Sfidato a toccarla nella stalla

La matura contadina Hana sfida il giovane Warrick a toccarla nella stalla e finisce scopata sul fieno.

22 min read September 02, 2026New

Il sole di luglio picchiava implacabile sul tetto di lamiera della stalla, trasformando l’aria in un caldo denso di polvere di fieno, sudore e odore di legno vecchio. Hana, quarantadue anni compiuti da poco, si era rimboccata le maniche della camicetta di lino leggera e si era legata i capelli castani in una coda disordinata che le lasciava scoperta la nuca lucida di sudore. Il seno prosperoso premeva contro il tessuto sottile a ogni movimento; le curve generose dei fianchi facevano scricchiolare i jeans consumati mentre si chinava a spostare i secchi.

Warrick era arrivato da meno di un’ora. Ventidue anni, spalle larghe da lavoro nei campi, avambracci già scuri di sole e una maglietta bianca inzuppata che gli aderiva al petto. Hana lo aveva assunto per la stagione, dicendogli solo che la stalla di famiglia aveva bisogno di braccia giovani. Ora, mentre spazzavano i box uno accanto all’altro, i suoi sguardi non riuscivano a restare castigate.

«Non ti sei stancato già, ragazzo?» chiese lei con un sorriso storto, piegandosi di proposito per raccogliere una forca. Il fondo dei jeans le teneva su il culo maturo e rotondo; la camicetta scivolò in avanti, offrendo una visione chiara della scollatura profonda e del bordo del reggiseno nero.

Warrick deglutì. «Ancora fresco, Hana. Solo… fa un caldo cane.» La voce gli uscì un po’ roca. Non riusciva a distogliere gli occhi dalle cosce piene che tendevano il denim, né dal modo in cui lei gli passava vicina sfiorandolo “per caso” con l’anca.

Lei rise piano, un suono basso e malizioso. «Caldo sì. E tu sudato da fare impressione.» Gli porse un secchio, le dita che gli sfiorarono il dorso della mano più a lungo del necessario. «Guarda che non mi dispiace. Un uomo che lavora e suda… ha il suo fascino.»

La tensione diventò palpabile, densa come l’aria. Hana si chinava di proposito ogni volta che doveva raccogliere qualcosa, offrendo la schiena inarcata e il seno che pendeva pesante. Warrick sentiva il cazzo già mezzo duro nei pantaloni; ogni volta che lei gli lanciava uno di quegli sguardi da sotto le ciglia bagnate di sudore, lui doveva spostare il peso su una gamba per nascondere il rigonfiamento.

«Mi stai guardando il culo, vero?» chiese lei a un certo punto, dritta, senza girarsi, mentre grattava il fondo di un box.

«E se anche lo facessi?» rispose lui, la voce più bassa, famelica.

Hana si voltò lentamente. La camicetta era ormai trasparente di sudore; i capezzoli turgidi spingevano contro il tessuto bagnato, chiari e scuri. Gli si avvicinò, il petto quasi a toccare il suo, e alzò una mano per sfiorargli lo sterno con le dita umide.

«Sfidato a toccarmi qui dentro senza farti scoprire», mormorò. Gli occhi scuri brillavano di sfida e di voglia. «Proprio qui, tra il fieno e le mucche. Se hai il coraggio. Se riesci a non farmi urare troppo forte.»

Warrick sorrise, un sorriso da lupo affamato. «Accetto.» Le mani salirono subito ai suoi fianchi, grosse e calde, stringendo la carne morbida sopra i jeans. Hana gemette appena quando le dita di lui scivolarono sotto la camicetta, toccando la pelle sudata della schiena, poi avanti fino a cupolare il seno pesante ancora dentro il reggiseno.

Il bacio arrivò improvviso e profondo: bocche aperte, lingue che si cercavano con urgenza, denti che graffiavano il labbro inferiore. Hana gli afferrò i capelli corti sulla nuca mentre lui le premeva il cazzo duro contro il ventre. Le sue mani scesero audaci sulle cosce di lei, stringendo, salendo fino all’interno dove il denim era già caldo. Lei allargò leggermente le gambe, un invito chiaro, consensuale, tremante di voglia.

«Cazzo, Hana…», borbottò lui contro la sua bocca. «Da quando sei entrata qui ti voglio.»

«Allora prendimi», ansimò lei. «Subito.»

Si inginocchiò sulla paglia sporca senza esitazione. Le dita agili slacciarono la cintura di Warrick, tirarono giù la cerniera e liberarono il cazzo grosso e rosso di eccitazione. Hana lo guardò un attimo, le labbra già umide, poi lo prese in bocca con avidità. Lingua piatta che gli leccava la vena sul sotto, labbra che scendevano fino a ingoiarlo quasi tutto, gola che si chiudeva intorno alla testa mentre lui le stringeva i capelli con entrambe le mani.

«Gesù… così», gemette Warrick, i fianchi che spingevano dolcemente. Hana succhiava con rumore umido, saliva che gli colava sulle palle, occhi alzati a guardarlo mentre lo prendeva in profondità. Le mani di lei gli massaggiavano le cosce e il culo, tirandolo ancora più dentro.

Quando lui era sul punto di perdere il controllo, la sollevò di peso. Hana ridacchiò, arrapata, mentre veniva portata verso il mucchio di fieno fresco nell’angolo più buio. Lui le sfilò i jeans e le mutandine in un gesto solo, le fece piegare in avanti con le mani appoggiate sulla balla. Il culo maturo e rotondo era lì, aperto, la figa già lucida di desiderio.

Warrick le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, poi un altro. Hana gemé alto. «Ancora… più forte.» Lui le spalmò le natiche, le aprì e le conficcò il cazzo dentro in una spinta sola, fino in fondo. Lei urò di piacere, la figa calda e stretta che lo stringeva. Cominciò a scoparla da dietro con forza, doggy style selvaggio, bacino che sbatteva contro il suo culo maturo, schiaffi che lasciavano segni rosa, una mano che le tirava i capelli mentre l’altra le stringeva un seno ancora vestito.

«Più forte, Warrick… scopami come una puttana», ansimava Hana, spingendo indietro per incontrare ogni thrust. Il fieno scricchiolava sotto di loro; l’odore di sesso si mescolava a quello del fieno e del sudore.

Lui la girò di scatto, la sollevò e la stese sul tavolo da lavoro di legno scuro, dove di solito riparavano le selle. Le gambe di Hana si aprirono larghe; lui le strappò la camicetta e il reggiseno, liberando le tette pesanti e i capezzoli scuri e duri. Si chinò a succhiarli avidamente mentre le conficcava di nuovo il cazzo dentro, in missionario profondo e ritmico. Hana gli graffiò la schiena con le unghie, gemendo forte a ogni spinta che le toccava il punto giusto.

«Cazzo sì… così in fondo… non fermarti», singhiozzava lei, le cosce che gli stringevano i fianchi. Warrick le leccava e mordeva i capezzoli, le mani che le tenevano i polsi sopra la testa per un attimo prima di scendere a strofinarle il clitoride con il pollice. Entrambi persi, sudati, la stalla che sembrava stringersi intorno al loro piacere reciproco e furioso.

L’orgasmo di Hana arrivò come un’ondata: tremò violentemente, la figa che pulsava e spremeva il cazzo di lui, un urlo lungo e rauco che lui soffocò con un bacio. Un attimo dopo Warrick esplose dentro di lei, spingendo fino in fondo, riempiendola a getti caldi mentre gemette contro il suo collo. Restarono così, ansimanti, uniti, il seme che colava lento tra le cosce di lei sul tavolo.

Fuori, all’improvviso, si sentì il cigolio del cancello del podere e una voce lontana chiamare. Hana aprì gli occhi ancora velati di piacere, il cuore che batteva forte per un motivo diverso. Warrick era ancora duro a metà dentro di lei, lo sguardo già di nuovo affamato, e le dita di Hana gli strinsero il culo come a dire che non avevano finito affatto.

L’allarme le scosse il petto più forte dell’orgasmo. Hana restò immobile sotto Warrick, le cosce ancora spalancate intorno ai suoi fianchi, il cazzo di lui che pulsavano piano dentro di lei, ancora mezzo duro e scivoloso di sborra. Il cigolio del cancello si ripeté, seguito da una voce maschile che chiamava da lontano: «Hana? C’è nessuno? Ho portato i sacchi di mangime!»

«Cazzo», soffiò lei contro l’orecchio di Warrick, le unghie che gli conficcavano ancora nei glutei. «È Marco, il fornitore. Non può vedermi così.» Il cuore le batteva a martello, ma la figa strinse istintivamente intorno all’asta calda che la riempiva. Non voleva che uscisse. Non ancora.

Warrick sorrise contro il suo collo, un sorriso da predatore. Con un movimento fluido la sollevò di peso dal tavolo, tenendola impalata sul suo cazzo. Hana avvolse le gambe intorno alla sua vita, i seni nudi schiacciati contro il petto sudato di lui mentre lui la portava di corsa verso il mucchio di fieno più alto, dietro le balle impilate. La calò delicatamente sulla paglia soffice, restando sopra di lei, sepolto fino alle palle. Fuori la voce si avvicinava: passi sulla ghiaia, il tonfo di sacchi che venivano scaricati.

«Stai zitta», mormorò Warrick, e ricominciò a muoversi. Spinte lente, profonde, quasi impercettibili, il bacino che ruotava contro il suo clitoride gonfio. Hana morse il labbro inferiore per non gemere, gli occhi spalancati fissi sul suo volto giovane e teso. Le mani di lui le cupolarono i seni pesanti, i pollici che strofinavano i capezzoli scuri e turgidi in cerchi lenti. Ogni affondo faceva scricchiolare piano il fieno sotto di loro; il suono si confondeva con quello lontano dei sacchi.

«Hana! Dove sei?» La voce di Marco era più vicina, forse a dieci metri dalla porta della stalla. Hana sentì il panico mescolarsi al piacere liquido che le saliva lungo la schiena. Allungò una mano e strinse il polso di Warrick, spingendolo più forte contro il seno. Lui capì. Le dita scivolarono in basso, tra i loro corpi uniti, e cominciarono a massaggiarle il clitoride con pressione circolare mentre il cazzo entrava e usciva con lentezza torturante.

«Più piano… ma non fermarti», ansimò lei all’orecchio, la voce un filo di respiro caldo. «Voglio venire di nuovo mentre lui è fuori.» Warrick obbedì. Le spinte diventarono più corte, più mirate, la testa del cazzo che strofinava il punto gonfio dentro di lei a ogni ingresso. Hana sentiva la sborra di prima scivolare fuori intorno all’asta, bagnandole le cosce e il fieno. Il calore denso della stalla le appiccicava i capelli alla fronte; gocce di sudore le colavano tra i seni e lui le leccava via con la lingua, scendendo a succhiare un capezzolo con avidità silenziosa.

I passi di Marco si fermarono proprio davanti all’ingresso socchiuso. «Strano, la porta è aperta… Hana?» Hana chiuse gli occhi, il corpo teso come una corda. Warrick non si fermò. Al contrario, le apre ancora di più le gambe con le ginocchia, affondando fino in fondo e restando lì, pulsando, mentre le dita lavoravano il clitoride gonfio e scivoloso. Lei tremò, un gemito strozzato le salì in gola e lui la coprì con la bocca, baciandola a fondo, lingue che si avvolgevano mentre il piacere le montava addosso.

Fuori si sentì lo scricchiolio di un sacco che veniva trascinato. Marco borbottò qualcosa su «lascio tutto qui vicino al recinto» e i passi cominciarono ad allontanarsi. Hana non aspettò. Afferrò i capelli di Warrick e lo spinse in basso. «Leccami. Adesso. Voglio la tua lingua sulla figa mentre lui se ne va.»

Warrick scivolò fuori da lei con un suono umido e si accovacciò tra le sue cosce spalancate. Il fieno gli graffiava le ginocchia; l’odore di sesso e di paglia gli riempiva le narici. Spinse la faccia contro la figa di Hana, ancora dilatata e colante di sborra mista ai suoi succhi. Lingua piatta e calda che le leccò tutta la fessura, dal buco al clitoride, raccogliendo tutto. Hana inarcò la schiena, una mano che gli premeva la testa più forte, l’altra che si mordeva le nocche per non urlare. Lui succhiò il clitoride tra le labbra, lo fece scattare con la punta della lingua, poi scese a spingere due dita dentro di lei, cercando il punto spugnoso mentre leccava.

«Cazzo, così… più in fondo con le dita», gemé lei, i fianchi che dondolavano contro la sua bocca. Warrick obbedì, curvandole le dita e succhiando con rumore umido. Il secondo orgasmo la colpì di sorpresa: le cosce le tremarono violentemente ai lati della sua testa, la figa che gli pulsava contro la lingua, un getto caldo di liquidi che lui bevve avidamente. Hana si contorse, gli occhi pieni di lacrime di piacere, il respiro spezzato in singhiozzi silenziosi.

Quando le vibrazioni calarono, Warrick risalì su di lei, il cazzo di nuovo duro come pietra, rosso e lucido. La girò di scatto su un fianco, sollevandole una gamba e affondando di nuovo dentro dalla posizione a cucchiaio. Hana gemé contro il fieno, il culo maturo premuto contro il suo ventre mentre lui la scopava con spinte lunghe e profonde. Una mano le raggiunse i seni penzolanti, li strinse, pinzò i capezzoli; l’altra le tenne il bacino fermo mentre il cazzo la apriva di nuovo.

«Mi piaci da morire quando ti vieni addosso alla mia lingua», borbottò lui all’orecchio, la voce roca di lust. «Ora ti riempio di nuovo. Vuoi?»

«Sì… riempimi, Warrick. Scopami più forte, nessuno ci sente più.» Hana spinse indietro il culo, incontrando ogni affondo. Il ritmo diventò più selvaggio, il suono delle palle che sbattevano contro di lei, il fieno che scricchiolava più forte. Lui le morse la spalla, le leccò il sudore dalla nuca, le dita che scesero di nuovo a strofinarle il clitoride già ultrasensibile. Hana sentiva un terzo orgasmo costruirsi basso nel ventre, caldo e inesorabile.

Fuori, improvvisamente, il rumore di un motore che si accendeva: Marco se ne andava. Ma proprio mentre il furgone partiva, un altro suono li fece congelare per un secondo — il ringhio basso di un cane da pastore, quello del podere vicino, che abbaia in lontananza come se avesse sentito qualcosa. Hana rise piano, un suono malizioso e ansimante, e strinse la figa intorno al cazzo di Warrick.

«Non fermarti», ordinò. «Voglio sentire di nuovo i tuoi getti caldi dentro. Poi ti faccio succhiare i miei capezzoli finché non mi viene un’altra volta solo con la bocca.» Warrick ruggì basso e accelerò, bacino che schioccava contro il suo culo rotondo, una mano che le teneva i capelli tirati indietro. Hana si perse nel piacere, gli occhi socchiusi, già immaginando cosa gli avrebbe fatto fare dopo, quando sarebbero usciti da dietro le balle — magari sul secchio rovesciato, o contro il muro di legno scuro, con lei a cavalcioni che lo cavalcava finché le gambe non le cedevano.

Il caldo della stalla li avvolgeva come una coperta umida. Il cazzo di lui pulsava più forte, prontissimo a esplodere di nuovo. Hana gli afferrò la mano e se la portò alla bocca, succhiandogli le dita sporche del suo sapore mentre lui la scopava senza pietà. La tensione non scendeva; anzi, saliva di nuovo, densa, pronta a romperli entrambi. E fuori, oltre il cancello, il silenzio non era più completo: qualcuno fischiava lontano, forse un altro operaio che si avvicinava per il turno del pomeriggio. Hana sorrise contro le dita di Warrick, la figa che lo spremeva, e mormorò: «Ancora. Non abbiamo finito. Non finché non mi fai urlare davvero.»

Warrick non rallentò. Anzi, affondò più forte, il bacino che schioccava contro le natiche mature di Hana con un ritmo sempre più furioso, mentre il fischio lontano si faceva più nitido, quasi a ritmo con le sue spinte. Lei succhiava le sue dita sporche di sesso, la lingua che gli leccava tra le nocche, e sentiva il terzo orgasmo salirle dal basso ventre come un fuoco liquido. La figa le pulsava, stretta e scivolosa di sborra fresca e dei suoi stessi succhi, e ogni volta che lui la riempiva fino in fondo il glande le strofinava quel punto spugnoso che la faceva tremare.

«Urlami addosso», ansimò lui all’orecchio, la voce rauca di lustro giovane. «Voglio sentirti. Che ti frega se qualcuno arriva.» Hana scosse la testa, ma il corpo la tradì: un gemito lungo e rotto le uscì dalla gola proprio mentre il piacere la spezzava. Le cosce le si chiusero di scatto intorno alla gamba di lui, il culo che spingeva indietro a incontrare ogni colpo, e venne di nuovo, fortissimo, la figa che lo strizzava a ondate, spremendogli il cazzo come se volesse mungerlo. Warrick ruggì basso e esplose dentro di lei, getti caldi e densi che le riempirono di nuovo l’utero, traboccando fuori intorno all’asta e bagnandole le cosce già lucide.

Restarono uniti qualche secondo, ansimanti, il fieno che pungeva la pelle nuda di Hana. Poi lei si liberò con un movimento fluido, si girò e lo spinse sulla schiena tra le balle. Il cazzo di Warrick era ancora duro, rosso, lucido di tutto ciò che avevano prodotto insieme. Hana gli si mise a cavalcioni, le tette pesanti che dondolavano mentre si abbassava lentamente, ingoiandolo di nuovo fino alle palle. «Adesso ti cavalco io», mormorò, gli occhi scuri fissi nei suoi. «E tu mi succhi i capezzoli come hai promesso.»

Cominciò a muoversi, ondeggiare i fianchi larghi con una lentezza deliberata, sentendo ogni centimetro di quel cazzo giovane e gonfio che la apriva. Warrick alzò la testa e le prese un seno in bocca, succhiando il capezzolo scuro con avidità, i denti che graffiavano appena mentre la lingua ci girava intorno. Hana gemé, accelerò il ritmo, le natiche che sbattevano contro le cosce di lui, il suono umido e carnale che riempiva l’angolo buio della stalla. Sudore le colava tra i seni, scendeva lungo la pancia morbida, e lui lo leccava via, passando da un capezzolo all’altro, massaggiandole le chiappe con le mani grandi, aprendo e chiudendo la carne per spingerla più forte su di sé.

Il fischio si avvicinò. Passi sulla ghiaia, una voce giovane che chiamava: «Warrick! Sei alla stalla? Il capo vuole i secchi vuoti!» Hana non si fermò. Anzi, si piegò in avanti, i seni schiacciati contro il petto di lui, e gli morse l’orecchio. «Continua a succhiarmi. Se urlo, dicono che stiamo solo spostando il fieno.» Warrick obbedì, la bocca che lavorava i capezzoli turgidi mentre lei lo cavalcava più veloce, più dura, il clitoride che strofinava contro la base del suo cazzo a ogni discesa. Sentiva un quarto orgasmo costruirsi, più basso, più grezzo, e lo inseguì senza pietà, muovendo il bacino a cerchi stretti.

La voce fuori si fece più chiara: «Warrick, cazzo, rispondi!» Lui sorrise contro la carne di Hana e le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, poi un altro. Hana strinse i denti, ma un gemito le sfuggì lo stesso. Si alzò quasi del tutto, lasciando solo la testa del cazzo dentro, poi si lasciò cadere di peso, impalandosi fino in fondo con un urlo soffocato. Venne di nuovo, il corpo che si contorceva, la figa che gli pulsava addosso a ondate calde. Warrick la tenne ferma per i fianchi e spinse dal basso, riempiendola ancora, il secondo carico di sborra che le usciva già mentre lui gemava contro i suoi seni.

Hana scivolò via, le gambe tremanti, e si mise in ginocchio tra le sue cosce. Con le dita gli raccolse la sborra che colava dal cazzo ancora duro e se la portò alla bocca, leccando, poi si chinò e lo prese tra le labbra. Succhò lento, pulendolo, assaporando il mix di entrambi, la lingua che gli girava intorno al glande e scendeva lungo la vena. Warrick le tenne i capelli, i fianchi che si alzavano leggermente per spingere più in gola. «Cazzo, Hana… sei una puttana di lusso», borbottò. Lei alzò gli occhi e lo lasciò uscire con un suono umido. «La tua puttana di lusso. E non ho ancora finito con te.»

Si alzò, lo tirò su di peso e lo spinse contro il muro di legno scuro della stalla, proprio dietro le balle. Si voltò, si piegò in avanti con le mani appoggiate al muro, il culo maturo offerto, le gambe divaricate. «Da dietro. Forte. Voglio sentire le palle sbatte.» Warrick non se lo fece ripetere. Le afferrò i fianchi, le aprì le natiche e conficcò il cazzo dentro in una spinta sola, fino alle palle. Hana urò, un suono vero, libero, che echeggiò tra le travi. Lui cominciò a scoparla senza ritegno, doggy stile selvaggio, le mani che le lasciavano segni rosa sulle chiappe, una che le tirava i capelli indietro mentre l’altra le raggiungeva il clitoride e lo strofinava a cerchi rapidi.

I passi fuori si fermarono vicino alla porta. «C’è qualcuno? Sento rumori…» Hana rise ansimando, spinse indietro il culo e strinse la figa intorno a lui. «Non ti fermare, Warrick. Scopami finché non urlo il tuo nome.» Lui accelerò, il suono della carne contro carne che copriva quasi i passi. Ogni affondo faceva ondeggiare le tette di Hana, i capezzoli che graffiavano l’aria calda. Lei sentiva il piacere montare di nuovo, interminabile, il corpo che non ne aveva abbastanza di quel cazzo giovane e di quella voglia grezza. Warrick si chinò su di lei, le morse la spalla, le leccò il sudore dalla schiena, e le sussurrò: «Vieni di nuovo. Vieni mentre ti riempio.»

Hana obbedì. L’orgasmo la scosse come un terremoto, le gambe che le cedettero quasi, la figa che si contrasse a scatti intorno all’asta. Warrick la seguì un attimo dopo, spingendo fino in fondo e scaricando il terzo carico caldo dentro di lei, gemendo contro la sua nuca. Ma non uscì. Restò sepolto, pulsando, e cominciò di nuovo a muoversi piano, lento, torturante, mentre fuori la voce diceva: «Boh, forse sono le mucche. Lascio i secchi qui e vado.»

Hana si raddrizzò un poco, ancora impalata, e girò la testa per baciarlo. Lingue calde, sapore di sesso e sudore. «Portami sul secchio rovesciato», sussurrò. «Voglio cavalcarti di nuovo, ma guardandoti in faccia. E se qualcuno entra… che guardi. Non mi frega più niente.» Warrick sorrise da lupo, la sollevò ancora una volta e la portò verso il secchio di metallo capovolto vicino alle forche. La calò sopra, le fece allargare le cosce e si infilò di nuovo, tenendola per i fianchi mentre lei cominciava a ondeggiare, i seni a un palmo dalla sua bocca.

Il caldo denso della stalla li avvolgeva. Il fieno scricchiolava, il legno cigolava sotto il ritmo. Hana lo guardava negli occhi mentre lo prendeva, la figa già colante di tre carichi di sborra, e mormorava sporcizie a bassa voce: «Più a fondo… strofinami il clitoride… sì, così… voglio venire sul tuo cazzo finché non cammino più diritto.» Warrick le obbediva, le dita che lavoravano tra i loro corpi uniti, la bocca che le succhiava i capezzoli a turno. Fuori il silenzio non era più completo: un altro fischio, più lontano, e il rumore di un trattore che si avvicinava al podere. Hana strinse di più, accelerò, e sorrise maliziosa contro la sua bocca.

«Ancora», ansimò. «Non abbiamo finito. Non finché non mi fai urlare così forte che tutta la valle sa chi mi sta scopando nella stalla.»

Il trattore rimbombava sempre più vicino, il motore diesel che faceva vibrare il pavimento di terra battuta sotto il secchio di metallo. Hana non rallentò. Anzi, affondò i talloni contro le cosce di Warrick e si sollevò fin quasi a far uscire il glande lucido, poi si lasciò cadere di peso, prendendolo tutto in un colpo solo. Il suono umido e carnale riempì l’angolo buio; la sborra dei carichi precedenti schizzò fuori intorno all’asta e le scivolò sulle cosce mature, gocciolando sul metallo freddo. I seni pesanti le rimbalzavano a ogni movimento, i capezzoli scuri e gonfi a un palmo dalla bocca di lui.

«Succhiali», ordinò lei ansimando, gli occhi socchiusi per il piacere. «Mordili. Voglio sentire i denti mentre ti cavalco.»

Warrick obbedì con fame. Afferrò una tetta con entrambe le mani, la schiacciò contro il volto e le prese il capezzolo tra le labbra, succhiando forte, la lingua che ci girava intorno prima di graffiarlo appena coi denti. Hana gemé alto, la schiena inarcata, e accelerò il ritmo. I fianchi larghi ondeggiavano in cerchi stretti, il clitoride gonfio e scivoloso che strofinava la base del cazzo a ogni discesa. Dentro di lei tutto era caldo, gonfio, pieno di liquido; ogni spinta dal basso di Warrick faceva schioccare le palle contro il suo culo.

Il trattore si fermò proprio fuori dal cancello. Una porta sbatte. «Warrick! Hana! I secchi, cazzo!» La voce era quella del capo campo, grezza e impatient. Hana rise contro i capelli umidi di Warrick, un suono basso e malizioso, e strinse la figa a morsa. Lui ruggì contro il seno, le mani che scesero ad afferrarle le natiche, aprendole, spingendola più forte su di sé. Le dita le conficcavano la carne morbida, lasciando segni rossi.

«Non ti fermare», ansimò lei all’orecchio. «Se entrano… che guardino. Voglio che ti sentano farmi venire.»

Warrick la sollevò di peso senza uscire, la girò e la spinse a quattro zampe sul fieno fresco accanto al secchio. Il cazzo uscì per un attimo con un suono schioccante, poi lui le aprì le chiappe mature e la trafisse di nuovo da dietro, fino in fondo, in una spinta sola che le fece vedere le stelle. Hana urlò, libera, il suono che echeggiò tra le travi. Lui cominciò a scoparla selvaggio, doggy style furioso, il bacino che batteva contro il culo rotondo con schiaffi umidi, una mano che le tirava i capelli castani disordinati indietro mentre l’altra le raggiungeva il clitoride e lo strofinava a cerchi rapidi e grezzi.

«Più forte… sì, così… spaccami», singhiozzava Hana, spingendo indietro per incontrare ogni colpo. Il fieno le graffiava le ginocchia e i palmi; il sudore le colava tra i seni, scendeva lungo la pancia morbida e gocciolava sul paglia già bagnata di sborra. Warrick si chinò su di lei, le morse la spalla nuda, le leccò il sale dalla schiena, e accelerò ancora. Ogni affondo faceva ondeggiare le tette pesanti; i capezzoli graffiavano l’aria calda e densa di polvere e sesso.

Fuori passi frettolosi sulla ghiaia. «Sento rumori strani… forse è Hana che sistema il fieno.» La voce del capo si allontanò di un metro, poi di due. Hana non se ne curò. Sentiva il quarto, il quinto orgasmo costruirsi basso nel ventre come lava. Warrick le infilò due dita in bocca; lei le succhiò avidamente, la saliva che le colava sul mento mentre lui la scopava senza pietà. Poi quelle stesse dita scesero e le strofinarono il clitoride già ultrasensibile, premendo, pizzicando.

L’orgasmo la colpì come un pugno. Hana si contorse, le cosce che tremavano violentemente, la figa che si contraeva a scatti intorno al cazzo grosso, spremendolo, mungendolo. Un urlo lungo e rauco le uscì dalla gola: «Warrick… cazzo… sì!» Lui la seguì un attimo dopo, spingendo fino alle palle e scaricando il quarto carico caldo e denso dentro di lei. I getti pulsarono, riempirono, traboccarono, bagnandole ulteriormente le cosce e il fieno. Restò sepolto, ansimante, il corpo giovane che le copriva la schiena sudata.

Ma non era finita. Hana si liberò con un movimento fluido, si voltò e lo spinse a sedere contro il muro di legno scuro. Gli si mise a cavalcioni di nuovo, di fronte, le gambe divaricate larghe, e si impalò lentamente, centimetro dopo centimetro, fino a sentire le palle contro il culo. I seni le dondolavano a un palmo dalla sua faccia. «Adesso mi guardi», mormorò, la voce roca. «Guarda come ti prendo. Guarda queste tette mentre ti cavalco finché non cammino più.»

Cominciò a muoversi, lenta all’inizio, poi più veloce, i fianchi che ruotavano, il clitoride che strofinava. Warrick le afferrò le tette con entrambe le mani, le schiacciò, le pinzò i capezzoli tra le dita e li tirò mentre lei ondeggiava. Poi le prese un seno in bocca e succhiò come un affamato, la lingua piatta che leccava, i denti che graffiavano. Hana gemé, accelerò, il suono delle natiche che sbattevano contro le cosce di lui riempiva la stalla insieme al respiro affannato.

Il trattore ripartì, allontanandosi. Un fischio lontano. Ma Hana sentiva ancora passi, forse un altro operaio. Non le importava. Si piegò in avanti, i seni schiacciati contro il petto sudato di Warrick, e gli morse il collo mentre lo cavalcava più duro, più profondo. «Riempimi di nuovo», ansimò. «Voglio colare di te per giorni. Voglio sentire la tua sborra scendere mentre sistemo i secchi dopo.»

Warrick ruggì, le mani che le afferravano il culo, aprendo e chiudendo le chiappe per spingerla più forte. Le dita le sfiorarono il buco del culo, premendo piano, circolando. Hana gemé di assenso, spinse indietro contro quel contatto, e il piacere montò di nuovo, grezzo, interminabile. Venne ancora, il corpo che si scosse a ondate, la figa che lo strizzava a morsa. Warrick la tenne ferma e spinse dal basso tre, quattro volte, poi esplose di nuovo, il quinto carico che le riempì l’utero già pieno, caldo, denso, traboccante.

Restarono uniti, ansimanti, il cuore che batteva all’unisono. Il caldo della stalla li avvolgeva come una coperta umida; l’odore di sesso, fieno e sudore era denso, indelebile. Hana si sollevò piano, il cazzo di lui che uscì con un suono umido, e un rivolo spesso di sborra le scese lungo l’interno coscia. Si mise in ginocchio tra le sue gambe e lo leccò pulito, lento, gustando il mix di entrambi, la lingua che gli girava intorno al glande ancora mezzo duro. Warrick le tenne i capelli, i fianchi che si alzavano appena.

Poi lei si alzò, le gambe ancora tremanti, e lo tirò su. Lo spinse contro le balle di fieno più alte e si voltò, offrendogli il culo di nuovo. «Un’ultima volta», ansimò. «Da dietro. Forte. Voglio urlare il tuo nome così forte che se qualcuno è ancora fuori lo sente chiaro.»

Warrick non esitò. Le afferrò i fianchi, le aprì le natiche e conficcò il cazzo dentro con una spinta che le fece piegare le ginocchia. Cominciò a scoparla senza ritegno, selvaggio, le palle che sbattevano contro la figa colante, le mani che le lasciavano impronte rosse sulle chiappe mature. Hana spingeva indietro, gemendo, urlando a ogni affondo. «Warrick… sì… scopami… più forte… riempimi!» Lui le tirò i capelli, le morse la spalla, le strofinò il clitoride con dita scivolose. L’ultimo orgasmo li colse insieme: Hana si contorse, urlò il suo nome a pieni polmoni, la figa che pulsava a scatti; Warrick ruggì e scaricò l’ultimo carico caldo, spingendo fino in fondo, tenendola impalata mentre i getti finivano.

Crollarono insieme sul fieno, ansimanti, sudati, uniti. Il silenzio tornò piano, rotto solo dai loro respiri e dal lontano cinguettio di un uccello. Hana girò la testa, lo baciò lento, profondo, assaporando il sale e il sesso. Le dita gli accarezzarono il petto giovane mentre il cazzo di lui rimaneva ancora dentro, morbido e caldo.

Poi sorrise, gli occhi scuri ancora velati di piacere, e mormorò contro le sue labbra: «Domani torni alla stessa ora… e ti sfido a farmi urlare ancora più forte, proprio qui, finché non ti metto un anello al dito solo per tenerti legato a questa stalla?»

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