Sussurri tra i vinili con la madre del mio migliore amico

Un ventenne si fa la MILF della madre del suo migliore amico tra i vinili.

4 min read August 31, 2026New

Sono un ventenne con le mani sempre unte di polvere di copertine e l’orecchio allenato al fruscio della puntina. Le serate le passavo quasi sempre a casa del mio migliore amico, tra pile di vinili che odoravano di cartone vecchio e legni lucidati. Lui era fuori città per il weekend, e io ero rimasto lì, come tante altre volte, a vagare tra gli scaffali del salotto. Sua madre, Ingrid, quarantotto anni, divorziata, mi aprì la porta con quel sorriso complici che conoscevo da mesi. Indossava una camicetta leggera, quasi trasparente alla luce calda delle lampade, e il seno maturo si muoveva appena quando si chinò a raccogliere un disco caduto. Non riuscivo a non guardarla. Il corpo di Ingrid era morbido, sicuro di sé, con le curve che non chiedevano permesso a nessuno.

«Resta pure», mi disse, e la voce aveva già quel tono basso che mi faceva stringere lo stomaco. «Mi piace la tua compagnia quando la casa è vuota. Sai ascoltare i dischi come si deve». Sedemmo sul divano largo, le ginocchia quasi a toccarsi. Lei sfogliava le buste con le dita lunghe e verniciate di un rosso scuro; io sentivo il calore che saliva dal basso ventre ogni volta che il tessuto della camicetta si tendeva sui capezzoli. Le confessai, a mezza voce, che da tempo non pensavo ad altro quando venivo lì. Ingrid sorrise di lato, senza stupore, e mi confidò che la mia presenza le toglieva un peso: «Un ragazzo giovane che sa cosa vuole… mi fa sentire ancora desiderabile». L’atmosfera si caricò di qualcosa di reciproco e netto. Non c’era gioco di parole da scardinare: volevamo entrambi.

Mentre passavamo i vinili uno dopo l’altro — jazz lenti, soul graffiati — la sua mano mi sfiorò di proposito sul dorso. Restò lì un secondo di troppo. Poi alzò lo sguardo, famelico, e sussurrò vicino al mio orecchio: «Da mesi sogno di sentire le mani di un ragazzo giovane sulla mia pelle. Le tue». Il sangue mi salì tutto al cazzo. Le risposi senza giri di parole che la desideravo da tempo, che ogni volta che lei si chinava a sistemare un LP mi masturbavo dopo, immaginando di spogliarla lì, tra i dischi. Lei non arretrò. La baciai per primo. La bocca di Ingrid sapeva di vino rosso e di qualcosa di più adulto, più deciso. Ricambiò con una passione che non aveva niente di timido: mi spinse indietro sul divano, si arrampicò un poco sopra di me, e le nostre mani iniziarono a esplorare senza esitazione. Le slacciai i bottoni della camicetta uno a uno; i seni pesanti uscirono liberi, i capezzoli scuri già duri. Lei mi aprì i jeans, calò la cerniera con un gesto sicuro e mi prese il cazzo già duro nella mano calda, stringendo e accarezzando con pollice e indice come chi sa esattamente quanto pressione dare. «Cazzo, sei grosso», mormorò contro le mie labbra, e io le risposi che volevo sentirla tutta, adesso.

Ingrid scese in ginocchio tra le mie gambe. Mi guardò negli occhi mentre abbassava il boxer e prendeva il mio cazzo in bocca con avidità esperta. Succhiava a fondo, le labbra strette, la lingua che girava sotto il glande e scendeva lungo la vena. Ogni tanto si staccava solo per leccare dalla base alla punta, lasciando un filo di saliva lucida, e poi riabbassava la testa fino a sentirmi battere in gola. Gemetti il suo nome. Lei teneva il contatto visivo, gli occhi umidi di piacere, le mani che mi massaggiavano le palle con delicatezza. Quando sentì che stavo per perdere il controllo mi lasciò andare, saliva che le colava sul mento, e si rialzò. Si tolse la gonna e le mutandine in un gesto solo, si arrampicò di nuovo sul divano e si infilò sul mio cazzo in posizione cowgirl. La sentii calda, stretta, bagnata. Iniziò a cavalcarmi facendo rimbalzare i seni pesanti; io le stringevo i fianchi, i pollici che premevano nei punti morbidi sopra le ossa, e spingevo in su per incontrarla. Il divano scricchiolava. Ingrid gemette forte, un suono basso e esplicito: «Così… spingi forte, voglio sentirti tutto». Le mani le corsero sui seni, li strinsi, le succhiai un capezzolo mentre lei si muoveva più veloce, il clitoride che sfregava contro la mia base a ogni discesa.

Dopo un po’ si sporse in avanti, i capelli sciolti che mi solleticavano il petto, e mi chiese di prenderla da dietro. Si piegò sul bracciolo del divano, il culo alto e rotondo offerto, la schiena inarcata. Entrai di nuovo, una spinta lunga che la fece gridare di piacere. La presi con l’energia che lei reclamava: spinte profonde, ritmiche, le mani aggrappate ai fianchi. Ingrid spingeva indietro contro di me, cercando di più, e i suoi gemiti diventavano parole sporche: «Scopami più forte… sì, così, cazzo, riempimi». Il contrasto era tutto lì: la mia forza giovane contro la sua sensualità matura, il corpo che conosceva ogni mossa e lo voleva lo stesso. Le diedi schiaffi leggeri sulle natiche, le allargai le chiappe per entrare ancora più a fondo, e lei mi strinse intorno al cazzo in ondate. Quando venne, lo fece con un grido soffocato contro il bracciolo, le cosce che tremavano, i muscoli interni che mi mungevano. Io non tenni più: sparai dentro di lei a getti caldi, spingendo fino all’ultimo spasmo, il respiro spezzato contro la sua schiena.

Restammo così, ancora uniti, il respiro che si rincorreva tra i vinili sparsi. Lei non si mosse subito; teneva il mio braccio intorno al torace, la pelle calda e umida di sudore. Il mio cazzo pulsavava ancora debole dentro di lei mentre l’odore di sesso e di vinile vecchio riempiva il salotto. Ingrid girò appena il volto, le labbra gonfie, e sussurrò solo un «resta ancora un poco» prima che il silenzio dolce dell’afterglow ci avvolgesse entrambi, senza bisogno di altro.

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