L'Ultima Tempesta al Faro con la Figliastra
Marco non resiste più: la figliastra Yvonne si spoglia davanti al camino, lo chiama papà e lo fa scopare come una troia durante la tempesta.
Il vento ululava contro le mura di pietra del faro come una bestia affamata, scuotendo i vetri spessi delle finestre e mandando spruzzi di salsedine a picchiare contro il vetro. Marco stava in cucina, le maniche della camicia di flanella arrotolate fino ai gomiti, e osservava la pioggia orizzontale che spazzava la costa ligure. Cinquantadue anni, vedovo da quasi un decennio, le mani callose di chi aveva passato la vita a riparare lanterne, scale a chiocciola e generatori. L’isolamento gli andava bene. O almeno così aveva sempre creduto.
Poi era tornata lei.
Yvonne era scesa dall’ultimo treno prima che la tempesta chiudesse la strada costiera, borsa a tracolla, capelli castani scuri ancora umidi di pioggia, ventiquattro anni stampati sulla faccia e sul corpo in un modo che lo faceva sentire improvvisamente troppo vivo. Figliastra. La figlia di sua moglie, cresciuta sotto il suo stesso tetto fino all’università, poi sparita per anni tra libri e città lontane. Ora era lì, di nuovo, rintanata nel faro mentre il mondo fuori scompariva dietro muri d’acqua e tuoni.
«Il mare stasera è pazzo», disse lei dalla porta della cucina, avvolta in una maglia oversized che gli era appartenuta un tempo. Gli cadeva sulle cosce nude. «Non riesco a smettere di guardarlo.»
Marco annuì senza voltarsi del tutto. Sentiva lo sguardo di lei sulla schiena, pesante, prolungato. Da tre giorni era così: sguardi che duravano un secondo di troppo quando lei si chinava a prendere una tazza, quando lui saliva i gradini della torre con la torcia, quando le dita di entrambi si sfioravano passando il sale a tavola. Ricordi che non dovevano tornare: Yvonne a sedici, diciassette anni che gli portava il caffè sulla terrazza, già troppo bella, già capace di farlo stringere i denti. Lui aveva represso tutto. Sempre. Lei pure, o almeno così credeva.
La tempesta li aveva isolati completamente. Niente telefono, niente strada, solo il ruggito del vento e il crepitio del camino nell’ampia stanza al piano terra, dove le fiamme leccavano la legna secca e proiettavano ombre danzanti sulle pareti di pietra grezza.
Si sedettero davanti al fuoco dopo cena. Yvonne aveva le ginocchia tirate al petto sul divano consumato, la maglia che scivolava da una spalla. Marco beveva un bicchiere di rosso, lo sguardo fisso sulle fiamme per non caderle addosso.
«Mi mancavi», mormorò lei a un tratto. La voce era bassa, roca per il fumo e qualcosa d’altro. «Il faro. Tu. Tutto questo silenzio che ti entra sotto la pelle.»
Marco deglutì. «Sei grande adesso. Hai una vita.»
«Una vita di merda, a volte.» Yvonne lo guardò dritto. Gli occhi scuri luccicavano. «Sai cosa mi ha fatta impazzire di più, là fuori? Sognare questo posto. Sognare te.» Fece una pausa, il petto che saliva e scendeva più veloce. «Ho sempre fantasticato su di te, Marco. Anche quando non dovevo. Specialmente quando non dovevo. La solitudine di questo cazzo di faro… mi sta facendo a pezzi. Mi ricorda ogni volta che ti guardavo di nascosto mentre sistemavi le corde, con quelle mani…»
«Yvonne.» La sua voce uscì dura, un monito. Il cazzo gli diede un tuffo traditore nei pantaloni. «Non dire stronzate. Sono tuo padre. Di fatto lo sono.»
«Figliastro», corresse lei, e sorrise senza allegria, solo fame. «E ho ventiquattro anni. So cosa voglio.»
Si alzò. Lentamente. Il vento urlò più forte fuori, un tuono scosse i vetri. Yvonne restò in piedi davanti al camino, la luce arancione che le lambiva le gambe nude. Con un gesto deliberato afferrò l’orlo della maglia e se la sollevò sopra la testa, gettandola sul pavimento di legno. Niente sotto. Niente reggiseno, niente mutandine. Solo la pelle calda, i seni pieni con i capezzoli già duri per l’aria e l’eccitazione, il triangolo scuro tra le cosce, il ventre piatto che si contraeva a ogni respiro.
Marco restò inchiodato sulla poltrona, il bicchiere dimenticato. Il sangue gli martellava nelle tempie e più in basso. «Metti su quei cazzo di vestiti.»
«No.» Yvonne fece un passo verso di lui, poi un altro. Si fermò a un metro, le gambe leggermente divaricate, e si passò una mano lenta sul petto, scendendo fino al ventre. «Papà», disse, la parola roca, provocatoria, caricata di tutto il tabù che entrambi avevano inghiottito per anni. «Guardami. Dimmi che non mi vuoi. Dimmi che non ti sei segato pensando a me quando ero via.»
«Yvonne, basta—»
Lei gli prese la mano. La sua era calda, un po’ tremante. Gliela portò giù, senza fretta, facendogli accarezzare prima l’interno di una coscia morbida, poi più in alto. Quando le dita di Marco sfiorarono la fessura, la trovarono già scivolosa, bagnata, le labbra gonfie e aperte. Yvonne gemette basso, spingendo il suo palmo contro di sé, facendogli sentire il calore umido, il batticuore tra le pieghe.
«Senti?», sussurrò, la voce spezzata dal piacere mentre si strofinava leggermente contro le sue dita. «Sono così bagnata per te. Da giorni. Da sempre. La tempesta fuori… e io qui che mi tocco di notte pensando al tuo cazzo. Al tuo odore di mare e di legna. Scopami come una troia, papà. Ti prego. Non resistere più.»
Marco sentì il controllo incrinarsi come il vetro sotto la grandine. Il suo cazzo era duro da far male, premeva contro la zip. Guardò quella figliastra nuda davanti al fuoco, le cosce lucide dei suoi stessi succhi, le labbra socchiuse che ripetevano «papà» come una preghiera sporca. Il divieto era il sapore stesso del desiderio: se qualcuno lo avesse saputo, se la memoria di sua moglie, se il mondo fuori…
Ma fuori non c’era più mondo. Solo vento, pioggia, e lei che gli teneva la mano premuta sulla fica gocciolante, muovendo i fianchi in piccoli cerchi, i seni che ballonzolavano a ogni movimento.
«Sei una pazza», borbottò lui, ma le dita — sue, traditrici — si mossero da sole, aprendo le labbra bagnate, scivolando lungo la fessura fino a trovare il clitoride già turgido. Yvonne gettò indietro la testa, un gemito lungo che si mescolò al tuono.
«Sì… così… toccami. Ho sognato le tue dita callose mentre mi aprivi. Mentre mi preparavi al tuo cazzo grosso. Dimmi che mi vuoi fottere. Dimmi che mi userai.»
Marco si alzò di scatto. La torreva di un’altezza intera. Con la mano libera le afferrò la nuca, i capelli stretti tra le dita, e la costrinse a guardarlo negli occhi. L’altra mano restava tra le sue cosce, due dita che ora spingevano piano dentro il calore stretto, sentendo le pareti vellutate chiudersi attorno.
«Lo vuoi davvero», disse lui, la voce roca di chi stava per crollare. «Sapendo chi sono. Sapendo che dopo non si torna indietro.»
Yvonne annuì, le labbra che cercavano le sue senza ancora toccarle, il fiato caldo mescolato. «Lo voglio. Scopami sul pavimento. Contro il muro. Davanti al fuoco. Chiamami troia mentre me lo metti fino in fondo. Sono tua. Sono sempre stata tua in testa.»
Lui la baciò allora, duro, affamato, lingua contro lingua, denti che graffiavano. Il sapore di vino e di proibito. Le dita dentro di lei si mossero più profonde, il pollice a strofinare il clitoride gonfio mentre lei si aggrappava alle sue spalle, gemendo nella sua bocca, i fianchi che spingevano incontro alla mano.
Quando si staccarono, un filo di saliva li univa ancora. Yvonne gli slacciò la camicia con mani frettolose, le dita che scendevano alla cintura, aprendo, liberando il cazzo pesante e duro che scheggiava contro il suo ventre. Lo strinse, lo fece scorrere nel pugno, sentendo le vene, la pelle calda, la goccia di liquido già sulla punta.
«Cazzo, papà… è grosso come lo immaginavo», ansimò, scendendo in ginocchio sul tappeto consumato davanti al camino, le fiamme che le illuminavano il viso mentre gli leccava la testa del cazzo, poi lo prendeva in bocca con un suono umido e avido. Marco gemette, le mani nei suoi capelli, guardandola succhiare, le guance cave, gli occhi alzati verso di lui pieni di sfida e di bisogno.
Il tuono scoppiò di nuovo. Lei lo lasciò scivolare fuori dalle labbra lucide e si mise a carponi, il culo all’insù, la schiena inarcata, la fica aperta e lucida che lo invitava. «Adesso. Dentro. Non farmi aspettare.»
Marco si inginocchiò dietro di lei, il cazzo in mano, la glande che sfiorava l’ingresso scivoloso. Ci premeva contro, sentendo il calore, la resistenza morbida che cedeva millimetro dopo millimetro. Yvonne spingeva indietro, impaziente, e quando lui affondò d’un colpo fino alle palle lei urlò di piacere puro, un suono che il vento portò via nel buio.
«Fottimi», singhiozzò, le unghie conficcate nel tappeto. «Usami. Sono la tua troia. La figliastra che ti sei sempre voluto scopare.»
Lui cominciò a muoversi, spinte lunghe e profonde, le mani che le afferravano i fianchi, le cosce che sbattevano contro il suo culo a ogni colpo. Il suono bagnato della figa che lo inghiottiva riempiva la stanza insieme al crepitio del fuoco. Marco guardava il suo cazzo sparire dentro di lei, uscirne lucido, rientrare. Il tabù gli bruciava sotto la pelle più del piacere stesso: papà, figliastra, il faro, la tempesta, tutto proibito e quindi più duro, più urgente.
Yvonne si voltò a guardarlo di sopra la spalla, i capelli scompigliati, la bocca aperta. «Più forte. Rompimi. Voglio sentirlo domani quando cammino.»
Lui obbedì, accelerando, una mano che le scendeva a torcere un capezzolo, l’altra che le trovava di nuovo il clitoride e lo strofinava a ritmo delle spinte. Lei tremava, stringeva, ansimava il suo nome e quel «papà» sporco che lo faceva diventar di pietra ancora di più.
Fuori la tempesta non cedeva. Dentro, il faro era diventato solo corpi, sudore, e il punto di non ritorno che si avvicinava senza ancora esplodere del tutto — perché Marco sapeva, mentre affondava ancora e ancora in quella fica che lo reclamava, che quella notte era soltanto l’inizio di qualcosa che non avrebbe più potuto spegnere.
Marco non ce la faceva più a trattenersi. Le spinte diventavano più rabbiosi, il suono umido della figa di Yvonne che lo inghiottiva a ogni colpo riempiva la stanza insieme al crepitio del fuoco e al ruggito del vento. Lei spingeva indietro il culo, incontrandolo, le tette che oscillavano sotto di lei mentre gemava «più forte, papà, rompimi quella fica». Lui le afferrò i fianchi con forza, le dita che affondavano nella carne morbida, e la sollevò di scatto.
La trascinò verso il tavolo di legno massiccio in cucina, quello dove mangiavano da giorni in silenzio carico di tensione. Con un movimento possente la sollevò e la adagiò sul piano liscio, le gambe divaricate di forza. Yvonne era nuda, sudata, la fica lucida e aperta che gocciolava sul legno. Marco si chinò, le mani che le tenevano le cosce spalancate, e affondò la faccia tra le sue labbra gonfie. La lingua le sfiorò prima l’ingresso bagnato, assaporando il suo sapore salato e dolce, poi salì a leccare il clitoride turgido con lunghe passate lente e avida.
«Cazzo, papà… sì, divorami», gemette Yvonne, le mani che gli afferravano i capelli grigi e li strappavano mentre spingeva il bacino contro la sua bocca. La lingua di Marco penetrò dentro di lei, leccando in profondità, succhiando le labbra, facendole scricchiolare il legno sotto la schiena. Lei scosse i fianchi, ansimando forte, le unghie conficcate nel suo cuoio capelluto. «Scopami, papà… ti prego, mettimelo dentro, usami come la tua troia. Non smettere di leccarmi così, mi fai venire…»
Marco non si fermò. Continuò a divorarla, due dita che si unirono alla lingua, pompando dentro il calore stretto mentre il pollice strofinava il clitoride gonfio. Yvonne urlò, le gambe che tremavano intorno alla sua testa, il primo orgasmo che la scosse come un’onda, i succhi che gli bagnavano il mento e le labbra. Lui leccò tutto, avido, alzando lo sguardo per vederla contorcersi, i seni che salivano e scendevano, la bocca aperta che ripeteva «papà» come un mantra sporco.
Non le diede tregua. La tirò giù dal tavolo, la spinsse contro la parete di pietra grezza accanto al camino. Le gambe di lei si avvolsero intorno ai suoi fianchi mentre lui la sollevava, il cazzo duro e pulsante che trovava da solo l’ingresso scivoloso. Affondò con una spinta possessiva, fino in fondo, le palle che sbatterono contro il suo culo. Yvonne gettò indietro la testa, un urlo di piacere puro che si mescolò al tuono fuori. «Sììì… così profondo… mi riempi tutta, papà!»
Marco cominciò a scoparla in piedi, spinte lunghe, profonde, che la sollevavano contro la pietra fredda. Le mani le afferravano le cosce, le dita che le spingevano le chiappe per aprirla di più, il cazzo che spariva e riemergeva lucido dei suoi succhi. Lei gli graffiava la schiena con le unghie, solchi rossi che bruciavano sotto le dita callose di lui, spingendosi incontro a ogni colpo. «Più forte… scopami come se fossi la tua puttana… sono tua, solo tua», ansimava contro il suo orecchio, il fiato caldo, i denti che gli mordevano la spalla.
Lui accelerò, rabbioso, il tabù che gli bruciava nelle vene più del piacere stesso: la figliastra, nuda, spinta contro il muro del faro, che lo chiamava papà mentre la fica le stringeva il cazzo come una morsa. Le diede uno schiaffo sul culo, il suono secco che echeggiò, poi un altro, lasciando l’impronta rossa. Yvonne gemette più forte, stringendolo, le unghie che affondavano di più. «Ancora… schiaffeggiami… usami…»
Quando le gambe di lei tremarono troppo, Marco la fece scendere e si lasciò cadere sul tappeto davanti al fuoco, tirandola sopra di sé. Yvonne si sistemò a cavalcioni, il cazzo ancora immerso, e cominciò a cavalcarlo selvaggiamente. I fianchi si alzavano e abbassavano con forza, la fica che lo inghiottiva fino alle palle a ogni discesa, i seni che ballonzolavano davanti al suo volto. Marco le strinse i capezzoli tra le dita, tirandoli, poi le afferrò i seni pieni e li strinse forte mentre lei scuoteva il culo su di lui.
«Cavalcami, troia… così… più veloce», borbottò lui, la voce roca. Una mano le scese a schiaffeggiarle il culo a ritmo delle spinte, il suono carnale che si mescolava ai loro gemiti. Yvonne si piegò in avanti, le mani sul suo petto peloso, i capelli che gli cadevano sul viso mentre lo guardava negli occhi. «Mi stai fotteendo come ho sempre sognato… grosso, duro, proibito… papà, mi fai squirtare…»
Lei accelerò, selvaggia, il bacino che ruotava e pompava, il clitoride che strofinava contro la base del suo cazzo. Marco le schiaffeggiò di nuovo il culo, poi le strinse i seni con entrambe le mani, i pollici sui capezzoli duri, stringendo mentre spingeva dal basso incontro a lei. Entrambi urlavano di piacere proibito: lei «papà, scopami, riempimi», lui «prendilo tutto, figliastra puttana, sei mia stanotte». Il fuoco crepitava, illuminando i corpi sudati, i muscoli tesi, il cazzo che entrava e usciva lucido.
Yvonne venne per seconda volta con un urlo lungo, la fica che pulsava e stringeva intorno a lui in ondate violente, i succhi che gli scendevano sulle palle e sul ventre. Marco non resistette. Con un ruggito affondò fino in fondo e scoppiò, sbattendo getti caldi di sborra in profondità dentro di lei, spingendo e spingendo mentre lei continuava a muoversi, mungendolo, prendendo tutto. I loro gemiti si fusero, corpi che tremavano, sudore che scorreva.
Esausti e sudati, crollarono sul tappeto. Marco la tenne stretta contro di sé, il cazzo ancora semi-duro che scivolava fuori lasciando colare la sborra mista ai suoi succhi sulle cosce. Il vento fuori iniziava a calare, i tuoni più lontani, la pioggia che batteva più leggera contro i vetri. Yvonne gli posò la testa sul petto, le dita che tracciavano i graffi sulla sua schiena, il respiro che si faceva più lento.
«Questo sarà il nostro segreto eterno», sussurrò lei contro la sua pelle, la voce roca e soddisfatta. «Nessuno lo saprà mai. E tornerò ogni volta che la tempesta arriverà… ogni cazzo di volta. Sarò la tua troia del faro, papà. Solo tua.»
Marco la baciò profondo, lingua lenta contro la sua, assaporando ancora il sapore di entrambi. Lei rispose con la stessa fame esausta, le braccia intorno al suo collo. Poi si sistemarono nudi, intrecciati sul tappeto caldo, le fiamme che calavano, i corpi ancora uniti dal sudore e dal seme. Yvonne chiuse gli occhi per prima, il sorriso sulle labbra, addormentandosi tra le braccia del patrigno mentre lui la stringeva, il cuore che batteva ancora forte.
Fuori la tempesta si era calmata del tutto, ma quando Marco chiuse gli occhi a sua volta, l’ultima cosa che pensò fu che quella notte non aveva preso la figliastra: era lei, da anni, ad aver preso lui.
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