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La Resa Finalmente Accettata al Ballo in Maschera

Marco, 32 anni, si fa finalmente scopare come una troia da Dante, 35 anni, al ballo in maschera.

12 min read October 04, 2026New

Marco, trentadue anni, varcò l’ingresso del palazzo antico con il cuore che gli martellava nel petto e il fruscio della seta contro le cosce depilate. L’abito da sera nero, lungo fino ai piedi ma con uno spacco vertiginoso, gli avvolgeva il corpo come una seconda pelle, sottolineando la vita stretta e i fianchi che aveva modellato con mesi di esercizio e dieta. Sotto, la lingerie di pizzo nero gli accarezzava il sesso già mezzo duro: il reggiseno push-up creava un seno finto ma sensuale, le mutandine gli stringevano le palle e il cazzo in una gabbia di merletto, mentre le calze autoreggenti nere, con il bordo di pizzo spesso, gli fasciavano le gambe fino a metà coscia. I tacchi a spillo di dodici centimetri lo obbligavano a camminare con passi corti e ondeggianti, facendo ondeggiare il culo rotondo e depilato.

“Questa sera mi arrendo,” pensò mentre consegnava l’invito alla maschera. “Non voglio più nascondermi. Voglio essere guardata, voluta, scopata come la donna che sento di essere.” L’aria profumava di cera, incenso e corpi eccitati. Le luci erano basse, i violini suonavano un valzer lento e sensuale. Marco si sentiva esposto, vulnerabile e potentissimo allo stesso tempo.

Poi lo vide.

Dante, trentacinque anni, architetto di fama internazionale, era appoggiato a una colonna di marmo con un bicchiere di whisky in mano. Alto, spalle larghe, mascella squadrata coperta da una leggera barba scura, indossava uno smoking nero con maschera veneziana che gli lasciava scoperti solo gli occhi verdi e la bocca carnosa. Quando i loro sguardi si incrociarono, Dante si irrigidì. Poi sorrise, un sorriso lento, complice, affamato.

Si avvicinò con passo sicuro, fermandosi a pochi centimetri da lui. Il suo profumo, legno di sandalo e spezie, avvolse Marco come una carezza.

«Marco… cazzo, sei tu» mormorò Dante con voce bassa e rauca. «Ti avrei riconosciuto ovunque. E devo dirtelo subito, con tutta la sincerità che ho: ti trovo irresistibile proprio così, vestita da donna. Quel vestito che ti fascia il culo, quelle calze che brillano sotto le luci… da mesi ti guardo da lontano, immaginandoti esattamente in questo modo. Bella. Femmina. Mia.»

Marco sentì le ginocchia tremare. Non c’era scherno nella voce di Dante, solo desiderio crudo e rispettoso. «Lo pensi davvero?» sussurrò, la voce che gli usciva più morbida del solito, quasi femminile. «Non mi stai prendendo in giro?»

Dante gli sfiorò il gomito con le dita, un tocco leggero ma possessivo. «Se ti prendessi in giro non avrei il cazzo già duro dentro i pantaloni. Balliamo.»

Sulla pista, nella penombra calda, Dante lo attirò contro di sé. I loro corpi aderirono perfettamente. Marco sentiva il petto solido dell’uomo premere contro il suo décolleté finto, il bacino di Dante che si muoveva piano contro il suo, e già il rigonfiamento evidente dell’erezione che premeva contro il suo basso ventre. Le mani grandi di Dante scesero lungo la schiena, fino a posarsi aperte sulle natiche, stringendole attraverso la seta.

«Hai un culo che sembra fatto per essere scopato» gli sussurrò all’orecchio, le labbra che gli sfioravano il lobo. «Sento già quanto è morbida la tua fighetta nascosta sotto queste mutandine di pizzo. Voglio sentirti gemere come una vera puttana, Marco. Voglio che mi supplichi di usarti.»

Marco ansimò, premendo il viso contro il collo di Dante. Il profumo dell’uomo lo stordiva. «Allora toccami» rispose con voce rotta. «Stringimi più forte. Voglio che tutti vedano quanto mi piace essere la tua troia vestita di pizzo.»

Le dita di Dante si infilarono nello spacco dell’abito, risalendo sotto la seta fino a toccare il bordo delle calze. Accarezzò la pelle nuda sopra il pizzo, poi osò di più: premette un dito tra le natiche, sfregando il buchetto ancora coperto dalle mutandine. Marco gemette piano, un suono acuto e bisognoso che fece ridacchiare Dante di soddisfazione.

«Brava ragazza» gli disse all’orecchio. «Sei già bagnata per me.»

Non resistettero oltre. Dante lo prese per mano e lo trascinò fuori dalla pista, lungo un corridoio laterale, fino a una piccola sala privata usata come studio. La porta si chiuse con un clic secco. Appena dentro, Marco si voltò e lo guardò con occhi lucidi di desiderio.

«Voglio essere trattata come la troia che sono, Dante. Niente gentilezze false. Voglio che mi spogli, che mi lecchi il culo e che mi scopi fino a farmi urlare. Sono tua.»

Dante ringhiò di approvazione. Le sue mani grandi afferrarono le spalline dell’abito e lo fecero scivolare a terra con lentezza esasperante. L’abito cadde in una pozza di seta ai piedi di Marco, lasciandolo solo con lingerie, calze e tacchi. Dante fece un passo indietro per guardarlo.

«Cazzo… guardati. Il pizzo nero contro la tua pelle, il cazzo che preme contro le mutandine, le gambe fasciate… sei la cosa più erotica che abbia mai visto.»

Lo spinse contro il grande tavolo di legno massiccio, facendolo piegare in avanti. Marco allargò le gambe sui tacchi, offrendosi. Dante gli abbassò le mutandine fino alle ginocchia, liberando il cazzo duro e gocciolante di Marco e lasciando esposto il culo perfettamente depilato e roseo.

Dante si inginocchiò. Le sue mani grandi aprirono le natiche e la lingua calda, bagnata, larga, cominciò a leccare con avidità dal perineo fino al buco stretto. Girava, succhiava, spingeva dentro, mentre con una mano raggiungeva tra le gambe di Marco e gli stringeva il cazzo con dita forti, masturbandolo con colpi lenti e perfetti.

«Oh merda… sì, leccami la fighetta» ansimò Marco, spingendo indietro contro quella bocca vorace. «Mi fai impazzire… nessuno mi ha mai voluto così tanto.»

Dante si alzò, si aprì i pantaloni e tirò fuori un cazzo spesso, venoso, con la cappella già lucida di precum. Lo appoggiò contro il buco bagnato di saliva e spinse. Centimetro dopo centimetro, lo aprì, lo riempì, fino a seppellirsi completamente dentro di lui.

«Prendilo tutto, troia» ringhiò, iniziando a fottere con colpi profondi e decisi. Il tavolo scricchiolava a ogni spinta. Dante stringeva il cazzo di Marco nella mano, pompandolo forte, mentre con l’altra gli teneva il fianco, tirandolo contro di sé. I loro gemiti si mescolavano, sporchi, animaleschi.

Dopo minuti di scopata feroce, Dante lo girò, lo fece sedere sul bordo del tavolo e si inginocchiò di nuovo. Questa volta prese il cazzo di Marco in bocca, succhiandolo con fame, la gola che si contraeva intorno alla cappella, la lingua che lambiva le palle. Marco gli teneva la testa, spingendo tra quelle labbra calde, gemendo senza controllo.

«Sto per venire se continui così… cazzo, Dante!»

Dante si alzò, gli afferrò le gambe e se le mise sulle spalle. Lo penetrò di nuovo in quella posizione, faccia a faccia. I loro sguardi erano incatenati. Si baciarono con passione brutale, lingue che si intrecciavano, saliva che colava, mentre Dante lo martellava senza pietà, colpendo la prostata a ogni affondo.

«Voglio guardarti mentre ti riempio» sussurrò contro le labbra di Marco.

Il piacere crebbe fino a esplodere. Dante venne per primo, con un grugnito profondo, scaricando fiotti densi e caldi di sborra dentro il culo di Marco, pulsando, riempiendolo fino a farla colare fuori. Marco, stretto intorno a quel cazzo che ancora veniva, schizzò sul proprio ventre e sul pizzo del reggiseno, tremando violentemente.

Rimasero così, sudati, ansanti, ancora uniti. Dante gli baciò le labbra con una tenerezza improvvisa, dolce, quasi reverente.

«Ti voglio sempre così» mormorò, accarezzandogli una guancia. «Accetto completamente la donna che sei dentro. Non voglio altro che questo Marco… questa versione di te.»

Marco, con il culo ancora contratto intorno al cazzo semi-duro di Dante e la sborra che gli colava lentamente lungo le cosce dentro le calze, sorrise. Un sorriso luminoso, libero. Sentiva il cuore pieno e il corpo vivo come non mai.

«Allora portami a casa tua stanotte» sussurrò, baciandolo di nuovo, lentamente, mordicchiandogli il labbro inferiore. «Voglio continuare. Voglio che mi scopi ancora, in tutti i modi, finché non riesco più a camminare sui tacchi. Ma prima…»

Si interruppe. Fuori dalla porta chiusa si sentivano passi e risate lontane. Qualcuno stava venendo da quella parte. Dante alzò un sopracciglio, ancora dentro di lui, il cazzo che ricominciava a indurirsi alla sola idea di essere scoperti.

Marco sorrise malizioso, stringendo i muscoli interni intorno all’erezione che tornava.

«Forse dovremmo finire questa conversazione… altrove. Ma non ho ancora finito di farti godere, architetto.»

La tensione tra loro non si era affatto placata. Anzi, bruciava più forte, promettendo ore ancora più sporche e intense appena avessero trovato un letto, o un’altra stanza, o qualsiasi superficie su cui Dante potesse piegarlo di nuovo.

Marco strinse di nuovo i muscoli interni intorno al cazzo di Dante, godendo del modo in cui lo sentiva gonfiarsi di nuovo dentro di sé, spesso e caldo, pronto a riprendere possesso della sua fighetta. Il seme che colava lentamente dal suo buco gli bagnava l’interno delle cosce, impregnando il bordo di pizzo delle calze autoreggenti. «Portami via subito,» sussurrò con voce roca, quasi femminile, mentre gli mordicchiava il labbro inferiore. «O giuro che mi piego di nuovo su quel tavolo e ti imploro di sfondarmi davanti a tutti.»

Dante ringhiò, gli occhi verdi che brillavano di pura fame dietro la maschera veneziana ancora calata sul viso. Si ritrasse con lentezza crudele, centimetro dopo centimetro, fino a far uscire la cappella con un plop umido. Un fiotto denso di sborra bianca seguì, colando lungo la fessura depilata di Marco e finendo sulle calze nere. «Sei una troia insaziabile,» mormorò Dante, passandogli il pollice sulle labbra gonfie. «E stasera ti tratto esattamente come meriti.»

Si ricomposero in fretta. Marco infilò di nuovo l’abito di seta nera, sentendo lo spacco vertiginoso aprirsi a ogni passo e rivelare le calze lucide. Le mutandine di pizzo le lasciò abbassate intorno alle ginocchia; voleva sentire il cazzo mezzo duro sfregare contro la stoffa bagnata e il culo pulsare a vuoto, pieno del carico di Dante. Uscirono dallo studio tenendosi per mano, il cuore di Marco che batteva come un tamburo. Il corridoio era illuminato solo da lampade a muro, e il suono di passi e risate si avvicinava pericolosamente.

Dante lo spinse contro la parete in un angolo buio, premendo il corpo massiccio contro il suo. «Non resisto,» ringhiò piano. Marco non rispose con parole: cadde in ginocchio sui tacchi a spillo, alzò lo smoking di Dante e ingoiò il cazzo ancora lucido di sborra e saliva fino in gola. Lo succhiò con avidità disperata, la lingua che girava intorno alla cappella venosa, assaporando il gusto salato del loro amplesso. Dante gli afferrò i capelli, spingendo piano ma deciso, mentre guardava verso l’angolo del corridoio.

«Brava ragazza… succhiamelo così, proprio qui dove potrebbero vederci. Ingoia tutto, troia.»

Marco gemette intorno al cazzo, gli occhi lucidi di desiderio. Pensava solo a quanto si sentiva giusta in quel momento: ginocchio a terra, vestito sollevato sulle cosce, il culo che stillava sborra mentre serviva l’uomo che lo aveva finalmente accettato. I passi si fecero più vicini. Dante tirò fuori il cazzo dalla bocca calda con un sospiro strozzato e lo aiutò a rialzarsi. Attraversarono di corsa l’ultimo tratto e uscirono dal palazzo antico, l’aria notturna di Roma che colpì le loro pelli accaldate.

La macchina di Dante era parcheggiata poco lontano. Appena saliti, Marco non aspettò neppure che partisse. Si chinò sul cambio, aprì di nuovo i pantaloni eleganti e riprese a succhiare con fame mentre Dante guidava verso casa sua, le mani strette sul volante. «Cazzo, Marco… la tua bocca è perfetta,» ansimava lui, una mano che ogni tanto scendeva a spingergli la testa più a fondo. Marco sentiva il cazzo pulsargli in gola, le vene che gli sfregavano la lingua, il sapore muschiato che gli riempiva i sensi. Ogni semaforo rosso era un’occasione per leccargli le palle pesanti, succhiandole una dopo l’altra mentre Dante imprecava di piacere.

Arrivati all’attico di Dante a Trastevere, salirono in ascensore senza smettere di toccarsi. Appena la porta di casa si chiuse, Dante lo spinse contro il muro dell’ingresso. Gli strappò letteralmente l’abito di dosso, facendolo cadere a terra in una pozza di seta nera. Marco rimase solo con reggiseno push-up, calze nere e tacchi, il cazzo duro che puntava verso l’alto, la cappella lucida di precum.

«Guardati,» disse Dante con voce bassa e sporca, facendo un passo indietro per ammirarlo. «Sei la donna più eccitante che abbia mai visto. Quel pizzo che ti stringe il cazzo, quelle calze che ti fasciano le gambe… voglio leccarti ovunque.»

Lo prese in braccio come se non pesasse nulla e lo portò nella grande camera da letto, illuminata solo da una lampada bassa. Lo gettò sul letto king size e gli aprì le gambe. La lingua di Dante tornò subito sul suo buco, leccando la propria sborra che ancora colava fuori. Succhiava, spingeva dentro, girava intorno al bordo sensibile mentre con una mano masturbava lentamente il cazzo di Marco, stringendo proprio sotto la cappella.

«Oh sì… leccami la fighetta, Dante,» gemette Marco, inarcando la schiena. «Puliscimi con la lingua e poi riempimi di nuovo. Sono la tua puttana, solo tua.»

Pensava, mentre il piacere gli saliva lungo la spina dorsale, che non aveva mai provato una tale libertà. Non c’era vergogna, solo desiderio crudo e accettazione totale. Dante lo voleva esattamente così: depilato, vestito di pizzo, con il culo offerto e il cazzo che gocciolava.

Dante si alzò, si spogliò completamente. Il suo corpo muscoloso, coperto da una leggera peluria scura sul petto, era imponente. Il cazzo, spesso e venoso, puntava verso l’alto, ancora bagnato della saliva di Marco. Lo girò a carponi sul letto, gli afferrò i fianchi e lo penetrò di nuovo con un’unica spinta profonda. Marco urlò di piacere, spingendo indietro il culo rotondo per prenderlo tutto.

«Così, troia. Prendilo fino in fondo,» ringhiava Dante a ogni affondo, le palle che sbattevano contro le sue. Il suono era osceno, bagnato, sporco. Marco sentiva ogni vena del cazzo di Dante sfregargli la prostata, mandandogli scariche di piacere puro al cervello. Le calze gli scivolavano sulle lenzuola di seta mentre veniva martellato senza pietà.

Dopo qualche minuto Dante si sdraiò sul letto e lo fece salire sopra. «Cavalcami. Voglio vederti mentre ti prendi il mio cazzo come una vera donna.»

Marco obbedì, abbassandosi lentamente sulla cappella grossa. Sentì l’apertura dilatarsi di nuovo, accogliere tutta quella carne calda e dura fino a sedersi completamente sulle anche di Dante. Iniziò a muoversi, su e giù, roteando i fianchi, le mani appoggiate sul petto solido dell’uomo. I suoi gemiti si fecero più acuti, femminili, mentre il cazzo gli rimbalzava contro il ventre piatto, lasciando strisce lucide di liquido preseminale sul pizzo del reggiseno.

«Guardami,» ansimò Marco. «Guardami mentre ti scopo con la mia fighetta. Sono la tua troia vestita di pizzo, Dante. Usami.»

Dante gli stringeva le natiche, spalancandole, aiutandolo a scendere più forte. «Sei bellissima così. Il seno finto che balla, le calze che brillano… vieni per me, amore. Voglio sentirti stringere il mio cazzo mentre schizzi.»

L’orgasmo arrivò violento. Marco tremò, i muscoli interni che si contraevano ritmicamente intorno al cazzo spesso di Dante. Schizzò fiotti caldi sul petto dell’uomo, sporcando anche il pizzo nero del reggiseno. Dante lo seguì pochi secondi dopo, spingendo il bacino verso l’alto e scaricando un secondo carico denso e abbondante dentro di lui, riempiendolo fino a farne uscire rivoli bianchi che colarono sulle sue palle e sulle lenzuola.

Rimasero così, ansimanti, sudati, ancora uniti. Marco si accasciò sul petto di Dante, il cazzo ancora pulsando debolmente dentro di sé. Dante gli accarezzava la schiena con mani grandi e tenere, baciandogli la fronte, le guance, le labbra con una dolcezza che contrastava con la brutalità di poco prima.

«Sei mia,» mormorò Dante contro i suoi capelli. «E io accetto ogni parte di te. La donna che sei, la troia che vuoi essere. Tutto.»

Marco sorrise, esausto e felice, il corpo che ancora tremava per gli spasmi del piacere. Sentiva il seme caldo di Dante che continuava a colargli lentamente fuori, bagnandogli le cosce e le calze rovinate. Era perfetto. Era accettato.

Dante gli sollevò il mento con due dita e lo guardò negli occhi, un sorriso complice e un po’ colpevole sulle labbra carnose.

«Devo dirti un segreto, però. Non è stato un caso che tu abbia ricevuto quell’invito stasera. Ti avevo visto tre mesi fa, in un locale privato vicino a via Veneto, vestita esattamente così. Eri bellissima e sembravi così sola. Da quella sera non sono più riuscito a pensare ad altro. Ho chiesto a un amico comune di assicurarsi che tu venissi al ballo. Volevo incontrarti. Volevo questo. Volevo te.»

Marco spalancò gli occhi, il cuore che gli faceva un salto nel petto. Non disse nulla. Si limitò a baciarlo di nuovo, lentamente, profondamente, mentre il cazzo di Dante dava un ultimo, debole guizzo dentro di lui.

Finalmente accettata. Finalmente a casa.

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