Ritorno Proibito tra gli Scaffali
Marco e Rosa si rincontrano sposati nella vecchia libreria e si scopano di nascosto tra gli scaffali.
Marco spinge la porta di vetro della libreria e il campanello tintinna come dieci anni prima. L’odore di carta vecchia, colla e polvere di legni lo colpisce subito allo stomaco. Ha trentacinque anni, l’anello al dito sinistro gli pesa come un rimprovero, eppure le gambe lo portano dritto verso il bancone come se il tempo non avesse mai chiuso quella parentesi.
Dietro lo sportello, china a segnare un registro, c’è lei. Rosa. Trent’anni, i capelli scuri raccolti in una coda disordinata, la camicetta bianca un po’ troppo stretta sul seno, la gonna a pieghe che gli arriva a metà coscia. Quando alza lo sguardo e lo riconosce, le labbra si schiudono senza suono. Gli occhi di lei, scuri e lucidissimi, gli restano addosso un secondo di troppo. Marco sente il sangue scendere subito tra le gambe.
«Marco», mormora Rosa, e la voce gli fa rizzare i peli delle braccia. «Sei tornato.»
«Solo di passaggio», risponde lui, ma è una bugia e lo sanno entrambi. Si appoggia al bancone, le dita a pochi centimetri dalle sue. «Ho saputo che gestisci tu, adesso.»
Rosa sorride di lato, lo sguardo che scende un attimo sulla sua cravatta, sul petto largo sotto la camicia, poi di nuovo su. «Mio marito ha comprato il locale. Io lo tengo aperto. E tu? Sei ancora…»
«Sposato», completa lui. «Sì. Anche io.»
Il silenzio che segue è denso, carico dei ricordi che nessuno dei due ha mai sepolto: le pause pranzo dietro lo scaffale di narrativa, le mani di lei che gli sbottonavano i jeans mentre fuori i clienti chiedevano collane di libri, le notti in cui chiudevano con mezz’ora di anticipo e si scopavano contro i libri di storia locale finché non restavano ansimanti e zuppi di sesso. Marco sente già il cazzo premere contro la zip. Rosa si morde il labbro inferiore, e lui sa che lei sta ripensando alle stesse cose.
«Ci sono scatoloni da sistemare in fondo», dice lei a voce più bassa, quasi da confidenza. «Se vuoi darmi una mano… per vecchi tempi.»
Lo segue tra le corsie strette. Gli scaffali alti li nascondono alla vetrina. Mentre fingono di riordinare pile di romanzi, i loro corpi si sfiorano di proposito. Il braccio di Marco rasenta il seno di Rosa; lei, chinandosi, gli strofina il culo contro la coscia. L’aria diventa calda.
Rosa si ferma, gli volta le spalle, ma parla indietro con voce roca, quasi un ringhio soffocato: «Mi è mancato il tuo cazzo duro, Marco. Tutte le notti. Anche quando mio marito mi monta, chiudo gli occhi e penso a te che mi spingi fino in fondo tra questi scaffali.»
Marco sente un brivido violento scendergli lungo la schiena. Le mani le stringono i fianchi, le dita che affondano nella gonna. «Non ho mai smesso di desiderarti», confessa contro il suo orecchio, la voce già rauca. «A casa, a letto con lei, mi viene duro solo se immagino la tua bocca intorno al cazzo. Ti ho rincorso in testa per anni.»
Rosa si gira di scatto. Lo bacia con fame, labbra aperte, lingua che cerca la sua come se volesse risucchiarlo. È un bacio da tradimento, umido e disperato. Marco le infila la mano sotto la gonna senza esitazione: le mutandine sono già inzuppate. Le dita scivolano lungo la fessura bagnata, le sfiorano il clitoride gonfio. Rosa geme nel bacio, si apre di più, si strofina contro la sua mano.
«Fallo», sussurra lei. «Tradiscili con me. Adesso.»
Si trascinano verso la zona più nascosta, dove gli scaffali di saggistica formano un angolo cieco e un tavolino delle novità è coperto da pile di volumi freschi di stampa. Rosa si inginocchia sul pavimento di legno scricchiolante, gli sbottona i pantaloni con mani frettolose, gli tira giù boxer e zip insieme. Il cazzo di Marco le schizza fuori, grosso, venoso, già lucido di liquido pre-sborrata. Lei lo guarda un secondo negli occhi, poi lo prende in bocca con avidità.
Lo ingoia fino in gola. La saliva cola lungo l’asta mentre lei lo succhia con ritmo vorace, guance scavate, lingua che preme sotto il glande. Marco le afferra i capelli, ansima a denti stretti per non fare rumore. Gli occhi di Rosa restano conficcati nei suoi mentre gli fa toccare il fondo della gola, mentre deglutisce intorno a lui come se volesse strappargli l’anima dal cazzo.
«Cazzo, Rosa… così…», borbotta lui. Le cosce gli tremano.
Quando non regge più, la solleva di peso. La piega in avanti sul tavolo delle novità, le alza la gonna sulle reni, le tira di lato le mutandine già fradice. Le spalma le chiappe, le scorge la fica aperta e lucida, poi la penetra d’un colpo solo, fino alle palle. Rosa soffoca un urlo contro il dorso della mano. Marco la scopa con forza da dietro, stringendole i fianchi fino a lasciarle i segni delle dita, il bacino che sbatte contro il suo culo con un rumore umido e sordo. Le schiaffeggia una chiappa, poi l’altra; la carne vibra, arrossisce. Lei spinge indietro incontro alle spinte, gli chiede di più senza parole, solo con gemiti strozzati.
«Più forte», soffia. «Riempimi. Come una volta.»
Marco la gira, la solleva di nuovo, la schiaccia in piedi contro lo scaffale. Una gamba di lei si avvolge intorno alla sua vita; l’altra resta in punta di piedi. Lui la prende in quella posizione, entrandole profondamente a ogni spinta, il cazzo che le strofina il punto più sensibile all’interno. I libri tremano dietro la schiena di Rosa. I loro sguardi restano agganciati, sudore e saliva e confesso desiderio. Lei gli graffia le spalle sotto la camicia; lui le morde il collo dove il marito non vedrà, poi le succhia un capezzolo attraverso la camicetta.
L’orgasmo arriva violento e silenzioso. Rosa prima: si contrae a ondate intorno al suo cazzo, gli morde la spalla con i denti per non urlare, le cosce che gli stringono i fianchi a strangolo. Il piacere di lei lo trascina. Marco viene dentro di lei con un brontolìo gutturale, scaricandole getti caldi e spessi in fondo alla fica, spingendo ancora mentre sborra, tenendola inchiodata allo scaffale finché non ha finito di pulsare.
Restano uniti, ansimanti, il cazzo di lui che continua a scatti lenti dentro di lei mentre il seme cola lento lungo la coscia. Si guardano. Sanno entrambi di aver appena riaperto una ferita dolcissima e proibita. Non c’è pentimento negli occhi di Rosa, solo una fame ancora viva e un sorriso complice che gli fa male al petto.
Con mani ancora tremanti lei gli sistema la cravatta, gli liscia il colletto, gli ripulisce un angolo di bocca con il pollice. Si china al suo orecchio, le labbra che gli sfiorano la pelle sudata:
«La libreria chiude alle sette ogni sera. Tutti i giorni. Nessuno viene a controllare dopo.»
Marco annuisce, il cuore che martella ancora. Le bacia l’angolo della bocca, un bacio leggero e carico di promesse sporche, poi le sussurra contro le labbra: «Domani. Stessa ora.»
Si staccano a malincuore. Rosa si sistema la gonna, ma il profumo del sesso resta nell’aria tra gli scaffali. Marco rimette a posto i pantaloni, sente ancora il calore del corpo di lei sulla pelle, e mentre raggiunge la porta sa già che non tornerà a casa lo stesso uomo. Fuori lo aspetta un matrimonio, un anello, una vita ordinata. Dentro, tra i libri, aspetta solo lei, e le sette di sera che non sembrano mai abbastanza vicine.
Il campanello della libreria tintinna di nuovo alle sette e un minuto, quando l’ultima luce del giorno si spegne dietro le tende tirate. Marco entra senza parlare. Ha lasciato l’auto due isolati più in là, ha spezzato il fiato correndo quasi, e ora il cuore gli martella contro le costole come se avesse già tradito. Rosa è là, dietro il bancone, le chiavi in mano. Chiude a chiave la porta a vetri, abbassa la serranda metallica a metà, abbastanza da nascondere l’interno ma non abbastanza da spegnere del tutto la lampada sul tavolo delle novità. L’odore di carta e di lei lo investe subito: oggi ha messo un profumo più dolce, quasi infantile, che contrasta con lo sguardo adulto e affamato.
«Hai aspettato», mormora lui, e la voce gli esce roca.
Rosa non risponde con parole. Si avvicina, gli strappa la cravatta con un gesto secco, gli sbottona la camicia mentre lo spinge tra gli scaffali di poesia. Le dita di lei sono fredde, precise, e quando gli toccano il petto nudo Marco trema. «Tutta la giornata ho sentito ancora il tuo cazzo dentro», sussurra contro la sua bocca. «Mi sono seduta sulla sedia del bancone con le cosce chiuse e mi sono bagnata ripensando a come mi hai riempito. Il mio marito mi ha chiamato al telefono e io gli ho detto “ti amo” con la fica ancora colma del tuo seme.»
Marco la bacia con violenza, lingua e denti, le mani che le alzano la gonna nera fino all’ombelico. Oggi non porta mutandine. La scopre liscia, gonfia, già lucida. Due dita scivolano dentro senza preamboli; lei geme basso, si apre, si spinge contro il palmo. «Cazzo, sei già pronta», ringhia lui. «Hai pensato a me mentre sistemavi i libri?»
«Ho riletto i nostri posti», confessa Rosa, ansimando mentre lui le strofina il clitoride con il pollice. «Dietro narrativa, sotto il tavolo, contro la scala a pioli. Mi sono toccata tre volte in bagno. Volevo arrivare a stasera già aperta per te.»
La solleva. Le cosce di Rosa si avvolgono intorno ai suoi fianchi. Marco la porta fino allo scaffale più alto di saggistica, quello che nasconde completamente la vetrina. La schiena di lei urta i dorsi dei volumi; un tomo cade a terra con un tonfo sordo. Lui si sbottona i pantaloni con una mano sola, tira fuori il cazzo già duro e pulsante, lo sfrega lungo la fessura bagnata senza entrare. Rosa digrigna i denti, lo graffia sulle spalle. «Non stuzzicarmi. Infilalo. Adesso.»
Lui obbedisce. Entra d’un colpo, fino in fondo, e il calore stretto di lei lo fa gemere contro il suo collo. La scopa in piedi, spinte lunghe e profonde che fanno tremare lo scaffale. I libri ballano. Rosa gli morde l’orecchio, gli sussurra parolacce filate di saliva: «Più forte, stronzo. Scopami come se fossi ancora tua. Come quando non c’erano anelli e mariti.» Marco accelera, le mani sotto il culo che la sollevano e la riabbassano sull’asta, il bacino che sbatte con rumore umido e carnale. Ogni spinta le fa uscire un gemito strozzato. Lei è così bagnata che cola lungo le palle di lui, lungo le cosce di entrambi.
A un certo punto la gira, la piega in avanti contro i ripiani più bassi. Rosa afferra i bordi di legno, le chiappe alte, la schiena inarcata. Marco le spalma le natiche, le guarda la fica aperta e rossa, poi la prende da dietro con una spinta che le fa perdere il respiro. «Guarda come ti apro», borbotta, la voce rotta. «Sei mia di nuovo. Solo mia qui dentro.» Le dà schiaffi leggeri e poi più forti sul culo; la carne arrossisce, vibra. Rosa spinge indietro, chiede di più, gli dice di prenderla come una troia, di lasciarle i segni che il marito non noterà sotto i vestiti. Lui le afferra i capelli, le tira la testa indietro, le morde la spalla nuda dove la camicetta è scivolata via. Le dita libere le raggiungono il clitoride e lo strofinano in cerchio mentre la scopa a ritmo forsennato.
L’orgasmo di lei arriva a ondate. Si contrae, stringe, geme contro i libri di filosofia, il corpo che scuote. Marco la sente pulsare intorno al cazzo e resiste, continua a spingere attraverso le sue scariche, godendo del modo in cui lei lo munge. Quando le contrazioni calano, la solleva di nuovo, la fa sedere sul bordo del tavolo delle novità, le apre le gambe larghe. Entra ancora, più lento adesso, più profondo, gli occhi conficcati nei suoi. Sudore gli cola dalla fronte sul seno di lei. Rosa gli tocca il viso, gli accarezza la guancia con tenerezza sporca. «Domani sera di nuovo», sussurra. «E dopodomani. Ogni sera finché non mi spezzi. Voglio che torni a casa odoroso di me, che lei ti baci e senta il mio sapore sulla tua lingua.»
Marco annuisce, incapace di parlare. La bacia mentre la scopa, un bacio lungo e disperato. Poi accelera di nuovo. Le gambe di Rosa gli stringono i fianchi, i talloni gli picchiano sulla schiena. Lui le succhia un capezzolo, poi l’altro, attraverso il tessuto umido della camicetta. La stoffa si trasparente, i seni appaiono chiari e tondi. «Vieni dentro», lo implora lei. «Riempimi di nuovo. Voglio camminare domani con il tuo cazzo ancora che cola.»
Lui non regge. Scarica con un ringhio soffocato, spingendo fino alle palle, getti caldi che le riempiono il fondo della fica. Continua a muoversi a scatti mentre sborra, tenendola inchiodata al tavolo, il seme che già inizia a uscire intorno all’asta e a colarle lungo l’ano e la coscia. Restano uniti, ansimanti, fronti appoggiate. Il cuore di Marco batte contro il seno di Rosa; sente il suo che risponde allo stesso ritmo traditore.
Si staccano piano. Rosa scivola in ginocchio, gli prende il cazzo ancora semi-duro e lucido di sborra mista al suo umore, lo pulisce con la lingua, lo succhia piano, leccando ogni goccia. Marco le accarezza i capelli, guarda il soffitto, pensa alla moglie che a quest’ora sta apparecchiando, pensa all’anello che gli brucia il dito. Poi guarda giù, vede Rosa che lo guarda da sotto in su con gli occhi lucidi di lussuria, e sa che tornerà.
Si rialzano. Lei gli sistema di nuovo la camicia, ma questa volta le dita restano più a lungo sulla pelle, scendono a accarezzargli il ventre, a sfiorargli di nuovo il cazzo. «C’è di più che voglio farti», dice a voce bassa. «Domani porto qualcosa. Qualcosa che usavamo una volta sola, ricordi? Quella notte dietro i classici greci.»
Marco sente il sangue tornare giù immediatamente. Ricorda: il piccolo plug di vetro, le manette di seta, lei che lo pregava di usarle mentre fuori pioveva. Annuisce, la gola secca. «Li porto io. Li ho ancora.»
Rosa sorride, quel sorriso che gli fa male e duro insieme. Si sistema la gonna, ma non si asciuga. Lascia che il suo seme le scenda lungo le cosce mentre cammina verso la porta. «Sette e un minuto», ripete. «E questa volta resta più a lungo. Voglio che mi scopi finché non riesco più a stare in piedi. Voglio che mi usi contro ogni scaffale. Voglio che il mio marito, quando tornerà tardi dal lavoro, mi trovi già addormentata con il sorriso di chi è stata scopata da un altro.»
Marco la bacia un’ultima volta, lento, possessivo. Assaggia se stesso sulla sua lingua. Poi esce nella sera tiepida, le gambe molli, il cazzo ancora sensibile contro i pantaloni. Mentre cammina verso l’auto sente già il peso di domani, il rischio che cresce, la voglia che non cala. Sa che ogni sera sarà più difficile tornare indietro. Sa che lei lo sta trascinando più a fondo, e lui si lascia trascinare con piacere colpevole. Nella testa già vede la notte successiva: le manette, il plug, Rosa legata tra gli scaffali, la bocca aperta, la fica che lo aspetta. E più in là ancora, forse un weekend quando i rispettivi coniugi saranno fuori città, forse chiudere la libreria per un pomeriggio intero e non alzarsi dal pavimento di legno finché non saranno svuotati.
Sale in macchina. Si guarda allo specchietto. Gli occhi sono quelli di un uomo che sta perdendo tutto e non vuole fermarsi. Accende il motore. Domani sera, pensa. E la sera dopo. E quella dopo ancora. Finché qualcuno non scoprirà l’odore di sesso tra i libri, finché le bugie non si spezzeranno. Ma non stasera. Stasera guida verso casa con il sapore di Rosa ancora in bocca e il cazzo che già si riarde al solo pensiero di lei che lo aspetta, nuda sotto la gonna, pronta a tradire di nuovo.
Il campanello tintinna alle sette e un minuto precisi. Marco entra con una borsa di tela sottobraccio, il cuore già in gola. Ha guidato con una mano sola per quasi tutto il tragitto, l’altra chiusa sul volante a stringere finché le nocche sono diventate bianche. Dentro la borsa ci sono loro: il plug di vetro liscio e freddo, le manette di seta nera che una volta le aveva legate ai polsi dietro i classici greci mentre fuori diluviava. Rosa lo aspetta già a metà corsia, la camicetta sbottonata fino al seno, la gonna corta di ieri sostituita da un abito leggero senza spalline. Chiude la porta, gira la chiave due volte, abbassa la serranda fino a lasciare solo una striscia di luce grigia. Poi si volta e vede la borsa. Il sorriso le si allarga lento, carnale.
«Li hai portati», mormora. La voce le trema di fame. Si avvicina, gli strappa la borsa di mano, la appoggia sul tavolo delle novità tra pile di romanzi appena arrivati. Tira fuori il plug: il vetro cattura la luce della lampada e brilla. Poi le manette, la seta che scivola tra le sue dita. «Ricordo ogni secondo di quella notte. Mi hai allargata così piano che piangevo di piacere. Voglio che lo rifaccia, Marco. Adesso. Più forte. Voglio sentirmi usata come allora, solo che adesso abbiamo anelli al dito e mentiamo a due persone che ci aspettano a casa.»
Marco non risponde a parole. La spinge contro lo scaffale di poesia, le alza l’abito fino alla vita. Niente mutandine di nuovo. La fica è già gonfia, lucida, le labbra aperte. Le dita di lui scivolano lungo la fessura, raccolgono il suo umore e lo spalmano sull’ano. Rosa geme, si apre, spinge indietro il culo. Lui prende il plug, lo riscalda un attimo tra le palme, poi lo preme contro l’orifizio stretto. Entra piano, millimetro dopo millimetro. Rosa afferra i dorsi dei libri, ansa a denti stretti. «Cazzo… sì… più in fondo.» Marco lo spinge tutto, fino alla base tonda che le resta stretta tra le chiappe. La sente contrarsi intorno al vetro. Il suo cazzo preme duro contro i pantaloni, pronto a scoppiare.
Le gira i polsi dietro la schiena. Le manette di seta scivolano sulla pelle, si chiudono con un nodo leggero ma fermo. Rosa prova a muoversi, non può. Gli occhi le si fanno scuri di lussuria. «Adesso sono tua. Solo tua. Scopami finché non riesco più a pensare al mio nome.» Marco le sbottona i pantaloni, tira fuori l’asta già gocciolante. La piega in avanti contro i ripiani bassi, le apre le cosce con un ginocchio. Entra nella fica con una spinta unica e profonda. Il plug le riempie il culo, stringe tutto intorno al suo cazzo. Il calore è doppio, soffocante. Rosa urla contro i libri, un suono soffocato e disperato. Lui inizia a scoparla con colpi lunghi e pesanti, ogni spinta che fa muovere il plug dentro di lei. Il rumore è umido, carnale, i libri tremano.
«Senti come ti riempio», ringhia contro il suo orecchio. «Il plug nel culo, il mio cazzo fino alle palle. Sei una puttana sposata che si fa legare tra gli scaffali. Tuo marito pensa che stai chiudendo i conti, invece hai le mani legate e ti sto fottenendo come una cagna.» Rosa spinge indietro, il culo che sbatte contro il suo bacino. «Sì… dillo ancora. Sono la tua troia. Riempimi. Lascia che il tuo seme mi cola mentre cammino domani con lui.» Marco accelera. Le mani libere le afferrano i seni, strizzano i capezzoli duri attraverso il tessuto. L’abito le scivola giù da una spalla. Lui le morde il collo, le lascia un segno rosso che lei dovrà coprire. Il plug vibra a ogni colpo; Rosa si contrae già, le gambe che tremano.
L’orgasmo la prende di sorpresa. Si stringe a ondate intorno al cazzo e al vetro, geme a bocca aperta contro un volume di Montale, il corpo che scuote. Marco resiste, continua a spingere attraverso le sue scariche, godendo di come la fica lo munge. Quando lei cala, la solleva di peso—anche con le mani legate—e la porta al tavolo. La fa sedere sul bordo, le apre le gambe larghissime. Il plug resta infilato; lui lo spinge un po’ più a fondo con un dito mentre rientra nella fica. Ora la guarda in faccia. Sudore le cola tra i seni. Rosa ha le guance rosse, gli occhi lucidi. «Baciami mentre mi fotte», chiede. Lui obbedisce. Lingua e denti, un bacio da tradimento che sa di saliva e sesso. La scopa più lento, più profondo, il bacino che ruota per strofinarle il clitoride a ogni entrata.
«Domani sera voglio di più», sussurra lei tra un ansimare e l’altro. «Porta la cintura. Voglio che me la usi sul culo prima di scoparmi. Voglio i segni. Voglio tornare a letto da mio marito con le cosce che bruciano e il sorriso di chi è stata presa da un altro.» Marco sente il cazzo pulsare. L’immagine lo fa quasi venire. Accelera di nuovo. Le gambe di Rosa gli stringono i fianchi, i talloni che gli picchiano la schiena. Con le manette ancora chiuse lei non può toccarlo, può solo ricevere. Lui le succhia un capezzolo, poi l’altro, li lascia lucidi di saliva. «Vieni dentro», lo implora. «Riempimi finché cola. Voglio che mi lasci così, bagnata del tuo cazzo, mentre sistemo gli scaffali domani. Voglio annusarmi le dita e ricordare.»
Non regge. Scarica con un brontolio gutturale, spingendo fino in fondo, getti caldi e spessi che le riempiono la fica già stretta dal plug. Continua a muoversi a scatti, pompando ogni goccia. Il seme esce intorno all’asta, cola lungo l’ano, bagna il vetro. Restano uniti, ansimanti. Marco le scioglie le manette con dita tremanti. Rosa gli accarezza il viso, poi scivola in ginocchio. Gli prende il cazzo lucido di sborra e del suo umore, lo pulisce con la lingua lenta, lo succhia fino a farlo tornare semi-duro. «Ancora», mormora guardandolo da sotto. «Non ho finito. Voglio che mi scopi la bocca finché non sborri di nuovo. Poi il culo. Togli il plug e mettici il cazzo.»
Marco la solleva, la porta dietro lo scaffale di saggistica dove l’ombra è più fitta. La piega di nuovo, le estrae il plug con un gesto lento. Rosa geme quando il vetro esce. Lui le spalmia le chiappe, le guarda l’ano aperto e lucido, poi preme il glande contro. Entra piano, millimetro dopo millimetro, sentendo la stretta calda che lo avvolge. Rosa afferra i ripiani, spinge indietro. «Tutto. Dammelo tutto.» Lui obbedisce. La scopa nel culo con spinte profonde e controllate all’inizio, poi più forti quando lei chiede di più. Una mano le raggiunge la fica, le strofina il clitoride gonfio. L’altra le tiene un fianco. I libri tremano. Un tomo cade. Non se ne curano.
Rosa viene di nuovo, più forte, il corpo che si contrae intorno al cazzo nel culo. Marco la segue subito dopo, scaricando in profondità con un ringhio soffocato. Getti caldi che le riempiono. Quando si stacca, il seme cola lento lungo la coscia. La gira, la bacia, le assaggia la bocca. Si sistemano a malincuore. Rosa non si asciuga. Lascia tutto lì, tra le gambe, mentre riprende l’abito. «Sette e un minuto domani», dice contro le sue labbra. «E resta almeno due ore. Voglio che mi leghi di nuovo. Voglio la cintura. Voglio che mi usi su ogni tavolo, ogni scala, ogni angolo cieco. Voglio che quando torni a casa lei ti senta diverso. Che ti guardi e capisca senza capire.»
Marco annuisce, il cazzo già che si riarde al solo pensiero. Le sistema un ciuffo di capelli, le bacia il segno sul collo. «Li porto tutti. E qualcosa di nuovo.» Esce nella sera, le gambe molli, l’odore di lei attaccato alla pelle. Mentre cammina verso l’auto sente il peso dell’anello, il peso delle bugie che crescono. Sa che ogni sera scava più a fondo. Sa che lei lo sta consumando e lui si lascia consumare. Nella testa già vede domani: la cintura che fischia, Rosa legata e aperta, il rischio che un cliente ritardatario bussi, il modo in cui lei gemerà comunque. Sale in macchina. Accende il motore. Il sapore di Rosa gli resta in bocca, mischiato al proprio. Guida verso casa con il cuore che batte traditore e il cazzo che preme di nuovo, già pronto per la sera dopo, già pronto a perdere ancora un pezzo di quella vita ordinata che lo aspetta oltre la porta.
Il campanello tintinna alle sette e un minuto. Marco spinge la porta con la spalla, la borsa di tela che gli pesa al fianco come un segreto vivo. Dentro ci sono la cintura di cuoio nera, le manette di seta di ieri, un collare sottile che una volta le aveva allacciato al collo dietro i classici mentre la pioggia batteva sui vetri. Rosa lo aspetta già al bancone, l’abito leggero sceso su una spalla, i capelli sciolti. Chiude a chiave, abbassa la serranda fino a lasciare solo una lama di luce grigia. L’odore di carta e di lei lo colpisce allo stomaco.
«Li hai portati tutti», mormora, e la voce le trema. Si avvicina, gli strappa la borsa, la svuota sul tavolo delle novità. La cintura scivola fuori con un suono sordo. Rosa la prende tra le dita, la fa scorrere. «Usala. Adesso. Voglio i segni che bruceranno domani quando lui mi toccherà.»
Marco non parla. La spinge contro lo scaffale di poesia, le alza l’abito fino alla vita. Niente mutandine. La fica è già aperta, lucida, le labbra gonfie. Le gira i polsi dietro la schiena, chiude le manette di seta. Poi le allaccia il collare, il cuoio caldo contro la gola. Rosa ansa, gli occhi scuri di fame. Lui prende la cintura, la piega a doppio. «Conta», ordina, la voce rauca.
Il primo schiaffo arriva sulla chiappa destra. Il cuoio fischia, la carne vibra, arrossisce subito. Rosa geme contro i dorsi dei libri, spinge indietro il culo. «Uno… cazzo, sì.» Il secondo colpo è più forte, lascia un segno rosso netto. Lei trema, le cosce che si aprono da sole. Marco continua: tre, quattro, cinque. Ogni schiaffo fa ondeggiare le natiche, fa colare di più il suo umore lungo la coscia. All’ottavo Rosa piange di piacere, la voce rotta: «Basta… no, non bastare. Scopami. Usami.»
Lui getta la cintura, le spalmia le chiappe brucianti, le apre. Il cazzo è già fuori, grosso, venoso, gocciolante. Entra nella fica con una spinta unica che la solleva sui piedi. Il calore la stringe, bagnata, convulsa. Rosa urla soffocato contro un volume di Ungaretti. Marco la scopa duro, le mani sui fianchi che le tengono fermo il bacino mentre il suo sbatte contro il culo arrossato. Ogni colpo fa muovere i libri. «Senti come ti prendo», ringhia all’orecchio. «Legata, collare al collo, il culo che brucia dalla mia cintura. Tuo marito pensa che stai bilanciando i conti. Invece sei la mia troia, piena del mio cazzo.»
Lei spinge indietro, chiede di più senza parole, solo con gemiti strozzati. Marco accelera, le dita che le raggiungono il clitoride e lo strofinano in cerchi stretti. L’orgasmo di Rosa esplode violento: si contrae a ondate, stringe, munge l’asta, il corpo che scuote contro lo scaffale. Un tomo cade. Non se ne curano. Lui resiste, continua a spingere attraverso le sue scariche, godendo di ogni pulsazione.
Quando cala, la solleva di peso—mani ancora legate—e la porta al tavolo. La fa sdraiare sulla schiena tra le pile di novità, le apre le gambe larghissime. Il collare le tira leggermente quando lei inarca il collo. Marco le estrae il cazzo lucido, lo sfrega sulla fessura, poi rientra più lento, più profondo, gli occhi conficcati nei suoi. Sudore gli cola sulla fronte, gocce che cadono sul seno di lei. Rosa lo guarda, le guance rosse, le labbra aperte. «Baciami mentre mi fotte», chiede. Lui obbedisce. Lingua e denti, un bacio disperato che sa di tradimento. La scopa con rotazioni del bacino che le strofinano il punto più sensibile. «Domani sera… e tutte le sere», sussurra lei tra un ansimare. «Voglio che mi lascí così. Voglio tornare a letto con lui e sentire ancora te.»
Marco sente qualcosa stringersi nel petto, ma il cazzo pulsa troppo forte. Accelera di nuovo. Le gambe di Rosa gli si avvolgono intorno, i talloni che gli picchiano la schiena. Lui le succhia un capezzolo, poi l’altro, li lascia lucidi e duri. «Vieni dentro», lo implora. «Riempimi finché cola. Voglio camminare domani con il tuo seme che mi scende mentre sorrido a lui.»
Non regge. Scarica con un ringhio gutturale, spingendo fino alle palle, getti caldi e spessi che le riempiono il fondo. Continua a muoversi a scatti, pompando ogni goccia. Il seme esce intorno all’asta, cola lungo l’ano, bagna il tavolo. Restano uniti, ansimanti, fronti appoggiate. Il cuore di Marco batte contro il seno di lei; sente il suo che risponde allo stesso ritmo.
Si stacca piano. Le scioglie le manette con dita tremanti, le toglie il collare. Rosa scivola in ginocchio subito, gli prende il cazzo ancora semi-duro e lucido di sborra mista al suo umore. Lo pulisce con la lingua lenta, lo succhia fino in gola, guance scavate, occhi conficcati nei suoi. «Ancora», mormora tirandosi indietro un attimo. «Il culo. Voglio il cazzo nel culo adesso. Come ieri, ma più forte.»
Marco la solleva, la piega di nuovo contro lo scaffale di saggistica. Le spalmia le chiappe ancora calde dai segni della cintura, le guarda l’ano stretto e lucido di seme. Preme il glande, entra millimetro dopo millimetro. La stretta è soffocante, calda. Rosa afferra i ripiani, spinge indietro. «Tutto. Dammelo tutto, stronzo.» Lui obbedisce. La scopa nel culo con spinte profonde e pesanti, una mano che le strofina il clitoride gonfio, l’altra che le tiene un fianco. I libri tremano. Un altro volume cade. Rosa viene di nuovo, più forte, il corpo che si contrae intorno all’asta, un urlo soffocato contro la carta. Marco la segue subito, scaricando in profondità con un brontolio rotto, getti caldi che la riempiono.
Quando si stacca, il seme cola lento lungo la coscia di lei, mescolato al precedente. Si guardano. Rosa gli sorride, quel sorriso carnale e complice, e si sistema l’abito senza asciugarsi. «Sette e un minuto domani», dice contro le sue labbra, baciandolo lento. «E resta tre ore. Voglio che mi leghi al tavolo. Voglio la cintura di nuovo. Voglio che mi usi finché non riesco più a camminare dritta. Voglio che quando torni a casa lei ti guardi e senta che sei mio.»
Marco annuisce, ma la voce non gli esce. Le sistema un ciuffo di capelli, le bacia il segno rosso sul collo lasciato ieri e rinfrescato stasera. Si vestono a malincuore. Lei non si pulisce. Lascia tutto lì, tra le gambe, mentre cammina verso la porta a riaprire la serranda a metà. L’odore di sesso resta denso tra gli scaffali, mischiato a carta e polvere.
Esce nella sera tiepida. Le gambe gli tremano. Sale in macchina, accende il motore, ma non parte subito. Si guarda allo specchietto. Gli occhi sono lucidi, diversi. Il sapore di Rosa gli resta in bocca, il seme di lei sulla lingua, i segni delle sue unghie sulla schiena sotto la camicia. Guida verso casa con le mani strette sul volante. L’anello gli pesa di più a ogni semaforo. Pensa alla moglie che a quest’ora sta forse già a letto, o che apparecchia in silenzio, o che lo aspetta con un sorriso che lui non merita. Pensa al modo in cui Rosa ha detto «mio» come se il matrimonio fosse solo un dettaglio da calpestare.
Arriva. Parcheggia. Spegne il motore. Non scende. Le dita tremano sulla chiave. Dentro di lui qualcosa si incrina. Il cazzo è ancora sensibile, ancora pieno del ricordo di lei, ma il petto gli fa male in un modo nuovo. Non è solo eccitazione. È il peso improvviso di quello che ha appena fatto, di quello che farà domani, di come ogni sera scava un buco più fondo sotto i piedi. Rosa lo aspetterà di nuovo, nuda sotto l’abito, pronta a farsi legare e prendere e riempire. E lui tornerà, lo sa. Ma stasera, seduto al buio dell’auto davanti alla propria porta, Marco sente per la prima volta il dubbio gelido salire lungo la schiena. Si chiede se domani sera, quando il campanello tintinnerà di nuovo, riuscirà ancora a fingere che tutto questo non stia distruggendo qualcosa di irreparabile. Si chiede se il sapore di lei in bocca valga il vuoto che già gli cresce sotto lo sterno. Si passa una mano sul viso. L’odore di Rosa gli resta attaccato alla pelle come una condanna. E per la prima volta, mentre la luce del salotto si accende dietro le tende di casa, Marco non è sicuro di voler tornare.
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