Scommessa Persa nel Retro del Mercato
Sofia, 38 anni, si fa scopare selvaggiamente dal macellaio Omar nel retro del mercato mentre il marito Wesley, 42 anni, guarda e si sega umiliato
Il sole del mattino filtrava tra le tettoie del mercato rionale quando Wesley, quarantadue anni compiuti da poco, spinse il carrello accanto a Sofia. Lei ne aveva trentotto, seni generosi che premevano contro la maglietta stretta, fianchi larghi e un culo sodo che faceva girare le teste. Camminava con quel dondolio deliberato che lui conosceva bene: stava già cacciando.
Davanti al banco delle carni, Omar, il macellaio di trentacinque anni, alzò lo sguardo. Spalle larghe, braccia cordate, grembiule macchiato di sangue fresco. Sofia gli sorrise, mordendosi il labbro inferiore.
«Buongiorno, bello. Oggi hai qualcosa di grosso per me?»
Omar rise basso, gli occhi che le scendevano sul décolleté. «Dipende da cosa cerchi, signora. Prosciutto? O qualcosa di più... sostanzioso?»
Wesley sentì il cazzo rizzare nei pantaloni. Il suo fetish di cornuto gli bruciava nelle budella da settimane. Si avvicinò al banco, voce un po’ rauca.
«Quel prosciutto lì. Scommetto che pesa meno di otto chili. Se sbaglio… mia moglie fa quello che vuoi tu, qui dietro, e io guardo.»
Sofia si voltò verso di lui, le pupille dilatate dall’eccitazione. Sapeva. Avevano parlato di questo gioco. Omar alzò un sopracciglio, poi sorrise lento, predatore.
«Affare fatto.» Pesò il pezzo: otto chili e duecento. «Hai perso, cornuto.»
Wesley deglutì, il cuore che martellava. «Va bene. Dietro.»
Omar li fece entrare nel magazzino fresco, tra scaffali di salumi appesi e odore di affumicato. Chiuse la porta. Sofia non aspettò: si piantò contro il petto largo del macellaio e lo baciò a bocca aperta, lingua aida, gemendo mentre le sue mani scendevano a palpare il pacco grosso sotto il grembiule. Wesley rimase fermo, cazzo duro che pulsava, a osservare.
Quando si staccarono, Sofia si voltò verso il marito, le labbra lucide di saliva. «Sto grondando, Wesley. Sento già il cazzo grosso di Omar contro la coscia e la figa mi fa male dal desiderio. Vuoi che te lo dica quanto è grosso? Vuoi che ti mostri quanto mi bagna?»
Lui annuì, la voce strozzata. «Sì… dimmelo.»
Sofia scivolò una mano sotto la gonna, si toccò le mutandine bagnate e portò le dita lucide alle labbra di Omar, che le leccò senza esitazione. Poi lei le tese al marito. «Annusa. Sono già pronta per lui.»
Omar le sollevò la gonna, le strappò le mutandine con un gesto secco e le ficcò due dita dentro. Sofia gemette alto. «Cazzo, sì… così.» Si girò verso Wesley mentre si faceva diteggiare. «Guarda come mi allarga già. Il tuo cazzo è niente in confronto.»
Omar la spinsò contro gli scaffali di metallo. Aprì i pantaloni, tirò fuori un cazzo spesso, venato, lungo quasi venti centimetri. Sofia lo prese in mano, lo strinse, lo guardò negli occhi del marito mentre si faceva sfregare la glande contro il clitoride gonfio.
«Entra, Omar. Scopami. Voglio che lui veda tutto.»
Omar la sollevò di peso, le cosce aperte intorno ai suoi fianchi, e la penetrò d’un colpo solo. Sofia urlò, la schiena che sbatteva contro i salami appesi. Lui la chiavava forte, spinte profonde che facevano sbattere le sue tette fuori dalla maglietta. «Guarda come tua moglie prende un cazzo vero, cornuto. Senti com’è stretta e bagnata. Si stringe tutta per me.»
Wesley si abbassò i pantaloni con mani tremanti, si prese il cazzo e cominciò a segarsi. Omar lo notò e sogghignò. «Più forte. E ripeti: “Mia moglie è la tua troia”.»
«Mia moglie… è la tua troia», borbottò Wesley, la vergogna che gli bruciava le guance mentre il piacere gli saliva lungo la spina dorsale.
Sofia veniva già, contrazioni violente intorno al cazzo di Omar, un grido rauco che riempiva il magazzino. «Ancora… non fermarti… scopami come una puttana!»
Omar la calò, la girò e la piegò a quattro zampe sul tavolo di legno tra i prosciutti. Le mani le afferrarono i fianchi e riprese a spingere, il sesso che schioccava bagnato a ogni colpo. Sofia teneva lo sguardo fisso sul marito, bocca aperta, saliva che le colava sul mento. «Ti piace, amore? Ti piace vedere la tua Sofia piena di un altro cazzo? Dimmi che sei un cornuto felice.»
«Sono… un cornuto felice», ansimò Wesley, la mano che andava su e giù più veloce.
Omar le diede uno schiaffo sonoro sul culo. «Ripeti più forte, stronzo. “Mia moglie è la tua troia e mi piace guardarla prendere sborra”.»
Wesley obbedì, la voce spezzata dall’umiliazione e dall’eccitazione. Sofia venne di nuovo, le gambe che tremavano, il tavolo che cigolava. Omar la riempiva di spinte lunghe e pesanti, le palle che sbattevano contro il clitoride.
«Dentro… sparami dentro», gemette lei. «Voglio sentire il caldo mentre lui si sega.»
Omar ruggì e scaricò, getti spessi che le riempirono la figa. Continuò a spingere finché non uscirono rigagnoli bianchi lungo le cosce di Sofia. Poi la sollevò, la fece inginocchiare e le mise il cazzo ancora mezzo duro in bocca. «Lecca. Pulisci. E guarda tuo marito.»
Sofia succhiò, leccò la glande, poi aprì la bocca mentre Omar si dava gli ultimi colpi di mano e le schizzò l’ultima dose calda sulla lingua. Lei la ingoiò tutta, gli occhi conficcati in quelli di Wesley, e sorrise con le labbra lucide di sperma.
Omar la fece alzare, la baciò a bocca aperta condividendo il sapore, poi guardò Wesley. «Adesso vieni qui, cornuto. Leccale la figa. Pulisci tutto quello che ti ho lasciato dentro. E fallo bene, o ti faccio guardare di nuovo senza toccarti.»
Wesley avanzò in ginocchio, il cazzo ancora duro e gocciolante. Sofia si sedette sul bordo del tavolo, gambe aperte, e gli prese i capelli mentre lui avvicinava la bocca alla figa gonfia e colante. Il sapore salato e amaro lo colpì, ma lei gemette di piacere e lui leccò più a fondo, spingendo la lingua dentro per raccogliere ogni goccia.
Omar le baciava il collo, le stringeva i capezzoli, e mormorava contro la sua pelle: «Torneremo qui spesso. O a casa vostra. Vuoi, Sofia? Vuoi che il tuo cornuto ti lavi la figa ogni volta che ti riempio?»
«Sì», ansimò lei, spingendo il viso di Wesley più forte contro di sé. «Voglio il tuo cazzo regolare. Voglio che lui assaggi ogni volta. E voglio che tu mi chiavi finché non cammino storta.»
Wesley leccava, umiliato e in fiamme, mentre Omar e Sofia si baciavano sopra la sua testa. Il macellaio già stava rinculando, il cazzo che riprendeva vita contro la coscia di Sofia. Lei allungò una mano e lo accarezzò, guardando il marito tra le sue cosce.
«Non abbiamo finito, amore. Omar ha ancora fame. E io pure. Stai fermo lì e aspetta il prossimo ordine.»
Omar le sorrise contro la bocca, una mano che scendeva di nuovo tra le gambe di Sofia, dita che si uniscono alla lingua del marito. «La prossima volta ti prendo pure il culo, cornuto. E lei ti racconterà ogni dettaglio mentre tu ti segi. Affare fatto?»
Sofia rise basso, eccitata, già moscia di nuovo verso il cazzo del macellaio. «Affare fatto. E adesso… riprendimi. Voglio un altro orgasmo prima che chiudano il mercato.»
Wesley rimase in ginocchio, il volto lucido di sborra e succhi femminili, il cuore che batteva selvaggio. Sapeva che quella scommessa aveva solo aperto la porta.
Omar non aspettò un secondo di più. Tirò Sofia via dal tavolo, le fece voltare le spalle e la costrinse a piegarsi di nuovo, le mani aggrappate al bordo di legno scuro ancora lucido di sudore e sborra. Il cazzo del macellaio, ormai di nuovo dritto e pulsante, le sfregò lungo la fessura gonfia, raccogliendo il miscuglio di liquidi che Wesley aveva solo in parte leccato via. Sofia gemette lungo e basso, la schiena inarcata, le tette pesanti che dondolavano fuori dalla maglietta strappata.
«Guarda, cornuto», ordinò Omar senza neppure girarsi. «Guarda come la figa di tua moglie mi inghiotte di nuovo.»
Wesley restò in ginocchio, il viso lucido, il cazzo duro che gli batteva contro la coscia. Vide tutto: la testa scura e spessa di Omar che spingeva, le labbra rosa di Sofia che si aprivano intorno a quel diametro impossibile, il modo in cui lei tremava e spingeva indietro i fianchi per prenderlo fino in fondo al primo colpo. Il suono bagnato, obscene, riempì il magazzino fresco.
«Cazzo… sì… così grosso…», ansimò Sofia, la voce spezzata. Si voltò di scatto verso il marito, gli occhi lucidi di lacrime di piacere. «Lo senti, Wesley? Lo senti come mi stira? Il tuo non arriva neanche a metà. Dimmi che lo vedi. Dimmi che ti piace essere niente.»
«Lo vedo», ragliò lui, la gola secca. «Mi piace… essere niente.»
Omar rise, una risata gutturale, e cominciò a scoparla con spinte lunghe e pesanti, le palle che sbattevano contro il clitoride gonfio a ogni affondo. Le mani enormi le stringevano i fianchi, lasciando segni rossi. Ogni spinta faceva cigolare il tavolo e oscillare i prosciutti appesi sopra di loro. Sofia urlava a denti stretti, poi più forte, senza più preoccuparsi di chi potesse sentire dall’altra parte della porta.
«Più forte», chiese lei. «Usami. Usami davanti a lui. Voglio che mi distrugga.»
Omar le afferrò i capelli, le tirò la testa all’indietro e accelerò. Il ritmo diventò brutale, carne che sbatteva contro carne, il suono umido e rabbioso. Sofia venne di nuovo con un grido rauco, le gambe che le fallirono; Omar la tenne su per forza, continuando a chiavarla attraverso le contrazioni, godendo di come la figa gli si stringesse a morsa.
«Leccami le palle mentre la scopo», ordinò a Wesley senza guardarlo. «Subito.»
Wesley strisciò avanti a quattro zampe, il cuore che gli martellava nelle orecchie. Si infilò sotto, tra le cosce aperte della moglie e i fianchi del macellaio, e aprì la bocca. Leccò le palle pesanti e sudate di Omar mentre il cazzo entrava e usciva a pochi centimetri dal suo naso. L’odore era forte, maschio, ferro e sesso. Sofia, sopra di lui, gemette più forte sentendo la lingua del marito così vicina.
«Bravo cane», soffiò Omar. «Così. Tieni la bocca aperta. Fra poco ti do da bere di nuovo.»
Sofia allungò una mano all’indietro, gli afferrò i capelli e lo spinse ancora più contro le palle del macellaio. «Annusa. Lecca. Ricordati il sapore di chi ti sta scopando la moglie. Io non tornerò più indietro, Wesley. Hai capito? Questa figa adesso è sua quando lui vuole.»
Wesley annuì contro la pelle calda, umiliato fino al midollo e duro come non lo era mai stato. Si segava con una mano, lento, perché Omar glielo aveva proibito di venire senza permesso. Il piacere e la vergogna gli bruciavano lo stomaco.
Omar la tirò su di peso, la girò a faccia a faccia e la sollevò di nuovo, le cosce aperte intorno ai fianchi. La fece scendere sul cazzo con un unico affondo verticale. Sofia gettò la testa all’indietro, la bocca spalancata in un urlo muto. Lui la chiavava in piedi, le braccia di lei avvinghiate al collo largo, le tette che sbattevano contro il petto peloso. Ogni spinta verso l’alto la sollevava quasi del tutto, poi la lasciava ricadere fino in fondo.
«Parlagli», ordinò Omar contro la sua bocca. «Digli esattamente cosa senti.»
Sofia fissò il marito, ancora in ginocchio, il viso a pochi centimetri dal punto in cui i loro corpi si univano. «Sento… ogni vena. Mi riempie tutto. Mi fa male ed è delizioso. Sto venendo di nuovo solo perché ti guarda. Perché sei lì a leccare quello che cola. Perché sei il mio cornuto perfetto.»
Venne ancora, scossa violente che le fecero perdere il respiro. Omar non si fermò. La portò di nuovo al tavolo, la stese sulla schiena, le alzò le gambe e le piegò verso il petto. Entrò di nuovo, questa volta più lento, più profondo, quasi cerimoniale. Con una mano le aprì le labbra della figa perché Wesley vedesse tutto: il cazzo grosso che spingeva dentro e fuori, la sborra precedente che schiumava intorno all’asta, il clitoride rosso e gonfio.
«Metti la lingua qui», disse Omar. «Leccale il clitoride mentre la scopo. Fallo venire con la tua bocca e il mio cazzo insieme.»
Wesley obbedì. La lingua gli trovò il bottone gonfio. Lecciò in cerchi stretti mentre Omar affondava. Sofia impazzì. Si contorceva, le unghie conficcate nel legno, i piedi che tremavano nell’aria. «Non smettete… non smettete nessuno dei due… cazzo… vengo… vengo di nuovo—»
L’orgasmo la spaccò. Urò il nome di Omar, poi quello di Wesley, confusi, e un getto caldo le uscì intorno al cazzo del macellaio, bagnando il mento e la bocca del marito. Omar ruggì di approvazione e accelerò, spingendo senza pietà attraverso le ultime contrazioni.
«Adesso il culo», annunciò. «Hai detto che volevi un altro orgasmo prima che chiudano. Te lo do nel posto giusto.»
Sofia annuì subito, ansante, gli occhi fuori dalla testa. «Sì. Prendilo. Wesley deve vedere.»
Omar le mise della saliva e della sborra come lubrificante, spinse il pollice dentro il buco stretto, la preparò con pazienza crudele mentre lei gemmeva e spingeva indietro. Poi allineò la glande e premette. Sofia strinse i denti, un lamento lungo le uscì dalla gola quando la testa entrò. Omar avanzò centimetro dopo centimetro, lento, inesorabile, finché le palle non le batterono contro le chiappe.
«Pieno», ansimò lei, la voce rotta. «Sono piena. Wesley… guardami. Sono piena del cazzo di un altro uomo nel culo.»
Wesley guardava, ipnotizzato, la mano sul cazzo che ormai non riusciva più a fermare. Omar cominciò a muoversi, spinte corte e profonde nel culo di Sofia. Lei piangeva di piacere, le unghie che lasciavano scie sul tavolo. «Più forte… trattami da troia… dimmi che sono la tua puttana del mercato.»
«Sei la mia puttana del mercato», ringhiò Omar. «Tua moglie è il mio cesso personale, cornuto. E tu sei solo la lingua che pulisce dopo.»
Le diede schiaffi sonori sulle chiappe, le afferrò i fianchi e la scopò nel culo con lo stesso ritmo con cui prima le aveva preso la figa. Sofia venne di nuovo, un orgasmo diverso, più basso e più lungo, che le fece sgocciolare ancora di più dalla figa vuota. Wesley leccò tutto, senza che glielo chiedessero, affamato di umiliazione.
Omar sentì arrivare il limite. Tirò fuori il cazzo lucido, la spinsò in ginocchio accanto al marito e si segò sopra i loro volti.
«A bocca aperta tutti e due.»
Sofia aprì. Wesley aprì. Omar scaricò getti spessi e caldi: sulla lingua di lei, sulle guance di lui, sul mento, sulle labbra. Sofia si voltò e baciò il marito a bocca aperta, condividendo lo sperma, leccandoglielo via dal viso mentre Omar osservava soddisfatto, ancora mezzo duro.
«Ingoi», ordinò. «Tutti e due.»
Obbedirono. Sofia sorrise, le labbra lucide, e si alzò in piedi con le gambe tremanti. Si sistemò la gonna come poté, senza mutandine, la sborra che le colava ancora lungo l’interno delle cosce. Omar le diede un ultimo bacio possessivo, poi guardò Wesley ancora in ginocchio.
«Stasera vengo a casa vostra. Porta il vino, cornuto. E lascia la porta aperta. Tua moglie ha già deciso.»
Sofia gli accarezzò la guancia al marito, tenera e crudele insieme. «Alzati. Paghiamo la carne e andiamo. Da stasera la nostra vita è questa.»
Wesley si alzò, si rialzò i pantaloni sul cazzo ancora duro e gocciolante, e la seguì fuori dal magazzino con le gambe molli. Il mercato intorno a loro continuava indifferente: voci, bilance, odore di formaggio e limoni. Nessuno sapeva che dietro quella porta di metallo una moglie era stata aperta in tutti i buchi e un marito aveva imparato il sapore esatto della propria sconfitta.
Sofia gli prese la mano, gliela strinse, e gli sussurrò all’orecchio mentre camminavano verso l’uscita:
«La prossima scommessa la perdi apposta.»
Omar, dal banco, li guardò allontanarsi e sorrise come un uomo che ha già preso possesso di qualcosa che non gli apparterrà mai del tutto, e proprio per questo lo vorrà ogni giorno.
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