Resa al Mercato: Il Suo Sguardo Finalmente Vince

Una fruttivendola di 32 anni e la cliente di 29 si scopano di nascosto nel furgone al mercato ogni sabato.

12 min read September 13, 2026New

Mi chiamo Vanessa, ho trentadue anni e da otto anni mi alzo ogni mattina alle quattro per aprire il banco di frutta e verdura al mercato rionale di Testaccio, qui a Roma. Le cassette di legno, l’odore della terra ancora attaccata alle radici, il vociare dei colleghi che montano i tendoni: è la mia vita. Ma da mesi questa vita ha un segreto che mi scalda il sangue ogni sabato mattina. Si chiama Priya, ha ventinove anni ed è la cliente che non riesco più a togliermi dalla testa.

La prima volta che l’ho notata è stato in primavera. Arrivava puntuale, poco dopo le dieci, con una borsa di tela grezza sulla spalla e uno sguardo che sembrava volermi spogliare senza bisogno di parole. All’inizio pensavo fosse solo curiosità. Poi ho capito. I suoi occhi scuri, quasi neri, si posavano sulle mie curve senza pudore. Mentre sceglievo le pesche per lei, il suo sguardo scendeva sul mio seno abbondante, sul solco sudato che la maglietta leggera lasciava intravedere sotto il grembiule. Sentivo i capezzoli indurirsi sotto la stoffa e una fitta calda tra le cosce. Io, che ho sempre tenuto la mia vita privata lontana dal banco, mi sono sorpresa a ricambiare con sorrisi lenti, provocanti, inclinando la testa in modo che i capelli mi scivolassero su una spalla e lei potesse immaginare di afferrarli.

Ogni sabato la tensione saliva. Io caricavo il banco con movimenti esagerati, mi chinavo più del necessario per prendere le cassette dal basso, lasciando che il grembiule si tendesse sul mio culo rotondo. Priya restava lì, fingendo di decidere tra albicocche e susine, ma i suoi occhi erano sempre su di me. Un sabato di giugno il caldo era soffocante. Le ho passato un sacchetto di ciliegie mature, le nostre dita si sono sfiorate. È durato un secondo di troppo. Ho sentito la scossa risalirmi lungo il braccio fino al ventre. «Sono dolci oggi,» ho mormorato, guardandola dritto negli occhi. «Si sciolgono in bocca.» Lei ha sorriso appena, ha morso una ciliegia davanti a me e il succo rosso le è colato sul labbro inferiore. Ho immaginato di leccarlo via io stessa, lì, tra i clienti. La sera, a casa, mi sono toccata pensando a quella goccia di succo e alla sua lingua.

Le settimane successive sono state una lenta tortura deliziosa. I tocchi sulle mani sono diventati carezze nascoste. Quando le passavo i pomodori, il mio pollice le accarezzava il dorso della mano. Lei non ritirava la sua. Un sabato ha indossato un vestito leggero di lino che le segnava i seni piccoli e sodi; ho visto i capezzoli spingere contro la stoffa e ho dovuto girarmi per non gemere davanti a tutti. Dentro di me pensavo: «Questa donna mi sta fottendo il cervello senza nemmeno toccarmi. E io voglio che continui.» I miei sorrisi si erano fatti apertamente lascivi. Lei ricambiava con uno sguardo che diceva «lo so che sei bagnata per me».

Poi è arrivato il sabato della pioggia. Il cielo si è aperto all’improvviso intorno alle undici. Il mercato si è svuotato in pochi minuti, la gente correva con gli ombrelli aperti, le bancarelle chiudevano una dopo l’altra. Io stavo coprendo le cassette con i teloni cerati, la maglietta bianca ormai fradicia e trasparente incollata alle tette. I capezzoli si vedevano chiaramente, duri per il freddo e per l’eccitazione che già mi montava dentro. Priya non se n’era andata. Era rimasta sotto il mio tendone, l’ombrello chiuso accanto ai piedi, gli occhi fissi sul mio corpo bagnato.

Quando anche l’ultimo cliente è sparito, siamo rimaste sole. La pioggia batteva sul telone come un tamburo. «Non è giornata per andare via,» ha detto lei con quella voce bassa, un po’ rauca, che mi faceva contrarre la fica ogni volta. Ci siamo messe a chiacchierare mentre sistemavo le ultime cose. All’inizio erano discorsi innocenti sul tempo, sul mercato, sul fatto che odiava cucinare ma amava la frutta fresca. Poi, lentamente, le parole sono diventate più intime. Mi ha raccontato che aveva trent’anni tra poco, che lavorava come grafica da casa e che da mesi il sabato era l’unico giorno che aspettava con ansia. «Non vengo per le pesche, Vanessa.»

Il cuore mi batteva così forte che pensavo lo sentisse anche lei. Ho posato l’ultima cassetta e mi sono girata. Eravamo vicinissime. «E per cosa vieni, allora?» ho chiesto, anche se lo sapevo benissimo. Priya ha fatto un passo avanti. La pioggia sembrava isolare tutto il mondo. «Vengo per te. Per guardarti. Per immaginare le tue curve nude sotto le mie mani. Ti voglio da tanto tempo che mi fa male.»

Le sue parole mi hanno colpita come una scarica. Ho sentito la fica pulsare forte, bagnata in un modo quasi imbarazzante. Dentro di me tutto urlava di desiderio represso. «Anch’io, Priya. I tuoi occhi sulle mie tette, sul mio culo… mi hanno fatta bagnare dietro questo banco per mesi. Mi sono toccata quasi ogni sera pensando alla tua bocca.»

Non c’è stato bisogno di dire altro. Ci siamo avvicinate nello stesso istante. Il bacio è esploso, improvviso e affamato. Le sue labbra erano morbide, calde, sapevano di pioggia e di desiderio. La lingua di Priya ha invaso la mia bocca con urgenza e io l’ho accolta gemendo piano, le mani già tra i suoi capelli bagnati. Ci siamo divorate. Il bacio è diventato profondo, sporco, pieno di mesi di sguardi repressi. Le sue mani mi stringevano i fianchi, scendevano sul mio culo, lo palpavano attraverso la stoffa bagnata. Io le ho afferrato il viso, tirandola ancora più vicino, mordendole il labbro inferiore.

«Vieni nel furgone,» le ho sussurrato sulle labbra, la voce rotta. «Subito. Nessuno ci vedrà.»

Priya ha annuito, gli occhi lucidi di pura lussuria. Abbiamo corso sotto la pioggia fino al vecchio furgone bianco parcheggiato dietro il banco. Ho aperto la portiera laterale con mani tremanti. Ci siamo infilate dentro. L’odore di legno, di agrumi e di terra bagnata ci ha avvolte. Ho chiuso la porta scorrevole e il rumore della pioggia è diventato un ruggito costante sul tetto metallico, perfetto per coprire qualsiasi gemito.

Dentro lo spazio era stretto, intimo, proibito. Ci siamo guardate un solo secondo, poi il desiderio reciproco ci ha travolte. Le mie mani sono andate alla sua camicetta fradicia, strappando quasi i bottoni. Sotto aveva un reggiseno nero di pizzo. L’ho slacciato con urgenza e i suoi seni sono schizzati fuori, piccoli, sodi, con capezzoli scuri già durissimi. Li ho presi tra le mani, strizzandoli, sentendo quanto erano perfetti. Priya ha gettato la testa indietro con un gemito.

Lei non è stata da meno. Mi ha tolto il grembiule, ha sollevato la maglietta bagnata e ha liberato le mie tette grandi e pesanti. «Cazzo, Vanessa… le tue tette sono una meraviglia,» ha ringhiato prima di abbassare la bocca e succhiare un capezzolo con forza. Ho urlato di piacere, le dita affondate nei suoi capelli. La sua lingua vorticava, i denti mordevano appena. Intanto le sue mani scendevano, aprivano i miei pantaloni da lavoro e li abbassavano insieme alle mutandine zuppe. Le sue dita hanno trovato la mia figa gonfia, l’hanno accarezzata tutta, scoprendo quanto fossi bagnata.

Ho fatto lo stesso con lei. Le ho abbassato i jeans e le mutandine con un gesto solo. La sua fica era completamente rasata, le grandi labbra gonfie e lucide di umori. L’ho toccata, ho infilato due dita tra le pieghe calde e bagnate, sentendola stringersi intorno a me. Priya ha ansimato forte contro il mio seno, ha cominciato a muovere i fianchi contro la mia mano mentre la sua mi sfregava il clitoride con movimenti esperti.

Eravamo mezze nude, corpi premuti, tette contro tette, dita che scivolavano nella fica dell’altra. Il furgone era caldo, l’aria satura del nostro odore di eccitazione. La pioggia continuava a martellare sul tetto mentre io spingevo le dita più a fondo dentro di lei, sentendo i suoi muscoli contrarsi. Priya mi mordeva il collo, sussurrando parole sporche tra un gemito e l’altro: «Ti voglio leccare tutta… voglio farti venire sulla mia lingua…»

Il piacere cresceva troppo in fretta. I nostri movimenti erano frenetici, disperati. Sapevo che stavamo solo iniziando, che questo era solo il primo assaggio di tutto quello che volevamo farci. La tensione era ancora altissima, i nostri corpi tremavano, le dita affondavano sempre più veloci, i gemiti si mescolavano al rumore della pioggia. Non volevo fermarmi, ma sapevo anche che il vero sfogo, quello che ci avrebbe fatte urlare, sarebbe arrivato solo quando avremmo avuto tempo di divorarci completamente, senza fretta, senza il rischio che qualcuno passasse vicino al furgone.

E mentre Priya mi guardava con quegli occhi neri pieni di promesse oscene, ho capito che questo era soltanto l’inizio.

Nel retro del furgone Priya mi spinse con decisione contro la parete di metallo, le mani piantate sui miei fianchi larghi. Il freddo della lamiera contro la schiena nuda mi strappò un brivido, ma il suo corpo bollente premuto contro il mio lo cancellò all’istante. Aveva trent’anni ormai, ma quello sguardo da predatrice sembrava appartenere a una donna che aveva aspettato troppo a lungo. «Basta preliminari, Vanessa,» ringhiò piano, la voce rauca che mi vibrava dentro. «Voglio la tua fica sulla lingua.»

Mi aprì le gambe senza gentilezza, abbassandosi in ginocchio sul pavimento sporco. Le mie mutandine erano già arrotolate intorno a una caviglia; la mia fica, gonfia e lucida dopo le sue dita, era completamente esposta. Quando la sua bocca si chiuse su di me non ci fu delicatezza: solo fame. La lingua larga e calda mi leccò dalla fessura fino al clitoride in un colpo solo, raccogliendo tutti i miei umori. Urlai piano, le dita che affondavano tra i suoi capelli neri e lisci, tirandoli forte mentre lei succhiava il mio bocciolo gonfio tra le labbra.

«Cazzo… Priya… sì, leccami così,» ansimai, la testa che sbatteva contro la parete. Lei rispose con un gemito che vibrò direttamente dentro di me. La sua lingua era instancabile: girava intorno al clitoride, lo schiaffeggiava, poi scendeva a penetrarmi con la punta rigida, scopandomi con la bocca mentre due dita mi aprivano le grandi labbra. Sentivo i miei umori colarle sul mento, gocciolare sul pavimento del furgone. L’odore di figa, di pioggia e di agrumi schiacciati saturava l’aria chiusa. Ogni sabato, per mesi, avevo immaginato questa scena mentre mi toccavo a casa dopo il mercato: ora era reale, brutale, perfetta.

Le stringevo i capelli così forte che temevo di farle male, ma lei spingeva la faccia ancora più a fondo, ringhiando contro la mia carne. Il clitoride mi pulsava tra le sue labbra mentre succhiava con ritmo perfetto, le dita che entravano e uscivano veloci, curvandosi contro quel punto dentro di me che mi faceva vedere le stelle. Le gambe mi tremavano. Stavo per venire, lo sentivo salire come una marea calda dal basso ventre, ma non volevo finire così. Volevo averla tutta.

Con uno sforzo di volontà la tirai su per i capelli. La baciai con violenza, assaporando il mio stesso sapore sulla sua lingua. «Sdraiati,» le ordinai, la voce rotta. «Subito.»

Priya obbedì con un sorriso sporco, stendendosi sulla coperta che usavo per coprire le cassette. Le sfilai del tutto i jeans e le mutandine, gettandoli in un angolo. La sua fica rasata brillava, le labbra interne rosse e sporgenti, il clitoride già fuori dal cappuccio. Mi tolsi la maglietta fradicia, liberando del tutto le mie tette pesanti, e mi posizionai sopra di lei al contrario. Il 69 nello spazio stretto del furgone era scomodo, proibito, eccitante da morire. Il mio seno grosso premeva contro il suo ventre piatto mentre abbassavo la bocca sulla sua intimità.

La prima leccata fu lunga, dalla base fino al clitoride. Sapeva di desiderio puro, salato e dolce insieme. Priya gemette forte contro la mia fica e ricominciò a leccarmi con avidità, le mani che mi afferravano le natiche spalancandole. Iniziammo a succhiarci a vicenda con gemiti soffocati. Io presi il suo clitoride tra le labbra e lo succhiai forte, alternando colpi di lingua rapidi. Lei faceva lo stesso con me, ma aggiunse due dita che mi entrarono di colpo, pompando mentre mi mordeva piano una grande labbro.

I nostri corpi si muovevano in sincrono, i fianchi che oscillavano sopra le facce dell’altra. Il furgone era un forno di calore e umori. Succhiavo le sue labbra bagnate, le infilavo la lingua dentro, poi tornavo sul clitoride gonfio, mentre le mie dita la scopavano senza pietà, tre dita ora, sentendo le sue pareti stringersi e pulsare. I gemiti erano attutiti dalle cosce che ci stringevano la testa: un coro bagnato, osceno, perfetto. «Non fermarti… sto per venire,» mormorò lei contro la mia carne, la voce distorta.

Anch’io ero al limite. Il piacere saliva in onde sempre più alte. Accelerai il ritmo, succhiando il suo clitoride come un frutto maturo, le dita che entravano e uscivano veloci mentre con l’altra mano le tenevo una coscia spalancata. Priya fece lo stesso: mi aprì ancora di più e mi ficcò tre dita dentro, curvandole esattamente dove serviva. Venimmo insieme.

L’orgasmo mi esplose dentro come una bomba. Urlai contro la sua fica, il suono ovattato dalla sua carne calda e bagnata. Il mio corpo si irrigidì, poi fu scosso da spasmi violenti, la fica che pulsava intorno alle sue dita, schizzando umori sulla sua lingua. Sotto di me Priya urlò di piacere, un grido lungo e gutturale che vibrò dentro di me mentre la tenevo ferma per le cosce, spalancandole al massimo, la bocca incollata al suo clitoride che continuava a succhiare senza pietà. Le sue gambe tremavano intorno alla mia testa, i muscoli delle cosce contratti sotto le mie dita mentre veniva con forza, inondandomi la bocca.

Restammo così per secondi interminabili, le bocche piene dell’orgasmo dell’altra, i corpi scossi da ondate successive. Solo quando gli spasmi si calmarono mi lasciai cadere di lato, rotolando accanto a lei sul pavimento stretto. Eravamo sudate, bagnate di pioggia, di saliva, di umori. Il petto si alzava e abbassava in fretta. La pioggia sul tetto era diventata un tamburellare più dolce, quasi complice.

Esauste, restammo qualche minuto in silenzio, solo respiri e il battito dei nostri cuori. Poi iniziammo a rivestirci lentamente. Le mie mani ancora tremanti le passarono la camicetta; lei mi aiutò a sistemare il reggiseno sotto la maglietta bagnata. Ogni gesto era accompagnato da baci dolci: uno sul collo, uno sulla curva del seno, uno leggero sulle labbra gonfie. Ridemmo, una risata bassa e complice, di quelle che solo due donne che si sono appena divorate possono condividere.

«Sai,» disse Priya mentre si infilava i jeans, la voce ancora arrochita dal piacere, «tornerò ogni sabato, Vanessa. Non solo per le pesche o per le ciliegie. Tornerò per questo. Per te. Per nascondermi qui dentro e farti urlare.»

Le sorrisi, il cuore che si scaldava di una gioia segreta e proibita. «E io ti aspetterò con il banco più carico e la fica già bagnata prima ancora che arrivi. Questo è solo l’inizio, Priya.»

Le presi il viso tra le mani e le diedi l’ultimo bacio profondo. Le nostre lingue si incontrarono piano questa volta, assaporando, promettendo, sigillando tutto quello che era successo e tutto quello che sarebbe successo ancora. Quando ci separammo, aprii la portiera scorrevole. L’aria fresca del mercato bagnato entrò, portando odore di terra umida e di frutta sparsa.

Uscimmo. Il mondo era tornato quieto. La pioggia era quasi cessata, ridotta a poche gocce che cadevano dai tendoni con un suono lento e regolare. Restammo una di fronte all’altra senza parlare. Nessuna parola serviva più. Solo i nostri sguardi, il respiro che tornava regolare, il silenzio denso dopo l’intensità di tutto quello che avevamo fatto. Il mercato deserto intorno a noi sembrava trattenere il fiato. In quel silenzio assoluto, con il suo sapore ancora sulla lingua e il ricordo delle sue urla nelle orecchie, capii che niente sarebbe più stato come prima.

E poi ci fu solo quello: silenzio.

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