Assaggio Proibito al Festival

Roxanne, chef trentaduenne, si fa inculare con forza da Hugo, quarantenne produttore d’olio, nella roulotte del festival del tartufo.

9 min read September 12, 2026New

Sono Roxanne, chef trentaduenne di Roma, e ho ancora il sapore del tartufo sulla lingua quando ripenso a quella sera in Umbria. Ero al festival per lavoro, a scovare fornitori e idee per il menù invernale del mio ristorante, ma soprattutto per scappare un po’ da me stessa. Tra bancarelle di legna e lampadine gialle, l’aria sapeva di umido, di terra smossa e di olio appena spremuto. Fu lì che lo vidi.

Hugo aveva quarant’anni precisi, le mani larghe di chi lavora i frantoi, i capelli scuri un po’ argentati alle tempie e quel sorriso lento da produttore d’olio extravergine che sa esattamente quanto vale ciò che tocca. Mi offrì un crostino con una goccia del suo monovarietale e un’increspatura di tartufo nero. «Assaggia», disse soltanto. Il sapore mi arrivò caldo in gola, grasso e profondo. Ci guardammo e capii subito che non stava parlando solo dell’olio.

Passeggiammo tra i banchi. Lui mi raccontava delle olive secolari, io delle mie riduzioni al marsala; ma le parole scivolavano altrove. «A me piace quando il cibo è quasi troppo», ammisi, leccandomi un dito. «Quando ti costringe a chiudere gli occhi». Hugo rise basso. «A me piace spingere oltre il troppo. I confini, quelli lì… mi piace romperli con calma». I nostri sguardi si scontrarono. Tra un assaggio di pecorino e una scaglia di tartufo, l’attrazione diventò fisica: il braccio che sfiorava il mio, l’odore del suo collo quando si chinava a farmi odorare un flacone d’olio al limone. Parlammo apertamente. Gli dissi che da mesi non scopavo come volevo davvero, che il mio culo restava spesso affamato di qualcosa di grosso e deciso. Lui non arrossì. «Io voglio esplorarti tutta», rispose. «Soprattutto dove ti vergogni di chiederlo».

Ci allontanammo verso un angolo più buio, dietro le botti di vino novello. Lui mi porse un calice, le dita si intrecciarono sul vetro. Ogni volta che assaggiavamo, le mani restavano un secondo di troppo: il dorso della mia sulla sua coscia, il pollice di Hugo che premeva il mio polso. Le battute diventarono spudorate. «Vuoi sentirmi dentro in modo estremo?», chiese piano, gli occhi scuri. Io annuii, il respiro corto. «Voglio il tuo cazzo nel culo. Lento prima, poi fino in fondo. Voglio sentirmi aperta e usata, ma solo se lo vuoi anche tu». Lui avvicinò le labbra al mio orecchio. «La mia roulotte è a due minuti. Consentito da entrambe le parti, niente fretta mascherata. Vuoi venire ad assaggiare un piacere proibito con me?». «Sì», dissi senza esitazione. «Adesso».

La roulotte odorava di legno e di olio. Appena chiusa la porta ci spogliammo con un’urgenza consensuale, quasi rabbiosa di piacere. La mia camicia cadde, il reggiseno, la gonna; i suoi pantaloni e la maglia seguirono. Il cazzo di Hugo era già duro, spesso, le vene in rilievo, la testa lucida. Mi fece piegare sul tavolino basso, le mani che mi spingevano dolcemente ma ferme. Mi spalancò le natiche con i pollici. «Che buco bello», mormorò. Poi la lingua calda e larga mi trovò l’ano. Girò, insistette, spinsò la punta dentro mentre io gemévo a denti stretti, la fronte appoggiata al legno. Mi leccava come se assaggiasse il suo tartufo preferito: lento, umido, vorace. Le cosce mi tremavano. «Hugo… cazzo, continua». Lui non si fermò finché non fui tutta molle e aperta al piacere.

Prese una boccetta del suo olio aromatizzato al tartufo, se ne versò un filo sul palmo e se lo spalmò sul cazzo, lucido e scuro. Si posizionò dietro di me, ancora in piedi. La testa calda premette contro il mio anello. «Dimmi che lo vuoi». «Lo voglio. Inculami». Entrò piano, centimetro dopo centimetro, l’olio che scaldava e lubrificava, il bruciore dolce che si trasformava in pienezza. Io mi toccavo il clitoride con due dita, circoli stretti, mentre lui iniziava a spingere più a fondo, ritmico, le mani salde sui miei fianchi. Ogni spinta mi faceva gemere. «Che culo stretto… ti sento che mi stringi». Andava e veniva, sempre più deciso, il tavolo che scricchiolava.

Poi mi girò e mi mise a quattro zampe sul letto stretto della roulotte. Mi infilò di nuovo dentro con un colpo solo, fino in fondo, e cominciò a scoparmi il culo con forza animalesca, le palle che battevano contro la pelle. Alternava schiaffi sonori sulle chiappe — «Contale, troia» — e dirty talk che ci faceva impazzire entrambi. «La mia puttana del festival, la chef che si fa riempire il culo d’olio e di cazzo. Diglielo quanto ti piace essere la mia troia». «Mi piace… sono la tua troia, inculami più forte». Gli schiaffi scottavano, il ritmo era brutalmente buono, il suo pube mi schiacciava le natiche a ogni affondo. Io mi masturbavo il clitoride frenetico, il piacere che saliva a ondate. Quando venni fu intenso, il corpo che si contraeva a spasmi attorno al suo cazzo piantato fino in fondo nel mio ano, un urlo soffocato contro il cuscino, le gambe che cedevano mentre l’orgasmo mi svuotava la testa.

Hugo non uscì. Continuò a spingere due, tre volte ancora, poi si piantò e lo sentii pulsare. Mi riempì il culo di sborra calda, getto dopo getto, mentre io ansimavo ancora scossa dai residui del piacere. Restò dentro, china sul mio dorso, e mi baciò la nuca, le labbra umide. «Sei stata la mia troia perfetta», sussurrò. «Roxanne… questo culo era fatto per il mio cazzo». Il suo seme scaldava, cola già un filo caldo lungo la coscia. Ci muovemmo lenti per rivestirci: io tirai su le mutandine senza pulirmi del tutto, sentendo il disordine lubrico tra le natiche, lui riallacciò i pantaloni ma lasciò la camicia aperta. Fuori, il festival continuava, voci e risate lontane.

Seduta sul bordo del letto, con la gonna stilata e il cuore ancora battente, lo guardai. Hugo mi porse un altro sorso di vino e sorrise in un modo che non prometteva fine. «La notte è lunga», disse. «E io ho ancora olio. E altre idee su come usarti stanotte, se vuoi restare». Le mie cosce erano molli, il culo pulsava soddisfatto e già di nuovo curioso. Annuii, le labbra gonfie. Non sapevo ancora quanto avremmo spinto oltre, ma il sapore proibito mi era entrato sotto la pelle e non volevo uscire da quella roulotte.

Annuii, le labbra ancora gonfie di vino e di sborra, e mi alzai dal bordo del letto. Hugo mi tirò contro il petto nudo, le mani grandi che scesero subito a spalmarmi le natiche ancora scivolose. Il suo cazzo, ammorbidito solo un poco, riprese a indurirsi contro il mio ventre mentre mi baciava a bocca aperta, sapendo di tartufo e di me. «Resta», mormorò contro la mia lingua. «Voglio vederti cavalcarmi con quel culo pieno del mio seme». Glielo dissi chiaro: «Sì. Usami finché ne ho voglia e tu ne hai voglia». Nessuna fretta, nessun dubbio. Solo il consenso caldo che ci bruciava sotto la pelle.

Mi fece stendere a pancia in su sul materasso stretto. Lui si inginocchiò tra le mie cosce aperte, versò un filo fresco d’olio al tartufo direttamente sul mio ano ancora rosso e pulsante. Le dita tozze entrarono due alla volta, girando, allargandomi con calma crudele. Io gemetti il suo nome, le unghie conficcate nei lenzuoli. «Guardami mentre ti apro», ordinò. Lo guardai. Quarant’anni di frantoio stampati sulle spalle larghe, gli occhi scuri che non lasciavano scampo. Aggiunse un terzo dito, l’olio che scorreva caldo tra le pieghe. Mi masturbava il clitoride con il pollice libero, circoli lenti e precisi che mi facevano inarcare la schiena. «Sei già di nuovo una pozza», disse. «La chef di Roma che si fa allargare il buco del culo in una roulotte di provincia. Ti piace?» «Mi piace da morire. Infilami il cazzo, Hugo. Adesso».

Si stese sotto di me. Mi feci montare a cavalcioni al contrario, schiena contro il suo petto peloso, e guidai la testa lucida del suo cazzo contro l’anello unto. Scesi millimetro dopo millimetro, sentendo ogni vena, ogni spinta del sangue. L’olio al tartufo scottava, il bruciore si trasformava subito in una pienezza bestiale. Quando fui tutta seduta sul suo pube, il cazzo conficcato fino alle palle, restai ferma un secondo a respirare con la bocca aperta. Poi cominciai a muovermi. Su e giù, lenta all’inizio, poi più forte, le natiche che sbattevano sul suo ventre con uno schiocco umido. Lui mi afferrò i fianchi e spinse dal basso, sincronizzato, scavandomi il culo con colpi lunghi e pesanti. «Così, troia. Cavalcami il cazzo col tuo buco stretto. Sentilo come ti riempie». Io mi toccavo le tette, pinzavo i capezzoli, poi scendevo di nuovo al clitoride. Il ritmo diventò selvaggio. La roulotte dondolava leggermente, le molle del letto scricchiolavano. Ogni affondo mi faceva vedere stelle nere. «Più forte», pregai. «Spaccami».

Hugo mi sollevò di peso, mi girò di scatto e mi mise a carponi di nuovo, ma questa volta con la faccia schiacciata contro il cuscino e il culo alto. Entrò con una spinta sola, fino in fondo, e riprese a scoparmi senza pietà. Gli schiaffi ripresero, più secchi, lasciando il segno rosso. «Contali», ringhiò. «Uno… due… tre…» Io contavo a voce rotta mentre lui mi martellava l’ano. Quattro. Cinque. Sei. Il piacere saliva come una marea nera. Mi infilò due dita in bocca perché le succhiassi, poi le ritirò e me le spinse nel culo accanto al cazzo, allargandomi ancora di più. Il dolore dolce mi fece urlare nel cuscino. «Hugo—cazzo—mi fai venire». Continuò a doppiarmi così, cazzo e dita, l’olio che schizzava, le palle che battevano. Io mi strofinavo il clitoride con rabbia. Quando venni la seconda volta fu uno scossone che mi fece perdere il fiato: l’ano che si contraeva a spasmi intorno a lui, le cosce che tremavano incontrollate, un filo di bava che mi colava dal mento. Continuai a venire a ondate mentre lui non si fermava, mi usava attraverso l’orgasmo, spingendo più a fondo, più duro, fino a quando anche lui esplose. Sentii i getti caldi, spessi, che mi riempivano di nuovo il culo già colmo. Rimasero dentro, pulsando, mentre io collassavo in avanti ansimando.

Restò conficcato ancora un minuto, poi uscì piano. La sborra mista a olio colò subito, scivolò lungo le mie labbra posteriori e mi macchiò le cosce interne. Mi girai, lo baciai, gli lecchiai il sudore dal collo. «Ancora una volta», dissi, la voce rauca. «Voglio sentirti fino a stasera». Lui rise basso, acconsentì. Mi fece alzare, mi spinse contro la parete sottile della roulotte. Mi sollevò una gamba, mi tenne aperta e mi reinfilò da dietro in piedi. L’angolo era scomodo, perfetto. Spingeva verso l’alto, il cazzo che sfregava esattamente il punto che mi faceva vedere bianco. Le mani mi tenevano i polsi sopra la testa. «Sei la mia puttana del tartufo», sussurrò all’orecchio. «La chef che si fa fottere il culo finché non cammina storto. Diglielo». «Lo sono. Sono la tua puttana. Riempimi di nuovo». Il terzo orgasmo mi arrivò a sorpresa, più breve ma acuto come un coltello. Mi strinsi intorno a lui e lui venne pure, l’ultimo carico caldo che si unì al resto. Ci lasciammo scivolare a terra, sudati, l’odore di sesso e olio che impregnava ogni centimetro di aria.

Ci ripulimmo piano, con un asciugamano e un altro filo d’olio per lenire. Mi rimisi le mutandine (già sporche di nuovo), la gonna, la camicia. Lui i pantaloni. Il festival fuori batteva ancora, risate e bicchieri. Mi baciò sulla fronte. «Torna quando vuoi, Roxanne. Questo culo ha il mio nome sopra». Io sorrisi, gli strinsi la mano, uscii dalla roulotte con le gambe molli e il cuore che martellava. Solo dopo, mentre chiudevo la porta alle mie spalle e il fresco umido di Umbria mi colpiva la faccia, vidi sulla sedia accanto al tavolino—quella che lui non aveva ripulito—una foto a colori dimenticata: Hugo sorridente accanto a una donna bionda e due bambini. Una famiglia intera. Lui non sapeva che l’avevo vista. Io sì. E me ne andai comunque con il suo seme che ancora colava caldo tra le natiche, il sapore proibito più intenso di prima.

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