Prima Volta sul Tetto: Il Culo del Mio Migliore Amico
Due muratori di 28 e 27 anni si fanno il culo sul tetto del palazzo dopo il tramonto.
Il sole stava calando dietro i grattacieli di periferia, tinto di un arancio sporco che si rifletteva sulle tegole nuove del palazzo in ristrutturazione. Sergio, muratore di ventotto anni con le spalle larghe e le mani ancora bianche di calce, tirò su l’ultima cassa di attrezzi e la lasciò cadere con un tonfo sordo sul tetto piano. Roman, elettricista di ventisette, gli era dietro, cavi arrotolati sulla spalla e una borsa frigorifero che tintinnava di lattine.
«Finalmente fuori orario», borbottò Sergio, passandosi il dorso della mano sulla fronte sudata. «Se il capocantiere ci becca ancora qui su, ci fa le scarpe.»
Roman sorrise di lato, gli occhi chiari già rivolti al cielo che si spegneva. «Ci becca solo se scendiamo. Qui sopra siamo invisibili. E ho portato la roba giusta.» Aprì la borsa e tirò fuori due birre ghiacciate. Le lattine sudavano subito nell’aria calda che saliva dal cemento. Si sedettero sul bordo del parapetto basso, gambe penzoloni sul vuoto, e aprirono le lattine con lo stesso scatto secco. Il sorso freddo scese giù come una benedizione.
Stettero zitti un po’, a guardare le luci della città che si accendevano una dopo l’altra. Sergio sentiva il muscolo della coscia di Roman premere contro la sua ogni volta che l’altro si spostava. Era sempre stato così tra loro: spinte, manate sul culo “per scherzo”, docce dopo il lavoro in cui lo sguardo restava un secondo di troppo. Ma stasera l’aria era diversa, più densa, piena di polvere e di qualcosa che non aveva nome.
Roman bevve un altro sorso, poi girò la lattina tra le dita. «Sai che ti devo dire una cosa da un pezzo?»
Sergio alzò un sopracciglio, il sorriso già pronto. «Se è di nuovo della tua ex che ti ha lasciato per il postino, ti butto di sotto.»
«No.» Roman scosse la testa, e la voce gli si fece più bassa, roca. «È di te. Del tuo culo.»
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal vento leggero che faceva oscillare un pezzo di nylon lasciato dai muratori. Sergio sentì il sangue salirgli subito al viso e, più in basso, un tira improvviso nei boxer. «Il mio culo», ripeté, come se assaggiasse le parole.
«Sì. È sodo da fare schifo. Ogni volta che ti chinavi a stuccare, o quando ti spogliavi nel furgone, io… cazzo, Sergio, ci ho sempre fantasticato. Su come sarebbe sentirlo sotto le mani, aprirlo, ficcarci la faccia.» Roman lo guardò di lato, senza ridere. «E non sto scherzando stavolta.»
Sergio bevve la birra tutta d’un fiato, la gola secca. Il cuore gli batteva contro le costole come un martello pneumatico. Aveva immaginato mille volte quella confessione, di notte, da solo, con la mano sul cazzo, ma sentirla detta a voce alta sul tetto, con la città sotto e il cielo che diventava viola, era un’altra roba. «Sei un porco», mormorò, ma la voce gli uscì calda, quasi un ringraziamento. «E io… cazzo, Roman, anche io. Mi sei sempre piaciuto. Le tue mani quando lavorano i fili, la tua bocca quando parli di cazzate. E sì, ho pensato al tuo cazzo nel mio culo più volte di quante possa contare.»
Roman lasciò la lattina vuota e si voltò del tutto verso di lui. Gli occhi gli brillavano. «Allora smettiamo di girarci intorno?»
Sergio si alzò in piedi, le scarpe da lavoro che grattavano sul cemento. Il cuore gli martellava così forte che gli sembrava di sentirlo nelle orecchie. Con gesti lenti, deliberati, sganciò la cintura dei pantaloni da cantiere, li aprì e li calò insieme ai boxer fino a metà coscia. L’aria della sera gli sfiorò le natiche nude, e il cazzo già mezzo duro gli batteva contro la coscia. Si voltò di spalle a Roman, si piegò un poco in avanti, mani sulle ginocchia, e allargò leggermente le gambe. «Allora toccalo. Vedrai se è come te lo sei immaginato.»
Roman emise un suono basso, quasi un grugnito. Si alzò, gli si mise dietro, e le sue mani scesero subito sulle chiappe di Sergio. Erano ruvide di calli da elettricista, calde, e le strinsero con forza, separandole, palpandone il peso muscoloso. «Porca puttana», sussurrò. «È ancora più bello da vicino. Sodo, caldo…» Piegò le ginocchia e posò la bocca prima su una natica, poi sull’altra, baci aperti, umidi, che lasciavano scie di saliva. I denti gli graffiarono la pelle appena, e Sergio rabbrividì tutto.
«Continua», ansimò Sergio, spingendo il culo all’indietro contro quella bocca. «Non fermarti.»
Roman non se lo fece ripetere. Aprì le natiche con entrambe le mani, espose il buco stretto e rosato, e ci soffiò sopra. Poi la lingua uscì, calda e piatta, e leccò dall’interno della coscia su, su, fino a premere dritto contro l’ano. Sergio gemette alto, la voce che si spezzava nell’aria aperta. «Cazzo… sì… così…»
Roman leccava con avidità, come se avesse aspettato anni per quello. La lingua girava intorno al buco, lo bagnava, poi lo spingeva dentro a piccoli colpi, aprendolo piano. I suoni erano umidi, osceni: schiocchi, respiri pesanti, i gemiti di Sergio che diventavano sempre più bassi e rochi. «Mi piace come ti contorci», borbottò Roman contro la pelle, la voce vibra sul buco. «Il tuo culo mi sta succhiando la lingua. Sei un troione, Sergio. Il mio troione di cantiere.»
Sergio rise di un riso spezzato, le ginocchia che gli tremavano. «Sì, il tuo. Leccamelo meglio. Ficcala più dentro. Voglio sentire la tua faccia tutta nel mio culo.» Spinse indietro con più forza, quasi sedendosi sul viso dell’amico. Roman accettò tutto, naso premuto contro le natiche, lingua che si faceva rigida e entrava più a fondo, leccando le pareti calde e strette. Le mani di Roman salivano e scendevano sulle cosce muscolose, poi una scivolò davanti e chiuse le dita intorno al cazzo duro di Sergio, lo strofinò lento, spalmando il liquido che già colava dalla punta.
«Quanto sei bagnato», mormorò Roman tra una leccata e l’altra. «Ti sta piacendo da morire, eh? Il miglior amico che ti mangia il culo sul tetto mentre sotto la gente cammina. Se sapessero…»
«Chissenefrega», ansimò Sergio, la testa gettata indietro, gli occhi socchiusi sul cielo ormai scuro. «Continua. Non smettere. Voglio che mi lecchi finché non sono tutto aperto e pronto. Poi… poi vedrai cosa ti faccio.»
Roman raddoppiò gli sforzi. La lingua diventò più veloce, più sporca, alternando lunghe strisciate piatte a spinte profonde. Ogni tanto staccava la bocca solo per mordicchiare la carne intorno, per sputare direttamente sul buco e poi risucchiare tutto. Sergio gemette di continuo, parole spezzate che uscivano senza filtro: «Così… più forte… sì, aprimi… cazzo Roman, la tua lingua è un regalo di Dio…»
Le gambe di Sergio cominciarono a tremare sul serio. Il piacere gli saliva dalla base della schiena, gli stringeva lo stomaco, gli faceva pulsare il cazzo nella mano di Roman. Si sentiva esposto, guardato solo dalle stelle e dall’amico che gli stava divorando il culo come un affamato, e quella consapevolezza lo rendeva ancora più duro. «Mettici un dito», ordinò con voce roca. «Voglio sentire qualcosa di più spesso.»
Roman non esitò. Bagnò l’indice con saliva e lo premette contro l’ano già rilassato e lucido. Entrò piano, un nodo alla volta, mentre la lingua continuava a leccare intorno al punto dove il dito spariva. Sergio emise un gemito lungo, gutturale. «Fanculo… sì… così… muovilo.»
Il dito di Roman andò e venne, lento all’inizio, poi più deciso, cercando quella macchia interna che faceva arricciare le dita dei piedi a Sergio. Quando la trovò, ci premette con decisione e Sergio quasi cadde in avanti, salvandosi solo aggrappandosi al parapetto. «Lì… non smettere… cazzo sto per… no, non ancora. Voglio di più. Voglio il tuo cazzo.»
Roman si staccò un attimo, il viso lucido di saliva e di sudore, gli occhi neri di voglia. Si alzò in piedi dietro di lui, premette il bacino vestito contro il culo nudo di Sergio, e Sergio sentì nettamente la durezza del cazzo dell’amico che spingeva contro di lui attraverso il tessuto dei pantaloni da lavoro. «Lo senti?» chiese Roman, la voce calda all’orecchio di Sergio. «È tutto per te. L’ho tenuto a bada per anni. Stanotte te lo prendi tutto, sul tetto, come un cane in calore.»
Sergio si voltò a metà, lo baciò a bocca aperta, assaggiando se stesso sulle labbra di Roman. Il bacio fu umido, disordinato, fatto di denti e di lingue che si cercavano. «Sì», ansimò contro la bocca dell’altro. «Sfilati i pantaloni. Voglio vederlo. Voglio sentirlo caldo contro il mio buco prima che me lo ficchi dentro.»
Roman obbedì in fretta, aprì la propria cintura, calò pantaloni e boxer. Il cazzo gli saltò fuori, grosso, venato, la testa già lucida. Lo prese in mano e lo strusciò su e giù lungo la fessura delle natiche di Sergio, spalmando precome sull’ano leccato e dilatato. Sergio spingeva indietro a ogni passaggio, cercando di catturare quella punta, di farla entrare anche solo di un centimetro.
«Non ancora», lo fermò Roman, un sorriso cattivo. «Prima ti faccio chiedere meglio. Dimmi quanto lo vuoi.»
Sergio rise, un suono basso e sporco. «Lo voglio. Lo voglio nel culo fino alle palle. Voglio che mi scopi qui sopra finché non grido e i vicini pensano che stiamo demolendo qualcosa. Ficcamelo, Roman. Aprimi col tuo cazzo.»
Roman gli mise una mano sulla schiena e lo piegò di più, l’altra che guidava il cazzo contro l’ingresso. La punta premeva, calda, insistente, e Sergio sentiva il proprio buco che si apriva piano, che accettava, che bruciava di un piacere misto a una tensione dolce. Stavano per attraversare quel confine, lì sul tetto, con la birra calda accanto e la città che non sapeva niente.
Roman spinse appena, quanto bastava perché la testa scivolasse dentro di un dito, e entrambi trattennero il fiato. Sergio strinse i denti e gemette attraverso di essi. «Ancora… piano… sì…»
Ma Roman non entrò tutto. Si fermò lì, solo la testa ingoiata dal culo caldo di Sergio, e cominciò a dondolare con movimenti minimi, a far girare il bacino, a stuzzicare senza concedere ancora la botta piena. «Senti come ti stringi», ansimò. «Sei una morsa. Se continuo adesso ti sfonderei in due secondi. Ma voglio godermelo. Voglio sentirti mendicare.»
Sergio muoveva il culo all’indietro in cerchi piccoli, cercando di inghiottire di più. Il bruciore era buono, il riempimento ancora troppo poco. «Roman… non fare il stronzo… dammelo…»
Roman gli diede una manata secca su una natica, il suono secco che echeggiò sul tetto. «Lo avrai. Tutto. Ma prima voglio leccarti di nuovo mentre ce l’hai così, mezzo aperto sul mio cazzo. Voglio assaggiarti mentre tremi.»
Si chinò di nuovo, tenendo il bacino fermo, e la lingua tornò a lavorare intorno al punto dove i loro corpi si univano. Sergio gridò quasi, il piacere che gli esplodeva dietro gli occhi. Era troppo e non abbastanza insieme. Il cielo sopra di loro era ormai nero, punteggiato di stelle fioche, e sotto di loro il palazzo respirava silenzioso. Erano soli, sudati, con i pantaloni alle caviglie e la voglia che non aveva più freni.
Roman si rialzò, prese Sergio per i fianchi con entrambe le mani e spinse ancora un centimetro più dentro, lento, implacabile. Sergio emise un suono lungo, animale. «Cazzo sì… così… riempimi…»
Ma ancora una volta Roman si fermò a metà strada, il respiro caldo sulla nuca di Sergio, il cazzo che pulsava dentro quel calore stretto. «Act due», mormorò con un sorriso che si sentiva nella voce. «Quando ti scoperò davvero, voglio che la città intera senta come urli il nome del tuo migliore amico. Sei pronto a prendermelo fino in fondo, Sergio?»
Sergio, il culo che bruciava di voglia e di promessa, spinse indietro con forza e ansimò: «Sono pronto. Non lasciarmi così. Finiscila. Scopami.»
Roman gli strinse i fianchi più forte, il cazzo ancora solo a metà, e il tetto sotto di loro sembrò trattenere il fiato insieme a loro, mentre la notte li avvolgeva e tutto ciò che contava era il punto esatto in cui i loro corpi si erano finalmente uniti, pronti a spezzarsi del tutto.
Roman spinse ancora, lento e deciso, e il cazzo grosso scivolò più a fondo nel culo stretto di Sergio. Il bruciore dolce si trasformò in un riempimento completo mentre le palle di Roman battevano finalmente contro le natiche sudate. Sergio agganciò le dita al parapetto di cemento, le nocche bianche, e gemette a bocca aperta verso la città illuminata sotto di loro. «Cazzo… tutto… ce l’hai tutto dentro…»
Roman gli tenne i fianchi con le mani callose e cominciò a muoversi. Prima con spinte corte, assaporando come l’ano di Sergio si contraesse intorno al suo cazzo duro, poi più lunghe, più profonde. La saliva e il precome lubrificavano abbastanza; il buco era caldo, stretto, e ogni ritirata faceva uscire un suono umido e osceno. «Lo senti come ti apro?» ansimò Roman all’orecchio di Sergio, la voce roca di piacere. «Sono il primo a sfondarti questo buco di troia. Il tuo culo mi sta mangiando il cazzo come se avesse fame da anni.»
Sergio spingeva indietro a ogni colpo, le natiche che sbattevano contro l’inguine dell’amico. Il cazzo gli pulsava pesante tra le gambe, gocciolando sul cemento del tetto. «Sì… scopami… non fermarti… voglio sentirlo fino in fondo.» Roman accelerò, le spinte diventarono più secche, più forti. Il suono della carne che sbatteva contro carne riempiva l’aria calda della sera. Ogni tanto tirava fuori quasi del tutto, lasciando solo la testa a stirare l’anello rosso e lucido, poi rientrava d’un colpo solo fino alle palle. Sergio urlò basso, un suono gutturale che si perse nel vento.
Roman lo piegò di più contro il parapetto, il petto di Sergio premuto sul bordo basso, il culo alzato e offerto. Continuò a inculcarlo in piedi con forza crescente, una mano che gli scendeva a prendere il cazzo duro di Sergio e a masturbarlo a ritmo delle penetrazioni. «Sei così stretto… porca puttana, Sergio, il tuo buco mi strozza il cazzo. Mi piace essere il primo a allargartelo, a sentirlo cedere sotto di me.» Gli diede uno schiaffo secco su una natica, il segno rosso che spuntava subito sulla pelle sporca di polvere e sudore. Sergio gemette più forte e spinse indietro ancora, cercando di prenderlo più a fondo.
«Ancora… dammelo più duro… usami…» ansimò Sergio, gli occhi socchiusi, la mente vuota di tutto tranne il cazzo che gli sfondava il culo. Roman obbedì. Le spinte diventarono selvagge, profonde, il bacino che sbatteva senza pietà. Gli schiaffi sul culo si ripeterono, ritmati, lasciando le chiappe calde e rosse. «Guarda come ti scuote il culo… sei una troia consenziente, il mio muratore di merda che si fa fottere sul tetto. Ti piace, eh? Ti piace farmi da buco?»
«Sì… cazzo sì…» Sergio si masturbava ora da solo, la mano che andava su e giù veloce sul proprio cazzo gocciolante mentre Roman lo inculcava. Il piacere gli saliva a ondate, partendo dal punto dove il cazzo dell’amico gli sfregava la prostata a ogni botta. Le ginocchia gli tremavano. «Metti… mettimi a quattro zampe… voglio prenderlo ancora più a fondo.»
Roman tirò fuori il cazzo con un suono bagnato, lasciando il buco di Sergio aperto e che si contraeva sul vuoto. «In ginocchio. Subito.» Sergio obbedì senza esitazione, scese a quattro zampe sul cemento ruvido del tetto, le mani e le ginocchia che grattavano, il culo alzato alto verso Roman. Il cazzo gli pendeva pesante tra le cosce, la testa che faceva una pozza di precome sotto di lui. Roman si inginocchiò dietro, gli aprì le natiche con entrambe le mani e sputò dritto sul buco dilatato. Poi ci ficcò due dita, le torse, le spinsero a fondo per spalmare la saliva più dentro. Sergio gemette e spinse indietro sulle dita. «Basta… ficcamelo… voglio il cazzo.»
Roman si allineò e entrò di nuovo d’un colpo solo, fino in fondo. Sergio gridò, un suono crudo e liberatorio. Roman lo prese per i fianchi e iniziò a scoparlo con forza, le palle che sbattevano contro il perineo a ogni spinta. Gli schiaffi sul culo ripresero, più forti, lasciando impronte rosse. «Prendilo… tutto… sei il mio buco preferito adesso. Il primo a farsi sfondare da me qui sopra. Guarda come ti allargo… senti come ti fotte forte.»
Sergio si masturbava furiosamente, la mano che strizzava il cazzo a ritmo delle penetrazioni selvagge. Spingeva indietro con forza, incontrando ogni botta, il culo che si apriva e chiudeva intorno al cazzo grosso di Roman. «Più forte… usami come una troia… sì… cazzo Roman, mi stai spaccando… mi piace… continua… non smettere…» Il sudore gli scorreva sulla schiena, gocce che cadevano sul cemento. Il piacere era bruto, fisico, senza fronzoli: solo il cazzo che entrava e usciva, gli schiaffi, le parole sporche, l’aria della notte sul corpo nudo.
Roman ansimava pesante, le spinte che diventavano irregolari mentre si avvicinava. «Sto per… ti riempio… ti riempio di sborra calda nel culo…» Sergio gemette acuto e si strinse intorno a lui. «Fallo… sparala dentro… voglio sentirla…» Roman diede tre, quattro spinte ancora più profonde e poi si scaricò con un grugnito lungo. Il cazzo pulsava mentre schizzi caldi e spessi di sborra riempivano il culo di Sergio, ondata dopo ondata. Sergio lo sentì, caldo, abbondante, e si vennero a sua volta, la mano che strizzava il proprio cazzo mentre la sborra gli usciva a getti sul cemento del tetto, il corpo che tremava tutto sotto le spinte residuali di Roman.
Roman restò conficcato dentro ancora qualche secondo, ansimando, godendosi le contrazioni del buco che mungeva gli ultimi getti. Poi tirò fuori il cazzo lentamente. Il buco di Sergio restò aperto, dilatato, e dalla fessura rosata e lucida cominciò a colare la sborra calda e densa, filo dopo filo che scendeva lungo le palle e le cosce interne. Roman guardò, affascinato, e passò un dito a raccogliere un po’ di quella sborra mista a saliva, poi se lo portò alle labbra. «Guarda che meraviglia… il tuo culo che mi caga fuori la sborra. L’ho riempito bene.»
Sergio si lasciò cadere su un fianco, ridendo a fiato corto, il corpo ancora scosso dai brividi. Roman gli si accostò e lo baciò a bocca aperta, un bacio lungo, umido, fatto di lingue che si inseguivano e di denti che graffiavano. Sapevano di birra, di sudore e di sesso. Quando si staccarono, entrambi ridevano, complici, le fronti sudate premuti l’una contro l’altra.
«Cazzo», mormorò Sergio, ancora con il culo che pulsava e la sborra che gli colava. «Non pensavo che sarebbe stato così… intenso. Il mio culo brucia, ma in un modo che voglio di nuovo.»
Roman gli diede una manata leggera sulla natica ancora rossa e sorrise. «Ogni volta che torniamo su questo tetto, allora. Fine cantiere, birra, e poi ti scopro di nuovo. Nessuno sa niente. Solo noi due e le stelle.»
Sergio annuì, già con la mente che correva avanti. Si rialzò piano, si tirò su i pantaloni senza pulirsi troppo, sentendo ancora la sborra calda che gli scivolava tra le natiche. Roman faceva lo stesso. Mentre scendevano le scale di servizio al buio, Sergio teneva già il telefono in mano nella mente. Domani sera il capocantiere non c’era. Avrebbe portato di nuovo le birre, e magari un tubetto di lubrificante vero stavolta. Avrebbe fatto chinare Roman a sua volta, o magari lo avrebbe preso contro lo stesso parapetto, guardando la città mentre gli sfondava il culo. Una nuova intimità segreta, solo loro, sul tetto. E lui stava già contando le ore.
Rate this story
Qualcosa non va in questa storia?
Popular Collections
Browse Categories