid rallentò all’improvviso, sollevò la testa dalla figa di Camila con un sorriso crudele e affamato. «Non ancora. Voglio portarti a casa mia. Al caldo. Dove ho pensato a te per anni su quel letto. Dove ti legherò le mani con la cravatta e ti farò venire finché non piangerai. La scommessa non è finita, fioraia. Stasera sei mia. Tutta.»

Camila ansimava ancora, la figa che pulsava vuota, la bocca piena del sapore di Ingrid. Si leccò le labbra, guardandola dall’alto di quel 69 interrotto. Il gelo fuori premeva contro i vetri, ma dentro c’era solo fuoco e la promessa di molto di più. Ingrid si alzò, le tese la mano, gli occhi scuri pieni di quella stessa voglia che le aveva mangiato gli anni.

«Vieni. Prima che ti monti di nuovo qui sul pavimento e ti lasci zoppicare fino a casa.»

Si alzarono dal pavimento freddo tra i petali calpestati, le gambe ancora tremanti. Camila raccolse in fretta i vestiti stropicciati, il grembiule abbandonato sul bancone, mentre Ingrid le passava il cappotto di cashmere sulle spalle nude senza dire una parola. Fuori il gelo toscano le morse la pelle sudata, ma non contava. Camila salì sull’auto di lusso di Ingrid, il sedile di pelle che le si appiccicava alle cosce nuda sotto la gonna rimessa in fretta. Durante il tragitto breve Ingrid le tenne una mano alta sulla coscia, le dita che scivolavano già di nuovo sotto il tessuto, a sfiorare la figa ancora fradicia e aperta.

«Non lavarti», ordinò a bassa voce, gli occhi fissi sulla strada buia. «Voglio sentire il sapore del negozio su di te. Terra, petali marci e la tua sborra. Anni che aspetto di portarti a casa così, sporca e mia.»

L’appartamento di Ingrid era al piano alto di un palazzo elegante, caldo, silenzioso, pieno di legno scuro e tappeti spessi. Appena dentro Ingrid chiuse la porta a chiave, strappò di nuovo i vestiti a Camila e la spinse contro il muro dell’ingresso. La baciò a morsi, le mani che le prendevano le tette pesanti, i capezzoli già duri di nuovo. Camila gemette nella bocca di lei, le cosce che si aprivano da sole.

«A letto. Adesso», ringhiò Ingrid. La trascinò nella camera ampia, le coperte scure, la luce soffusa. Sul comodino c’era già una cravatta di seta nera. Ingrid la prese, fece sedere Camila sul bordo del letto e le legò i polsi dietro la schiena, stretti ma non crudeli, abbastanza da farle sentire di non potersi liberare. «Così. Esattamente come ti ho immaginata mentre mi toccavo la figa la notte, fioraia. Mani legate, bocca aperta, figa che cola. Dimmi che lo vuoi.»

«Lo voglio», ansimò Camila, già bagnata di nuovo, il cuore che le batteva tra le labbra della fica. «Usami. Sono tua. Anni che ti aspetto. Scopami come una puttana.»

Ingrid le spinse le spalle all’indietro sul materasso, le divaricò le cosce morbide fino a farle male un po’, e si chinò a leccarla di nuovo. Lingua lenta e crudele questa volta, che girava intorno al clitoride gonfio senza toccarlo davvero, poi si infilava nel buco caldo a raccogliere il sugo che colava già sul lenzuolo. Camila torceva i fianchi, i polsi legati che tiravano, la schiena inarco. «Ingrid… cazzo… leccami il clitoride… ti prego…»

«Chiedilo come si deve», disse Ingrid alzando la testa, le labbra lucide. «Dimmi che sei la mia troia di terra. Dimmi che per anni hai venduto rose bagnandoti le mutandine solo per me.»

«Sono la tua troia di terra», singhiozzò Camila. «Mi bagnavo ogni volta che entravi. Pensavo alle tue dita. Alla tua lingua. Scopami la figa. Ficcamela tutta.»

Ingrid sorrise e le ficcò tre dita d’un colpo, profonde, fino alle nocche, mentre la bocca si chiudeva finalmente sul clitoride e succhiava forte, ritmico. Camila urlò, le gambe che scuotevano, la figa che si chiudeva a morsa intorno a quelle dita lunghe di avvocata. Ingrid le pompava dentro e fuori, le dita ricurve a grattare quel punto che faceva vedere stelle, la lingua che non lasciava il clitoride. Camila venne di nuovo in pochi minuti, un orgasmo lungo e sporco che le fece schizzare il sugo contro il mento di Ingrid, il corpo legato che si contorceva sul letto.

Ma Ingrid non le diede respiro. Si tolse quel poco che le restava addosso, si arrampicò sul corpo di Camila e le si mise a cavalcioni sulla faccia, la figa calda e grondante premuta contro la bocca. «Lecca. Adesso. Con le mani legate non puoi farmi altro che questo. Scopami la figa con la lingua come la cagna affamata che sei.»

Camila ubbidì avidamente, la lingua che si spingeva in profondità tra le labbra gonfie di Ingrid, leccando le pareti scivolose, succhiando il clitoride duro mentre Ingrid le cavava i capelli con una mano e cavalcava quella bocca con movimenti lenti e pesanti. Il sugo di Ingrid le colava sul mento, sul collo, sul petto. «Così… più a fondo… brava puttana… senti come mi bagno per te… anni di fantasie e adesso ti ho legata sul mio letto… cazzo sì…»

Ingrid venne sulla faccia di Camila con un gemito basso e guttuale, i fianchi che tremavano, la figa che pulsava contro la lingua. Ma non scese. Si limitò a spostarsi un poco più in basso, a strusciare la propria figa bagnata contro quella di Camila, clitoride contro clitoride, labbra che si aprivano e si chiudevano l’una nell’altra. Si strofinavano con forza, umide, scivolose, i petali di prima ancora attaccati alla pelle di Camila che si mescolavano al sesso. Ingrid le morse un capezzolo, lo torse tra i denti mentre i bacini si scontravano.

«Senti le nostre fighe che si scopano», ansimò Ingrid. «Senti quanto sei melmosa. Ti farò venire finché non saprai più il tuo nome. Poi ti lego di nuovo e ricomincio.»

Camila non poteva abbracciarla, poteva solo spalancare le cosce e spingere i fianchi all’insù, cercando più pressione, più attrito. «Scopami… così… più forte… sto per…»

Vennero insieme, un orgasmo che le scosse entrambe, i corpi che si inarcavano, i gemiti che si confondevano. Ingrid scese solo allora, le sciolse i polsi un attimo, solo per farle girare a pancia in giù, riattaccare la cravatta e tirarle i fianchi all’insù. Camila era a quattro zampe sul letto, il culo alto, la figa esposta e aperta, le ginocchia che affondavano nel materasso. Ingrid le diede uno schiaffo forte su una chiappa, poi un altro, il rumore secco che riempì la stanza. «Questo culo… questi fianchi di fioraia… te li sono sognata mentre firmavo contratti. Adesso sono miei.»

Si chinò dietro di lei e le leccò la figa da dietro, lingua larga dalla fessura al buco del culo, poi di nuovo dentro. Due dita, tre, quattro quasi, che la aprivano mentre leccava. Camila piangeva di piacere, il viso premuto contro le coperte, i polsi legati che tiravano. «Ingrid… mettile tutte… usami il buco… sono così bagnata… cazzo…»

Ingrid le ficcò le dita a fondo e le pompò con violenza, il palmo che sbatteva contro il clitoride a ogni spinta. «Vieni per me di nuovo. Vieni come una troia legata. Dimmi chi ti sta scopando la figa.»

«Tu… l’avvocata… la puttana di lusso… mi stai scopando… ti prego non fermarti…»

Camila venne di nuovo, un orgasmo che le fece crollare le braccia, il corpo che collassava in avanti, la figa che si contraeva a ondate intorno alle dita di Ingrid. Ingrid la leccò pulita dopo, lentamente, raccogliendo ogni goccia, poi le si accoccolò contro e le sciolse finalmente i polsi. Le massaggiò i polsi arrossati con tenerezza grezza, le baciò le spalle sudate.

Ma non era finita. Ingrid aprì un cassetto e tirò fuori un dildo spesso, di silicone scuro, già lubrificato. Lo mostrò a Camila, che lo fissò con gli occhi lucidi. «Ancora?», chiese Ingrid, la voce roca. «Vuoi che ti scopi anche con questo? Finché non riesci più a chiudere le gambe?»

Camila annuì, la voce rotta. «Sì. Ficcamelo. Tutto. Voglio sentirmi piena di te.»

Ingrid le divaricò di nuovo le cosce, le fece tenere le ginocchia con le mani e spinse il dildo dentro la figa ancora sensibile, centimetro dopo centimetro, finché non fu sepolto fino alla base. Poi iniziò a scoparla con colpi lunghi e profondi, l’altra mano sul clitoride a strofinare in cerchi stretti. Camila urlava ormai senza vergogna, il corpo che saltava a ogni spinta, le tette che ballavano. «Più forte… cazzo sì… scopami come hai sognato… sono la tua fioraia di merda… usami…»

Ingrid le cavalcò la coscia con la propria figa mentre la scopava col dildo, strofinandosi contro di lei, bagnandosi di più. Le diede schiaffi leggeri sulle tette, le strizzò i capezzoli, le parlò sporco all’orecchio. «Anni. Anni che ti guardo sistemare rose e penso a questo. Alla tua figa che mi stringe. Al tuo sapore. Alla tua faccia quando vieni. Adesso sei qui. Legata, aperta, mia.»

Camila venne ancora, un orgasmo che le strappò un grido rauco, la figa che si chiudeva sul silicone, i muscoli che scuotevano. Ingrid seguì poco dopo, strofinandosi contro la coscia di lei finché non si sciolse in un gemito lungo, il corpo che crollava sopra quello di Camila.

Si rimasero così a lungo, sudate, i corpi intrecciati, il dildo ancora dentro Camila che Ingrid le sfilò lentamente. Ingrid le baciò la fronte, le labbra, il collo, senza fretta. Camila le accarezzò i capelli scuri, le dita che le scorrevano sulla schiena.

Fuori il gelo premeva contro i vetri. Dentro la stanza odorava di sesso, di fiori portati sulla pelle, di pelle calda. Ingrid spense la luce. Si sistemarono sotto le coperte, Camila con la testa sul petto di Ingrid, una gamba gettata sopra di lei. I respiri si fecero lenti. Nessuna parola. Solo il silenzio caldo della casa, il battito del cuore di Ingrid sotto l’orecchio di Camila, e il gelo lontano che non poteva più raggiungerle.

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